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Al Mao “Il Grande Vuoto. Dal suono all’immagine”

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Museo d’Arte Orientale di Torino: un incontro inedito e singolare con la collezione buddhista

Fino al 4 settembre

“Il Grande Vuoto”. Il perché del titolo? Perché il concetto di “vuoto” o “vacuità” è un concetto centrale della dottrina buddhista.

Concetto che non porta in sé una connotazione negativa, così come accade nelle tradizioni culturali e filosofiche europee, ma all’opposto un’accezione positiva “legata in ultima istanza – spiega Davide Quadrio, nuovo direttore del MAO e curatore della stessa mostra – al raggiungimento della consapevolezza, ovvero alla comprensione che la vita, con i suoi continui mutamenti, è impermanenza e interdipendenza, poiché tutto esiste solo in relazione all’altro. Capire questo, e quindi liberarsi dalla sofferenza della vita, si risolve in una dimensione di pace assoluta (nirvana): è qui che si rivela l’essenza del Buddha, che non è divinità, ma appunto Vuoto”.

Ed é intorno a questi non semplici concetti che si articola la rassegna presentata al Museo di via San Domenico, fino al 4 settembre prossimo, come esperienza multisensoriale e come segno forte di speranza per un futuro che si rivela incerto e sconfortante”. Un consiglio per la visita. Che vuole essere visita d’arte, ma anche esperienza mistica di indubbia suggestione. Si abbandoni ogni preconcetto o pregiudizio. E ci si lasci trasportare. Il primo impatto è con un “grande spazio vuoto”. E semibuio. A saturarlo gradualmente, le note del giovane e pluripremiato compositore romano Vittorio Montalti che, per l’occasione, ha composto il brano dal titolo (che tale non poteva essere) “Il Grande Vuoto”, lavoro sospeso “tra composizione e installazione sonora che abita i diversi spazi del Museo”. Sulla magia di quelle note (sospese fra silenzio, sonorità e l’eco dello spazio stesso) i visitatori sono invitati a compiere un “percorso esperienziale e meditativo” per raggiungere il fulcro della mostra in “Sala Colonne”: qui, in uno spazio nero, è infatti esposta una rarissima “thangka” tibetana del XV secolo, la più preziosa delle collezioni del “MAO”, che ritrae Maitreya, il Buddha del Futuro raffigurato in splendide vesti e seduto sul “trono dei leoni”, con le mani atteggiate nella “dharmacakramudra” (il gesto della messa in moto della “Ruota della Legge”), che rivela la sua futura missione di promulgatore della Dottrina, reggendo gli steli di piante e fiori, simboli germinali di una futura liberazione. In un intreccio variegato di forme, gesti rituali e colori, l’arte diventa strumento del “trascendente”, all’origine del “ritratto fotografico” dei “tulku”, cui è dedicata la parte finale della rassegna. Nelle ultime due sale trovano infatti spazio centinaia di fotografie di “tulku”, parte di una collezione di immagini realizzate dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri, che ritraggono i “Buddha viventi”, figure salvifiche la cui “mente di saggezza” rinasce in nuovi corpi per condurre l’umanità verso la salvezza e il “Grande Vuoto… verso la buddhità”. In questo senso non si tratta di semplici ritratti fotografici, ma di autentici oggetti di venerazione: si ritiene infatti che l’immagine abbia il medesimo potere del “tulku” stesso. Questa raccolta, iniziata oltre una decina di anni fa dall’artista Paola Pivi, ha raggiunto migliaia di immagini e costituisce quello che è oggi il più grande archivio di “tulku” al mondo. A corollario della mostra, il “MAO” ha programmato, fino al 4 settembre, una ricca serie di appuntamenti artistici e musicali. I primi sono in agenda per venerdì 13 e domenica 15 maggio, quando, in occasione di “Eurovision Song Contest”, Vittorio Montalti e Gloria Campaner (giovane pianista veneta) suoneranno in anteprima assoluta (dalle 11,30 alle 19) i movimenti che compongono l’opera “Il Grande Vuoto”. Durante le performance Gloria Campaner indosserà una scultura realizzata per l’occasione dall’artista Maurizio Anzeri.

Sabato 28 maggio nella sala polifunzionale del Museo verranno poi proiettati i film “The Reincarnation of Khensur Rinpoche” e “The Thread of Karma” dei registi Ritu Sarin e Tenzing Sonam. Il loro film “Some Questions on the Nature of Your Existence” verrà anche proiettato per tutta la durata della mostra. Dal 21 al 24 giugno l’artista Chrysanne Stathacos sarà ospite del Museo e darà vita a un “mandala” (universo sacro) di specchi e rose con la performance “Blowing roses”. Per info sugli altri appuntamenti: www.maotorino.it

Gianni Milani

“Il Grande Vuoto. Dal suono all’immagine”

MAO-Museo d’Arte Orientale, via San Domenico 11, Torino; tel. 011/4436932 o www.maotorino.it

Fino al 4 settembre

Orari: dal mart. alla dom. 10/18

Nelle foto:

–       “Thangka”, tempera su cotone, XV sec.

–       Vittorio Montalti: Ph. Luca Condorelli

–       “Il Grande Vuoto”: Ph. Perottino

–       Gloria Campaner: Ph. Damiano Andreotti

Miradolo, Cinema nel parco

“Cinema nel Parco” è un’immersione totale nella natura, al centro di un’arena di oltre 2.000 metri quadrati disegnata da 7 maxi-schermi, nel parco centrale del Castello di Miradolo (TO). Per non disturbare l’equilibrio del parco, l’audio è udibile solo attraverso cuffie silent system luminose. In programma 7 appuntamenti, tutti i giovedì alle ore 21.30. Non ci sono sedie, né posti assegnati: ogni spettatore dovrà portare da casa un plaid per sedersi sul prato e assistere alla proiezione dal proprio angolo preferito.
Giovedì 11 agosto per l’ultimo appuntamento è in programma la proiezione de Il piccolo Yeti. Yi è una ragazzina solitaria, che si riempie la giornata di lavoretti per guadagnare quanto le serve a fare il viaggio attraverso la Cina che sogna di fare. Avrebbe dovuto farlo con suo padre, ma lui non c’è più, ed è anche per questo che Yi non sopporta di stare in casa, perché niente è più come prima. Si è creata un suo angolino sul tetto ed è proprio qui che, una sera, s’imbatte in una zampa enorme: niente meno che quella di un cucciolo di Yeti, ferito, spaventato e inseguito da un collezionista senza scrupoli. Lo chiamerà Everest e, per riportarlo a casa, sugli splendidi monti dell’Himalaya, Yi viaggerà attraverso paesaggi naturali meravigliosi, resi ancora più emozionanti dalla musica del suo violino e dalle doti magiche di Everest.
Il piccolo Yeti (Dreamworks, 2019) è diretto da Jill Culton. Titolo originale: Abominable.

INFO 
Castello di Miradolo, via Cardonata 2, San Secondo di Pinerolo (TO)
Biglietti: 6,50 euro a persona. Gratuito fino a 6 anni.
Prenotazione obbligatoria al n. 0121 502761 e-mail prenotazioni@fondazionecosso.it
www.fondazionecosso.com

Dalle 19.30 è possibile fare un pic-nic nel Parco con i cesti di Antica Pasticceria Castino. È possibile ritirare i cesti direttamente nella Caffetteria del Castello, previa prenotazione. Menù differenziato per adulti e per bambini. Disponibile proposta vegetariana. Costo: 10 euro cesto bimbi, 14 euro cesto adulti. Non è consentito il pic-nic libero. La prenotazione è obbligatoria: 0121 502761 prenotazioni@fondazionecosso.it.

La sentinella di pietra sul lago d’Orta

Grigia e serissima, la Torre di Buccione – che non ha, evidentemente, un’anima – non può sapere che la sua  citazione più conosciuta è contenuta in uno dei libri più belli e più ironici di Gianni Rodari, quel “C’era due volte il barone Lamberto”, ambientato lì attorno

C’è chi, nel lento trascorrere del tempo, vigila. Infatti, d’inverno , quando il lago è velato, a pelo d’acqua, dalla nebbia, sembra che stia lì, sentinella di pietra sul colle, a difesa del silenzio e della pace di questa terra cusiana, sulla sponda orientale del lago d’Orta.Grigia e serissima, la Torre di Buccione – che non ha, evidentemente, un’anima – non può sapere che la sua  citazione più conosciuta è contenuta in uno dei libri più belli e più ironici di Gianni Rodari, quel “C’era due volte il barone Lamberto”, ambientato lì attorno. Nel racconto del grande scrittore omegnese,  dopo l’invasione dell’isola di S.Giulio da parte dei banditi che sequestrarono il barone, i giornalisti di mezzo mondo si disputarono gli “osservatori “migliori per seguire le varie fasi della vicenda. E se i giapponesi ( i più sistematici.. ) occuparono i punti più alti, cioè l’Alpe Quaggione e la vetta del Mottarone, scrutando il lago da nord a sud, da Omegna a Gozzano, l’unico punto altrettanto alto e panoramico per guardare il lago da sud a nord era proprio la Torre di Buccione, “occupata in forze dalla Tv messicana”.

Non male come “utilizzo” nel XX secolo. Ma , riposta la fantasia e ripristinando la storia per com’è stata, bisogna dire che il primo documento che cita la fortificazione risale al 1200: il castello di Buccione fu teatro di un accordo stipulato alla presenza del vescovo Pietro IV tra i feudatari locali ed i rappresentanti del comune di Novara. Incontratisi nel prato sotto la Torre, che svettava con i suoi quasi trenta metri d’altezza sul colle, cercarono un’intesa per mettere fine alle dispute sulle questioni territoriali della Riviera. Nel 1205 il castello venne indicato come dimora del Vescovo e trent’anni dopo, in un altro documento, si ribadiva che la Torre e le fortificazioni di Buccione erano “indiscussa proprietà vescovile”. Il filo che lega questi documenti non solo testimonia la “presenza” della fortificazione di Buccione ma rappresenta tre momenti della originale evoluzione della Riviera di S.Giulio sotto il profilo istituzionale ed amministrativo, con i passaggi – nell’arco di trecento anni , dal Mille al XIII secolo – da signoria di “possesso territoriale” a signoria di “potere giurisdizionale” del vescovo di Novara, tant’è che per sbrogliare la complessa matassa fu persino necessario l’intervento degli arbitri dell’Imperatore.

Una mediazione non proprio pacifica visto che il Comune di Novara – impegnato ad espandere i suoi possedimenti – aveva creato ex-novo un suo avamposto tra il castello di Mesma e la Torre di Buccione ( il “borgo” della Mesmella ), insinuandosi come un cuneo nei possediemnti del vescovo così che , di conseguenza, gli arbitri imperiali dovettero ordinare la distruzione del borgo, restituendo all’autorità vescovile i castelli ed i villaggi posti a nord della Baraggia di Briga, con tutti gli annessi e connessi, cioè  i diritti ed i poteri. Ma l’origine della Torre, secondo alcuni studiosi, ha radici ben più antiche dei cenni documentali già citati: radici che affondano nelle ombre e nei chiaroscuri dell’alto medioevo. Uno studioso che ha minuziosamente “rivisitato” la storia dell’imponente fortificazione – il Marzi – scrisse che “ si estendeva fino a coprire la vetta del colle”, identificandone due fasi di costruzione: “l’erezione della cortina e delle stanze del presidio sono da collocarsi intorno agli anni 1150-1175” mentre  risultavano “troppo esigui gli elementi per datare i recinti successivi e il ridotto avanzato”. Resta il fatto che a rivelare le due fasi si possono citare almeno un paio di elementi: i parametri murari e la disposizione delle buche per il ponteggio. Le opinioni di carattere storiografico sono disparate: c’è chi giura si tratti di un manufatto di epoca romana, chi lo giudica invece opera dei Longobardi e  chi ancora frutto di scelte ed indicazioni dei vescovi novaresi. Secondo il Marzi, nel suo “ Sulle origini del castello di Buccione “, edito dal comune di Orta S.Giulio nel 1984, gli autori vanno ricercati invece nei signori locali, legati da vincoli feudali al vescovo, forse i da Castello di Crusinallo.

Resta un fatto, abbastanza chiaro: il castello divenne una piazzaforte vescovile, in stretto contatto con il castello dell’isola di S.Giulio – eretto nel V secolo – di cui costituiva, insieme ad altre “torri” edificate sulle sponde del Cusio, una delle “teste di ponte” di un fitto ed articolato sistema di fortificazioni poste a guardia dello stato episcopale, una sorta di “enclave” indipendente nell’ambito dell’Italia del nord, nell’arco di ben sei secoli, dal 1219 al 1817. In cima alla torre, come si usava dire “..sospesa tra terra e cielo”, era posta la campana con cui si annunciavano gli imminenti pericoli: l’ultimo, prezioso, esemplare – fatto  fondere nel 1610 – è  tutt’oggi custodito nel giardino della sede del municipio di Orta. Il “castello di strada” e la torre, nei fatti, rappresentavano un’unica turrita fortezza alta, per l’esattezza, ventitre metri, con funzioni di segnalazione, suddivisa al suo interno in tre impalcati di legno che ne  consentivano l’abitazione da parte della guarnigione . Il piano inferiore ( dove si apre l’ingresso attuale, risalente al 1800, mentre l’antico ingresso si trovava a circa sette metri da terra ) serviva da “caneva”, cioè da magazzino per i viveri e per l’acqua, necessari in caso d’assedio. Al secondo ed al terzo piano erano situate le latrine, con condotte convogliate verso il cortile per lo scarico dei liquami.

Al piano alto si trovava la cella – con la volta a crociera – munita di una bertesca organizzata su mensole, dalla quale si potevano spiare e combattere i nemici che minacciavano l’ingresso inviando loro dei “gentili omaggi” a base di pietre e, nei casi più ostinati,  calderoni d’olio bollente. La fortificazione si completava di una cortina muraria esterna con camminamenti, feritoie, merli, ancora visibili all’inizio del ‘700 quando vennero descritte  dallo storico rivierasco Lazzaro Agostino Cotta. Le mura, al loro interno, ospitavano un cortile rettangolare che includeva la “nostra” torre, mentre – in epoca successiva – venne edificato sul lato a nord un altro recinto che, stando ai resoconti del Cotta, poteva contenere fino a cinquecento soldati, ed un ridotto avanzato – situato sul crinale verso il lago – studiato come punto di controllo sulla strada che veniva percorsa da merci e viandanti. Oggi la Torre, impavida ed altera costruzione che domina il Cusio meridionale, dopo aver  subito – in passato- le offese di vandali e teppisti, merita le cure di chi – per generazioni – è nato e cresciuto alla sua ombra. E la Riserva Regionale che oggi la tutela è stata pensata proprio per questo. Un nobile scopo per la nobile causa di una nobile ed ardita costruzione medioevale.

 

Marco Travaglini

Agosto 1952, l’estate di Tiramolla

Negli anni Cinquanta, mentre la Rai iniziava le trasmissioni televisive in bianco e nero, s’avviava la corsa allo spazio e l’Olivetti realizzava la mitica Lettera 22, il fumetto italiano conosceva una delle sue più memorabili stagioni. Con tirature importanti la rinata industria del fumetto sfidava sul mercato i classici d’oltreoceano a stelle e strisce.

Tex, Pecos Bill, Kinowa, Capitan Miki, il Grande Blek, il Piccolo Ranger e le loro avventurose gesta colpivano la fantasia di un largo pubblico di adolescenti e adulti e si affermava anche un’originale linea di fumetti comici. Tre personaggi raggiunsero una grande popolarità: Cucciolo, Beppe e Tiramolla. Il loro creatore grafico era Giorgio Rebuffi, prolifico inventore di protagonisti e comprimari del fumetto comico italiano. Nato a Milano nel 1928, Rebuffi ( morto nell’ottobre del 2014, a 86 anni) iniziò la sua attività di professionista del fumetto nel 1949 creando lo Sceriffo Fox ( un corvo nero, con tanto di pistole e stella) per le edizioni Alpe, le stesse che porteranno al successo Cucciolo e Beppe che, di lì a poco, saranno affidati proprio alle cure di Rebuffi per un decisivo restyling. I due personaggi  esordirono nel 1941, disegnati da Rino Anzi. In origine erano due cagnolini antropomorfi che, grazie alla matita e ai pennini di Rebuffi, si trasformarono in una coppia che ricordava la parodia di Topolino e Pippo (anche qui il piccoletto era scaltro e l’allampanato un po’ svampito) con qualche richiamo alle coppie comiche del cinema, come Gianni e Pinotto e Stanlio e Ollio. Nell’agosto del 1952 comparve per la prima volta, a pagina 12 del numero 8 di Cucciolo mensile, un nuovo protagonista dei fumetti: Tiramolla. L’episodio fu il primo di una lunga storia in quattro puntate che si concluse con il  numero 11  del novembre dello stesso anno. Dieci anni dopo, quei quattro episodi vennero unificati e ristampati con il titolo “Il mistero della villa” (Le storie di Tiramolla – anno II n. 18, 23 agosto 1962). La penna che lo tratteggiava era quella dell’eclettico Rebuffi e Tiramolla (ideato da Roberto Renzi), elastico personaggio di caucciù con il cilindro in testa, aristocratico e pigro ma, suo malgrado, coinvolto in guai e avventure,  costituì un indissolubile trio di successo con Cucciolo e Beppe. Insieme a una serie di straordinari comprimari (il malvagio Bombarda, il menagramo Gionail maggiordomo Saetta,il cane Ullaò, il nipotino Caucciù  e, soprattutto, Pugacioff, il perennemente affamato e sovversivo “luposki della steppaff” ), raggiungeranno il successo e segneranno in modo indelebile il fumetto comico di quegli anni. Erano di fatto delle strisce semplici e un poco ingenue, ricche di invenzioni e divertenti gag, che hanno accompagnato i nostri lunghi e spensierati pomeriggi quando eravamo poco più che bambini.

Marco Travaglini

Il Liberty: la linea che invase l’Europa

Oltre Torino: storie miti e leggende del Torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte.
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

Articolo 1. Il Liberty: la linea che invase l’Europa

Ogni periodo storico è caratterizzato da un proprio particolare sentire, da scoperte e personaggi che ne delineano i tratti distintivi e, soprattutto, da forme artistico-letterarie-culturali che lo identificano. In questa serie di articoli voglio approfondire una peculiare corrente artistica, permeata di linee curve, con ornamenti di vetri e di pietre, uno stile che non solo interessò tutte le arti, dall’architettura, all’illustrazione, all’artigianato, all’oreficeria, ma divenne quasi un “modo di vivere”: il Liberty. Verso la fine del secolo XIX e l’inizio del XX nasce in Belgio un importante movimento, chiamato Art Nouveau che, opponendosi a tutte le accademie neoclassiche e neobarocche, applica la produzione industriale a forme d’arte, interpreta la linea con dinamismo espressivo, propone partiti decorativi che rompono con la fissità e danno movimento a pavimenti, scale, ringhiere, soffitti, modellano e curvano le pareti esterne, procurando vivacità e colore all’insieme. Tale movimento, che unifica in quei decenni lo slancio architettonico di tutta Europa, giunge in Italia con il nome di Liberty o Floreale, stile che ama applicare all’architettura ricercate forme decorative, spesso desunte dalla natura vegetale.  L’Art Nouveau influenza le arti figurative, l’architettura, le arti applicate, la decorazione di interni, gioielleria, mobilio, tessuti, oggettistica, illuminazione, arte funeraria, e assume nomi diversi, ma dal significato affine, a seconda dei luoghi in cui essa si manifesta: Style Guimard, Style 1900, Scuola di Nancy, in Francia; Stile Liberty, dal nome dei magazzini inglesi di Arthur Lasemby Liberty, o Stile Floreale, in Italia; Modern Style in Gran Bretagna; Jugendstil (“Stile giovane”) in Germania; Nieuwe Kunst nei Paesi Bassi; Styl Mlodej Polski (“Stile di Giovane Polonia”) in Polonia; Style Sapin in Svizzera; Sezessionist (Stile di Secessione”) in Austria; Modern in Russia; Arte Modernista, Modernismo in Spagna. Alla base del movimento vi è l’ideologia estetica anglosassone dell’Arts and Crafts di William Morris, fervido sostenitore della libera creatività dell’artigiano come unica alternativa alla meccanizzazione: una sorta di reazione alla veloce industrializzazione del tardo Ottocento. Arts and Crafts si volge alla riforma delle arti applicate portando avanti un’istanza sociale e morale che persegue il risorgere della produzione artigiana e l’attento studio del gotico come l’arte più dotata di spirito organico, volta a delineare planimetrie e forme “descrittive”, elementi nei quali l’indirizzo critico vuole vedere i germogli del rinnovamento architettonico.

L’Art Nouveau apre la strada all’architettura moderna e al design. Determinante per la diffusione di quest’arte è sicuramente l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tuttavia anche altri canali ne segnano l’importanza: ad esempio la pubblicazione di nuove riviste, come L’art pour tous, e l’istituzione di scuole e laboratori artigianali. La massima diffusione del nuovo stile è comunque da rapportarsi all’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902, in cui vengono presentati progetti di designer provenienti dai maggiori paesi europei, tra cui gli oggetti e le stampe dei famosi magazzini londinesi del noto mercante britannico Arthur Lasemby Liberty. La nuova linea artistica, in rottura con la tradizione, è presente nelle grandi capitali europee, come Praga, con la grande figura di Moucha, Parigi in cui Guimard progetta le stazioni per la metropolitana, Berlino, dove nel 1898 i giovani artisti si dissociano dagli stili ufficiali delle accademie d’arte, intorno alla figura di Munch, Vienna, dove gli artisti della secessione danno un nuovo aspetto alla città.  Una delle caratteristiche più importanti dello stile, che presenta affinità con i pittori preraffaelliti e simbolisti, è l’ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto “a frusta”, e semplici figure sembrano prendere vita naturalmente in forme simili a piante o fiori. Si stagliano in primo piano le forme organiche, le linee curve, con ornamenti a preferenza vegetale o floreale. Tra i materiali, vengono adoperati soprattutto il vetro e il ferro battuto. In gioielleria si creano alti livelli di virtuosismo nella smaltatura e nell’introduzione di nuovi materiali, come opali e pietre dure, nascono monili in oro finemente lavorato e smaltato; i diamanti vengono accostati ad altri materiali, come il vetro, l’avorio e il corno. Solo in Italia, a differenza degli altri territori prima chiamati in causa, il Liberty non si contrappone al passato o alla tradizione accademica dell’insegnamento e dell’esercizio delle arti, con la conseguenza che qui, sulla nostra penisola, non si consolidò mai una scuola di riferimento identificabile con il movimento Liberty, al contrario ci furono singole personalità artistiche che si dedicarono ad approfondire i caratteri dello stile floreale ed epicentri per la diffusione del gusto dell’arte nuova, tra questi poli di profusione ci fu proprio Torino. Nei prossimi articoli considereremo nel dettaglio alcuni palazzi e quartieri della città sabauda particolarmente suggestivi e rilevanti dal punto di vista decorativo e architettonico, che testimoniano la meravigliosa trasformazione della nostra città, ancora oggi conosciuta come capitale del Liberty italiano.

 

Alessia Cagnotto

Medioevo e Templari in Piemonte

C’è la Dama del Lingotto, ci sono le prime monete dei barbari invasori, c’è Carlo Magno che attraversa la bassa valle di Susa, ci sono i grandi artisti che illustrano il Piemonte medievale e soprattutto spicca la storia dei Templari nella nostra regione con la loro presenza a Saliceto, nel cuneese, a Moncalieri, Chieri, Casale, Asti, Alessandria.

“I Templari in qualche modo c’entrano sempre” fa dire Umberto Eco a un personaggio di un suo romanzo. In effetti, a nove secoli di distanza dalla fondazione dell’Ordine del Tempio, quei Cavalieri con il manto bianco su cui svetta una grande croce rossa, rappresentati magistralmente nelle incisioni di Gustave Dorè, restano il più importante Ordine religioso-militare. Nel nuovo libro di Pierluigi Baima Bollone “Medioevo e Templari in Piemonte” edito da Priuli & Verlucca, c’è gran parte della storia del Piemonte, dai Goti ai Franchi e ai Longobardi fino al Novecento. Professore emerito di Medicina legale all’Università di Torino, autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche e conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sulla Sindone, Baima Bollone indaga sulla formazione dell’ambiente medioevale nei territori piemontesi e sulla presenza dell’Ordine templare nel nord-ovest della penisola e in particolare nella nostra regione con le tracce monumentali che ne sono rimaste e ne documentano l’esistenza. Le pagine del suo volume sono una cavalcata impetuosa attraverso i secoli, al fianco del re dei Franchi e di tanti altri personaggi che hanno fatto la storia della terra subalpina, come la nobildonna longobarda del VI secolo sepolta nella zona del Lingotto insieme ai suoi monili e ad altri preziosi reperti, ritrovata nel 1910 durante lo scavo di un pozzo in via Nizza a tre metri di profondità, oppure i primi vescovi di Torino Massimo e Landolfo, i barbari e i saraceni e tanti altri ancora. Accanto a loro si stagliano i grandi artisti che illustrarono il Piemonte medioevale con le celebri abbazie della Novalesa e di San Benigno di Fruttuaria, la canonica di Santa Maria di Vezzolano, l’Abbadia di Stura, la Sacra di San Michele e il santuario della Consolata con il campanile eretto dai monaci della Novalesa fuggiti a Torino all’arrivo dei mori. Un intero capitolo è dedicato all’iconografia del Piemonte medioevale con opere e immagini di Pelagio Palagi e Alfredo d’Andrade, il Bellotto, nipote del Canaletto, e Pietro Palmieri, Bagetti e Cignaroli, Clemente Rovere e Francesco Gonin. Tra le curiosità del libro, la scoperta che alcune persone residenti nelle nostre valli alpine hanno un’origine araba. Dopo essere stati cacciati dalle valli piemontesi molti saraceni invasori si sono integrati nelle popolazioni locali. Moderne ricerche genetiche, spiega Baima Bollone, provano la persistenza di Dna nordafricano in soggetti nati nell’Italia meridionale, in Sicilia e in Spagna. Il castello templare della Rotta a Moncalieri? Tutte fake news, secondo l’autore, le presunte apparizioni notturne di fantasmi nel maniero. Vestiti i panni del detective privato Baima Bollone ha constatato di persona che si tratta semplicemente dei fari di auto e camion che viaggiano sulla vicina autostrada. “Ho sorvolato anche l’edificio per una ricognizione dall’alto e il pessimo stato del tetto pareva facilitare i giochi di luce”. Chapeau! C’è poi un piccolo gioiello in val Bormida, nel paese di Saliceto. Memorie templari emergono nella locale chiesa rinascimentale di San Lorenzo con un rarissimo Bafometto, un idolo pagano della cui adorazione furono accusati e condannati i Templari. Una presenza che ricorda la cappella di Rosslyn in Scozia. La chiesa di Saliceto può essere definita a tutti gli effetti una piccola Rosslyn piemontese. “Resta da chiarire, annota lo studioso torinese, come nel Quattrocento, quindi ben oltre la soppressione dell’Ordine, un cardinale potesse volere sulla facciata di una chiesa una simbologia templare. La domanda resta senza risposta”.
Filippo Re

Vittorio Sereni e il “respiro” del lago

E’ stato un autore parco, componendo solo quattro raccolte di versi distanziate nel tempo. Tra la prima e l’ultima passarono quarant’anni: dall’esordio nel ’41 con Frontiera, a Diario d’Algeria del 1947, a Gli strumenti umani del 1965 fino a Stella variabile del 1981, due anni prima della morte

La “sua” Luino , qualche anno fa, ne ha celebrato il centenario con una originalissima regata velica sul lago al tramonto. Sulla vita e l’opera poetica di Vittorio Sereni, si sono susseguiti iniziative, dibattiti, convegni. Il suo, dopo quello di Piero Chiara, è il secondo centenario che si è celebrato nella capitale della sponda magra del lago Maggiore. Grande poeta e intellettuale di rango, tra i fondatori della rivista “Corrente” nel 1938, espressione dei giovani ermetici milanesi, traduttore e critico acuto, prima capo ufficio stampa alla Pirelli e poi direttore letterario alla Mondadori ( per la quale, e per primo, diresse la collana “I Meridiani”), Vittorio Sereni  è stato un autore parco, componendo solo quattro raccolte di versi distanziate nel tempo.

Tra la prima e l’ultima passarono quarant’anni: dall’esordio nel ’41 con Frontiera, a Diario d’Algeria del 1947, a Gli strumenti umani del 1965 fino a Stella variabile del 1981,due anni prima della morte. La poesia di Sereni offre un respiro largo, profondo ma, agli inizi, risente del “richiamo” del lago a Luino. E’ lì che nasce, nel 1919,  da padre campano ( funzionario di dogana)  e da madre luinese. Lì frequentò la scuola elementare e lì tornò spessissimo da adulto per incontrare i vecchi amici e per trascorrervi le vacanze. La vicinanza  della Svizzera, la vita della comunità che s’articolava tra il lago e il tracciato di una delle più antiche strade ferrate del nord-ovest dell’Italia unita com’era la Novara – Pino, prossima in quel punto a varcareil confine, hanno influenzato la prima raccolta poetica di Sereni, Frontiera, del 1941.

Già nel titolo si coglie la sintesi di avventura e d’inquietudine, tipica di una città di confine che è ponte tra genti e lingue, paesi e culture. Basta leggere alcuni versi di “Terrazza” per rendersene conto: “Improvvisa ci coglie la sera/ Più non sai dove il lago finisca/ un murmure soltanto sfiora la nostra vita/ sotto una pensile terrazza/  Siamo tutti sospesi a un tacito evento questa sera/  entro quel raggio di torpediniera/ che ci scruta poi gira se ne va”. E’ il lago  che, verso nord, si stringe, s’inabissa tra pareti di roccia alta e grigia, richiamando alla memoria i sentieri  di montagna e i valichi , i viandanti e i contrabbandieri. Quel lago che Vittorio Sereni e Piero Chiara , così simili e così diversi, ci hanno insegnato ad amare.

 

Marco Travaglini

 

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Finalborgo senza inquietudine  –  Gad Lerner intollerante, intollerabile – Lettere

Finalborgo senza inquietudine  
Sono stato a bighellonare un tardo pomeriggio, nell’illusione di trovare un po’ di fresco, a Finalborgo dove per alcuni anni ho partecipato all’evento culturale più importante del Ponente ligure, il Festival dell’inquietudine organizzato magistralmente da Elio Ferraris, straordinario uomo di cultura e insuperabile promotore e organizzatore di eventi  che senza il loro artefice non sono stati più gli stessi, come accadde con il giornale “Il Mondo” dopo Pannunzio.
Il Borgo in termini commerciali ha segnato una battuta di arresto inevitabile per il Covid e in termini culturali oggi prevalgono gli eventi musicali. Certo non ha più la vivacità dei tempi in cui la parola inquietudine era una parola che radunava a Finale il meglio della cultura. Li’ conobbi la futura sindaca di Savona Ilaria Caprioglio, un’amicizia che è rimasta intatta al disopra della politica perché Ilaria è una donna eccezionale. Mi sono fermato a rileggere la lapide che ricorda il Conte Giorgio  Gallesio, botanico e pubblico funzionario  nato a Final Borgo nel 1772 e morto a Firenze nel 1839, sepolto nel chiostro del tempio di Santa Croce dove sono sepolti i grandi italiani. Elio Ferraris aveva contribuito a riscoprire Gallesio, istituendo un premio a suo nome. Io rileggendo la lapide ho notato che la storia di una certa epoca anche in Liguria e ‘ la stessa del Piemonte; durante l’età della Restaurazione Gallesio ampiamente compromesso con Napoleone e con la Repubblica di Genova venne fatto Conte da Carlo Felice ,il bieco restauratore re di Sardegna. Anche con il caldo intollerabile c’è la possibilità di vedere come nella storia sia tutto relativo e a volte i principi si adattano alla necessità. Già tanti anni fa sostenni che la Restaurazione non fu così arcigna come apparve e che in effetti durò poco. L’epurazione fu più di facciata che di sostanza, come accadde  anche nel 1945 con i fascisti, se si esclude la pagina vergognosa del “Sangue dei vinti“. Per far funzionare uno Stato, non si poteva eliminare una certa continuità come accadde anche  nel caso del Conte Gallesio, oggi da ricordare come scienziato.Alcuni aristocratici nel Settecento riformatore si dedicavano alla scienza , nel caso di Gallesio accadde che lo scienziato fosse stato nobilitato da chi sicuramente non amava il progresso scientifico o almeno si pensa così .
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Gad Lerner intollerante, intollerabile 
Lerner è una delle figure più discutibili del giornalismo cartaceo e televisivo, un uomo di una faziosità urticante e fastidiosa che si ritiene autorizzato a dare giudizi come colui che nella Commedia giudica e manda. Ma con gli amici e i compagni di cordata in Lotta Continua è sempre molto generoso anche perché deve difendere in primis se stesso. L’aver scritto che Adriano Sofri che compiva 80 anni, è sempre stato dalla parte giusta, malgrado la condanna definitiva a 22 anni di carcere ,mai interamente scontati, come mandante dell’assassinio del Commissario Calabresi,  è davvero una frase sconcertante .Ed ha fatto bene Rita Dalla Chiesa, figlia del Generale che sconfisse le Br e fu ucciso barbaramente dalla mafia, a ricordargli che suo padre combattè quella parte che Lerner ritiene giusta ,malgrado abbia le mani grondanti di sangue e di violenza, a partire dal giovane universitario arso vivo in via Po a causa del lancio di bombe molotov da parte di militanti torinesi di L.C.che ancora oggi imperversano.

Lettere scrivere a quaglieni@gmail.com

Mario Sacerdote
Ho letto su internet un suo breve ricordo del prof. Mario Sacerdote, docente e  preside alla scuola ebraica di Torino. Leggendo un Suo libro ho scoperto anche che era cognato di Primo Levi. Nessuno lo ricorda.     Gino Segre
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E’ stato mio amico anche se aveva la stessa età di mio padre e fu socio e dirigente del Centro “Pannunzio”. Era stato allievo del venerato maestro del liceo d’ Azeglio Augusto Monti sul qualche scrisse anche qualche ricordo. Aveva stima del maestro, ma non lo mitizzò mai. Sacerdote era anticomunista, Monti divenne comunista.Tra i seguaci di Monti non era ben visto. Non mi parlò mai del cognato Primo Levi, solo dopo la morte di quest’ultimo, leggendo il mio articolo su “La stampa“ si limitò a dire: “ Non sapevo che vi conosceste“. Era un uomo sobrio e riservato, nulla  a che vedere con i tanti antifascisti  suoi coetanei  pieni di boria e faziosità, alcuni dei quali erano stati anche entusiasticamente fascisti. Mario non vantò mai la parentela con Levi e la cosa gli fa molto onore. Forse avrebbe potuto anche lui scrivere su Levi e sul suo caratteraccio una sorta di “Lessico famigliare”. Una sola volta, molto en passant, fece cenno al cognato, cambiando subito discorso.

Forme dell’“altro mondo” alla Reggia di Venaria

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Gigantesche, misteriose, indecifrabili ma terribilmente attraenti … Niente paura! Sono le opere del grande scultore inglese Tony Cragg

Fino all’8 gennaio 2023

“Ci sono molte più cose che non esistono di quelle che esistono”: pensiero e parole di Tony Cragg, fra i massimi e più acclamati esponenti della scultura contemporanea a livello mondiale. Pensiero e parole che ci fanno da guida sapiente nell’addentrarci in quell’universo di forme non poco spaesate e inquietanti che paiono essere misteriosamente calate da altri mondi per invadere la sacralità dei Giardini e dei magnifici esterni della “Reggia di Venaria”. Se infatti Cragg, classe ’49, nato a Liverpool ma dagli anni Settanta residente in Germania, a Wuppertal (dove ha dato vita nel 2008 allo “Skulpturenpark Waldfrieden”, un grande parco dove sono visibili le opere scultoree di tanti celebri artisti contemporanei) la pensa così, ci sentiamo decisamente meno impreparati e più incoraggiati ad affrontare la mostra – curata dal direttore della Venaria Guido Curto – e a lui dedicata, fino all’8 gennaio del prossimo anno, nel percorso espositivo permanente della Reggia,  dal ’97 Patrimonio Mondiale dell’Umanità-UNESCO. Quelle opere di notevolissime dimensioni, monumentali, dalle forme mosse e sinuose, plasmate usando svariati materiali – dal bronzo al legno, dalla vetroresina all’acciaio – e in tanti casi in lite accesa (così sembra a prima vista) con le leggi dell’equilibrio, ci raccontano allora quale sia per l’artista il ruolo da lui attribuito all’arte scultorea.

Ovvero, partire dall’inquieta e straniante manipolazione della materia e dal suo casuale rapportarsi con l’ambiente reale di cui siamo parte (uomo e opera d’arte) per scoprire e dare vita a nuove forme e significati “ai sogni e ai linguaggi” ad essi associati. Di qui l’immensa, perfino indescrivibile, suggestione delle dieci sculture, realizzate da Cragg fra il 1997 e il 2021, allocate negli spazi esterni della Reggia ( dalla Corte d’Onore al Parco Alto dei Giardini fino all’atrio delle Scuderie Juvarriane ) “in una sorta di ridefinizione post – moderna dello stile Barocco e Rococò”. Non dissimili, per concezione filosofica, alle tre sculture in bronzo (Titolo: “Punti di vista”) dalle “insolite forme di colonne sinuosamente tortili, con spirali ellittiche che si elevano verso il cielo” e che svettano in bella mostra a Torino, in corso Sebastopoli, di fronte all’ingresso dello “Stadio Olimpico” (ex “Stadio Comunale”) così ridefinito in occasione delle Olimpiadi invernali di “Torino 2006”. Uguale meraviglia, altra location. Senza paragone.  Di maggiore carica poetica, ovviamente, la mostra nei Giardini della Reggia. Che s’affianca, se vogliamo, a quella dedicata dalle “Gallerie degli Uffizi” alle opere di Cragg nel 2019 all’interno del “Giardino di Boboli”. Sedici opere disseminate nei luoghi più suggestivi del Giardino, nei pressi della “Grotta del Buontalenti”, nell’“Anfiteatro” e di fronte alla “Palazzina della Meridiana”. Teatro perfetto, per le sculture dell’artista. Al pari della “Reggia di Venaria”. “Infatti – ebbe giustamente a scrivere in quell’occasione Eike Schmidt, direttore degli ‘Uffizi’ – il tema della scultura nel parco è centrale nella poetica dello scultore e include necessariamente forme ispirate alla natura e alla sua forza misteriosa, che Cragg crea per suscitare una reazione forte nell’osservatore, che sia di pura emozione o di interpretazione intellettuale”.

Parallelamente alla mostra di Tony Cragg viene presentata ufficialmente alla Reggia, al centro del Gran Parterre dei Giardini (dov’è esposta in permanenza da diversi anni), anche l’opera “Dove le stelle si avvicinano di una spanna in più” di un altro grande maestro contemporaneo, Giovanni Anselmo, 88 anni, di origini eporediesi, esponente di spicco di quell’“Arte Povera” che a Torino accomunò – sotto le ali protettive del grande critico Germano Celant – artisti della levatura di Mario e Marisa Merz, di Giuseppe Penone e Gilberto Zorio, per citarne alcuni. Doveroso rendere omaggio oggi ad Anselmo. Scrive in proposito Guido Curto: “Questo suo lavoro, costituito da sei gigantesche lastre di granito nero, con sopra scandita e incisa in profondità la scritta che dà origine al titolo, rimanda a una sorta di bradisismo alto approssimativamente quanto la misura di una mano aperta; l’opera, su cui si può salire, consente alle stelle, che notte e giorno si avvicendano sulla sua verticale, di avvicinarsi di una spanna in più”.

Gianni Milani

“Tony Cragg alla Reggia di Venaria”

Reggia di Venaria, piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (Torino), te. 011/4992300 o www.lavenaria.it

Fino all’8 gennaio 2023

Orari: dal mart. al ven. 10/13 e 13,30/15,30; sab. dom. e festivi 10/13 e 13,30/17

Ph: Pino Dell’Aquila

–       Tony Cragg: “Runner”, bronzo, 2015

–       Tony Cragg: “Senders”, fibra di vetro, 2018

–       Tony Cragg: “Outspan”, bronzo, 2008

–       Giovanni Anselmo: “Dove le stelle si avvicinano di una spanna in più”, lastre di granito con iscrizioni incise, 2001 – 2013

“Serata sotto le stelle” con il “Pannunzio” ad Alassio

Lunedì 8 agosto alle ore 21,30 ad Alassio, in piazza Partigiani, la tradizionale “Serata sotto le stelle” organizzata dal Centro “Pannunzio”. Verranno consegnati i seguenti Premi 2022: “Mario Pannunzio” alla saggista e docente universitaria genovese di bioetica Luisella Battaglia; “Mario Soldati” alla famiglia Cavalli, imprenditori dell’accoglienza alassina; “Ennio Flaiano” al M.o Massimo Coco, docente al Conservatorio di Firenze, concertista e figlio della vittima delle brigate rosse ,il magistrato Francesco Coco; “Alfredo Biondi” a Luciano Basso, avvocato e notaio in Albenga . Pier Franco Quaglieni terrà il discorso conclusivo .
L’iniziativa è a ricordo di Camillo Olivetti, Presidente Emerito del Centro “Pannunzio”. Introduzione e coordinamento a cura di Anna Ricotti e Marco Servetto.
La serata è organizzata secondo le norme di sicurezza anti Covid in vigore .
Sarà una serata volta a ricordare e festeggiare grandi figure liguri e a sancire l’amicizia – dice il prof. Pier Franco Quaglieni ,alassino d’oro 2007- tra Torino, Alassio e la Baia del Sole dove tanti torinesi scelgono di passare le loro vacanze . La “serata sotto le stelle “ è ormai una bella tradizione che neppure il Covid ha interrotto .Una grande passerella di uomini e donne che hanno ben meritato per il loro comportamento civile e intellettuale “.