CULTURA E SPETTACOLI

Studenti torinesi: Giovanni Giolitti giobertino

/

Torino e la Scuola

“Educare”, la lezione che ci siamo dimenticati
Brevissima storia della scuola dal Medioevo ad oggi
Le riforme e la scuola: strade parallele
Il metodo Montessori: la rivoluzione raccontata dalla Rai
Studenti torinesi: Piero Angela all’Alfieri
Studenti torinesi: Primo Levi al D’Azeglio
Studenti torinesi: Giovanni Giolitti giobertino
Studenti torinesi: Cesare Pavese al Cavour
UniTo: quando interrogavano Calvino
Anche gli artisti studiano: l’equipollenza Albertina

 

7  Studenti torinesi: Giovanni Giolitti giobertino

C’era una volta una ragazzina che aveva capito che cosa le sarebbe piaciuto fare da grande. Un giorno la piccola tornò da scuola e disse ai genitori: “io voglio andare al liceo artistico!”, ma i due adulti presero la sua affermazione come una barzelletta, si misero a ridere e replicarono: “tanto tu andrai al classico”. Una storia breve, triste e autobiografica.
Difficile, se non impossibile, per me è scrivere questo articolo mantenendomi “narratore esterno”, senza raccontare della mia personale esperienza “giobertina” e senza ricordare gli aneddoti di quegli anni che, come mi è già capitato di dire, si vuole che passino in fretta mentre li si vive e li si rimpiange quando poi sono trascorsi.

Del “mio” Gioberti (ho conseguito la maturità classica nel 2009) ricordo le aule prive di LIM, odorose di gessetto da lavagna, rammento le pareti smunte, sulle tinte dell’ocra, i banchi rettangolari dotati di sottobanco, ossia quegli spazi perennemente ricolmi di fogli piegati, di carta delle merendine, di bigliettini dimenticati che mamma mia se fossero caduti all’improvviso! E poi l’armadio di classe, strabordante dei libri che non sempre riportavamo a casa e i grandi finestroni che si affacciavano sul cortile quadrato, che dall’alto mi ricordava quello di una prigione e ancora i lunghi corridoi e i caffè presi sul suono della campanella. “E”, “e”, “e” tante congiunzioni per un’infinità di momenti che non so se posso descrivere così apertamente.
Ma continuiamo con la storia della ragazzina inascoltata. La sventurata non rispose alla replica di mamma e papà, perché a tredici anni non è facile né essere presi sul serio, né rendersi conto di quanto sia importante la scelta della scuola superiore. L’ignara ragazzina obiettò che almeno voleva scegliere in quale liceo classico si sarebbe iscritta e, dopo qualche litigata, riuscì ad avere la meglio almeno su questo punto. Dopo un’attenta analisi di mercato l’inconsapevole tredicenne si convinse che il Gioberti sarebbe stata la sua opzione definitiva: scuola “politicizzata”, di fronte all’Università e le leggende che lo definivano “il più leggero tra i classici”, in cui si facevano autogestioni e manifestazioni a non finire. Così alla domanda: “Allora hai scelto il Gioberti?”, “la sventurata rispose”, e disse “si”.

Il liceo Gioberti è una delle più antiche istituzioni scolastiche presenti a Torino, la storia della scuola si intreccia non solo con quella del capoluogo piemontese ma anche con le trasformazioni politiche, sociali e legislative del Regno d’Italia. L’istituto nasce grazie alla politica sull’istruzione pubblica che prevede l’apertura di Ginnasi e Licei “governativi” o “regi”.
Per essere più precisi è utile ricordare la Legge Casati, che, nel 1859, codifica l’educazione umanistica in due successivi e distinti corsi di studi: il Ginnasio, corso inferiore della durata di cinque anni, detto di “Grammatica”, ed il Liceo, ossia un corso superiore triennale detto di “Filosofia”. Il 4 marzo 1865, sotto il Ministero Lamarmora, viene pubblicato il Regio Decreto n°229, con tale documento vengono istituiti i primi sessantotto licei classici del Regno d’Italia e ad ognuno di essi è assegnato il nome di un grande personaggio italiano. Tra questi sessantotto istituti compaiono il Liceo Cavour e il Liceo Gioberti, la cui denominazione celebra due eminenti protagonisti della nostra storia.

Le cose non accadono mai per caso: lo “spaventoso” Liceo Cavour nasce (almeno come titolazione) in contemporanea al Liceo Gioberti, un po’ come i “Sith” di Guerre Stellari che sono sempre in due.  La nascita dei Licei di Stato risponde al desiderio di favorire una convergenza di intellettuali intorno al nuovo Regno italiano; a sostegno di tale intento è anche istituita una “Festa Letteraria” da tenersi annualmente ogni 17 di marzo in tutti i Licei del Regno, con il nome di “Solennità Commemorativa degli illustri Scrittori e Pensatori Italiani.”
Una festa antica, forse col tempo caduta in disuso, almeno, da che ne so io, il 17 marzo noi “giobertini” non abbiamo mai festeggiato nulla, anzi, non ricordo che le feste fossero ammesse a scuola: comportano inutile dispersione d’energia e sottraggono tempo utile ai compiti in classe!

È opportuno precisare che le due istituzioni scolastiche prese in esame in realtà esistono già anche prima del 1865, ma sono conosciute con un altro nome. Il Liceo Gioberti è in origine il Regio Collegio di San Francesco da Paola, con sede nel complesso conventuale dei Frati Minimi, edificato a partire dal 1627 in Contrada Po, grazie alle ingenti donazioni di Maria Cristina di Borbone-Francia, (moglie di Vittorio Amedeo I di Savoia), e diretto a partire dal 1821 dai Gesuiti. Il Cavour, invece, in origine conosciuto come Collegio dei Nobili, è un’istituzione risalente al XVI secolo un tempo situato presso il convento del Carmine. Tra i licei, secondo quanto riportato nei documenti storici, il Gioberti è sempre stato l’istituto più frequentato. Chissà se tale moltitudine di scolari ha commesso un “errore di valutazione” simile a quello iniziale della ragazzina? E chissà quanti ignari studenti ancora si lasceranno ingannare dalle malelingue, iscrivendosi ad una scuola che per anni -proprio quelli in cui l’ho frequentata io- è stata considerata pari al Liceo Cavour, emblema assoluto della severità e del rigore?
Vorrei altresì ricordare, prima di proseguire con la storia della nostra fanciulla, che nel 1969, proprio il Liceo Gioberti, è stato sede della prima “Commissione Fabbriche” mai costituita in una scuola superiore italiana, anche citata nel film “Vento dell’est” di Jean-Luc Godard.

Torniamo a noi. La ragazza ben presto si rese conto che quella scuola non le calzava proprio a pennello, ma era anche evidente che non le sarebbe stato permesso cambiare corso di studi, quindi era meglio rimboccarsi le maniche e tapparsi il naso. “Tyche” venne in soccorso della studentessa e la inserì nel miglior gruppo classe che avrebbe mai avuto anche in futuro. I compagni erano proprio quelli “giusti” per affrontare quell’avventura. Con il tempo l’amicizia e la complicità limarono gli sforzi dello studio e le risate sommesse – mai durante l’ora di greco- resero la prova sopportabile. Ma voi che siete lettori curiosi vorrete sapere qualche dettaglio in più. Da narratore onnisciente posso dirvi che c’era un’insegnate temutissima, che si mostrò per la primissima volta a noi studenti durante un intervallo, asserendo che già tutti dovevano sapere chi fosse e che il giorno dopo si sarebbero corretti i compiti delle vacanze. Va da sé che in quelle ore di lezione a stento si respirava. Vi era poi un’altra docente, tanto preparata ma non sempre precisa, che alla lavagna era solita scrivere “parola importante” anziché il termine o il nome che sarebbe stato meglio ricordare. Vi posso dire che alla spocchia del primo anno corrisposero altre interrogazioni svoltesi in clima più disteso, addirittura mangiando caramelle e “chupa-chups” oppure versioni così commentate: “bella storia ma non è quella che c’è scritta qui”.

Vi posso raccontare di un “maiale volante” appeso al soffitto, comprato grazie ad una colletta di classe proprio come “mascotte” porta fortuna. E quanto ci sarebbe ancora da dire. Quanti pianti fece la mattina la ragazzina mentre andava a scuola, quante notti passò a studiare per poi prendere talvolta solo delle misere sufficienze, quante sconfitte ma anche quante vittorie. E quante rinunce: inconciliabile con l’intensità dello studio la scuola di danza, che ha dovuto lasciare proprio quando stava imparando a ballare sulle punte. Le scarpette rosa rimasero un ricordo riposto in solaio.

Ma noi abbiamo anche un altro discorso da portare avanti, quello degli storici studenti torinesi: tra i tanti coraggiosi che affrontarono i temibili professori del Gioberti (allora Ginnasio San Francesco da Paola di Torino) ci fu niente meno che Giovanni Giolitti (1842-1928), il grande politico italiano, più volte Presidente del Consiglio dei Ministri.
Nel 1901, Vittorio Emanuele III affida l’incarico di formare il governo a Giuseppe Zanardelli, uno dei principali esponenti della Sinistra; nel 1903 Zanardelli, dopo aver concesso un’amnistia ai condannati politici e aver ristabilito una libertà di associazione, seppur limitata, si ritira dall’incarico a causa di una malattia. Nello stesso anno viene chiamato a capo del governo Giovanni Giolitti, ministro dell’interno; egli tiene la carica per quasi dieci anni, periodo comunemente definito “età giolittiana”. Giolitti, liberale ed esponente della Sinistra Costituzionale, si preoccupa di unire gli interessi dei proletari con quelli dei borghesi e degli operai, a tal proposito si dimostra abilissimo nel riuscire a trovare un neutrale equilibrio tra le varie forze in gioco, infatti da una parte favorisce l’industria e dall’altra promuove la legislazione sociale. Giolitti sostiene che lo Stato deve essere “super partes” rispetto agli interessi delle varie fazioni. Non a caso si può definire la parentesi giolittiana democratica e liberale.  L’intelligente perizia politica, nonché la dirittura morale, dello statista è testimoniata anche dall’ampio spazio che egli concede alla libertà di sciopero e dal modo in cui riesce a mantenere l’ordine pubblico durante le varie manifestazioni, in modo perentorio e vigilato, ma sempre evitando repressioni violente.

Nel corso del decennio dell’”età giolittiana”, egli perfeziona la legislazione in favore dei lavoratori più anziani e degli invalidi, emana nuove norme sul lavoro per le donne e per i lavoratori giovanissimi, inoltre estende l’obbligo dell’istruzione elementare fino al dodicesimo anno d’età. Giolitti favorisce poi l’attuazione di migliori retribuzioni stipendiarie, accrescendo così le possibilità di acquisto delle classi lavoratrici. Da ricordare anche gli interventi nel campo sanitario, come la distribuzione gratuita del chinino contro la malaria, e l’intenso programma di lavori pubblici, che comporta la nazionalizzazione della rete ferroviaria. Uno dei provvedimenti più importanti del governo Giolitti è l’estensione del diritto di voto: secondo la nuova legge del 1912 vengono ammessi al voto tutti i cittadini di sesso maschile purché abbiano compiuto 21 anni, se in grado di leggere e scrivere e con servizio militare svolto, o 30 anni, se analfabeti e non chiamati sotto le armi. Il numero degli elettori sale così da tre milioni e mezzo a otto milioni e mezzo su un totale di 36 milioni di persone.

Mi sento di poter dire che forse un po’ dell’integrità d’animo di Giolitti derivò sicuramente dai suoi studi liceali, anche se non fu proprio uno scolaro modello, come racconta egli stesso.
Ho voluto un po’ ironizzare in questo articolo che più di altri sento “mio”, ma ora siamo seri: la formazione che ho ricevuto è senza dubbio impareggiabile, quegli anni di duro lavoro, di sforzi e di rinunce e di crescita intellettuale mi hanno aiutato ad affrontare le prove successive e mi hanno effettivamente dato quella “formazione classica che apre tutte le porte”.
Com’è finita la storia della ragazzina? Beh ora la fanciulla (è ormai chiaro che sto parlando di me) è cresciuta, ha realizzato il suo sogno di frequentare l’Accademia di Belle Arti e ricorda un po’ in filigrana i bei momenti passati, quelli che l’hanno aiutata a superare le difficoltà che all’epoca sembravano così insormontabili. La ragazza ancora pensa a quel laboratorio liceale pomeridiano che l’ha portata a fare teatro di strada a Mentone e che in un qualche modo l’ha supportata nella scelta del percorso universitario. Pensa alla cara insegnante di educazione fisica che dirigeva il corso, che spesso sul palco la prendeva in braccio e la faceva volare come “Il Gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach. Il “mio” Gioberti è sempre lì, in centro, con le pareti tappezzate di manifesti politici rattrappiti dall’umidità, e ora ammetto che l’unico modo che ho trovato per superare i miei traumi adolescenziali è stato quello di intraprendere, a mia volta, la bella carriera di insegnante.

Alessia Cagnotto

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Matteotti assassinato – Pompeo dà fastidio? – Lettere

Matteotti assassinato
Il 10 giugno cadrà l’anniversario del rapimento di Giacomo Matteotti e le iniziative in ricordo del suo assassinio  del 1924 sono numerose. Io stesso sono coinvolto nel lavoro di storicizzazione di un evento drammatico della vita italiana come fu l’omicidio destinato a segnare la storia successiva. Stupisce che il comitato nazionale per le onoranze a Matteotti (affidato ad un anziano storico, allievo del marxista ortodosso Ernesto Ragionieri e a una segretaria con esperienze precedenti che nulla hanno a che vedere con Matteotti perché l’ultimo Francesco Forte,  con cui fu in amichevoli rapporti, era  un sostenitore della destra berlusconiana  e  perfino del monarchico Sogno) usi il termine morte e non omicidio o assassinio o delitto, gli unici termini storicamente corretti. Matteotti non morì nel suo letto, almeno questo credo che gli vada riconosciuto. Morì tra atroci sofferenze inferte dai suoi sicari all’interno dell’auto in cui fu costretto dopo il rapimento. Matteotti è un grande personaggio della storia d’Italia, per tanti decenni  disconosciuto dalla sinistra e dalla destra e non apprezzato dal mondo cattolico, un grande italiano che va  finalmente fatto conoscere agli Italiani.  Questo lavoro dovranno in larga parte  farlo altri, anche se il Comitato per il centenario della “morte” ha avuto un cospicuo  finanziamento di cui dovrà rendere conto e siamo curiosi di apprendere come vorranno utilizzare i fondi pubblici loro affidati.

.

Pompeo dà fastidio?
Il sindaco di Moncalieri Montagna ha avuto vicende non proprio esemplari, anche se viene considerato da molti  un ottimo sindaco. Finirà il suo mandato decennale nel 2026 e solo in questi giorni, dopo anni,  ha scelto il suo vice sindaco. Di norma tutti i sindaci nominano subito   un vicesindaco, ma Montagna non ha mai fatto la scelta, anche se c’è chi pensa che questa recente ed improvvisa nomina sia una sorta di investitura del possibile successore quando Montagna non potrà più candidarsi. Ci sono dei sindaci che cercano di far eleggere dopo il decennio un loro pupillo, magari  ottenendo per sè un incarico da assessore e perfino da vicesindaco.  Molti hanno  anche interpretato la scelta tardiva del vice come un modo per intralciare la discesa in campo  dell’assessore Laura Pompeo, da quasi dieci anni attivissima  assessora alla cultura e unico volto noto e di prestigio tra gli attuali amministratori di Moncalieri. La carica da vicesindaco sarebbe toccata da subito a Pompeo, la più votata con oltre mille preferenze, ma Montagna non volle un vice, neppure una vice donna, come oggi è quasi d’obbligo per la parità. Pompeo dovrebbe prossimamente  candidarsi in Regione  come consigliere sicuramente eletto e potrebbe essere la nuova assessora regionale alla cultura, anche se i margini di vittoria del Pd – 5 stelle sono  ridotti. Con Valle presidente, sarebbe una bella  opportunità per la Regione avere un’assessora con una esperienza decennale. Dopo Leo e Oliva sarebbe la prima con competenze anche universitarie   di prim’ordine e grande  lavoro sul campo.
.
quaglieni penna scritturaLETTERE  scrivere a quaglieni@gmail.com
.
Equidistanza
Ho partecipato ad un dibattito su Israele e Palestina ed ho notato la prudente equidistanza di molti, direi di troppi. C’è gente che equipara il genocidio di 6 milioni di ebrei con un falso, immaginario genocidio di palestinesi. C’è gente che non condanna il terrorismo di Hamas e la bestialità dell’attacco del 7 ottobre. Io voglio ribadire che, non ebreo, sono da sempre dalla parte di Israele e non voterò più Pd per l’equidistanza  pavida di quel partito. Anche molti ebrei italiani sono contro Israele, una scelta abominevole.       Maria Pia Enrico  
.
Qui si è giunti oggi  ad un antisemitismo che assomiglia a quello nazifascista di ieri. E’ triste doverlo riconoscere. Anch’io come Lei sono stato e sono dalla parte di Israele almeno dal  1967, quando incominciai a ragionare politicamente. Già prima ascoltavo mio padre, che di problemi internazionali era un grande esperto, che diceva di essere stato sempre filo israeliano e che  disprezzava la politica  filo araba  di Moro e Andreotti. Anche Craxi non gli piaceva per la sua posizione filo araba, lontana da quella di molti  grandi socialisti  non succubi del PCI. Detestava anche Scalfari filo arabo. Sono rimasto orgogliosamente suo figlio. E gli ebrei filo palestinesi li considero degeneri. Israele, unica democrazia in Medio Oriente, è uno stato laico che lotta per la sopravvivenza ogni giorno e i suoi cittadini rischiano quotidianamente di morire per causa  del terrorismo palestinese che da mai tregua. Ogni giorno dell’anno. Detto questo, credo che i diversi governi (l’Onu di fatto è scomparsa  come la Società delle Nazioni prima della II guerra mondiale: un parallelo allarmante!) debbano contribuire a favorire una via di pace sicura per il Medio Oriente, possibile polveriera di Guerra. Ma la via percorribile non è certo quella dei due Stati  che creerebbe gravissimi problemi di tensione internazionale senza risolvere quello della convivenza dei due popoli. Lo stesso fallimento dell’Autorità palestinese lo indica. Solo i ragazzi che non sanno nulla di storia  o i vecchi faziosi di sempre che bruciano le bandiere di Israele per le strade  possono pensare certe corbellerie politiche e condividere certe farneticazioni che neppure i più superficiali utopisti oggi oserebbero affermare dopo il massacro del 7 ottobre che costituisce un ante e un post non dimenticabile.

“The Producers”, Broadway al Teatro Juvarra

Torna  l’appuntamento con i grandi musical. Spettacolo diretto da Claudio Insegno.

 

Sabato 2 marzo prossimo, alle 15:30, in doppia replica alle 21:00, al teatro Juvarra di Torino torna “The Producers”, che nell’edizione italiana del 2005 vide Enzo Iacchetti nelle vesti del protagonista Bialystock. Questa volta a portarlo sul palco sarà la Gipsy Musical Academy, la grande Accademia torinese con la sua compagnia di giovani talenti, la produzione Muvix Europa, le coreografie di Cristina Fraternale Garavalli e le musiche di Marta Lauria.

La messa in scena è del noto regista Claudio Insegno, che ha lavorato con la Gipsy in musical quali Frankenstein Junior e Sweet Charity.

Si tratta di uno spettacolo più che mai attuale, dove la genialità di una mente, quale quella di Mel Brooks, è riuscita a rendere eternamente ironico anche il lato più oscuro dell’uomo. Uno spettacolo da vedere e rivedere, che i talenti della Gipsy riescono a mettere in scena senza sbavature.

“’Per favore non toccate le vecchiette’ è stato il primo film che mi ha fatto innamorare della follia di Mel Brooks – racconta Claudio Insegno, regista del musical – mai avrei immaginato di dover affrontare ‘The Producers’, l’adattamento musicale di quel film meraviglioso. In questo musical c’è tutto: ironia, spirito satirico, che ha come oggetto qualsiasi tipo di personaggio, dal nazista, alla segretaria sexy fino ai truffatori. Canzoni e balletti fanno divertire il pubblico trascinandolo in un vortice di battute esilaranti. Mel Brooks – conclude Claudio Insegno – ci ha regalato un grande gioiello che la Gipsy Musical Academy farà brillare”.

Anche quest’anno la Gipsy Musical Academy andrà in scena con un grande kolossal di Broadway. Dopo lo straordinario successo dell’anno scorso, che vide Frankenstein Junior al teatro Concordia, l’Accademia torinese replica al teatro Juvarra con un altro fenomenale, esilarante lavoro di Mel Brooks.

La Gipsy Musical Academy da vent’anni è una delle più prestigiose accademie dello spettacolo in Italia, e nel 2019 ha raggiunto la finale di Italia’s Got Talent con “The Greatest Showman”. Tutto ciò è in linea con la sua poetica che la vede collaborare con grandi realtà internazionali come West End e Broadway.

 

Prevendita online su mailticket.it

Info: www.teatrojuvarra.it

 

Mara Martellotta

La grande bellezza: “Moroni (1521 – 1589). Il ritratto del tempo”

Due opere soltanto sarebbero sufficienti a definire la grande bellezza, i sentimenti di chi guarda, gli incanti, le presenze e le tante storie, i ritratti soprattutto con la loro perfezione, della mostra “Moroni (1521 – 1589). Il ritratto del tempo” ospitata sino al primo aprile (val bene un viaggio, per gli appassionati) nelle sale delle Gallerie d’Italia milanesi, di fronte alla Scala, un centinaio di dipinti esposti, accompagnati da armature, libri, medaglie, disegni, con i prestiti tra l’altro del Louvre e del Prado e della National Gallery londinese e con la cura di Arturo Galansino e Simone Facchinetti, i quali dopo i successi delle precedenti mostre sul ritrattista bergamasco cinquecentesco, l’uno nel 2014 a Londra e l’altro cinque anni dopo alla Frick Collection di New York, sono divenuti i campioni d’eccellenza in territorio moroniano. Senza tema di smentita, una delle più belle mostre viste in questi ultimi anni, importante e ampia, ricca di quei volti che ti catturano per l’energia ed il realismo, assolutamente lontani dall’idealizzazione, che sprigionano, per l’intensità, per l’immediatezza che scava nei caratteri e nei comportamenti, per l’esattezza di particolare che coltiva in sé come qualcosa di modernamente fotografico, e di quegli abiti che ti rimandano con intelligente e persuasiva dolcezza ad un’epoca, di quella ampia sala al cui interno gli abiti neri (il nero come colore della elegante nobiltà) delle tele sono una sequenza difficilmente dimenticabile, suggestiva altresì per quei precisi disegni che ti rimandano, e che puoi decifrare, alle opere definitive poste non lontano, per le grandi pale d’altare che ne sono una parte non indifferente, anche se non è quella la vetta dell’arte di Moroni, e per i rapporti che sono corsi tra l’artista e altri famosi suoi compagni di percorso e d’epoca.

Due opere soltanto, “Il sarto” e il “Cavaliere in rosa”, entrambi oli su tela, campioni di ricchezze tattili, di campi dove l’occhio s’avvicina per gustare meglio, avvalorati entrambi in mostra, posti come sono nella fuga di corridoi e di aperture che fanno da cornice. Il ritratto, il primo, di un “venditore di pannine”, un tessuto di lana venduto a pezzi, alle prese con il proprio lavoro, un’anonima parete alle spalle e un taglio obliquo di luce di sapore caravaggesco, di quel Caravaggio che certo Moroni pittoricamente precede, un ragazzo che potremmo pensare poco più che trentenne, signorilmente abbigliato, un paio di calzoni rossi a sbuffo secondo la moda spagnola del XVI secolo, un giubbotto o farsetto chiaro riccamente lavorato che lascia intravedere un colletto pieghettato e due simili polsini che fuoriescono dalle maniche. Un piccolo anello al mignolo della mano destra, forse un vezzo forse il segno di un qualche agio. Forse ha appena staccato dalla cinghia di cuoio le grosse forbici che sono il punto di partenza del proprio lavoro, ha già segnato con il gesso bianco il pezzo di panno che poi taglierà: ma è stato disturbato e si è fermato, distolto da una parola di chi gli sta di fronte, forse dell’artista stesso che lo sta ritraendo. La cifra di un artista felicemente riscoperto, un esempio di verità inimmaginabile, di sorpresa ad ogni istante, di preziosa introspezione psicologica, caro e inseguito dalla committenza, capace di far nascere in noi una sensibilità fuori di quanto avremmo immaginato.

L’altro, proveniente da palazzo Moroni a Bergamo, ritrae il ventiquattrenne Gian Gerolamo Grumelli, giurista e ricco di incarichi politici e onorificenze, forse in occasione delle nozze con Isotta Brembati, poetessa, amante del canto e della musica, perfetta conoscitrice del francese, dello spagnolo e del latino, ritratta in due diversi momenti da Moroni (entrambi i ritratti sono presenti in mostra), nella prima metà degli anni Cinquanta, l’uno a figura intera e l’altro a mezza figura, dove abbondano abiti eleganti e gioielli e acconciature ricercate. Il “cavaliere”, curatissimo nell’aspetto, sguardo attento e indagatore, espresso in un elegante abito color corallo nella giubba, un colore indicato come “rosa seca”, nei calzoni alla foggia castigliana e nelle calze fermate da giarrettiere, nelle calzature, attraversata ogni parte dell’abito da ricchi filamenti d’argento visti come sontuosi ricami, impugna in eroica posa cappello piumato e spada. L’ambientazione ha le sembianze del muro di cinta di un giardino, che lascia intravedere, tra piccoli reperti d’archeologia e foglie d’edera che indicano fedeltà, un ristretto orizzonte, uno dei pochi concepito da Moroni, abituato assai più a chiudere i propri personaggi in ristretti quanto chiusi ambienti.

Ma, chiaramente, non soltanto questi. Perché attraggono “Il maestro di scuola” proveniente dalla Washington National Gallery, figura sghemba sulla sua poltrona, con quelle mani e quel libro dove tiene il segno che prepotenti escono dalla zona scura dell’abito, il “Ritratto di Alessandro Colonna” (dal Kunsthistorisches Museum viennese), opera di un Moroni trentenne – in piena epoca di Concilio – a tramandare lo scultore trentino, mentre in abiti da lavoro, le maniche rimboccate, gli avambracci e i muscoli in bella vista, regge una piccola statuetta antica nella testimonianza della propria attività e delle radici a cui guarda con amore; il “Ritratto di gentiluomo ventinovenne” e quello di Antonio Novagero (datato 1565), insigne uomo di Bergamo (“cum Bergomi praeturam sustineret MDLXV”, si legge alla base della tela, su di un piedistallo su cui il soggetto poggia la mano), al centro di lotte cittadine, elegante nell’abito rosso lasciato intravedere sotto il vistoso soprabito bordato di pelliccia, da cui appare un antico cache-sexe estremamente pronunciato, irriverente; quello di Giulio Gilardi (1548 circa), proveniente da San Francisco, l’ampio abito scuro fatto di ombre e di piccole schegge di luci, la mano sinistra poggiata su di un libro, i grandi volumi alle sue spalle, l’interno dell’ambiente, tutti a rammentarci della strada dell’originalità che Moroni aveva prepotentemente intrapreso, e quello di Michel de l’Hôspital, dall’Ambrosiana milanese, anche lui impellicciato e non soltanto per questo buon compagno del Novagero. E poi ancora appartenenti della media e alta borghesia e della nobiltà, dame della buona società, badesse, affettuosi padri con i loro bambini, prelati e insegnanti e studiosi, sconosciuti e ben riconoscibili, in tutti s’intrecciano vicende private e storie pubbliche, gli accadimenti lombardi e non soltanto di un secolo fatto di cultura e di armi e di personaggi che Moroni ha tramandato in una galleria di visi e di luci e di atteggiamenti e di rimandi, un lungo percorso dove non mancano le presenze di Tiziano e di Tintoretto (una solenne “Ultima Cena”), dove trova giusto spazio il suo maestro Moretto (“Sposalizio di Santa Caterina d’Alessandria”), la cui bottega l’artista del “Sarto” frequentò almeno sino al 1543, più o meno ventenne, e nel ricordo i bresciani Savoldo e i Romanino come Lorenzo Lotto, ampliando anche noi a quell’”occhio lombardo” di cui parlava Mina Gregori.

Questo e molto altro appartiene alla mostra milanese, un affascinante successo, uno sguardo su un artista – ripeto, magnificamente riscoperto – che colpisce per la sua elegante completezza, un percorso che attraversa anni di attività e un lungo periodo storico, per l’immagine e per le tante immagini che lo spettatore riporta con sé, per le aree suggestive, culturalmente piene, dentro le quali il lungo tragitto è suddiviso. Concludendo con “Il sarto”, là dove avevo iniziato, con le parole che, in dialetto, scrisse un’ottantina d’anni dopo, di puro apprezzamento, Marco Boschini, veneziano, anche pittore e incisore, cartografo e restauratore e buon tramite circa l’acquisto di tele per principi e danarosi collezionisti: “Ghè dei ritrat, ma in particolar / quel d’un sarto sì belo, e sì ben fato / che ‘l parla più de qual si sa Avocato, / l’ha in man la forfe, e vu ‘l vede’ a tagiar.” Una visita alle Gallerie e ve ne potrete rendere sicuramente conto.

Elio Rabbione

Nelle immagini: Giovanni Battista Moroni, “Ritratto di sarto” (Il tagliapanni), 1572-75 circa, The National Gallery, Londra; “Ritratto di Gian Gerolamo Grumelli” (Cavaliere in rosa), 1560, Palazzo Moroni, coll. privata Lucretia Moroni, Bergamo; “Ritratto di Alessandro Colonna”, 1551-52 circa, Kunsthistorisches Museum, Vienna; “Ritratto di ventinovenne”, 1567, Accademia Carrara, Bergamo; una delle sale della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano.

Cantiere aperto nel Parco storico del “Castello di Miradolo”

Visite guidate, in esclusiva, prima dell’ormai prossima riapertura

Domenica 25 febbraio, ore 10,30

San Secondo di Pinerolo (Torino)

Edificio storico (le origini risalgono al XV secolo), appartenuto all’antica casata nobiliare dei Conti Cacherano di Bricherasio – che, per alcuni suoi membri vantò addirittura il titolo di viceré dei Savoia – il “Catello di Miradolo”, con sede a San Secondo di Pinerolo, dal 2008 è sede della “Fondazione Cosso” (Centro di “ricerca culturale, naturalistica e didattica” presieduto da Maria Luisa Cosso) che, in esclusiva, prima della riapertura fissata per il 23 marzo, domenica 25 febbraio, alle 10,30, aprirà le porte per una visita guidata al grande “Parco storico” della dimora (sei ettari, 1740 alberi di diverse dimensioni per un totale di circa 70 varietà botaniche), al fine di mostrare in anteprima lo sviluppo dei lavori di risistemazione ancora in corso.

Il gruppo, limitato a un numero ristretto di persone, sarà accompagnato da Paola Eynard, vicepresidente della “Fondazione”, che sottolinea: “La visita al cantiere è un’occasione per conoscere dall’interno l’imponente progetto di restauro che sta coinvolgendo gli spazi del Parco storico, della serra neogotica e dell’antica casa del custode, nell’ambito del progetto ‘Storia di una rinascita’ con cui la ‘Fondazione Cosso’ ha ottenuto i fondi del PNRR del bando del Ministero della Cultura dedicato ai parchi e ai giardini storici, finanziato dall’Unione Europea attraverso i fondi ‘NextGenerationEU’”.

I visitatori che parteciperanno all’iniziativa potranno constatare de visu (pur se ancora in atto) il grande lavoro compiuto in questi mesi dalla folta e competente squadra di agronomi, dottori forestali e vivaisti intenti a lavorare, con l’aiuto dell’architetto paesaggista Paolo Pejrone (narratore in molteplici libri di “giardini e orti felici”), alla ridefinizione della “corte aulica” del Castello e della “zona antistante la serra” , con il rinfoltimento della collezione botanica, il ripristino delle antiche “vaserie” e la selezione di arbusti idonei ad attrarre gli insetti “pronubi”, preziosi per la loro attività di impollinatori.

“La sistemazione – sottolinea Paola Eynard – di pavimenti drenanti, cordoli dei vialetti e rondò migliorerà l’esperienza di visita e aiuterà il pubblico a orientarsi meglio all’interno del parco, anche con l’ausilio di un sistema di segnaletica inclusiva, di sicurezza e informatica”.

Il restauro dei serramenti darà, inoltre, nuovo lustro alla “citroniera” neogotica, dove la luce sarà protagonista grazie al progetto di illuminazione studiato dall’architetto Elettra Bordonaro , “co-founder” e “creative director” dello studio “Light Follow Behaviour” – “La luce segue il comportamento”) con sede a Torino. Parallelamente il cantiere procederà negli ambienti dell’“ex – portineria” dove sorgeranno “spazi di studio e lettura” per gli studenti.

In cantiere, per concludere, anche il “riallestimento del parcheggio” con postazioni di ricarica per auto e bici elettriche, un punto accoglienza e un’area dedicata al cicloturismo.

Per info e prenotazioni: Castello di Miradolo, via Cardonata 2, San Secondo di Pinerolo (Torino); tel. 0121/502761 o www.fondazionecosso.com

g.m.

Nelle foto:

–       Il Castello di Miradolo

–       Paola Eynard e Maria Luisa Cosso

A teatro l’importanza di chiedere scusa

Allo Spazio Kairos domenica 25 febbraio alle 16,30

TEATRO PER FAMIGLIE

Lo spettacolo ha vinto “Nuove generazioni” in Trentino Alto Adige


Torna il teatro per le famiglie allo Spazio Kairos di via Mottalciata 7. Onda Larsen organizza domenica 25 febbraio alle 16 la merenda (che viene offerta), seguita alle 16,30 dallo spettacolo di “Scusa” del Collettivo Clochart di Trento,  un testo scritto e diretto da Michele Comite con Viviana Pacchin e Stefania Favero.
“Scusa” è lo spettacolo vincitore della “Piattaforma per la circuitazione dello spettacolo professionale in Trentino Alto Adige – Nuove Generazioni”, bando promosso dallo Stabile di Bolzano, Centro Santa Chiara e Coordinamento Teatrale Trentino.

Lo spettacolo

E’ uno spettacolo che parla dell’importanza di chiedere scusa quando si sbaglia o nel chiedere una cortesia quando si interrompe qualcosa o qualcuno. Saper chiedere scusa influisce sulle nostre relazioni. Basta una frase di scuse, poche semplici parole, ed un possibile litigio finisce in un abbraccio o una stretta di mano e tutto si risolve per il meglio.

Chiedere scusa non è segno di debolezza, ma di grande intelligenza. È segno di maturità, di prendersi le proprie responsabilità ed essere capaci di capire di aver sbagliato.

Per i bambini il litigio è un fatto assolutamente naturale, quasi un’attività ludica endemica alle dinamiche relazionali. I litigi tra bambini sono delle occasioni di crescita cognitiva, emotiva e sociale. Le due protagoniste vivranno in una carambola divertenti dispute che provengono dal mondo infantile che spesso però ritroviamo anche negli adulti ed ecco perché è uno spettacolo da condividere

con le famiglie.

“Scusa”, una parola contro migliaia di azioni. Ci sono molti modi di chiedere scusa, in certi casi vanno usati tutti in altri ne basta uno. Così chiedere scusa può essere un gesto che rafforza l’amicizia, chiarisce i dubbi, è un rimedio contro l’odio che aiuta a riflettere senza essere mai un segno di debolezza. Chiedere scusa è educazione saperlo fare è arte.

SCUSA

Collettivo Clochart (TN)

Scritto e diretto da Michele Comite

Con Viviana Pacchin e Stefania Favero

Coreografie a cura di Hillary Anghileri

Musiche a cura di Daniela Savoldi

Scenografie a cura di Gigi Giovanazzi e Gianmarco Sartori

Costumi a cura di Elisa Caleon

Durata 50’

Teatro danza, di figura e narrazione

Dai 4 anni in su

Biglietto unico (con merenda omaggio alle 16): 8 euro.  Info: biglietteria@ondalarsen.org

 

Facciamoci un bel ripasso sulle due vite del “fu” Mattia Pascal

Repliche sino a domenica 25 al teatro Gioiello

Lo ricorda ancora qualcuno? “Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo: “Io mi chiamo Mattia Pascal.”

Grazie, caro. Questo lo so.”

E ti par poco?”

Incipit d’altri tempi. Sembra che in un’epoca frettolosa, arida e capace quasi soltanto di comunicare attraverso messaggi e messaggini, attraverso forme abbreviate, attraverso pollici in su o in giù e faccine sorridenti o disperate, tutti l’abbiano dimenticato. In maniera vivace, per nulla sonnacchiosa, veloce e sbrigliata, assai modernamente, (forse) in modo lodevole, ci pensa Giorgio Marchesi a ricrearci la mente, a costruire questo bignami pirandelliano di poco più di un’ora a soccorso e conforto – si “traveste” persino, in qualche modo, con il suo elegante frac bianco e cilindro contaminati da un paio di anfibi: ma, sicuro che ne sentano così visceralmente il bisogno? “Abbiamo voluto sperimentare un linguaggio che potesse essere accessibile e appetibile a tutti, anche e soprattutto alle nuove generazioni” – delle nuove generazioni appunto che io credo, la maggior parte, gli possano rispondere come l’Abbondio del Manzoni: “Pascal, chi era costui?”

È in scena al Gioiello sino a domenica 25 con un adattamento e una regia che fanno capo a lui e Simonetta Solder, sua compagna d’arte e di vita, felice di venire incontro con più di un sorriso e con carrettate di ironia a quanti vedono in quel romanzo del 1904 soltanto serietà, messaggi e un pizzico di spiccia filosofia, lanternino e coscienza compresi. Su di un palcoscenico minimal, un attaccapanni, una sedia e un microfono a cui sta ben aggrappato come una palma su di un’isola in mezzo all’oceano il suo sodale Raffaelle Toninelli con il suo contrabbasso per gli interventi musicali, Marchesi ricostruisce attimo dopo attimo, impacchettando definitivamente la precisione dell’epoca e spalmandola al contrario entro l’intero secolo per “assecondare la contemporaneità dei temi trattati nell’opera”, tutto il bagaglio surreale del personaggio, la sua vita spaccata in due, laggiù alla gora del mulino, e la sua doppia esistenza. La vita nel paesino ligure di Miragno – non andatelo a cercare nelle carte geografiche, è un’invenzione dell’agrigentino -, con il Batta Malagna pessimo amministratore di beni e Romilda con cui stringere un odiato matrimonio, il grugno e la voce imperante della vedova Pescatore, sua suocera, il buon Pomino che impalmerà – più danni che piaceri – la “vedova”; e poi la vincita ai tavoli da gioco di Montecarlo, le ottantamila lire e passa con cui rifarsi una vita, la tragica ma non troppo notizia sul giornale della sua dipartita, l’improvvisata ricostruzione di un passato, l’andata a Roma, con quei quadretti saporiti che sono i tanti personaggi di casa Paleari, con il buon capo di casa Anselmo che gli viene ad aprire la porta “in mutande di tela” e “con un fervido turbante di spuma in capo”, la signorina Adriana e il lestofante Papiano, la Caporali e le sue sedute spiritiche. Al centro di tutto non più lui, il “fu” Mattia Pascal, ma un rinnovato Adriano Meis. Un nuovo battesimo. Ma tutto suonerà fasullo, tutto impossibile se quella nuova identità non gli consentirà neppure la denuncia di un furto. Meglio tornare a Miragno, lasciare pure Romilda al suo Pomino, strapazzare, questa volta sì, la vedova Pescatore, e rintanarsi nella vecchia biblioteca del paese, andando in qualche bella giornata a leggere la lapide che i concittadini avevano voluto porre a quel povero ignoto che s’era suicidato alla Stìa, declinando ancora una volta a qualche curioso le proprie antiche generalità.

Divertito, divertente, a tratti esplosivo, vitalissimo e irriverente, capace di entrare più in maniera convincente nella storia, pronto a correre e ad alleggerire sornionamente le pagine del romanzo, giocando con i dialetti e accennando dall’interno ai tanti personaggi rivisitati, un cambio d’abito con un colorato bomber, mosse e movenze, squittìi e urletti di rilassamento, azzeccate sottolineature, del tutto godibile, buon amico fraterno di “chi non sa”, Marchesi offre un’occasione lontana da quelle abituali – io ricordavo il primo Albertazzi e Pino Micol e il più recente Pino Quartullo -, un buon percorso didascalico che sembrerebbe non guastare se il tutto è valso a rinfrescare le (poche?) idee a quanti hanno i piedi più o meno saldi nel nuovo millennio.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Fabio Lovino

Le scomposte. I mondi di Marguerite

 

Per “ContemporaneA. Parole e storie di donne”, alla Galleria “Bi-Box” di Biella, si entrerà nel profondo della vita e dell’opera di Marguerite Yourcenar

Sabato 24 febbraio, ore 16,30

Biella

Scrittrice e poetessa francese, prima donna ad essere eletta nel 1980 all’“Académie  française” e candidata nel 1951 al “Premio Nobel per la Letteratura” per “Memorie di Adriano” (il suo più celebre capolavoro realizzato nell’arco di un trentennio), Marguerite Yourcenar, al secolo Marguerite Antoinette Jeanne Marie Ghislaine Cleenewerck de Crayencour (Bruxelles, 1903 – Mont Desert, 1987), sarà al centro con la sua avventurosa e non semplice vita e con la sua opera letteraria, della prossima lezione (sabato 24 febbraio, ore 16,30) di “Le scomposte”, il corso organizzato presso la Galleria “Bi-Box Art Space” di Biella (via Italia, 38), da “ContemporaneA. Parole e storie di donne”, a cura di Maria Laura Colmegna: un’altra occasione (dopo l’incontro dedicato a Toni Morrison, prima scrittrice afroamericana a vincere il “Nobel” nel 1993) per conoscere da vicino la vite e le opere di scrittrici del passato che “con il loro talento hanno saputo intrecciare il loro tempo al nostro, in maniera indissolubile”. L’appuntamento sarà condotto da Eugenio Murrali, giornalista, collaboratore de “Il Foglio” e “Vatican News” nonché autore di libri  tra cui, con Dacia Maraini e prefazione di Dario Fo, “Il sogno del teatro. Cronaca di una passione” (BUR, 2013) e “Vincere le delusioni. Contromosse per superarle e non farsi avvelenare la vita” (con Pascale Chapaux-Morelli; Feltrinelli Urra, 2017).

A partire dal suo primo romanzo “Marguerite è stata qui” ( pubblicato da “Neri Pozza” e omaggio appassionato di uno scrittore esordiente “a una scrittrice vertiginosa e amatissima”, in cui biografia romanzata e memoir si intrecciano), nella lezione alla biellese “Bi-Box”, dal titolo “I mondi di Marguerite Yourcenar” , Murrali descriverà la vita avventurosa di Marguerite Yourcenar (pseudonimo scelto dalla scrittrice anagrammando il cognome originario, Crayencour), raccontata dalle figure che l’hanno “abitata”. Tra narrazione e monodia, vengono ripercorse le varie tappe: a Bruxelles la nascita segnata dalla perdita (dieci giorni dopo) della madre, l’infanzia in un castello tra gli alberi centenari della Fiandra francese nel Mont-Noir, le cure delle bambinaie Barbe e Camille, lo sguardo di Michel René, il padre innamorato che la inizierà ai segreti della conoscenza e della bellezza. “È anche – sottolinea Murrali – un viaggio dentro le geografie dei sentimenti e degli spazi: la costa olandese affacciata sul mare del Nord, la Grecia, l’Italia, l’America come nuova casa e quell’isola nel Maine dove la scrittrice troverà un luogo di possibile abbandono e concluderà la stesura delle Memorie di Adriano’”. Murrali, nel corso della sua “lezione” darà corpo al significativo itinerario di una donna “coraggiosa e libera” che ha percorso il “secolo breve”, attraversando due conflitti mondiali, la guerra fredda e, nella vita privata, le passioni degli anni Trenta, il lungo amore condiviso con la sua compagna Grace Frick(insegnante di letteratura inglese) e l’ardore doloroso degli ultimi anni con Jerry Wilson, giovane fotografo americano. Fino alla scomparsa della scrittrice presso l’ospedale di Bar Harbor, sull’isola di Mont Desert (Maine) il 17 dicembre 1987. La sua tomba si trova a Somesville, nel Maine, accanto a quelle di Grace e Jerry.

Per info e prenotazioni: tel. 392/5166749 o www.contemporanea-festival.com / segreteria.contemporanea@gmail.com

 

Nei prossimi incontri: Elena Varvellopresenterà Flannery O’Connor, la scrittrice delle visioni (23 marzo) e Patrizia Bellardone, presidente di “BI-BOx Art Space”, racconterà il rapporto tra la storia dell’arte e la storia delle donne a partire dal romanzo di Anna Banti“Artemisia” del 1947, dedicato ad Artemisia Gentileschi (20 aprile).

g.m.

 

Nelle foto:

–       Marguerite Yourcenar, Bailleul, 1982 – Bernard De Grendel

–       Immagine guida di “Le scomposte”

–        Eugenio Murrali

“Sol di Soldi” al cinema teatro Gobetti di San Mauro Torinese

In programma sabato 24 febbraio

 

Sabato 24 febbraio prossimo, al cinema teatro Gobetti di San Mauro Torinese, andrà in scena “Sol di Soldi” della bravissima Maria Pia Timo, che proporrà uno spettacolo comico sull’ultimo, vero argomento tabù che tocca tutti in maniera trasversale: il denaro e il nostro rapporto con esso, dalla quotidianità spicciola a come condiziona la nostra vita. Dalla gestione familiare dei conti alle criptovalute, passando dalla storia delle prime monete in terracotta dei popoli antichi fino a PayPal. La moneta vera, falsa, coniata, scritta, scarabocchiata, strappata e rattoppata con lo scotch, l’inflazione, lo spread, il taeg, gli eurobond. Chi sono questi sconosciuti ? Non si tratta di un testo improvvisato, ma di uno spettacolo esilarante e coinvolgente scritto dalla stessa interprete e da Roberto Pozzi, che ne cura la regia con la consulenza di una banking trainer, per ridere di un intero mondo finanziario di cui non capiamo nulla o quasi, e ci affidiamo ad altri, ma sempre ignari, tenendo le dita di una mano incrociate.

Uno spettacolo che non vuole insegnare niente, o quasi. Indaga nella nostra ignoranza e scopre il lato comico, a tratti tragicomico, della nostra epoca. Di soldi non se ne hanno mai abbastanza, ma se vengono a mancare non si sa come chiederli e, nel caso in cui se ne abbia, non si sa più dove metterli o casa farci.

Sabato 24 febbraio, ore 21:00

Cinema Teatro Gobetti, via Martiri della Libertà 17, San Mauro Torinese (TO)

Info: 011 0364114

 

Mara Martellotta

Weekend con Michelangelo Pistoletto

Un’occasione unica per una visita serale alla mostra Molti di uno con l’artista e per ascoltarlo in conversazione con Marcella Beccaria
In occasione dell’ultimo weekend della mostra Michelangelo Pistoletto. Molti di uno, venerdì 23 febbraio 2024 alle ore 18 il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea organizza un incontro per presentare il libro La formula della creazione(Cittadellarte Edizioni, 2022) alla presenza dell’artista e del Vicedirettore e curatore della mostra Marcella Beccaria.Dopo l’incontro, Michelangelo Pistoletto sarà a disposizione del pubblico per autografare le copie del suo libro al terzo piano della Manica Lunga, nel contesto della mostra.

La mostra rimarrà straordinariamente aperta sino alle ore 20.30
Il volume La formula della creazione (Cittadellarte Edizioni, 2022) è acquistabile nel Bookshop del Museo o nel Bookshop online.

La conversazione con l’artista è a ingresso gratuito previa prenotazione (rsvp@castellodirivoli.org) e fino a esaurimento posti.
La mostra è visitabile dalle ore 18 alle 20.30 con ingresso a tariffa ridotta di € 6,50 (inclusi possessori di Abbonamento Musei; € 4,50 per studenti e under 26) e presenza dell’artista per firmacopie.
Si consiglia di procedere all’acquisto del biglietto online.

Nel percorso creativo di Michelangelo Pistoletto, l’intreccio tra creazione artistica e scrittura è un fenomeno ricorrente. La genesi di ogni nuova opera prevede uno studio transdisciplinare ed è mossa da un bisogno di esprimere il concetto artistico anche attraverso la scrittura, intesa come ulteriore strumento di approfondimento. Ripercorrendo le tappe fondamentali dell’attività pluriennale di Pistoletto, La formula della creazione (Cittadellarte Edizioni, 2022) è un volume che esplora il processo della creazione a partire dall’origine di religioni, politica, scienza e culture servendosi del fermento germinale dell’arte. Negli anni sessanta, Pistoletto emerge nel contesto internazionale grazie ai celebri Quadri Specchianti. Questi fungono da base per la sua ricerca, permettendogli di giungere anni dopo alla “Formula della Creazione”, paradigma teorizzato dall’artista e consistente nel disegno di una linea incrociata due volte a formare tre cerchi. Nelle pagine del volume, l’artista offre una prospettiva unica su come questa formula sia riscontrabile in ogni aspetto del reale e sia, pertanto, alla base della vita stessa.

La mostra è realizzata in collaborazione con Cittadellarte