CULTURA E SPETTACOLI

Gaza. Alla Fondazione Merz “Il futuro ha un cuore antico”

“Gaza. Il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo” è il titolo della mostra ospitata alla Fondazione Merz che si è inaugurata martedì 21 aprile e visitabile fino al 27 settembre. Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra la Fondazione Merz, il Museo Egizio di Torino e il MAH Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra, reso possibile dall’assenso dello Stato di Palestina con il sostegno del CIPEG – Comité international pour l’Égyptologie (ICOM). La mostra si giova del patrocinio della Città di Torino ed è curata da un ricco comitato curatoriale composto, tra gli altri, da Beatrice Merz, Silvano Bertalot, Giulia Turconi della Fondazione Merz. Marc Olivier Wahler, Béatrice Blandin, Fadel Al Utol del MAH; Christian Greco, Federico Zaina e Divina Centore del Museo Egizio di Torino, e si avvale dell’apporto di un comitato scientifico composto da personalità di rilievo, tra le quali Paola Caridi, Jean Pierre Figliu, Jean Baptiste Humbert, Tomaso Montanari e Davide Quadrio.

La mostra “Gaza. Il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo” si può considerare una grande mostra internazionale che attraverso il dialogo tra archeologia e arte contemporanea restituisce la storia e la cultura di Gaza, crocevia millenario di commerci, cultura e credenze, sottraendo a una lettura esclusivamente contingente, e invitando il visitatore a riflettere sul valore universale del patrimonio come luogo di memoria, identità e futuro. Il progetto mette in relazione un’ottantina di reperti archeologici del MAH su mandato dello Stato di Palestina e del Museo Egizio di Torino, dall’Età del Bronzo al periodo Ottomano, con le opere di artisti contemporanei, palestinesi e internazionali, quali Samaa e Mad, Mirna Bamieh, Khalil Rabah, Vivien Sansour, Wael Shawky, Dima Srouji e Akmar Zaatari. L’allestimento è integrato da una serie di fotografie di Gaza concesse dall’Archivio dell’UNRWA, agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Asia Occidentale. I reperti in mostra, provenienti da Gaza, sono rappresentanti da una selezione della collezione di circa 500 pezzi custoditi temporaneamente presso il MAH di Ginevra, su mandato dello Stato di Palestina, e inizialmente destinata alla creazione di un museo archeologico in Palestina, progetto rimasto incompiuto a causa dei conflitti che hanno interessato l’area.

La mostra si inserisce nel dibattito sulla distruzione del patrimonio culturale, fatto non solo di siti archeologici, monumenti storici e altre rappresentazioni fisiche del passato perduti o gravemente danneggiati, ma anche delle persone che li hanno vissuti, celebrati e identificati come parte della loro eredità culturale, e che ora sono morte o fuggite in seguito alla guerra. I  questo senso Gaza rappresenta solo l’ultimo di una serie di eventi distruttivi che conflitti bellici, e non solo, stanno causando in tutto il mondo. Tra gli obiettivi della mostra si evidenzia la necessità di tenere viva la memoria di una civiltà millenaria e delle comunità che la incarnavano, sensibilizzando il pubblico sulle necessità di proteggere e tramandare il patrimonio culturale, minacciato dalla guerra e dall’oblio, attraverso il dialogo tra reperti archeologici e arte contemporanea. Fin dall’Età del Bronzo, Gaza ha rappresentato un nodo strategico nelle relazioni fra Africa, Asia e Mediterraneo, luogo di scambio e incontro fra civiltà diverse. La città, punto di passaggio di ruote commerciali, religiose e culturali, ha conosciuto nel corso dei secoli una straordinaria stratificazione storica. Sono questi gli aspetti che l’esposizione vuole sottolineare. Il dialogo con la collezione del Museo Egizio di Torino contribuisce a evidenziare questa fitta rete di connessioni, inserendo Gaza in una geografia più ampia di relazioni e influenze reciproche, contribuendo a restituire la complessità di un territorio che ha svolto un ruolo centrale nel Mediterraneo.

Sono quattro le sezioni tematiche della mostra, la prima intitolata : “passato, presente e futuro in pericolo” sul tema della distruzione del patrimonio, non solo artistico. “Il ruolo di Gaza come ponte commerciale e culturale”, “la produzione del celebre vino di Gaza” e la “ricca rete di influenze reciproche con l’Antico Egitto e l’Antica Grecia” sono alla base delle successive sezioni.

Il progetto prevede un fitto calendario di appuntamenti, dagli incontri ai workshop, dalle performance alle presentazioni a workshop di cucina gazawi a momenti musicali e a una retrospettiva del regista Kamal Aljafari, al Museo Nazionale del Cinema. Questo calendario dimostra un legame profondo e solidale di vicinanza e sostegno da parte di una rete culturale internazionale e cittadina attenta e partecipe. Il 16 maggio, al Salone del Libro, verrà presentato “La storia di Gaza”, di Jean Pierre Figliu.

Mara Martellotta

Una gita fuori porta: storici splendori architettonici

 

Nell’weekend della “Festa di Liberazione”, riaprono, ad una manciata di chilometri da Torino, alcune dimore storiche del Pinerolese

Domenica 26 aprile

Massello (Torino)

La meta è ad un tiro di schioppo da Torino. E il traguardo, il territorio del Pinerolese, offre la possibilità di conoscere, ammirare e visitare, accanto a paesaggi e città di grande interesse e bellezza, alcune tra le più interessanti “dimore storiche” piemontesi che, domenica prossima 26 aprile, torneranno a riaprire le porte ai visitatori. Ogni dimora è un microcosmo di storie, architetture e giardini che meritano certamente una sosta dedicata, rappresentando l’occasione per una gita fuori porta o per un weekend, visto che il “Consorzio Turistico Pinerolese e Valli” (Località Mollino, 4) supporta i turisti con informazioni e pacchetti studiati su misura (info@turismopinerolese.it )

Si inizia dalla verde Bricherasio, 45 chilometri da Torino, dove la storia “si sdoppia”. Il primo passo sarà nel “Palazzo Conti di Bricherasio” (costruito tra Sei e Settecento) che si presenta come una residenza di grande eleganza, dove le sale interne riflettono il gusto di una nobiltà colta e legata alle tradizioni del luogo: qui nacque Giovanni Battista Cacherano, comandante delle truppe austro-piemontesi che il 17 luglio 1747 sconfissero i Francesi nella famosa battaglia del “Colle dell’Assietta”. A poca distanza, sempre il 26 riapre anche “Palazzo Ricca di Castelvecchio”, in cui l’atmosfera che si respira è ben diversa , più intima ma altrettanto maestosa, testimoniando la stratificazione storica di un borgo che ha sempre avuto un ruolo centrale nella vita della valle. Proseguendo, eccoci a Pinerolo, “la città più bella del Piemonte” per Edmondo De Amicis (“Alle porte d’Italia”) e storicamente riconosciuta come la “capitale” del “Principato degli Acaja” nel XIV secolo e, ancora oggi, centro nevralgico del Pinerolese. Qui si può entrare a “Cascina Losetta”, in Località Piani, inserita nella settecentesca “Tenuta del Colombretto” ed esempio perfetto di “villa-fattoria” (set cinematografico nel 2005 della fiction “Elisa di Rivombrosa”), dove il pregio architettonico si fonde con la nobile arte della gestione della terra, in un contesto rurale ancora oggi vibrante di vita. Sempre a Pinerolo, in Strada del Galoppatoio, è imperdibile l’Agriturismo – Parco Storico “Il Torrione”, antico complesso medievale diventato “residenza signorile” (“Pallacium Torrioni”) nel ‘700. Dentro si respira un’esperienza quasi magica: è un “giardino di paesaggio” dove alberi monumentali e vialetti ombrosi permettono di ritrovare la pace e la meraviglia che solo la natura, plasmata dal tempo e dall’uomo, sa regalare. Nei mesi di maggio e giugno il parco risplende della fioritura di 70 diverse varietà di ortensie. A pochi chilometri da Pinerolo e parte dell’ “Unione Montana del Pinerolese”, San Secondo di Pinerolo, ci offre la possibilità di una visita indimenticabile al “Castello di Miradolo”, appartenuto al casato dei Conti Cacherano di Bricherasio, estinta famiglia dell’antica nobiltà piemontese che vantò addirittura il titolo di “viceré dei Savoia” per alcuni suoi membri e che si distinse anche per apprezzabili attività di filantropia e mecenatismo. Dal 2008 è sede della “Fondazione Cosso” ed è oggi un “polo culturale” d’eccellenza. Circondato da un “Parco storico” di grande valore botanico, il Castello ospita attualmente la mostra “C’è oggi una fiaba”, costruita come un racconto corale in cui la fiaba classica prende forma attraverso le opere di alcuni tra i protagonisti dell’arte moderna e contemporanea, rendendolo una meta ideale sia per gli appassionati del verde sia per gli amanti dell’arte contemporanea. Spostandoci verso la collina di Piossasco, “Casa Lajolo” è una dimora di campagna di metà Settecento con un giardino all’italiana articolato su tre livelli e proprio domenica 26, alle 16,30, si potrà scoprire questo patrimonio verde attraverso “una visita poetica”, un modo nuovo di fruire della bellezza del giardino che coniuga letture di brani e poesie con la scoperta del patrimonio botanico (iscrizioni su https://www.casalajolo.it/prenota/). A pochi chilometri, a Volvera, invece, sempre domenica 26 si potrà visitare “Palazzotto Juva”, una dimora la cui storia risale al Seicento e il cui nome è legato alla figura di Giacomo Pio Juva che, nel 1797 acquistò la cascina e i terreni. II nuovo proprietario fece costruire e restaurare la villa padronale dotandola di una “torre merlata” di ispirazione medioevale, del “campanile” con tanto di campane, ampliando il grande giardino, per destinarlo a “residenza estiva”. Ultime due tappe domenicali: Pancalieri, dove domenica 26 riapre la settecentesca “Villa Giacosa Valfré di Bronzo”, e Virle Piemonte, con il suo settecentesco “Castello Marchesi Romagnano” che domina l’abitato con la sua mole storica e le sue sale affrescate, custodi di secoli di eventi politici e mondani.

Per info: “Consorzio Turistico Pinerolese e Valli”, Massello – Località Molino 4, Torino; tel. 331/3901745 o www.turismopinerolese.it

g. m.

Nelle foto: “Parco Storico Il Torrione”, “Casa Lajolo” e “Castello Marchesi Romagnano”.

Al Gobetti “Breve apologia del caos…” del drammaturgo Sanguinetti

Al teatro Gobetti in scena da martedì 28 aprile la pièce teatrale intitolata “Breve apologia del caos per eccesso di testosterone nelle strade di Manhattan”

Martedì 28 aprile , alle ore 19.30, debutterà  al teatro Gobetti la pièce teatrale “Breve apologia del caos per eccesso di testosterone nelle strade di Manhattan” scritto dal drammaturgo uruguayano Santiago Sanguinetti e tradotto da Teresa Vila. Adattamento e regia sono di Simone Luglio, che sarà in scena insieme a Daniele Marmi, Eleonora Angioletti e Giorgio Castagna. Disegno, luci e suoni sono di Piermarco Lunghi.

Chiusi in un anonimo appartamento newyorchese, quattro disadattati sognano di incendiare il mondo. Sono persone comuni, fuori posto, allergiche al sistema, che, però, hanno un’idea, quella di rovesciare il capitalismo colpendo il suo cuore pulsante. In che modo? Con un virus che altera con le biotecnologie le caratteristiche biochimiche di tutti gli individui, per arrivare a distruggere così le fondamenta del modello socioeconomico che prevale in tutto il pianeta. Una mutazione che amplifica il testosterone, accende gli istinti più primordiali e trasforma l’umanità  in una massa guidata da sesso, potere e caos.
Questa commedia irriverente narra il disincanto, la depoliticizzazione, la perdita di quadri di riferimento  che caratterizzano così tanto la nostra epoca. Attraverso l’umorismo, il grottesco e la farsa, l’autore interroga momenti chiave del passato e del presente, smonta discorsi riduttivi e manipolatori, invitando lo spettatore alla riflessione.

“Ho sempre pensato che questo testo – spiega il regista Santiago Sanguinetti –  che parla di un gruppo di uruguayani che si recano con grande fatica ed esborso di soldi  a  New York per mettere in atto un piano strampalato di rivoluzione, nel suo adattamento italiano potesse risultare (per usare aggettivi tendenziosi) datato, obsoleto e sorpassato. I temi trattati dall’utopia rivoluzionaria contro il capitalismo, Stalin, la Coca-Cola e l’antiamericanismo, per il pubblico italiano apparivano secondo me ormai sbiaditi, e questo rischiava di influire sul risultato dell’intera messa in scena.
La materia rivoluzione non è  mai semplice da trattare anche perché ogni qual volta si progetta qualcosa di rivoluzionario, c’è  sempre il rischio che l’idea che ha generato il desiderio di rivoluzione risulti già datata, obsoleta, sorpassata. Proprio questo ragionamento mi ha portato a focalizzare la mia attenzione sui protagonisti di questa storia, sul perché ognuno di loro fosse lì, quale fosse la motivazione che li spingesse ad essere lì.  E così mi sono ritrovato a parlare della solitudine, una solitudine mossa da un’apparente comunione di intenti alla ricerca di un’utopia sociale.

C’è  il vecchio e nostalgico Nicolas che spera in un ultimo e disperato tentativo di riscatto per resistere ed esistere. C’è  il giovane nipote Benjamin che, intriso dei racconti utopici dello zio, crede di aver trovato la soluzione per realizzarli e per questo coinvolge la sua fidanzata Belen , totalmente all’oscuro del piano che, ribaltando l’ordine gerarchico maschilista, scoprirà di essere la pedina fondamentale per realizzarlo. Poi c’è Riccardo, che tutti chiamano Richard, che sogna un futuro da cantante nelle metropolitane di New York.
Abbiamo cominciato in scena a porci le giuste domande senza la presunzione di trovare le giuste risposte , perché a occuparsi dell’utopia si finisce sempre per trattarla come se fosse materia ragionabile. Ecco perché Belen, Benjamin, Nicolas, Riccardo, pur non interessandosi di utopia, riescono a cavalcarla fino in fondo, tanto da scoprire che ormai è troppo tardi e non resta che combattere finché vinca il più forte”.

Info teatro Gobetti, via Rossini 8, Torino.
Orario degli spettacoli martedì giovedì e sabato ore 19.30, mercoledì e venerdì ore 20.45, domenica ore 16
Biglietteria teatro Carignano, piazza Carignano 6, Torino.
Tel 0115169555 email biglietteria@teatrostabiletorino.it
Orario: da martedì a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19. Lunedì riposo.

Mara Martellotta

“Stand Up & Down”, “Vinciamo insieme” a Le Gru

Per ogni serata, tre comici in nove “mini-show” gratuiti: “comicità su e giù” 

Da venerdì 24 a domenica 26 aprile

Grugliasco (Torino)

Si accendono a “Le Gru” (il più grande Centro Commerciale in Piemonte) le serate di primavera ed estate con “Stand Up & Down”, il nuovissimo format che cavalca l’onda dell’irresistibile comicità della “stand – up comedy” italiana, esplosa alla grande negli ultimi anni in una piacevolissima rivisitazione della “comicità anglosassone” mirabilmente arricchita da accenti nostrani.

L’appuntamento, a partire da venerdì prossimo 24 aprile, è per il quarto venerdì di aprile (appunto), maggio e giugno dalle ore 18 alle 21,30, allorché tra aperitivo e cena, tre artisti per serata con un “head-liner” e due emergenti si alterneranno in performance diffuse in tre diverse location. Accanto ai dehors di locali iconici come “Dezzutto” in “Piazza Sud” piano terra, “Caffè del Centro” in “Piazza Sud” primo piano e “Chiosco Coffe & Friends” in “Piazza Nord” primo piano. Gli artisti si esibiranno in minishow a rotazione offrendo risate spontanee in un contesto che mescola relax, comicità viva e menu a tema. A rendere il tutto ancor più appetibile, non mancherà un carretto brandizzato “Spillo”, creato in collaborazione con “One More Drink”, che servirà divertenti “drinketti da passeggio” in bicchieri dedicati al format ed accompagnati da popcorn croccanti. E ancora, promozioni esclusive e sorprese per rendere ogni serata unica.

Ad aprire le danze, venerdì 24 aprile, sarà Pippo Ricciardi. Pugliese d’origine e torinese d’adozione, con oltre 130k follower su “Instagram” e 95k su “tik tok”, Ricciardi irromperà in scena con il suo stile “elettrico e surreale” capace di intrecciare “stand up”, “storytelling” e “crowdwork”, trasformando (e non è da tutti) il pubblico in “co-protagonista”; accanto a lui Yassin Kefi da Carpi, ritmo serrato e origini tunisine per “osservazioni imprevedibili sul quotidiano”, e Wendy LaFortu da Milano con quella sua comicità “intima e improvvisata” che crea comunione immediata. Per ognuno tre show a rotazione nei “palchi” naturali di “Le GruVenerdì 22 maggio, secondo appuntamento con Pietro Sparacino, il primo “stand up comedian” siciliano, di stanza a Roma, affiancato da  Mattia Alfieri che sorprenderà con i suoi sketch sui “vizi urbani” in un mix assolutamente eclettico, mentre il catanese Nanni Mascena darà sfogo a tutta la sua “vena surrealista” e alle sue improvvisazioni “nu-comedy”. L’ultimo appuntamento, venerdì 26 giugno, vedrà in scena Tiberio Cosmin, di origini rumene e con uno stile originale fuori dagli schemi che fonde teatro e “stand up” (reduce da poco dal successo a “Italias Got Talent”), Roberto Anelli e la sua ironia tagliente sui più esilaranti momenti di vita quotidiana e Stephany Aiello, comica umbra dal piglio tagliente, irriverente e autentico. A condurre le serate, sarà il presentatore Antonio Piazza, ex ingegnere siciliano, oggi colonna portante della “stand up comedy torinese”, in grado di trasformare ogni difficoltà della vita con l’arma della sua irresistibile ironia.

“Diamo il benvenuto – dichiara Alessia Zuccolo, ‘Shopping Center Manager’ di ‘Le Gru’ –  a ‘Stand Up & Down’ come evoluzione naturale del nostro impegno per un intrattenimento quotidiano e inclusivo, che anima gli spazi rinnovati e rafforza il legame con la comunità locale”.

Calendario completoorari e dettagli su: www.legru.it

VINCIAMO INSIEME

In questo fine settimana, “Le Gru” annuncia anche il suo partenariato al Progetto “Vinciamo insieme”, promosso dalla “FICG – Lega Nazionale Dilettanti”, a favore di “UGI ODV”“Vinciamo Insieme” porta il calcio virtuale nelle comunità terapeutiche, case-famiglia, ospedali, spazi dedicati a minorenni che sono lontani dallo sport quotidiano: è un importante progetto di inclusione sociale per contrastare l’isolamento, rafforzare l’autostima, stimolare il senso di appartenenza, e aiutare bambini e ragazzi. Da poco sbarcato in Piemonte, il “Progetto” è sostenuto con entusiasmo da “Le Gru”, che porterà a “UGI” un “HUB eSport LND”.

Per questa ragione, nel fine settimana di sabato 25 e domenica 26 apriledalle 9 alle 22, al primo piano di “Piazza Sud” Le Gru, ospiterà un evento con postazioni “eSport”, “calcio balilla” e “subbuteo”: un’occasione per tutti di giocare, divertirsi e condividere gli intenti di “UGI” in modo interattivo e leggero. “Un modo per far vivere a famiglie e visitatori – ancora Alessia Zuccolo – l’emozione del calcio, sensibilizzando sul potere dello sport come ponte verso il benessere condiviso”.

Sarà anche presente “TORadio” con una postazione per interviste e dirette per rendere il weekend ancora più indimenticabile.

Per info: “ Shopville Le Gru”, via Crea 10, Grugliasco (Torino); tel. 011/7709657 o www.legru.it

g.m.

Nelle foto: Pippo Ricciardi, “Le Gru – Piazza Sud”, Alessia Zuccolo

Riparte il Cineforum dell’Istituto Sociale 

Riparte il Cineforum dell’Istituto Sociale la Scuola della Compagnia di Gesù di Torino. Una storica iniziativa avviata nel 1949, e interrottasi nel 2016, che ha accompagnato e formato generazioni di torinesi. Un momento di analisi critica, culturale e sociale che ha registrato la partecipazione e il contributo di addetti al mondo del cinema.

Primo appuntamento giovedì 23 aprile, alle 20.30, nel cinema della scuola di corso Siracusa 10, a Torino, con la proiezione del film “Come un gatto in tangeziale” di Riccardo Milani, con Paola Cortellesi e Antonio Albanese. Il cineforum sarà guidato da Marco Lombardi, giornalista ed ex alunno dell’Istituto Sociale, e la serata vedrà la partecipazione del regista Riccardo Milani. Il cinema è stato da sempre un grande interesse per i gesuiti. Non si può non ricordare Padre Virgilio Fantuzzi, celebre firma della Civiltà Cattolica, amico personale di Rosellini e Pasolini, di cui fu collaboratore volontario e tornando al Cineforum del sociale i padri Gasca Queirazza, Morra e Guerello, che seppero trasformare i momenti di visione dei film in occasioni di introspezione, confronto, crescita personale e collettiva.

Ingresso gratuito.

Mara Martellotta

Un incanto di mostra, il potere e le regine sullo schermo e a teatro

Alla Reggia di Venaria, sino al 6 settembre
.
I molti appassionati non si lasceranno certamente sfuggire la mostra “Regine in scena.
L’arte del costume italiano tra cinema e teatro” che troverà spazio nelle Sale delle Arti
della Reggia di Venaria sino al 6 settembre, una selezione di 31 abiti a rappresentare il
potere al femminile attraverso le tante opere cinematografiche e la scena, volendosi
restituire “al costume la sua funzione più profonda: non semplice ornamento, ma
dispositivo capace di generare percezione di potere, identità e visione”. Il tema della
sontuosa regalità è stato affrontato – avendo a disposizione bellezze e perfezioni
indescrivibili – da Massimo Cantini Parrini (con la collaborazione di Clara Goria, storica
dell’arte e conservatrice del Centro Studi del Consorzio delle Residenze Reali
Sabaude), costumista fiorentino, allievo di Piero Tosi e iniziale assistente del premio
Oscar Gabriella Pescucci, una già lunga carriera iniziata circa vent’anni fa che lo ha
visto nelle preziose collaborazioni con Joe Wright (“Cyrano” con una candidatura
all’Oscar e “M – Il Figlio del Secolo”) ed Ettore Scola, Matteo Garrone (“Il racconto dei
racconti“ e “Pinocchio”) ed Edoardo De Angelis, Roberta Torre (“Riccardo va
all’inferno”, presentato una decina di anni fa al TFF) e Susanna Nicchiarelli (“Miss
Marx” e “Chiara”), Pablo Larraìn (“Maria”, Angelina Jolie come la Callas, Best Costume
Designer decretato dai Critics Choice Awards) e Michael Mann (“Ferrari”), Paolo Virzì e
Gianluca Jodice (“Le Déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta”, girato in gran parte
propria alla Reggia): titoli che gli hanno fatto guadagnare sei David di Donatello,
quattro Nastri d’Argento e quattro Ciak d’oro. Insomma un Maestro di un arte che
troppo spesso chi va al cinema e a teatro tralascia o guarda con occhio più o meno
attento.
Una grande mostra, un incanto di mostra, che viene a inserirsi nel filone tematico
espositivo dedicato alla moda e al costume e avviato nel 2011 con “Moda in Italia. 150
anni di eleganza (1861-2011)”, un’occasione e un’ambientazione che virano al
femminile ripensando all’importanza che proprio a Venaria, alla metà del Seicento,
ebbero le figure delle duchesse Cristina di Francia e Maria Giovanna Battista di Savoia
Nemours – “parliamo sempre di uomini e di potere maschile e ci dimentichiamo del
peso che hanno avuto le donne”, ci tiene a sottolineare Chiara Teolato, direttrice del
Consorzio delle Residenze Reali Sabaude; un patrimonio suggestivo, un susseguirsi di
preziosità dove teatro e cinema corrono paralleli, il primo sottolineando la visione che
al costume è necessaria arrivando lo sguardo da lontano, nella fusione con l’attore e
con la completezza della scena, il cinema vivendo di particolari, dell’esigenza che
l’occhio si posi sulla eleganza e la materia delle stoffe, accompagnate dalla luce come
dall’esattezza dell’inquadratura. Affermava Gabriella Pescucci che “in teatro ti
preoccupi meno del dettaglio perché c’è la distanza che ti mangia tutto; in teatro sono
importanti i volumi, accentuati, e i tessuti con certi riflessi sotto le luci, il cinema è
misterioso perché non sai mai ciò che si vedrà e ciò che non si vedrà”. Raccontare
quindi il femminile in modo diverso, ogni atto all’interno della memoria antica, e non
soltanto, dell’equazione potere eguale abito, in un percorso che ha costruito la Storia e
l’immaginifico.
La regalità della sovrana, come della donna e della diva, coniugata quindi attraverso
tre nuclei fondamentali – il mito, la storia, la fantasia -, condotti filologicamente e
offerti visivamente con i rispettivi colori del bronzo, dell’oro e dell’argento, epoche e
ricordi totalmente diversi, architetture e prospettive in tre atti e undici scene che
abbracciano quanto è uscito dal gusto e dalla maestria di costumisti e artisti, quanto è
stata capace d’offrire la realizzazione delle eccellenze sartoriali italiane – il mondo
ricreato recentemente da Ferzan Ozpetek con “Diamanti” – (tra tutte, la sartoria Farani
di Roma e la Sartoria Devalle di Torino, a cui si deve, Luigi Sabelli costumista, il manto
regale che guarda al Quattrocento di Pisanello, come all’Oriente e al Liberty, per “La
Parisina” di Mascagni su libretto di D’Annunzio, del 1913, Teatro alla Scala: qui
accostato a quello preparato da Tosi per Raina Kabaivanska che nel ’91 era Elisabetta
di Valois nel “Don Carlo” di Verdi per la regia del finissimo Mauro Bolognini, perfetta
simbiosi a confrontare due visioni, costruzione storica e psicologica da un lato e
potenza evocativa dall’altro), credo invidiabilissime nell’industria e nel mondo intero e
quanto sia oggi custodito nelle collezioni, quali Tirelli Trappetti e Peruzzi di Roma,
Cerratelli di Pisa, il Museo della Moda e del Costume di Firenze.
Rileggendo lungo la mostra le parole di Visconti (“il cinema è fatto di sguardi, il teatro
di parole, ma in entrambi cerco la stessa cosa: l’umano nel suo splendore e nella sua
miseria”) e di Piero Tosi (“un costume non deve solo vestire un corpo, deve vestire
un’anima e raccontare da dove viene quel personaggio prima ancora che apra bocca”)
e di Milena Canonero (“i vestiti nel cinema sono strumenti psicologici: se l’attore si
sente il personaggio addosso, allora ho fatto il mio lavoro”), guardando alle esigenze
di un’interprete che decenni fa s’addossava le spese del costume (“siate tanto gentile
da darmi l’indirizzo di Casorati. Gli spiegherò come vorrei corretto il costume e così
avvertirò anche Cerratelli, prima di trovarci di fronte alle difficoltà inevitabili create
dalla smania che ho io di vestirmi bene in palcoscenico”, così una lettera di Gianna
Pederzini a Mario Labroca del 3 marzo 1949), s’incontrano i grandi maestri del
Novecento come quelli del nostro nuovo millennio – Anna Anni, Giancarlo Bartolini
Salimbeni con cui si torna alla Lollo nazionale quando nel 1962 per Jean Delannoy in
“Venere imperiale” indossò (ci pensò il Canova di Gianni Santuccio ad alleggerirla) gli
abiti di Paolina Borghese, Danilo Donati, Aldo Calvo e Giulio Coltellacci, oltre quelli già
citati – e da quegli abiti senza volto abbiamo gran parte della storia della settima arte
e di quel teatro che non smette di appassionarci e di stupirci. Sottolineando la
presenza di quegli artisti prestati al palcoscenico e allo schermo, che hanno i nomi di
Felice Casorati, Corrado Cagli, Giorgio de Chirico e Arnaldo Pomodoro.
Monica Bellucci
diventa la Regina degli Specchi grazie a Gabriella Pescucci nei “Fratelli Grimm e
l’incantevole strega” di Terry Gilliam (2005), la stessa ancora per Gilliam immortala
Valentina Cortese quale Ariadne regina della Luna nelle “Avventure del Barone di
Munchausen” (1988) o Michelle Pfeiffer come Titania nel “Sogno di una notte di mezza
estate” di Michael Hoffman (1999), Piero Tosi veste Maria Callas per la “Medea” di
Pasolini (1969) o quattro anni più tardi richiama dalla sua vecchia Sissi Romy
Schneider per essere Elisabetta di Baviera nel “Ludwig” viscontiano (è esposto “l’abito
da passeggio in damasco di seta operato a piccole stelle, guarnito con inserti in raso di
seta, giacchino in velluto di seta autentico, ricamato a motivi floreali in seta e foderato
in pelliccia di castoro”), Danilo Donati veste Silvana Mangano per “Edipo re” di Pasolini
(1967): “tunica d’ispirazione arcaica composta da un intreccio di tubolari in fibra di
ovatta, lavorati e fissati su una base di garza di cotone, con estremità sfrangiate”. E
poi ancora Irene Sharaff e Nino Novarese (la “Cleopatra” per la Taylor), Anna Anni per
cui Rossella Falk sarà Elisabetta I Tudor nel 1983 alla Pergola di Firenze con la regia di
Zeffirelli, Milena Canonero, vincitrice dell’Oscar, a rivestire la Maria Antonietta di
Kirsten Dunst reinventata da Sofia Coppola in versione pop.
“Ho sottolineato nella mostra l’unicità dei costumi – dice Cantini Parrini -, scegliendo di
abolire anche le fotografie nel timore che rubassero spazio alle creazioni. Ho voluto
mostrare i costumi e i dettagli, la bellezza delle stoffe e dei ricami, delle corone e degli
orecchini, dei tanti monili e dei copricapi attraverso un lungo lavoro di ricerca, negli
archivi e nelle sartorie, andando oltre quei costumi che sono andati distrutti o
necessitavano di restauri, con la collaborazione di maestranze che si è rivelato pieno
di fascino e di entusiasmo.” A chi gli chiede come nasca un costume, “il bozzetto
innanzitutto, ispirandomi al ruolo e all’attrice che dovrà interpretarlo, ogni cosa vista
nella generalità di un contesto; ma la mia prima fonte d’ispirazione sono i musei, ci
entro sempre, per guardarli e per studiarli”. Il suo percorso personale, qui, attraversa
titoli quali “Maria” di Larraìn, di cui s’ammira l’abito dall’intenso blu violaceo indossato
da Angelina Jolie nelle vesti di Anna Bolena, quello “in damasco di seta, con disegno
ornamentale di forte contrasto e impatto visivo” che ha rivestito Salma Hayek come
Regina di Selvascura nel “Racconto dei racconti” di Matteo Garrone, la settecentesca
“robe à l’anglaise” che abbiamo vista pensata per Mélanie Laurent nel “Déluge” di
​Gianluca Jodice, l’abito per Naomi Watts per “Ophelia” di Claire McCarthy, quello per
Cécile Cassel nel “Barbarossa” di Renzo Martinelli.
Ad accompagnare la mostra, il Museo Nazionale del Cinema proporrà al Massimo, nel
mese di giugno, una rassegna che prevede la proiezione di “Le déluge” di Jodice,
“Marie Antoinette” di Coppola, “Medea” di Pasolini e “Cleopatra” di Mankiewicz, tutti
in versione originale con sottotitoli.
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Elio Rabbione
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Nelle immagini, in primo piano un abito indossato da Elizabeth Taylor per “Cleopatra”
di Mankiewicz (foto Margherita Borsano); costume di Massimo Cantini Parrini per
Salma Hayek in “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone; costume di Danilo Donati
per Silvana Mangano come Giocasta in “Edipo re” di Pier Paolo Pasolini; costume di
Piero Tosi per Romy Schneider in “Ludwig” di Luchino Visconti; costume di Massimo
Cantini Parrini per Mélanie Laurent in “Le Déluge” di Gianluca Jodice.

Flashback Habitat presenta Manouche Jazz Night

Da giovedì 23 a domenica 26 aprile, torna il festival dedicato al Jazz Manouche negli spazi di Flashback Habitat, in corso Giovanni Lanza 75. Dedicare un festival di Jazz Manouche significa, per Flashback, portare dentro l’ecosistema una musica nata ai margini. Il Jazz Manouche nasce dall’incontro tra la tradizione romaní e il jazz americano, ma soprattutto una posizione storicamente laterale, quella di comunità nomadi abituare a vivere tra i confini, mai completamente dentro al sistema, mai del tutto assimilate. È una musica che non si sviluppa al centro ma nelle intersezioni, nei passaggi, nelle zone di contatto. In questo senso, non è solo un linguaggio musicale, ma una forma di sguardo obliquo e mobile, capace di tenere insieme memoria e trasformazione senza fissarsi in un’unica identità. Flashback lavora proprio su queste dinamiche, considerando il tempo come stratificazione di passato come materia viva e la possibilità di rileggere ciò che esiste da prospettive inattese. Il Jazz Manouche si inserisce in questo contesto non come citazione storica ma come pratica attiva. Portarlo a Flashback significa attivare una presenza che non occupa il ccento, ma lo mette in tensione, una musica che nasce in un altrove “periferico” e che, proprio perquisito, riesce a far emergere nuove connessioni, nuovi modi di ascoltare e di abitare il nostro presente.

Si tratterà di 4 serate che vedranno protagonisti artisti che porteranno in scena la loro personale interpretazione del Jazz Manouche, spaziando dal repertorio classico alle sonorità contemporanee. Si tratta di un programma realizzato grazie alla collaborazione con il musicista Alberto Palazzi.

Giovedì 23 aprile, alle ore 21, si esibirà il Dmitry Kuptsov Trio, con Dmitry Kuptsov e Tobia Davico alla chitarra e Veronica Perego al contrabbasso; venerdì 24 aprile, alle ore 21, sarà la volta del Adrien Marco Trio, con protagonisti Adrien Marco e Giangiacomo Rosso alla chitarra e Michele Millesimo al contrabbasso; sabato 25 aprile, alle ore 21, arriverà il progetto musicale Romanouche, dedicato alla riscoperta della musica di Django Reinhardt, di cui Augusto Creni, alla chitarra, è un raffinato interprete ed esperto. Con lui il chitarrista Mauro Gregori e il contrabbassista Andrea Garombo; infine, domenica 26 aprile, alle 21, sarà la volta dei 20 Strings, con Alberto Palazzi alla chitarra solista, Maurizio Mazzeo alla chitarra ritmica, Andrea Garombo al contrabbasso, Simone Arlorio al clarinetto e Luca Zanon alla batteria. Attivi dal 2012 in Italia e all’estero, i 20 Strings hanno esplorato e approfondito le diverse sfumature del Jazz Manouche, dalle sue interpretazioni contemporanee alla musica tradizionale, tenendo centrale il riferimento a Django Reinhardt, e in particolare il repertorio degli anni Quaranta, caratterizzato da un linguaggio musicale innovativo, da un graffiante suono elettrico e dalla presenza del clarinetto

Flashback Habitat – ecosistema per le culture contemporanee – corso Giovanni Lanza 75, Torino – info@flashback.to.it – 393 6455301 – orari: giovedì 18-24/venerdì, sabato e domenica 11-24

Mara Martellotta

Supporti di carta per capolavori di artisti del Novecento

Da Casorati a Zorio”, sino al 30 maggio alla Galleria del Ponte

John Berger – nato a Londra nel 1926 e scomparso a Parigi nel 2017, è stato critico d’arte (tra gli altri, i saggi “Splendori e miserie di Pablo Picasso” del 1965, “Questione di sguardi”, 1972, “Sul disegnare”, 2005), scrittore (“Festa di nozze”) e pittore, collaboratore di quotidiani e riviste, negli anni Settanta sceneggiatore con il regista svizzero Alain Tanner di film quali “Jonas che avrà vent’anni nel 2000” e “La Salamandra” – ha approfondito “il rapporto dell’artista con il supporto cartaceo”, attraversato da distensione per alcuni o sinonimo di un incessante corpo a corpo ”carico di tensioni più o meno latenti”, “il momento in cui l’artista rievoca le sensazioni provate di fronte alla superficie ancora intonsa del foglio”. Scriveva Berger: “Sapevo che, al momento di tracciare una linea su – o attraverso – di essa, avrei dovuto controllare il segno non su un unico piano, come un guidatore al volante della sua automobile, ma come un pilota in volo, giacché il movimento era possibile in tutte e tre le dimensioni.”

Con l’aiuto delle note della Galleria del Ponte, ci si inoltra felicemente all’interno della cinquantina di lavori che danno vita, e bella memoria, alla mostra “Da Casorati a Zorio. Opere su carta”, visitabile sino al 30 maggio, in cui chi guarda ha l’occasione – ancora una volta Stefano e Stefania Testa hanno il felice compito e la lodevole preoccupazione di ristabilire aree di bellezza, interessi che vanno persi, nomi e opere che pretendono il necessario mantenimento – di ritrovarsi di fronte ai più bei nomi di un’Arte cittadina e regionale, ma non soltanto perché sappiamo quanto quei confini si siano allargati, che hanno attraversato il Novecento (dagli anni Trenta) e si siano spinti sino a noi. Riallacciandoci a quanto si diceva di Berger, non si può non guardare immediatamente alle due opere esposte di Sandro De Alexandris, il fatidico foglio di carta bianco impercettibilmente attraversato dai tratti verticali della matita o dalle screpolature invisibili a un occhio poco attento di un bisturi. È l’esempio più tacitamente assordante: ma che spinge a guardare, a pensare, a immaginare. Una bella scia di idee e di realizzazioni. Già dal pianoterra della galleria di corso Moncalieri, per poi salire su con un ordine affatto cronologico ma articolato in suggestive esplosioni artistiche, ci accolgono opere di Felice Casorati (“Donna con bambino”, matita su carta, anni Trenta e “Figura femminile” degli anni Cinquanta, incantevole) e Carol Rama con quattro carte realizzate tra il ’63 e il ’68, isola a sé dell’intera esposizione, “Natura morta con brocca e susine”, acquerello di quel grande e affascinante Maestro che è stato Mario Calandri, e i colloqui femminili di Nella Marchesini e poi Gigi Chessa e Luigi Spazzapan.

Come si scoprono, in rapido susseguirsi, in “un percorso coerente, benché rapsodico”, le opere su carta, coniugate secondo i diversi stili e le sensibilità di ognuno, di Clotilde Ceriana Mayneri (“Avanzata barbarica”, 1987), di Marina Sasso che recentemente posava piombo ottone e reti sul foglio, in una bella alternanza di colori e di lucentezze, di Riccardo Cordero con i suoi “Progetti” degli anni Settanta (biro pennarello e collage), di Giacomo Soffiantino che ironizzava sull’amico Gino Gorza incallito fumatore, tra volute rosse di fumo e caratteri nipponici, di Sergio Saroni con una bellissima china dei Sessanta, di Pinot Gallizio e Marco Gastini, di Umberto Mastroianni (un compatto fondo arancio a raccogliere le forme sinuose o spigolose che gli conosciamo) e di Giò Pomodoro, di Mario Surbone e di Adriano Parisot, di Graham Sutherland con un prezioso Gouache del ’71 e di Piero Ruggeri, che guardava a Caravaggio e alla Cappella Contarelli catturandone vorticosamente l’essenza per trasportarli in tempi più vicini a noi. Da vedere.

Elio Rabbione

Nelle immagini: Piero Ruggeri “rivisita” la Chiamata di Matteo di Caravaggio; ancora opere di Soffiantino e Sutherland esposte nella mostra.

Urmet, una lunga storia

Urmet ha messo in mostra alcuni dei suoi prodotti storici: dal 17 al 19 aprile, infatti, presso il Parco Culturale Le Serre di Grugliasco (TO), la multinazionale torinese è stata fra i partner principali della terza edizione del PIM – Phonecards International Meeting, il più importante evento internazionale dedicato al mondo delle schede telefoniche e alla telefonia storica. La manifestazione ha riunito espositori e appassionati provenienti da numerosi Paesi, tra cui Sudafrica, Cina, Australia e gran parte dell’Europa, confermandosi come punto di riferimento globale per lo scambio di materiale collezionistico e per l’incontro tra esperti e appassionati.

L’edizione 2026 ha avuto un valore particolarmente simbolico, poiché si è celebrato il 50° anniversario della nascita della scheda telefonica, una vera eccellenza del Made in Italy che ha segnato un’epoca e rivoluzionato le abitudini della comunicazione telefonica. Per l’occasione, il programma ha previsto la partecipazione di realtà storiche e istituzioni di rilievo come Urmet, SIDA e il Museo della Telefonia Pubblica di Alberi (PR), che hanno contribuito a ripercorrere la storia e l’evoluzione di questo iconico oggetto.

Urmet è una delle aziende che hanno caratterizzato la storia imprenditoriale del nostro Paese, con i suoi prodotti iconici e i suoi brevetti internazionali. Nata in Piemonte, cresciuta in Italia e con una presenza consolidata a livello internazionale, nel 2024 Urmet è stata inserita nel Registro speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale.

Fondata a Torino nel 1937 come Società Anonima per l’“Utilizzazione e il Recupero del Materiale Elettro Telefonico”, Urmet è una multinazionale a capitale interamente italiano, azienda principale di Urmet Group, realtà mondiale con circa 2500 dipendenti. L’azienda piemontese si è da sempre distinta per la sua capacità di interpretare il cambiamento storico dei mercati e di essere protagonista delle rivoluzioni tecnologiche che si sono susseguite nei decenni: lo dimostrano i numerosi prodotti, alcuni decisamente “pop” ed epocali.

Il telefono analogico Bca del 1949 aprì la strada ad un mondo più connesso, consentendo a intere famiglie di rimanere in contatto tra di loro; il primo citofono del 1958, a cui seguirà una produzione su larga scala, e il primo videocitofono nel 1965 segnarono l’inizio della cosiddetta “telefonia domestica” per controllare gli ingressi di un edificio, introducendo il concetto di “sicurezza residenziale”.

Sono prodotti “iconici” anche il primo telefono pubblico, introdotto nel 1964 e utilizzato da milioni di italiani, che funzionava a gettoni (brevetto Urmet) e contribuì a cambiare radicalmente le abitudini telefoniche delle famiglie. Con il progresso tecnologico, i gettoni furono sostituiti dalle monete e poi dalla tessera prepagata, altro brevetto Urmet, che rappresenta una pietra miliare nella storia delle telecomunicazioni.

L’organizzazione dell’evento è a cura del Worldwide Phonecards Collectors Club, associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 2024 con l’obiettivo di promuovere e rilanciare il collezionismo delle schede telefoniche, mettere in contatto collezionisti e favorirne l’interazione tra loro.

Momento centrale della manifestazione, l’asta benefica di sabato 18 aprile, curata dall’Associazione, il cui ricavato è stato interamente devoluto alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro per sostenere le attività di cura e ricerca sul cancro dell’Istituto di Candiolo – IRCCS. L’iniziativa conferma l’impegno del PIM nel sostenere progetti di valore sociale e scientifico: fra gli oggetti battuti all’asta anche la maglia autografata del numero 10, Kenan Yildiz, donata da Juventus Football Club. Il ricavato dell’asta benefica è stato di 2mila euro che saranno devoluti per sostenere la ricerca contro le patologie oncologiche.

“Arrusi” di Gabriele Scotti, un viaggio all’indietro nel tempo

In scena a San Pietro in Vincoli, per la stagione “Iperspazi” di Fertili Terreni Teatro

Per “Iperspazi”, la stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro, a San Pietro in Vincoli, da mercoledì 22 a venerdì 24 aprile, alle ore 21, andrà in scena la pièce teatrale “Arrusi” in prima regionale. Il testo è di Gabriele Scotti, diretto da Omar Nedjari, con in scena Marika Pensa, Simone Tudda e Sandra Zoccolan. Lo spettacolo è programmato in collaborazione con Piemonte dal Vivo nell’ambito del progetto “Cortocircuito”. Lo spettacolo è adatto a un pubblico maggiore di 14 anni. Con “Arrusi” si compie un viaggio all’indietro nel tempo, immergendosi ad inizio Novecento, quando prendono forma storie realmente accadute di diritti negati e di ingiustizie subite, vicende lontane, per quanto capaci di correre parallelo, in qualche modo di sfiorarsi, in un gioco di rimandi e coincidenze. A partire da Catania, dove nel 1939, nel solco delle Leggi Razziali, il questore Molina ordina retate di uomini e ragazzi omosessuali della città: li incarcera, li sottopone a interrogatorio, li condanna al confino e li spedisce alle Isole Tremiti, dove sconteranno una pena di 5 anni lontani da tutto e da tutti. Dalla Sicilia ci si trasferisce in Francia, sotto il Franchismo, con gli omosessuali sottoposti ad educazione forzata come da Legge di Pericolosità Sociale del 1970, secondo la quale l’omosessualità deve essere curata in centri dedicati, tutti all’interno di specifiche carceri, come quelle di Carabanchel, a Madrid, o di Badajoz Estremadura, e ancora, per concludere, arrivando all’immediato presente, con la storia della Procura di Padova, che nella primavera del 2023 ha impugnato gli atti di nascita di 33 bambini nati da coppie composte da due madri. Tre vicende realmente accadute, che ispirano le storie di cui è composto lo spettacolo, portando in scena prima Francesco, giovane catanese confinato alle Tremiti nel 1939, poi Amparo, madre di Valencia che non denuncia il figlio alle Forze dell’Ordine, nel 1970, e infine Aurelia, donna italiana che rischia di perdere la genitorialità del figlio i  un momento, per lei, molto delicato: storie di omosessualità da inizio Novecento ad oggi che, facendo tesoro di testimonianze e documenti, di lettere, giornali e rapporti, danno corpo a un epico racconto di pagine di storia dimenticate o poco ricordate, in cui si mescolano diversità, lotta per la libertà e Grande Storia.

“Arrusi” diventa uno spettacolo non per raccontare fatti di cronaca, ma per accendere luci negli interstizi della memoria e commuovere, dando voce al dramma, cosiccome quell’immancabile sorriso che spesso si annida in ogni tragedia.

“La forte impressione, in questo momento storico – spiega il regista Omar Nedjari – è quella di oscillare fra due opposte condizioni: da una parte l’idea di vivere in una delle epoche più libere nella storia dell’umanità, dove ognuno poteva esprimere se stesso senza il pericolo di essere punito, quantomeno dallo Stato democratico, dall’altra l’inquietante consapevolezza che diritti acquisiti da chi ci ha preceduto e ha lottato per ottenerli, possano di colpo essere cancellati. Le tre storie che compongono ‘Arrusi’ si muovono su tre diversi piani temporali, e ci ricordano come la conquista di un diritto sia dura e faticosa, e la sua possibile perdita rapida e terribile. In scena ci sono tre personaggi semplici che si sono trovati a dover fare i conti con la Storia: chi subendo le scelte da parte di governi che hanno deciso di colpire una minoranza, come nel caso di Francesco e Aurealia, chi invece appoggiando quelle scelte, credendo che fossero la cosa giusta da fare, come Amparo. Le loro storie si intrecciano sulla scena in un fluire dinamico e incalzante, fatto di rimandi e continue trasformazioni. L’interpretazione dei tre attori evoca madri, figli e gente del popolo, carcerieri e aguzzini, dando voce al dramma cosiccome al sorriso che, tenace, si annida in ogni tragedia. La cornice sonora di grande impatto emotivo, nata in prova ad opera della musicista Giulia Bertasi, assieme alla voce di Marika Pensa, rappresenta un gioco di contaminazioni fra canzoni passate riarrangjate in chiave contemporanea e musiche originali. La dimensione creato da Maria Spazi, condensa in un luogo astratto e concreto alla stesso tempo gli elementi simbolici delle tre storie, mostrando come il passato e il presente si ripresentino ciclicamente, più di quanto si creda, per uno spettacolo che intende ‘fare’ memoria, avvincere e commuovere”.

Biglietti: intero 13 euro se acquistato online, 15 euro in cassa la sera dell’evento – ridotto 11 euro se acquistato online, 1313uro se acquistato in cassa la sera dell’evento. Resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con Satispay, e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie ai biglietti messi a disposizione grazie alla collaborazione con Torino Giovani.

I biglietti si possono acquistare online sul sito www.fertiliterreniteatro.com

“Arrusi” -da mercoledì 22 a venerdì 24 aprile- ore 21 – San Pietro in Vincoli – via San Pietro in Vincoli 28, Torino

Mara Martellotta