LIFESTYLE- Pagina 40

A Torino arriva il Carnevale!

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SABATO 24 SFILATA INAUGURALE DEL CARLEVE’ ‘D TURIN

Ritorna come ogni anno l’immancabile “Carlevè ‘d Turin”, il Carnevale cittadino 2026 organizzato dal Comitato Manifestazioni Torinesi con il coordinamento della A.T. Pro Loco Torino ed il patrocinio di Regione, Città Metropolitana e Città di Torino. Ecco il programma: sabato 24 febbraio, sfilata inaugurale in centro città, e domenica la sfilata dei carri allegorici sul circuito della Pellerina (corso Regina Margherita, corso Lecce, corso Appio Claudio), in collaborazione con gli Spettacoli Viaggianti dell’Agis Anesv che danno vita come ogni anno nel parco al piu’ grande Luna Park d’Italia con le sue oltre 100 attrazioni presenti fino all’8 marzo.
Sabato 24, alle ore 15, la sfilata partirà da piazza Palazzo di Città con la partecipazione di Gianduja e Giacometta del Carlevè (Beppe Lachello e Silvia Porino) con le altre maschere e personaggi dei carnevali piemontesi, le suggestive e le spettacolari “Maschere Veneziane”.

Ad accompagnarli come sempre ci saranno la Banda e le Majorettes sul percorso Palazzo di Città, via Garibaldi, piazza Castello, via Roma, piazza Carignano e con ritorno in piazza Palazzo di Città. Alle 18,30 la Messa di Carnevale in ricordo di Andrea Flamini, il grande Gianduja storico di Torino dell’Associassion Piemonteisa ed Aldo Rocchietti March che gli era succeduto.

Igino Macagno

Insalata di pollo esotica (con un pizzico di zenzero)

Una proposta semplice, fresca e gustosissima, l’insalata di pollo e’ perfetta in ogni occasione, gradita da tutti di facile e veloce preparazione, leggera e delicata vi permette di utilizzare il pollo rimasto sia lesso che arrosto in aggiunta a pochi sfiziosi ingredienti in un buon equilibrio di sapori.

 

Ingredienti:

 

Petto di pollo lesso o arrosto

1 cuore di sedano bianco

2 fette di ananas fresco

10 noci

1 cucchiaio di senape dolce

2 cucchiai di maionese

1 cucchiaino di zenzero fresco (facoltativo)

1 limone

Sale, pepe, olio evo

Lavare e tagliare il sedano, sfilettare il pollo, sgusciare le noci e ridurre i gherigli a pezzetti, tagliare le fette di ananas a tocchetti. In una ciotola preparare il condimento, emulsionare con un filo di olio la maionese con la senape, il sale, il pepe, lo zenzero e il succo del limone. Mettere tutti gli ingredienti in una insalatiera, mescolare con cura. Lasciar riposare al fresco per almeno un’ora prima di servire.

Paperita Patty

A Chieri, il “Carnevale 2026” bussa alle porte

Le prime presentazioni in Comune. Svelati i nomi de “La Bela  Tëssiòira”, regina del Carnevale chierese e del “Mangiagrop”

Sfilata dei “carri allegorici”, sabato 24 gennaio

Chieri (Torino)

Chi ha tempo non aspetti tempo, meglio portarsi avanti con i lavori. Alla saggezza dei vecchi proverbi nostrani devono aver pensato al “Comune di Chieri”, annunciando già ieri, alla presenza di Antonella Giordano (assessora alla “Cultura”) e di  Pierino Tamagnone (presidente (“ProChieri”), alcuni appuntamenti e attese notizie relative ai prossimi festeggiamenti del “Carnevale 2026”, il cui inizio ufficiale, come si sa, è fissato a domenica 1° febbraio. Ma non a Chieri!

Qui “messer Carnevale” si mette in moto, alla grande, già il prossimo sabato 24 gennaio, con l’attesa sfilata dei “Carri Allegorici” e dei “Figuranti”Partenza alle 14,30 da piazza Quarini, il percorso si snoderà lungo via Bernardo Vittone, Piazza Europa, via Cesare Battisti, via Principe Amedeo, via San Pietro, via delle Orfane, via Palazzo di Città, via Vittorio Emanuele II, con arrivo Piazza Dante.

Ogni accesso sarà presidiato da un “servizio di vigilanza” garantito dalla Polizia Locale e dai volontari, con l’utilizzo di blocchi sulle vie secondarie interessate dal percorso. Apriranno la sfilata i carri realizzati a Chieri, quello della Scuola primaria dell’“Istituto Santa Teresa – La carica dei CENTOSES’SANTA”, e il carro delle “Parrocchie Chieresi” a tema “I clown di Chieri”. A seguire quelli provenienti da tutto il Piemonte. Tra i principali, quelli di Poirino, Rivoli Bruere, Racconigi, Piobesi Torinese, Villafalletto, Nichelino e Carmagnola Tetti Grandi.

L’evento vedrà anche la partecipazione delle tradizionali “maschere” chieresi – legate alla storica tradizione tessile della città collinare – la “Bela Tëssiòira” e “Mangiagrop”. E qui ci sono novità per la prima e niente di nuovo sotto il cielo per il secondo.

New entry, infatti, per la prima e riconferma per il secondo.

La nuova “Bela Tëssiòira” edizione 2026 sarà Michela Ronco (che soffia il trono a Nicole Sharon Bonventre), chierese, 33 anni, insegnante di “Scienze Motorie Sportive” e membro attivo del direttivo dello “Sci Club Chierese”. Michela aveva già partecipato come concorrente al concorso per l’elezione di “Miss Rubatà”: il suo legame con il territorio e in particolare con il grissino “Rubatà” deriva dal mestiere dei suoi genitori, titolari di una nota panetteria chierese. Il suo vestito è stato realizzato con la stoffa offerta come tradizione dalla “Tessitura Quagliotti” di Chieri ed è stato confezionato dall’“Associazione Chierese Muse”, presieduta da Norma Carpignano.

Per “Mangiagrop”, invece, riconferma per Giovanni Fasano, colonna portante della “ProChieri”, che ha già rivestito il ruolo nel 2025.

Infine, domenica 25 gennaioalle 11, Messa Solenne in Duomo, con il tradizionale omaggio dei personaggi del Carnevale chierese alla “Madonna delle Grazie”.

Il Carnevale è organizzato dalla “ProChieri” con il sostegno della “Città di Chieri”. Dichiara l’assessora alla “Cultura” Antonella Giordano“Anche quest’anno come Amministrazione sosteniamo la festa di Carnevale, con la sfilata dei carri e i personaggi della tradizione. Un evento colorato e allegro, molto atteso non solo dai piccoli e grandi chieresi ma anche dai turisti, che potranno apprezzare le tante bellezze, culturali ed enogastronomiche, della nostra città. La scelta di collocare la nostra manifestazione all’inizio del periodo dei festeggiamenti è funzionale a rendere la festa più attrattiva e partecipata, ospitando carri allegorici importanti, contesi da tante città. Accogliamo con entusiasmo la nuova Bela Tëssiòira, Michela Ronco, che ringraziamo per aver accettato di mettersi in gioco e rappresentare la Città di Chieri, portando avanti con orgoglio e dedizione le tradizioni locali”.

In caso di maltempo la sfilata dei “Carri Allegorici” sarà rinviata a data da destinarsi.

g.m.

Nelle foto: Manifesto “Carnevale 2026”; Conferenza stampa di presentazione”; Michela Ronco, la nuova “Bela Tëssiòira”

Cantine d’Italia 2026

CANTINE D’ITALIA 2026
 
” Per coloro che ritengono che il vino valga un viaggio “
 
È uscita la nuova edizione 2026 di Cantine d’Italia, la Guida per l’Enoturista a cura di Go Wine.
L’evento di presentazione e premiazione si è tenuto lo scorso sabato 29 novembre 2025 a Milano presso l’Hotel Melià.
Cantine d’Italia 2026 si presenta con 911 cantine complessivamente selezionate, 270 “Impronte d’eccellenza”per l’Enoturismo, oltre 5.140 vini segnalati, circa 1.642 indirizzi utili per mangiare e dormire.
Sono ben 186 le cantine piemontesi selezionate sul volume, di cui 39 nella rubrica “da conoscere”; tra queste entrano per la prima volta in Guida le cantine (in ordine alfabetico) Barbero Giacomo (Canale), Cantina Casorzo, Cantina Produttori Erbaluce (Caluso), Cortese Giuseppe (Barbaresco), Demarie (Vezza d’Alba), Gerlotto F.lli (Diano d’Alba), Grasso F.lli (Treiso), L’Autin (Barge), Pianbello (Loazzolo), Poderi Vaiot (Montà), Torchio 1953 (Isola d’Asti).
Il Piemonte è ai vertici della Guida con ben 49 Impronte di eccellenza; le cantine Castello di Gabiano, Ceretto, Fontanafredda, Malvirà, La Raia confermano le Tre Impronte, ovvero il massimo riconoscimento per l’esperienza enoturistica.
Il Premio “Autoctono si nasce”, ovvero uno dei 9 Premi Speciali, va alla cantina Le Piane di Boca, per l’opera svolta dalla cantina a favore del Boca, storica denominazione nelle terre dell’Alto Piemonte. Con un’etichetta che richiama da sempre il rapporto fra vino e terra, in luoghi storici del vino piemontese.
Ecco l’elenco delle cantine piemontesi che hanno ottenuto in questa edizione il riconoscimento de L’Impronta Go Wine:
Abbona Anna Maria
Alessandria Fratelli
Angelo Negro
Ascheri
Boglietti Enzo
Braida
Brezza Giacomo & Figli
Bricco Maiolica
Broglia Piero – Tenuta La Meirana
Burlotto Comm. G.B.
Cascina Alberta
Cascina Chicco
Castello di Gabiano
Castello di Perno
Castello di Razzano
Castello di Tagliolo
Castello di Verduno
Caudrina
Centovigne
Ceretto
Chiarlo Michele
Contratto Giuseppe
Cordero di Montezemolo
Damilano
Dosio Vigneti
Luca Ferraris
Fontanafredda
Forteto della Luja
L’Astemia
La Raia
Malvirà
Manzone Giovanni
Marchesi Alfieri
Marchesi di Barolo
Marchesi di Grésy – Cisa Asinari
Montalbera
Oddero Poderi e Cantine
Palladino
Pecchenino
Poderi Luigi Einaudi
Diego Pressenda
Sordo Giovanni
Tenuta Carretta
Tenuta La Marchesa
Tenuta Montemagno
Travaglini Giancarlo
Vajra G.D.
Vietti
Villa Sparina
 
La Guida Cantine d’Italia 2026 è edita dall’associazione Go Wine e nasce da un’idea di Massimo Corrado che ne cura il coordinamento e la direzione editoriale. La redazione Go Wine cura la redazione di tutto il volume e del repertorio delle cantine selezionate, con i contributi e le segnalazioni di giornalisti e delegati e soci Go Wine in Italia.
Le 911 cantine presenti nel volume sono state scelte in base all’esperienza diretta.
Per ogni cantina una pagina ricca di notizie: dall’anagrafica aziendale ai dati sulla produzione, ai referenti interni da contattare; dai giorni e gli orari di visita alle informazioni stradali; novità di questa edizione l’indicazione del costo della visita in cantina (là ove segnalato dalle cantine medesime), indicando la cifra per un’esperienza base e la cifra per un’esperienza più completa. La parte più importante è legata al racconto delle suggestioni che la cantina e il suo contesto offrono al visitatore.
Ogni cantina è presentata attraverso una valutazione in stelle(su scala 5), suddivisa nei tre aspetti che sono ritenuti rilevanti dalla Guida: il sitol’accoglienza e i vini.
Lo spirito dell’opera: spingere l’appassionato a viaggiare per conoscere il fascino del territorio del vino italiano attraverso il racconto di molti suoi interpreti d’elezione.
 
Per ulteriori informazioni:
Redazione Go Wine Editore, rif. Elisa Nota,
 tel. 0173 364631 gowine.editore@gowinet.it
Alla prossima !
LUCA GANDIN

Le “passeraie” del castello di Casalgrasso

Nel territorio di Casalgrasso, lungo il fiume Po e vicino alla confluenza con il torrente Varaita, l’attenzione dei naturalisti è solitamente rivolta alle aree fluviali e umide, ricche di avifauna monitorata dal Parco del Monviso. Inaspettatamente, però, una scoperta di grande valore è avvenuta nel cuore del paese, nel palazzo comunale noto come “Castello”.

Leggi l’articolo su Piemonteitalia.eu:

https://www.piemonteitalia.eu/it/esperienze/le-%E2%80%9Cpasseraie%E2%80%9D-del-castello-di-casalgrasso

Lavastoviglie, tergicristalli e Baci Perugina? Li hanno inventati le donne

 

Figure straordinarie che con le loro “creature” hanno cambiato la storia di tutte e tutti.

Nonostante le loro scoperte abbiano determinato un cambio di rotta  per milioni di persone, non si parla mai abbastanza di quelle donne che grazie alle loro scoperte hanno messo in atto diverse rivoluzioni nei costumi della societa’ contemporanea. Non e’ retorica di genere, ma semplicemente una considerazione che va a supportare l’ipotesi secondo cui le donne per conquistare spazio nelle varie collettivita’ hanno dovuto combattere senza armi pari.

Tra le ideazioni raccontate in questo articolo molte, per cultura e per credenza, saranno state attribuite sicuramente a degli uomini, tuttavia non e’ cosi, e questo conferma che non esistono cose idee e genialita’ divise in base al sesso e ogni essere umano puo’ mettere a disposizione la propria intelligenza a servizio di tutti. 

Un primo caso e’ quello di Mary Anderson che ha inventato il tergicristalli meccanico. Dopo aver sperimentato, infatti, le copiose nevicate di New York che la costringevano a scendere dall’auto ogni volta che doveva pulire i vetri dalla neve, si e’ convinta che il problema dovesse essere risolto  e invento’ un meccanismo che con una leva posizionata internamente alla macchina faceva muovere una stecca di gomma sul vetro anteriore il cui brevetto fu depositato nel 1917; in seguito, sempre una donna, Charlotte Brigwood,  fece diventare automatico questo strumento, divenuto irrinunciabile, superando in efficienza il precedente.

A Josephine Cochrane  invece dobbiamo tutta la nostra gratitudine per aver dato vita alla lavastoviglie. Questa signora ingegnosa, una ricca aristocratica che dava molte cene nella sua casa, un giorno si accorse che le sue stoviglie si stavano rovinando a causa dei continui lavaggi, cosi’ si industrio’ e creo’ una macchina, brevettata nel 1886, che attraverso delle pompe, azionate manualmente,  introduceva al suo interno getti d’acqua capaci di detergere piatti, bicchieri e tutto il resto. Josephine, in seguito al successo della sua idea, fondo’ l’azienda  Garis-Cochran Dish-Washing Machine Company, ora di proprietà della Whirlpool Corporation.

E i Baci Perugina? Ebbene si’ anche qui c’e’ l’estro di una donna, una italiana: Luisa Spagnoli, la stilista, che prima del matrimonio con Annibale Spagnoli era Luisa Sergentini. Nel 1909 rilevo’ una drogheria che divento’ il laboratorio  Perugina che fondo’ insieme a Buitoni. Nel 1922 Luisa inventò un cioccolatino fatto con la granella di nocciole e un cuore di gianduia chiamato in un primo momento “Cazzotto” perche’ simile alla nocca di una mano; Giovanni Buitoni in seguito lo ribattezzò come  “Bacio Perugina” quello al cui interno si trovano pensieri e citazioni.

Caresse Crosby , invece, libero’ le donne dai rigidi corsetti fatti di ossa di balena, scomodi, dolorosi e anche poco etici considerando il tema della violenza sugli animali. Mary Phelps Jacob (il vero nome della Caresse) si cuci’ da sola il suo primo reggiseno, utilizzando dei fazzoletti di stoffa e del filo, in occasione di un ballo a cui doveva partecipare indossando un vestito la cui linea veniva alterata dal corsetto che avrebbe dovuto portare. Nel 1914 la sua invenzione fu iscritta nel registro dei brevetti arrivando senza rimpiazzi  fino ai giorni nostri in diverse e funzionali versioni.

Ve li ricordate, poi, i lunghi pomeriggi a giocare a Monopoli, bene anche qui la protagonista e’ una donna e precisamente da Elizabeth Magie Phillips che nel 1903, inspirandosi al Landlord’s Game, invento’ il tanto famoso e amato gioco da tavolo. Questo passatempo in realta’ nacque con un fine didattico, ovvero spiegare come mai i ricchi lo diventano sempre di piu’ mentre i poveri diventavano sempre piu’ poveri. Nel 1910 la Parker Brothers pubblicò il suo gioco e, 30 anni dopo, mise sul mercato il Monopoly, creato da Charles Darrow, che, al contrario purtroppo, premiava i monopoli piuttosto  che contrastarli, stesso gioco con diverso obiettivo ludico-sociale.

Tante altre donne si sono ingegnate e  hanno variato in positivo il corso della storia e delle nostre abitudini: Bette Nesmith Graham con il bianchetto per correggere gli errori di scrittura o dattilografia, Tabitha Babbitt attraverso la progettazione  della sega circolare (che pero’ non pote’ brevettare), Anna Connelly con la sua scala antincendio, Lyda Newman con la creazione della spazzola di setole (non animali) adatta ai diversi tipi di capelli.

Nonostante le loro scoperte e quelle di tante altre donne siano rimaste talvolte all’ombra rispetto a quelle portate alla luce dagli uomini, l’importanza delle loro  idee ha modificato per sempre usanze, consuetudini e  costumi , ha favorito il comfort riducendo  la fatica e   migliorando la qualita’ di molte  vite.

Proprio in questo momento molte altre donne sono a lavoro per il bene comune e per il progresso, ci auguriamo che il loro sogno e le loro abilita’ siano apprezzate e riconosciute in un’ottica e con un approccio di parificazione, in una prospettiva di totale equilibrio di genere.

MARIA LA BARBERA

Strozzapreti con granella di pistacchi

Un frutto prezioso dall’aroma e dal gusto unico, “l’oro verde di Sicilia”, cosi’ e’ denominato il pistacchio di Bronte protagonista della ricetta di questa settimana. Un primo piatto invitante e saporito dal giusto bilanciamento tra dolce e salato. Un risultato eccellente che saprà deliziare il vostro palato.

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Ingredienti

 

320gr. di pasta tipo strozzapreti

150gr. di pancetta a fiammifero

1 piccola cipolla bianca

½ spicchio di aglio

3 foglie di basilico

50gr. di grana grattugiato

100gr. di granella di pistacchio di Bronte

Olio evo q.b.

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Portare ad ebollizione l’acqua per la pasta con poco sale, nel frattempo soffriggere in poco olio la cipolla e l’aglio tritati, aggiungere la pancetta tagliata a fiammifero, lasciar rosolare bene poi, aggiungere meta’ granella di pistacchio, le foglie di basilico, il grana grattugiato ed un mestolino di acqua di cottura della pasta. Scolare la pasta al dente, saltare brevemente in padella e servire cosparsa con la rimanente granella di pistacchio.

 

Paperita Patty

Fiorenzo, l’operaio che faceva “i baffi alle mosche”

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Quando ho conosciuto Fiorenzo – detto anche “stravacà-rundell” – era ormai in pensione ma il mio collega Rinaldo, più giovane di me, l’aveva avuto come “maestro” in fabbrica

Finita la scuola dell’obbligo, nonostante i buoni voti, Rinaldo aveva scelto – contro il parere dei genitori – di andare a lavorare in fabbrica. “Per studiare c’è sempre tempo“, si era detto. Un errore bello e buono che lui stesso, con il tempo, aveva ammesso. Sì, perché, come spesso accade, “ogni lasciata è persa“, e ciò che non si fa all’età giusta è ben difficile che si possa recuperare più avanti. Per sua fortuna Rinaldo aveva, come dire, “recuperato” ai tempi supplementari, da privatista, studiando di sera e lavorando di giorno. Era approdato alla Banca quando stava per festeggiare il suo venticinquesimo compleanno. Il signor Bruno, che aveva una fabbrichetta proprio sotto casa mia, lo diceva sempre anche a me: “Studia. Fat mia mangià i libar da la vaca“. Farsi mangiare i libri dalla vacca equivaleva, un tempo, a smettere di studiare per fare il contadino, imbracciando vanga, rastrello e falce al posto di penna, libro e quaderno. Quando non ce n’era necessità assoluta, era un peccato non “andare avanti” a scuola. Comunque, tornando a Rinaldo, non si mise certo a piangere sul latte versato. La fabbrica, un’azienda meccanica con una trentina di dipendenti, era poco distante da casa sua e venne assegnato come “bocia“, come apprendista,  alle “cure” di Fiorenzo. 

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“ Dovevi conoscerlo a quel tempo, amico mio. Era un operaio provetto, in grado di fare “i baffi alle mosche”. Tirava di fino con la lima, maneggiava con abilità il truschino per tracciare e il calibro per le misurazioni. Era un ottimo attrezzista, in grado di preparare uno stampo per la pressa ma s’intendeva bene anche di macchine come le fresatrici e i torni. Per non parlare poi della rettifica”. Con quella macchina utensile, si lavora sui millesimi, togliendoli dal pezzo in lavorazione con precisione chirurgica, grazie alla mola a grana fine e durissima che garantisce un alto grado di finitura. “ Sotto la sua guida ho imparato, in quegli anni, a lavorare sulle rettificatrici in tondo, senza centro e su quella tangenziale, per le superfici piane. A volte bisognava mettersi la mascherina, soprattutto quando si lavoravano i pezzi cromati: quelle nuvole di acqua e olio emulsionabile che abbattevano le polveri  e raffreddavano il “pezzo”, non erano per niente salubri”.  Nell’officina, a lavorare con Riccardo e Fiorenzo, erano in diversi. C’era un capo operaio che veniva dalla provincia di Varese, soprannominato “lampadina“, con la sua crapa pelata e la palandrana blu dalle tasche sfondate a forza s’infilarci gli attrezzi; Antonio, tornitore dall’aria austera che al solo guardarlo metteva in soggezione; Luìsin, una specie di factotum che s’occupava principalmente del magazzino; Silverio, abile e scaltro saldatore che si esprimeva per metafore mutuate dalle pubblicità di “Carosello“; Ansaldi, addetto ai trapani, compreso quello radiale che sembrava davvero un mostro con il suo pesante mandrino che stringeva ragguardevoli punte adatte a forare le lastre più grandi.

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Dal racconto di Riccardo pare proprio che si respirasse un clima di grande umanità in quei capannoni. Anche gli scherzi che toccavano alle “matricole“, non erano mai troppo pesanti. Se mandavano a prendere la “punta scarpina del 43“, il calcio nel sedere veniva quasi appoggiato alle chiappe, senza foga. Un “ricalchin“, niente di più. Chiedere al fresatore di poter ottenere un po’ “d’acqua d’os“, comportava una annaffiatura appena accennata con lo spruzzino a mano. In caso di necessità, richiesto con i dovuti modi, non mancava mai l’aiuto dei più esperti, segno di una disponibilità al giorno d’oggi quanto mai rara. “Un giorno Fiorenzo, soddisfacendo la mia  curiosità – racconta Riccardo   mi spiegò l’origine di quel soprannome  che s’era “guadagnato” da giovane, lavorando in una fabbrica un po’ più grande. Portando una cassa di rondelle di ferro verso il magazzino non aveva visto in tempo un buco nel pavimento ed il carrellino si era ribaltato, rovesciando sul pavimento l’intero contenuto”. Aveva impiegato una mezza giornata a scovarle, quelle maledette rondelle. Erano finite dappertutto: sotto le macchine e i banchi, nei cumuli di trucioli di ferro e tra la segatura che avevano buttato per terra sotto l’alesatrice per asciugare l’acqua che colava giù. “Da quel momento sono diventato lo “stravacà-rundell”. Poco importa se quella è stata l’unica volta che mi è capitato”, ammetteva, sorridendo, Fiorenzo. Personalmente l’ho conosciuto al circolo, una dozzina d’anni fa. Da quando gli era morta l’Adalgisa, sua moglie, veniva più spesso a fare quattro chiacchiere e una partita a carte insieme a noi. Raccontando degli episodi della fabbrica – che trovavano conferma nelle parole di Riccardo – emergevano altre figure, alcune esilaranti come nel caso di Igino e di Fedele. Entrambi avevano l’abitudine del bere che consideravano tale, rifiutando categoricamente che fosse “un vizio“. Igino lo conosco e me ho avuto prova quando,  insieme, siamo andati, una mattina di primavera, a pescare nel Selvaspessa, il torrente che dal Mottarone scende giù fino al lago Maggiore. Prima di raggiungermi sul greto del torrente, aveva fatto colazione “alla montanara“: pane, formaggio e una grossa tazza di caffè e grappa, dove la grappa prevaleva e di molto sul caffè. Dopo un’ora che si pescava, chiamandolo e non ricevendo risposta, lo trovai sdraiato su di un sasso, con i pantaloni arrotolati sopra il ginocchio e i piedi nudi nell’acqua corrente del fiume.

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L’acqua era gelata ma lui, sbadigliando sonoramente dopo le mie scrollate, mi disse che “aveva caldo ai piedi e un po’ di sonno“, e così ne aveva approfittato. Roba da matti, penserete ma vi assicuro che per Igino era la normalità. Aveva un fisico bestiale. Quando la domenica, indossata la maglia azzurra del Baveno, giocava a pallone, correva sulla fascia come una locomotiva per l’intera durata della partita, mostrando una riserva inesauribile di fiato. E a caccia di camosci era capace di stare delle ore immobile, nella neve, per mimetizzarsi. Fedele, invece, era più indolente e si muoveva sempre e solo sulla sua “Teresina”, una Vespa 125 del 1953, che teneva lustra e curata nemmeno fosse la sua morosa. Fiorenzo e Riccardo ricordavano il giorno in cui l’autista dell’azienda, con la sua “Bianchina“, stava tornando da una commissione. Lo videro in fondo al viale alberato, con la freccia pulsante a sinistra. Alle sue spalle c’era Fedele, sulla sua Vespa. L’auto procedeva a passo d’uomo ma non svoltò a sinistra al primo incrocio. Fedele gli stava dietro, tradendo una certa impazienza. La “Bianchina“, nonostante la freccia sempre inserita, non svoltò nemmeno in procinto delle altre due strade che gli avrebbero consentito la deviazione annunciata dall’indicatore luminoso . Ormai persuaso che la freccia era rimasta inserita per una dimenticanza dell’autista, Fedele accelerò per il sorpasso. Fu in quel momento che, giunta in prossimità del cancello della fabbrica, l’auto svoltò repentinamente e Fedele, con una sterzata disperata, evitò di un soffio la collisione , infilandosi nel bel mezzo di una siepe di rovi. “ Non ti dico in che stato era quando riuscì a liberarsi dalla morsa dei rami spinosi”, confessò Riccardo.

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Era uno strazio, con i vestiti strappati e il corpo coperto di graffi. Anche la sua  “125” era un graffio unico e soltanto la velocità, inaspettata quanto provvidenziale, del vecchio autista nel mettersi al riparo dalla sua furia – barricandosi nel gabinetto alla turca – impedì al motociclista di strozzarlo”. Quegli anni, certamente duri e non facili, venivano raccontati sia dall’anziano Fiorenzo che dal più giovane Riccardo come una specie di “formazione alla vita”.  “ Mi hanno aiutato a farmi la “scorza”, a capire come girano le cose e ad avere grande rispetto per il lavoro e per quelli che – quando hanno un impegno – non si tirano indietro, senza dimenticare che non costa nulla dare una mano a chi è in difficoltà e fatica a tenere il passo“, diceva Riccardo. Confidava di essere in debito con i suoi compagni di allora per tutte le cose che aveva appreso, “anche per quelle meno belle che- comunque – servono a volte più di quelle piacevoli”. Li aveva conosciuto Marcello, che voleva andare dal ginecologo perché “ghò mal ad un ginocc’.. ” e  De Maria, che conosceva a memoria la Divina Commedia; aveva lavorato gomito a gomito con Carmelo, una “testa fina” in grado di leggere i disegni tecnici più sofisticati che nemmeno un ingegnere avrebbe potuto “bagnargli il naso” e Morlacchini che, un giorno, si costruì una padella per le caldarroste talmente pesante che bisognava essere in due per far “ballare” le castagne sul fuoco. Tutti erano un po’ speciali e molto, molto umani. Forse – ne sono convinto anch’io che pure ho percorso una strada diversa – si dovrebbe andar tutti, anche per poco, a lavorare in fabbrica, in cava o in ambienti simili. Si capirebbero tante cose e si direbbero tante stupidaggini in meno.

 

Marco Travaglini