







Da giovedì 23 a domenica 26 aprile, torna il festival dedicato al Jazz Manouche negli spazi di Flashback Habitat, in corso Giovanni Lanza 75. Dedicare un festival di Jazz Manouche significa, per Flashback, portare dentro l’ecosistema una musica nata ai margini. Il Jazz Manouche nasce dall’incontro tra la tradizione romaní e il jazz americano, ma soprattutto una posizione storicamente laterale, quella di comunità nomadi abituare a vivere tra i confini, mai completamente dentro al sistema, mai del tutto assimilate. È una musica che non si sviluppa al centro ma nelle intersezioni, nei passaggi, nelle zone di contatto. In questo senso, non è solo un linguaggio musicale, ma una forma di sguardo obliquo e mobile, capace di tenere insieme memoria e trasformazione senza fissarsi in un’unica identità. Flashback lavora proprio su queste dinamiche, considerando il tempo come stratificazione di passato come materia viva e la possibilità di rileggere ciò che esiste da prospettive inattese. Il Jazz Manouche si inserisce in questo contesto non come citazione storica ma come pratica attiva. Portarlo a Flashback significa attivare una presenza che non occupa il ccento, ma lo mette in tensione, una musica che nasce in un altrove “periferico” e che, proprio perquisito, riesce a far emergere nuove connessioni, nuovi modi di ascoltare e di abitare il nostro presente.
Si tratterà di 4 serate che vedranno protagonisti artisti che porteranno in scena la loro personale interpretazione del Jazz Manouche, spaziando dal repertorio classico alle sonorità contemporanee. Si tratta di un programma realizzato grazie alla collaborazione con il musicista Alberto Palazzi.
Giovedì 23 aprile, alle ore 21, si esibirà il Dmitry Kuptsov Trio, con Dmitry Kuptsov e Tobia Davico alla chitarra e Veronica Perego al contrabbasso; venerdì 24 aprile, alle ore 21, sarà la volta del Adrien Marco Trio, con protagonisti Adrien Marco e Giangiacomo Rosso alla chitarra e Michele Millesimo al contrabbasso; sabato 25 aprile, alle ore 21, arriverà il progetto musicale Romanouche, dedicato alla riscoperta della musica di Django Reinhardt, di cui Augusto Creni, alla chitarra, è un raffinato interprete ed esperto. Con lui il chitarrista Mauro Gregori e il contrabbassista Andrea Garombo; infine, domenica 26 aprile, alle 21, sarà la volta dei 20 Strings, con Alberto Palazzi alla chitarra solista, Maurizio Mazzeo alla chitarra ritmica, Andrea Garombo al contrabbasso, Simone Arlorio al clarinetto e Luca Zanon alla batteria. Attivi dal 2012 in Italia e all’estero, i 20 Strings hanno esplorato e approfondito le diverse sfumature del Jazz Manouche, dalle sue interpretazioni contemporanee alla musica tradizionale, tenendo centrale il riferimento a Django Reinhardt, e in particolare il repertorio degli anni Quaranta, caratterizzato da un linguaggio musicale innovativo, da un graffiante suono elettrico e dalla presenza del clarinetto
Flashback Habitat – ecosistema per le culture contemporanee – corso Giovanni Lanza 75, Torino – info@flashback.to.it – 393 6455301 – orari: giovedì 18-24/venerdì, sabato e domenica 11-24
Mara Martellotta
“Da Casorati a Zorio”, sino al 30 maggio alla Galleria del Ponte
John Berger – nato a Londra nel 1926 e scomparso a Parigi nel 2017, è stato critico d’arte (tra gli altri, i saggi “Splendori e miserie di Pablo Picasso” del 1965, “Questione di sguardi”, 1972, “Sul disegnare”, 2005), scrittore (“Festa di nozze”) e pittore, collaboratore di quotidiani e riviste, negli anni Settanta sceneggiatore con il regista svizzero Alain Tanner di film quali “Jonas che avrà vent’anni nel 2000” e “La Salamandra” – ha approfondito “il rapporto dell’artista con il supporto cartaceo”, attraversato da distensione per alcuni o sinonimo di un incessante corpo a corpo ”carico di tensioni più o meno latenti”, “il momento in cui l’artista rievoca le sensazioni provate di fronte alla superficie ancora intonsa del foglio”. Scriveva Berger: “Sapevo che, al momento di tracciare una linea su – o attraverso – di essa, avrei dovuto controllare il segno non su un unico piano, come un guidatore al volante della sua automobile, ma come un pilota in volo, giacché il movimento era possibile in tutte e tre le dimensioni.”
Con l’aiuto delle note della Galleria del Ponte, ci si inoltra felicemente all’interno della cinquantina di lavori che danno vita, e bella memoria, alla mostra “Da Casorati a Zorio. Opere su carta”, visitabile sino al 30 maggio, in cui chi guarda ha l’occasione – ancora una volta Stefano e Stefania Testa hanno il felice compito e la lodevole preoccupazione di ristabilire aree di bellezza, interessi che vanno persi, nomi e opere che pretendono il necessario mantenimento – di ritrovarsi di fronte ai più bei nomi di un’Arte cittadina e regionale, ma non soltanto perché sappiamo quanto quei confini si siano allargati, che hanno attraversato il Novecento (dagli anni Trenta) e si siano spinti sino a noi. Riallacciandoci a quanto si diceva di Berger, non si può non guardare immediatamente alle due opere esposte di Sandro De Alexandris, il fatidico foglio di carta bianco impercettibilmente attraversato dai tratti verticali della matita o dalle screpolature invisibili a un occhio poco attento di un bisturi. È l’esempio più tacitamente assordante: ma che spinge a guardare, a pensare, a immaginare. Una bella scia di idee e di realizzazioni. Già dal pianoterra della galleria di corso Moncalieri, per poi salire su con un ordine affatto cronologico ma articolato in suggestive esplosioni artistiche, ci accolgono opere di Felice Casorati (“Donna con bambino”, matita su carta, anni Trenta e “Figura femminile” degli anni Cinquanta, incantevole) e Carol Rama con quattro carte realizzate tra il ’63 e il ’68, isola a sé dell’intera esposizione, “Natura morta con brocca e susine”, acquerello di quel grande e affascinante Maestro che è stato Mario Calandri, e i colloqui femminili di Nella Marchesini e poi Gigi Chessa e Luigi Spazzapan.

Come si scoprono, in rapido susseguirsi, in “un percorso coerente, benché rapsodico”, le opere su carta, coniugate secondo i diversi stili e le sensibilità di ognuno, di Clotilde Ceriana Mayneri (“Avanzata barbarica”, 1987), di Marina Sasso che recentemente posava piombo ottone e reti sul foglio, in una bella alternanza di colori e di lucentezze, di Riccardo Cordero con i suoi “Progetti” degli anni Settanta (biro pennarello e collage), di Giacomo Soffiantino che ironizzava sull’amico Gino Gorza incallito fumatore, tra volute rosse di fumo e caratteri nipponici, di Sergio Saroni con una bellissima china dei Sessanta, di Pinot Gallizio e Marco Gastini, di Umberto Mastroianni (un compatto fondo arancio a raccogliere le forme sinuose o spigolose che gli conosciamo) e di Giò Pomodoro, di Mario Surbone e di Adriano Parisot, di Graham Sutherland con un prezioso Gouache del ’71 e di Piero Ruggeri, che guardava a Caravaggio e alla Cappella Contarelli catturandone vorticosamente l’essenza per trasportarli in tempi più vicini a noi. Da vedere.
Elio Rabbione
Nelle immagini: Piero Ruggeri “rivisita” la Chiamata di Matteo di Caravaggio; ancora opere di Soffiantino e Sutherland esposte nella mostra.
L’AZIENDA PRESENTE AL PIM, EVENTO INTERNAZIONALE DEDICATO AL COLLEZIONISMO DELLE SCHEDE TELEFONICHE E ALLA TELEFONIA STORICA
Urmet ha messo in mostra alcuni dei suoi prodotti storici: dal 17 al 19 aprile, infatti, presso il Parco Culturale Le Serre di Grugliasco (TO), la multinazionale torinese è stata fra i partner principali della terza edizione del PIM – Phonecards International Meeting, il più importante evento internazionale dedicato al mondo delle schede telefoniche e alla telefonia storica. La manifestazione ha riunito espositori e appassionati provenienti da numerosi Paesi, tra cui Sudafrica, Cina, Australia e gran parte dell’Europa, confermandosi come punto di riferimento globale per lo scambio di materiale collezionistico e per l’incontro tra esperti e appassionati.
L’edizione 2026 ha avuto un valore particolarmente simbolico, poiché si è celebrato il 50° anniversario della nascita della scheda telefonica, una vera eccellenza del Made in Italy che ha segnato un’epoca e rivoluzionato le abitudini della comunicazione telefonica. Per l’occasione, il programma ha previsto la partecipazione di realtà storiche e istituzioni di rilievo come Urmet, SIDA e il Museo della Telefonia Pubblica di Alberi (PR), che hanno contribuito a ripercorrere la storia e l’evoluzione di questo iconico oggetto.
Urmet è una delle aziende che hanno caratterizzato la storia imprenditoriale del nostro Paese, con i suoi prodotti iconici e i suoi brevetti internazionali. Nata in Piemonte, cresciuta in Italia e con una presenza consolidata a livello internazionale, nel 2024 Urmet è stata inserita nel Registro speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale.
Fondata a Torino nel 1937 come Società Anonima per l’“Utilizzazione e il Recupero del Materiale Elettro Telefonico”, Urmet è una multinazionale a capitale interamente italiano, azienda principale di Urmet Group, realtà mondiale con circa 2500 dipendenti. L’azienda piemontese si è da sempre distinta per la sua capacità di interpretare il cambiamento storico dei mercati e di essere protagonista delle rivoluzioni tecnologiche che si sono susseguite nei decenni: lo dimostrano i numerosi prodotti, alcuni decisamente “pop” ed epocali.
Il telefono analogico Bca del 1949 aprì la strada ad un mondo più connesso, consentendo a intere famiglie di rimanere in contatto tra di loro; il primo citofono del 1958, a cui seguirà una produzione su larga scala, e il primo videocitofono nel 1965 segnarono l’inizio della cosiddetta “telefonia domestica” per controllare gli ingressi di un edificio, introducendo il concetto di “sicurezza residenziale”.
Sono prodotti “iconici” anche il primo telefono pubblico, introdotto nel 1964 e utilizzato da milioni di italiani, che funzionava a gettoni (brevetto Urmet) e contribuì a cambiare radicalmente le abitudini telefoniche delle famiglie. Con il progresso tecnologico, i gettoni furono sostituiti dalle monete e poi dalla tessera prepagata, altro brevetto Urmet, che rappresenta una pietra miliare nella storia delle telecomunicazioni.
L’organizzazione dell’evento è a cura del Worldwide Phonecards Collectors Club, associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 2024 con l’obiettivo di promuovere e rilanciare il collezionismo delle schede telefoniche, mettere in contatto collezionisti e favorirne l’interazione tra loro.
Momento centrale della manifestazione, l’asta benefica di sabato 18 aprile, curata dall’Associazione, il cui ricavato è stato interamente devoluto alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro per sostenere le attività di cura e ricerca sul cancro dell’Istituto di Candiolo – IRCCS. L’iniziativa conferma l’impegno del PIM nel sostenere progetti di valore sociale e scientifico: fra gli oggetti battuti all’asta anche la maglia autografata del numero 10, Kenan Yildiz, donata da Juventus Football Club. Il ricavato dell’asta benefica è stato di 2mila euro che saranno devoluti per sostenere la ricerca contro le patologie oncologiche.
In scena a San Pietro in Vincoli, per la stagione “Iperspazi” di Fertili Terreni Teatro
Per “Iperspazi”, la stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro, a San Pietro in Vincoli, da mercoledì 22 a venerdì 24 aprile, alle ore 21, andrà in scena la pièce teatrale “Arrusi” in prima regionale. Il testo è di Gabriele Scotti, diretto da Omar Nedjari, con in scena Marika Pensa, Simone Tudda e Sandra Zoccolan. Lo spettacolo è programmato in collaborazione con Piemonte dal Vivo nell’ambito del progetto “Cortocircuito”. Lo spettacolo è adatto a un pubblico maggiore di 14 anni. Con “Arrusi” si compie un viaggio all’indietro nel tempo, immergendosi ad inizio Novecento, quando prendono forma storie realmente accadute di diritti negati e di ingiustizie subite, vicende lontane, per quanto capaci di correre parallelo, in qualche modo di sfiorarsi, in un gioco di rimandi e coincidenze. A partire da Catania, dove nel 1939, nel solco delle Leggi Razziali, il questore Molina ordina retate di uomini e ragazzi omosessuali della città: li incarcera, li sottopone a interrogatorio, li condanna al confino e li spedisce alle Isole Tremiti, dove sconteranno una pena di 5 anni lontani da tutto e da tutti. Dalla Sicilia ci si trasferisce in Francia, sotto il Franchismo, con gli omosessuali sottoposti ad educazione forzata come da Legge di Pericolosità Sociale del 1970, secondo la quale l’omosessualità deve essere curata in centri dedicati, tutti all’interno di specifiche carceri, come quelle di Carabanchel, a Madrid, o di Badajoz Estremadura, e ancora, per concludere, arrivando all’immediato presente, con la storia della Procura di Padova, che nella primavera del 2023 ha impugnato gli atti di nascita di 33 bambini nati da coppie composte da due madri. Tre vicende realmente accadute, che ispirano le storie di cui è composto lo spettacolo, portando in scena prima Francesco, giovane catanese confinato alle Tremiti nel 1939, poi Amparo, madre di Valencia che non denuncia il figlio alle Forze dell’Ordine, nel 1970, e infine Aurelia, donna italiana che rischia di perdere la genitorialità del figlio i un momento, per lei, molto delicato: storie di omosessualità da inizio Novecento ad oggi che, facendo tesoro di testimonianze e documenti, di lettere, giornali e rapporti, danno corpo a un epico racconto di pagine di storia dimenticate o poco ricordate, in cui si mescolano diversità, lotta per la libertà e Grande Storia.
“Arrusi” diventa uno spettacolo non per raccontare fatti di cronaca, ma per accendere luci negli interstizi della memoria e commuovere, dando voce al dramma, cosiccome quell’immancabile sorriso che spesso si annida in ogni tragedia.
“La forte impressione, in questo momento storico – spiega il regista Omar Nedjari – è quella di oscillare fra due opposte condizioni: da una parte l’idea di vivere in una delle epoche più libere nella storia dell’umanità, dove ognuno poteva esprimere se stesso senza il pericolo di essere punito, quantomeno dallo Stato democratico, dall’altra l’inquietante consapevolezza che diritti acquisiti da chi ci ha preceduto e ha lottato per ottenerli, possano di colpo essere cancellati. Le tre storie che compongono ‘Arrusi’ si muovono su tre diversi piani temporali, e ci ricordano come la conquista di un diritto sia dura e faticosa, e la sua possibile perdita rapida e terribile. In scena ci sono tre personaggi semplici che si sono trovati a dover fare i conti con la Storia: chi subendo le scelte da parte di governi che hanno deciso di colpire una minoranza, come nel caso di Francesco e Aurealia, chi invece appoggiando quelle scelte, credendo che fossero la cosa giusta da fare, come Amparo. Le loro storie si intrecciano sulla scena in un fluire dinamico e incalzante, fatto di rimandi e continue trasformazioni. L’interpretazione dei tre attori evoca madri, figli e gente del popolo, carcerieri e aguzzini, dando voce al dramma cosiccome al sorriso che, tenace, si annida in ogni tragedia. La cornice sonora di grande impatto emotivo, nata in prova ad opera della musicista Giulia Bertasi, assieme alla voce di Marika Pensa, rappresenta un gioco di contaminazioni fra canzoni passate riarrangjate in chiave contemporanea e musiche originali. La dimensione creato da Maria Spazi, condensa in un luogo astratto e concreto alla stesso tempo gli elementi simbolici delle tre storie, mostrando come il passato e il presente si ripresentino ciclicamente, più di quanto si creda, per uno spettacolo che intende ‘fare’ memoria, avvincere e commuovere”.
Biglietti: intero 13 euro se acquistato online, 15 euro in cassa la sera dell’evento – ridotto 11 euro se acquistato online, 1313uro se acquistato in cassa la sera dell’evento. Resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con Satispay, e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie ai biglietti messi a disposizione grazie alla collaborazione con Torino Giovani.
I biglietti si possono acquistare online sul sito www.fertiliterreniteatro.com
“Arrusi” -da mercoledì 22 a venerdì 24 aprile- ore 21 – San Pietro in Vincoli – via San Pietro in Vincoli 28, Torino
Mara Martellotta
Il valdostano “Forte di Bard” omaggia l’opera di Sebastião Salgado attraverso le sue fotografie in bianco e nero dedicate ai più importanti ghiacciai del mondo
Dal 24 aprile al 27 settembre 2026
Bard (Aosta)
Nel bianco infinito candore di ghiacciai “eterni” (come si soleva definirli anni addietro), solo a tratti interrotto da cupi grigiori che raccontano i drammatici, già ben evidenti sfaceli del tempo, una composta impeccabile schiera di dieci pinguini, tutti in perfetta linea indiana, simili ad eleganti panciuti commendatori in abito di gala, s’appresta con felice solerzia ad assaporare il piacevole gelo dell’Oceano Antartico, verso il quale, dall’alto di una discesa innevata, già sta spiccando un atletico salto – volo un loro più sollecito “collega”. L’immagine è, di per sé, di indubbia piacevolezza. Ritratta con la capacità tecnica e l’inventiva creatività di chi, a ragione, è considerato uno dei maggiori fotografi del XX e XXI secolo.
Meno piacevole, ma sempre di grande partecipazione emotiva, è invece un’altra immagine, specchio terribile dei rovinosi danni prodotti all’ambiente (anche al più apparentemente incontaminato) dagli inarrestabili cambiamenti climatici che, da tempo, stanno trasfigurando – sotto ogni aspetto – il volto del Pianeta. Siamo alle “Australi Isole Sandwich”: davanti a noi gigantesche, astratte “scaglie” di iceberg abbandonano gli “ormeggi” di ghiaccio, loro sicura sede millenaria, per avventurarsi senza meta in acque ignote e insicure, di certo non ideali neppure per le “paciose” colonie di pinguini di cui sopra. Due volti. Due immagini, custodi di un’unica terribile riflessione e verità: quella dell’ormai da record scioglimento del ghiaccio marino, che solo nel 2022 (racconta la scienza) pare aver causato la morte, proprio nella Penisola Antartica, di migliaia di pulcini di “pinguino imperatore” che non avevano ancora sviluppato piume impermeabili, rendendoli dunque incapaci di salvarsi a nuoto nelle gelide acque oceaniche. Eccezionali descrizioni paesistiche e di monito (per quanto utile!) alle coscienze umane, che ritroviamo rammentate con grande efficacia tecnico – artistica ed ineccepibile coinvolgimento emotivo, nelle 54 fotografie in bianco e nero, opera del celebre fotografo brasiliano Sebastião Salgado (Amorès, 1944 – Parigi, 2025), ospitate, da venerdì 24 aprile a domenica 27 settembre, a quasi un anno dalla scomparsa dell’artista, dal valdostano “Forte di Bard”, in una grande retrospettiva, frutto di quell’intenso lavoro che negli anni più recenti aveva portato Salgado a documentare uno degli ecosistemi più suggestivi e, allo stesso tempo, più a rischio su scala mondiale: quello delle “nevi perenni”.
Curata da Lélia Wanick Salgado (consorte di Sebastião e con lui fondatrice nel 2004 dell’Agenzia di stampa fotografica “Amazonas Images”, dopo che già nel 1988, i due avevano dato vita all’“Instituto Terra”, organizzazione ambientalista impegnata nel ripristino della “Valle del Rio Doce”, stato del “Minas Gerais” in Brasile), la retrospettiva ha per titolo, semplice semplice, “Ghiacciai” ed è prodotta in collaborazione con l’Editrice italiana “Contrasto”, leader nel settore della fotografia, con sedi a Roma e a Milano (fondata da Roberto Koch) e con cui Salgado aveva già pubblicato due volumi “In Cammino” e “Ritratti di bambini in cammino”, documentazione dei suoi reportages (dal 1993 al 1999) sul tema delle “migrazioni umane”. In mostra al sabaudo “Forte” della Vallée, gli scatti fotografici si presentano affiancati, quali doveroso omaggio all’artista brasiliano, da un “video” e da un esteso “apparato biografico”. Sebastião Salgado non è stato solo un eccelso fotografo, ma un testimone instancabile della nostra epoca: attraverso il suo sguardo di “attivista – umanista”, ha documentato le metamorfosi sociali ed economiche del mondo. “In questo progetto – sottolineano gli organizzatori – ha rivolto l’obiettivo verso la bellezza vulnerabile delle nevi perenni, immortalando in innumerevoli scatti uno degli ecosistemi più affascinanti e minacciati del pianeta, cui lo stesso ‘Forte di Bard’ dedica da tempo iniziative molteplici di divulgazione scientifica”. Dalla “Penisola Antartica” al “Canada”, dalla “Patagonia” all’“Himalaya” e dalla “Georgia del Sud” alla “Russia”, Salgado cattura la tragica “bellezza mozzafiato” di un ricchissimo patrimonio ambientale oggi decisamente a rischio. Patrimonio che le sue immagini cristallizzano in un “bianco e nero” ricco di contrasti (spesso applicando con un pennello uno “sbiancante” per smorzare l’eccessivo peso di ombre troppo intense), “proponendoci un nuovo tributo visivo che ci invita ancora una volta a riflettere sull’importanza della salvaguardia degli ecosistemi, attraverso comportamenti più rispettosi e consapevoli nei confronti della natura per preservarne la bellezza e l’equilibrio”. Fino a che se n’è a tempo!
Gianni Milani
Sebastião Salgado. “Ghiaccai”: Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833824 o www.fortedibard.it
Dal 24 aprile al 27 settembre 2026. Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lunedì chiuso
Nelle foto: “Penisola Antartica”, 2005, © Sebastião Salgado/Contrasto; “Iceberg alla deriva. Isole Sandwich Australi”, 2009, © Sebastião Salgado/Contrasto
La memoria storica è però rimasta molto viva. A Torre Pellice, il cuore della terra valdese, si trova il Museo Valdese che racconta queste vicende e ogni anno si tengono commemorazioni e iniziative culturali. La resistenza valdese ai Savoia è uno degli episodi più drammatici della storia delle Valli Valdesi. Dopo la morte di Vittorio Amedeo I di Savoia nel 1637 la situazione mutò rapidamente. Con la salita al trono di Carlo Emanuele II di Savoia sotto la reggenza della madre, Maria Cristina di Francia, i rapporti tra i valdesi del Piemonte e i Savoia peggiorarono drasticamente. Nel Ducato si decise di sradicare l’eresia dalle valli. Tutto cominciò il 24 aprile del 1655, vigilia di Pasqua, quando il duca Carlo Emanuele II di Savoia (1634-1675) ordinò ai valdesi di convertirsi alla chiesa cattolica o abbandonare il territorio e andare in esilio. Molti rifiutarono e scattò la reazione dell’esercito del Ducato di Savoia che avviò una lunga campagna militare nelle valli provocando la morte di 1712 persone secondo fonti valdesi, molte meno secondo fonti ducali. Il marchese di Pianezza, Carlo Emanuele di Simiana, decise di stanziare delle truppe a Torre Pellice ma i valdesi si ribellarono e per ritorsione i soldati del marchese misero a ferro e fuoco la Val Pellice uccidendo centinaia di civili e costringendo i valdesi a rinnegare la loro fede. Nonostante l’inferiorità militare i valdesi opposero una forte resistenza, disperata ma efficiente.
Conoscevano bene il territorio, le montagne e i rifugi, si organizzarono in piccoli gruppi armati e si diedero alla guerriglia. Con barricate improvvisate bloccarono i sentieri e con rapide azioni attaccarono le truppe sabaude per poi ritirarsi nei boschi. Molti altri, scampati alle stragi, si rifugiarono sulle alture della valle. L’evento suscitò sdegno e rabbia in tutta l’Europa e fu proprio un movimento diplomatico internazionale a fermare il massacro. Si mosse perfino Oliver Cromwell (1599-1658), il generale e politico inglese che nel Seicento cambiò temporaneamente la storia dell’Inghilterra e intervenne diplomaticamente a favore dei valdesi esercitando pressioni sul Ducato di Savoia. I sovrani europei sostennero fin da subito la causa valdese e la Francia accolse parte dei fuggiaschi. Sotto la pressione internazionale i Savoia furono costretti a concedere ai valdesi una temporanea tregua e alcuni diritti anche se le persecuzioni ufficiali contro i valdesi termineranno solo con lo Statuto Albertino del 1848 che concederà alla minoranza cristiana diritti civili e politici.Dal 22 aprile al 6 luglio, a Palazzo Madama, nella Piccola Guardaroba e nel Gabinetto Cinese, saranno esposte le opere di Irene Pittatore dal titolo “A Weak Monument”, curate da Tea Taramino
Lunedì 20 aprile, alle ore 17, a Palazzo Madama, viene presentato un incontro dedicato a Monumenta Italia, un progetto di arte pubblica itinerante con Irene Pittatore, Tea Taramino e Elisa Parola, seguito dall’inaugurazione dell’esposizione a cura di Tea Taramino. L’evento, realizzato nell’ambito del public program della mostra MonumeTO – Torino Capitale, approfondisce alcune dinamiche al centro del lavoro di Monumenta Italia dell’artista Irene Pittatore, proponendo una riflessione sull’esiguità di monumenti dedicati a donne o realizzati da esse nello spazio pubblico. Si tratta di un vuoto che diventa occasione per interrogarsi sul significato contemporaneo di “memoria collettiva, patrimonio urbano e monumentalità”, in una prospettiva di genere. In occasione della conferenza, e fino al 6 luglio prossimo, nella Piccola Guardaroba e nel Gabinetto Cinese di Palazzo Madama sarà esposta, a cura di Tea Taramino, una selezione e di opere di Irene Pittatore, tra le quali manifesti, cartoline, video e un gonfalone utilizzati in mostre e laboratori, lezioni e azioni nello spazio pubblico. Il cantiere di Monumenta Italia, progetto aperto che opera a livello nazionale, ha la sua basea Torino, dove nel 2024 sono stati diffusi manifesti nelle biblioteche civiche, alla fermata Bengasi della metropolitana, all’URP del Consiglio Regionale del Piemonte, la rassegna Opera Viva, il manifesto in piazza Bottesini, e organizzati mostre e laboratori. Il progetto è in corso di svolgimento anche a Novara, con una campagna di 71 affissioni urbane, e si è concluso a Savona con azioni performative e cantieri fotografici diffusi. Cantieri di ricerca sono attivi a Bologna e Roma, è stato inoltre presentato all’Università degli Studi Di Padova e alla Casa degli Artisti di Milano.
Monumenta Italia prende le mosse da Monumentale Dimenticanza, progetto di ricerca a del Centro Studi e documentazione del Pensiero Femminile APS, nel 2019, volto a censire la presenza di monumenti, fontane e statue su suolo pubblico dedicate a storiche figure femminili nelle città e nei comuni piemontesi.
Torino è la città con più monumenti in Italia: 102, di cui uno solo dedicato a una donna, l’Edicola celebrativa della figura di Juliette Colbert, nota come Giulia di Barolo, posta nel dicembre 2025 sulla facciata di Palazzo Barolo. Le rare figure femminili presenti all’interno di produzioni scultoree e monumenti, sono soggetti anonimi o immagini allegoriche, come la Fede e la Vittoria. Ancora più spesso sono semplici comparse nude, in posizioni ascellari, spesso ai piedi dell’eroe. Un dato che evidenzia il mancato riconoscimento pubblico di meriti civili, intellettuali, artistici e scientifici delle donne. A questo si aggiunge un’ulteriore assenza: tra queste opere solo una, la “Fontanella di Venere”, del 1997, è stata realizzata da una donna. È possibile raccontare la storia delle città ignorando quella delle donne? Adottando un punto di vista androcentrico e negando la pluralità degli sguardi? Possiamo oggi immaginare idee più aperte di un monumento per celebrare la storia delle donne? Monumenta Italia si pone l’obiettivo di generare consapevolezza su questi temi e offrire un punto di osservazione sul patrimonio monumentale, capace di contemplare la prospettiva di genere e la secolare e emarginazione del contributo femminile. Ne scaturisce un’occasione di riflessione civica sul patrimonio artistico urbano e sul significato contemporaneo di monumentalità, memoria e identità, alla quale la cittadinanza è invitata a partecipare.
Mara Martellotta
Un incontro di approfondimento dedicato all’opera e alla figura dell’artista , nell’atrio della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino
Mercoledi 22 aprile, alle ore 17, nell’atrio della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, in piazza Carlo Alberto 3, si terrà un incontro dal titolo “Per leggere, per vedere”, un’occasione di approfondimento dedicata all’opera e alla figura di Ezio Gribaudo, nello spazio che oggi ospita la scultura omonima inaugurata nel 2017 nella piazza antistante l’istituto, e successivamente collocata all’interno dell’edificio. All’appuntamento interverranno la figlia dell’artista, Paola Gribaudo, Presidente dell’Archivio Gribaudo, e Valentina Caputo, Presidente di ABNUT. L’iniziativa si svolge in occasione della mostra “Meraviglia. Viaggio nell’arte di Ezio Gribaudo”, a Villa della Regina dal 25 marzo al 24 maggio prossimo, nell’ambito della rassegna culturale QU.EEN, una narrazione di arte e natura a Villa della Regina. L’incontro sarà inoltre un’occasione per dedicarsi al racconto del volume “I libri metafora di una vita”, la cui mostra era stata ospitata presso la Biblioteca Nazionale in occasione dei novant’anni dell’artista, ripercorrendo le sue opere e i suoi libri d’artista e offrendo una preziosa testimonianza del contesto socio-culturale dell’epoca.
I saluti istituzionali saranno affidati a Marzia Dina Pontone, Direttrice della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.
Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili.
Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino – piazza Carlo Alberto 3, Torino
Mara Martellotta
A lezione di cinema con la star di Netflix, l’attore inglese Reece Richards. Lui sarà il protagonista dell’attesa masterclass che si terrà venerdì 24 aprile prossimo, aperta a tutti, anche ai non allievi, alla Gypsy Cinema Academy, dalle 17.30 alle 20, preso lo Spazio Gypsy, in via Canelli 47, a Torino. Con lui, gli aspiranti attori torinesi avranno modo di imparare tecniche di altissimo livello per perfezionare il proprio stile. La presenza di Richards presso la Gypsy rappresenta uno degli appuntamenti fiore all’occhiello della neonata Accademia di Cinema, diretta da Luca Canale B., e che vede tra i suoi docenti personaggi del calibro di Eugenio Gradabosco, Piero Basso, Margherita Fumero, Aurora Ruffino, Diego Casale. Si tratta di un’opportunità importante per i futuri professionisti del cinema. Oltre ad essere un dio nella serie televisiva, Richards è infatti uno dei protagonisti di Sex Education. Nato a Londra, è un ballerino, cantante specializzato in Musical Theatre e Cinema, fra i più apprezzati del panorama internazionale. Da anni in scena nel West-End di Londra, e in tour in tutta l’Inghilterra e non solo, co ruoli nei più grandi musical quali “Hair Spray”, nella parete di Sea Weed, diretto da Paul Kerryson, e “Juliet Gough”, e “Motown”, in cui interoreta il ruolo di Jackie Wilson e Marvin Gaye, diretto da Tara Wilkinson.
“Amo la Gypsy – spiega Reece Richards – perché è una scuola basata sul duro lavoro e sulla comunità. Sanno cosa significhi essere un professionista del teatro musicale e sono incredibilmente di supporto agli studenti e agli insegnanti della scuola. È una realtà da vedere. L’Italia rappresenta passione, orgoglio, amore e creatività. Torino, per me, significa talento, duro lavoro e un potenziale illimitato”.
Gypsy Cinema Academy – via Pagliani 25, Torino – 011 0968343
Mara Martellotta