


L’estate non è solo una stagione, è il momento per rallentare, dimenticare, ritrovarsi, parola di scrittori e psicologi.
In vacanza, il tempo prende una forma diversa: si allarga, si appiattisce, e noi ci muoviamo dentro come in un paesaggio senza orizzonte. Nel saggio “Le vacanze” (contenuto in Le piccole virtù), Natalia Ginzburg riflette con ironia su come la vacanza modifichi il rapporto con il tempo e la percezione delle cose: Una pausa che non è solo uno spazio neutro, ma anche una dimensione psicologica che modifica il rapporto con ciò che ci circonda. Cesare Pavese, lo scrittore italiano che meglio ha raccontato l’estate come tempo sospeso e malinconico ne “La casa in collina la luna e i falò” scrive che l’estate è rifugio e inquietudine. Mentre Virginia Woolf nel suo libro “Una gita al faro” racconta questo ciclo come simbolo di un’armonia fragile, di una pausa che diventa uno specchio delle dinamiche interiori e familiari.
L’estate, dunque, non è solo un periodo climatico, ma rappresenta un momento di pausa condiviso che risponde al bisogno umano di rigenerarsi, di pacificare il proprio interno con quello che lo circonda; si vive una sorta di apertura nei confronti dell’esterno, ma anche un momento di riflessione sul piano interiore; ci si scopre, le relazioni sociali si fanno più intense, ma si saggia, allo stesso tempo, una pausa dalle attività lavorative e di studio come un intervallo per rinascere.
Tra giugno e luglio, si cambia ritmo, le città si svuotano e i rumori abituali lasciano spazio ad un silenzio amplificato. L’estate entra nella testa e nel corpo e nei desideri; e’, dunque, solo un lasso di tempo che per convenzione interrompe molte attività oppure corrisponde anche ad un bisogno umano di riposarsi e riprendere le energie esaurite nel corso dell’anno?
Secondo gli psicologi, il nostro cervello non è progettato per la produttività continua. Il sistema nervoso ha bisogno di fasi di riposo per elaborare emozioni, rinvigorire la memoria e ridurre lo stress. Il “burnout” non è solo una parola di moda: è un segnale di un sistema che ha dimenticato l’importanza del “vuoto”. La pausa estiva permette alla mente di rigenerarsi, non è un lusso, né un capriccio, è un’esigenza: il “non fare” è attivo, creativo, generativo.
Il bisogno di staccare, inoltre, non è solo psico-fisiologico, corrisponde infatti ad usanze e riti culturali e antropologici consueti nel passato. Le ferie, come le conosciamo oggi, sono un’invenzione recente, nell’antichità, i momenti di sospensione del lavoro erano spesso connessi al calendario agricolo e religioso; la “festa” era un tempo sacro, dedicato al rinnovamento collettivo. In molte culture tradizionali, esistono ancora pratiche legate al riposo rituale: basti pensare alla siesta nei paesi caldi, ai digiuni cerimoniali, ai periodi di ritiro spirituale, tutti modi per legittimare tempo “improduttivo”. In questo periodo liminale, le regole si sospendono, i ruoli sfumano, ci si trova a metà tra la pausa e la trasformazione, si ferma l’ordinario per cercare lo straordinario.
Se si guarda all’estate dai diversi punti sopracitati si può affermare che ci troviamo in un periodo in cui ci si può, e si dovrebbe, prendere veramente cura di sé stessi e in cui il riposo è un atto dovuto e in antitesi con l’attitudine odierna alla frenesia, alle corse, alla performance e alle prove estenuanti.
Ode all’estate, come scriveva Pablo Neruda, elogio al riposo!
Di Maria La Barbera
Esistono molte varianti per preparare questa semplice ricetta, questa è la mia preferita.
Ingredienti
4 sovracosce di pollo
1 cucchiaio di curry in polvere
1 cucchiaino di pepe nero
1 cucchiaino di curcuma
1/2 cucchiaino di peperoncino in polvere
4-5 chiodi di garofano
1/2 stecca di cannella
1 pezzetto di radice di zenzero fresco
5-6 capsule di cardamomo schiacciate
1 cucchiaio di aceto bianco
2 spicchi di aglio
1 cipolla media
2-3 foglie di alloro
200ml di latte di cocco
Olio, acqua, sale, q.b.
Privare il pollo da grasso e pelle ed incidere la carne trasversalmente con un coltello. Mettere il pollo in una ciotola e cospargere con pepe, curry, curcuma, peperoncino, chiodi di garofano, cardamomo, cannella, sale ed aceto.
Massaggiare la carne con i guanti (per evitare di macchiarsi le mani) e lasciare marinare in frigo per alcune ore.
Scaldare l’olio in una padella, affettare aglio e cipolla sottilissimi, lasciar cuocere a fuoco basso sino a quando è lucida poi, aggiungere la carne e lasciar rosolare da ambo le parti a fuoco vivace per 5 minuti poi, coprire con acqua calda, portare a bollore e cuocere coperto per 30 minuti. Unire il latte di cocco, portare a bollore e proseguire la cottura per 10 minuti scoperto. Cuocere il riso in acqua salata, scolarlo e servirlo al naturale con il pollo, nappare il tutto con la salsa al curry.
Paperita Patty
Domenica 18 gennaio, a Poirino, riprenderanno le escursioni del circuito Sentiero Verde, organizzate dall’Associazione di Promozione Sociale Camminare lentamente, con il patrocinio della Città Metropolitana di Torino. Lo slogan del primo appuntamento dell’anno è “si torna a camminare, benvenuto 2026! Ripartiamo da Poirino con dolcezza, lentezza e speranza”. Il ritrovo dei partecipanti è fissato alle 13.30 all’Agrigelateria San Pè di Cascina San Pietro 29, a Poirino. La tranquilla passeggiata invernale, promozionale di 6 km, partirà alle 14 e durante il percorso si raggiungerà la tenuta Banna, per poi rientrare al punto di partenza. Si tratterà di una breve camminata a partecipazione gratuita, adatta a tutti, necessaria per tornare a muoversi dopo la sosta di fine anno, per rivedersi e accogliere chi vorrà condividere il cammino di Sentiero Verde. Al termine della passeggiata, alle 16.30 circa, nel Salone Italia di Poirino sarà presentato il calendario delle prossime escursioni, organizzate da Camminare lentamente, e sarà possibile associarsi per il nuovo anno al costo di 10 euro per gli adulti e gratuitamente per i minori. La tessera per i sostenitori dell’Associazione, che comprende un gadget, costa 25 euro. I partecipanti all’escursione sono invitati ad utilizzare calzature adatte con suola antiscivolo. Obbligatoria la prenotazione via email all’indirizzo camminarelentamente2@gmail.com almeno 24 h prima dell’evento.
La partecipazione alle successive camminate sarà riservata ai soci.
Info: 3806835571 – 3497210715
Mara Martellotta
Sabato 17 gennaio prossimo le scuole dell’Arca di Pianezza, in provincia di Torino, in via San Pancrazio 65, ospiteranno dalle 9 alle 17 la selezione regionale della First LEGO League Challenge, uno dei più importanti contest internazionali di robotica educativa rivolti a ragazze e ragazze tra i 9me i 16 anni. L’iniziativa coinvolgerà circa 180-200 studenti organizzati in squadre, provenienti da scuole del Piemonte della regione Nord Ovest, impegnati in un percorso che unisce robotica, progettazione, innovazione, problem solving e capacità di comunicazione. Durante la giornata i team presenteranno i loro progetti a una giuria composta da esperti in campo tecnologico, educativo e archeologico, confrontandosi su competenze tecniche e trasversali. Il tema dell’edizione 2025-2026 si intitola “Unearthed”, e invita i partecipanti a esplorare ciò che è nascosto o sotterraneo, facendo dialogare archeologia, scienza e strumenti digitali. L’obiettivo è stimolare una riflessione su come le tecnologie contemporanee possano contribuire alla conoscenza del passato anche senza ricorrere allo scavo tradizionale, sviluppando nei ragazzi uno sguardo critico e interdisciplinare.
La First LEGO League Challenge si conferma un’esperienza formativa ad alto valore educativo, che pone al centro il lavoro degli studenti, la collaborazione di squadra e l’applicazione concreta delle conoscenze, promuovendo un apprendimento attivo e orientato alle sfide del futuro.
“Ospitare una selezione regionale della First LEGO Challenge – spiega Sara Montagnoni, presidente della Cooperativa l’Arca e referente dei percorsi STEM e di robotica educativa – è per la nostra scuola un riconoscimento importante. Siamo una realtà educativa radicata sul territorio, ma da sempre attenta a sviluppare nei ragazzi competenze che guardino al futuro: progettazione, uso consapevole delle tecnologie, capacità di analizzare dati, comunicare e lavorare su problemi complessi. Accolti in un contesto internazionale di Robotica educativa significa mettere in relazione passato e futuro, scuola e innovazione, offrendo ai ragazzi sfide di lettura del mondo indispensabili già nel prossimo futuro”
L’evento rappresenta un’importante occasione di valorizzazione dei territorio, rafforzando il ruolo delle istituzioni scolastiche come luoghi di sperimentazione, innovazione e dialogo tra educazione, tecnologia e comunità locale.
Mara Martellotta
Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà
In una Torino spesso raccontata attraverso le sue architetture monumentali e la sua anima industriale, il Po rappresenta la dimensione più intima e contemplativa della città. Un confine morbido tra natura e tessuto urbano, tra movimento e quiete, capace di offrire una lettura diversa dell’abitare contemporaneo.
Il Po scorre lento, silenzioso, mai invadente, eppure imprime un carattere preciso a tutto ciò che lo circonda. Vivere vicino al fiume non è soltanto una scelta abitativa, ma un vero e proprio stile di vita: significa abitare la città senza subirla, trovare uno spazio di respiro all’interno del ritmo urbano, ristabilire un rapporto quotidiano con il paesaggio.
L’acqua, in città, ha un valore che va ben oltre l’estetica. È luce che cambia durante il giorno, riflettendo il cielo e ammorbidendo i volumi architettonici. È aria che si muove e respira, un microclima naturale, uno scenario che rende gli spazi più vivibili, più umani. Abitare lungo il Po significa convivere con un paesaggio che non è mai statico: le stagioni si leggono nei colori delle rive, nei riflessi invernali o nelle ombre lunghe delle sere estive. Una presenza discreta ma costante, che accompagna la quotidianità senza sovrastarla.
Il Po come filo urbano
Il Po non attraversa Torino in modo neutro. La accompagna, la sfiora, la modella. E, nel farlo, incontra quartieri molto diversi tra loro, restituendo a ciascuno un’identità distinta. Vivere lungo il fiume significa scegliere non solo una vista privilegiata, ma un’atmosfera, un ritmo, un modo specifico di abitare la città.
Gran Madre: il salotto elegante sul fiume
Il tratto del Po che incontra Gran Madre è forse il più iconico. Qui il fiume dialoga con la monumentalità della chiesa, con i viali alberati e con una dimensione urbana composta, borghese, quasi parigina.
Abitare in questa zona significa vivere il Po come estensione naturale del proprio spazio domestico: una passeggiata mattutina lungo il fiume, una corsa al tramonto, uno sguardo che si posa sull’acqua prima di rientrare a casa. È il quartiere di chi cerca equilibrio, centralità e bellezza senza eccessi.
Crimea: residenzialità alta e silenzio
Poco più in alto, il Po lambisce la Crimea, una delle zone residenziali più riservate e prestigiose della città. Qui il fiume non è protagonista scenografico, ma presenza discreta, quasi protettiva.
Ville, palazzi immersi nel verde, strade tranquille: il Po diventa elemento di valore ambientale e simbolico. È il quartiere di chi sceglie la qualità della vita come priorità assoluta, lontano dal rumore ma perfettamente connesso al centro urbano.
Borgo Po e Cavoretto: tra città e collina
Nel tratto che accompagna Borgo Po e sale verso Cavoretto, il fiume dialoga con la collina. Qui l’abitare si fa più intimo, quasi sospeso tra piano e panorama.
È una zona di passaggio e di connessione: tra città e natura, tra il quotidiano e la dimensione più contemplativa. Il Po accompagna questa transizione, rafforzando l’idea di un vivere “a misura”, dove architettura e paesaggio convivono con naturalezza.
Il Valentino e San Salvario: il Po come spazio pubblico
Scendendo verso sud, il fiume incontra il Parco del Valentino e lambisce il quartiere di San Salvario. In questo tratto il Po diventa spazio pubblico, vissuto, attraversato, condiviso.
Il parco restituisce al fiume una dimensione sociale e culturale: studenti, famiglie, sportivi, cittadini di ogni età. È il volto più dinamico del Po, quello che racconta una città viva, in movimento, capace di mescolare energie e funzioni diverse.
I Murazzi: memoria e trasformazione
Infine, i Murazzi del Po. Un luogo che per anni ha incarnato la notte torinese, la movida, l’eccesso, ma che oggi si prepara a una nuova identità. Qui il Po è stato confine e movimento; oggi diventa opportunità di rigenerazione urbana.
Per lungo tempo i Murazzi hanno rappresentato l’altra faccia del fiume: rumorosa, informale, notturna. Una stagione intensa che ha lasciato il segno, ma che ha anche mostrato criticità legate al degrado e alla convivenza con il contesto residenziale. Oggi, però, il racconto sta cambiando.
Il progetto di riqualificazione annunciato dal Comune di Torino segna un passaggio simbolico importante: non una semplice riapertura, ma una ridefinizione profonda del rapporto tra città e fiume.
L’obiettivo è restituire i Murazzi come spazio pubblico continuo, vissuto durante tutto l’arco della giornata. Meno concentrazione di locali notturni, più funzioni ibride: attività culturali, ristorazione di qualità, botteghe creative, spazi per lo sport leggero e il tempo libero. Il fiume torna così a essere paesaggio urbano, non semplice sfondo.
Un nuovo modo di abitare il lungo Po
Questa trasformazione ha un impatto diretto sull’abitare. I quartieri affacciati sul Po — da Gran Madre alla Crimea — vedono rafforzarsi la loro vocazione residenziale di pregio, sempre più legata alla qualità dello spazio urbano e al benessere quotidiano.
I Murazzi diventano una cerniera tra centro e natura, tra memoria storica e progetto contemporaneo, tra vita sociale e quiete residenziale. Una visione più matura, più europea, che guarda ai waterfront urbani come infrastrutture culturali e ambientali.
Vivere vicino al fiume significa scegliere una relazione diversa con la città: più profonda, più armonica, più autentica.
C’è anche un valore simbolico, quasi archetipico. L’acqua è passaggio, trasformazione, continuità. Non a caso le città più affascinanti si sono sviluppate lungo i fiumi. Il Po, in questo senso, è memoria viva: ha visto cambiare Torino, ne ha accompagnato le trasformazioni, restando fedele a se stesso.
Il Po non uniforma: distingue. Attraversa la città come una linea continua che cambia voce a ogni quartiere. Ed è proprio questa la sua forza: offrire molte possibilità di abitare senza perdere coerenza. In una Torino che riscopre il valore dei suoi spazi d’acqua, il Po continua a essere non solo un elemento geografico, ma un vero luogo dell’anima urbana.
Venerdì 16 gennaio e sabato 17 gennaio a Torino torna il Festival della cultura memetica
Fra le pagine e creators ospiti:
Filosofia Coatta, Vabe RagaA, Roncolate antichità, Memefattori,
Maidirememe, Sapore di Male, iconografieXXI e molte altre.
Venerdì 16 gennaio – Circolo dei lettori e delle lettrici, via Giambattista Bogino, 9
e Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, P.za Carlo Alberto, 8
Sabato 17 gennaio – Scuola Holden, Piazza Borgo Dora, 49
Torna MEMISSIMA e preannuncia novità e grandi sorprese per
la sua quinta edizione. Il festival della cultura memetica è ideato e diretto da Max
Magaldi che ospita venerdì 16 e sabato 17 gennaio a Torino le più importanti agenzie
di comunicazione e pagine meme da tutta Italia.
L’attesa più grande è riservata ai Meme Awards – gli Oscar dei Meme – che dopo il
successo delle edizioni precedenti, ci terranno anche quest’anno col fiato sospeso
scatenando il toto-meme sul web fino all’evento di premiazione finale in programma alle
21.00 di sabato 17 gennaio alla Scuola Holden di Torino.
Negli anni precedenti, l’oscar per il personaggio più memato dell’anno è stato assegnato a:
2024, Gennaro Sangiuliano; 2023, Gerry Scotti; 2022 Luigi Di Maio.
MEMISSIMA è il festival della cultura memetica prodotto da The Goodness Factory, con
il sostegno di Fondazione CRT, Camera di Commercio di Torino, Assessorato alle
Politiche Educative e Giovanili e con il sostegno di UNA, Aziende della
comunicazione unite e Reale Mutua Assicurazioni. Un progetto realizzato con il
Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Scuola Holden, Fondazione Circolo dei
lettori e il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli
Studi di Torino.
“In un mondo in cui la realtà ha superato i meme, Memissima prova ad usare i meme per
interpretare la realtà” – commenta Max Magaldi sintetizzando lo spirito della
manifestazione, che indaga il meme come linguaggio culturale capace di leggere il
presente e i suoi immaginari.
Memer e mondo della comunicazione da tutta Italia si danno quindi appuntamento a
Torino in occasione di MEMISSIMA fra case studies e nuovi linguaggi da indagare.
Protagoniste del festival saranno le più importanti pagine italiane a partire da Filosofia
Coatta, Vabe RagaA, Roncolate antichità, Maidirememe, Sapore di Male, memefattori,
iconografieXXI e tante altre.
A completare l’offerta del festival ‘Meme per gli acquisti’, l’incubatore sul
memevertising che ospita le agenzie di comunicazione italiane ed è pensato per
studiare il rapporto tra meme e pubblicità nell’incontro fra memer e admin di pagine
meme con agenzie di comunicazione e aziende e le lezioni di scrittura memetica che
per il terzo anno tornano a Scuola Holden il sabato pomeriggio.
PROGRAMMA DEL FESTIVAL, FRA TANTI OSPITI E TALK
Ad aprire la kermesse di MEMISSIMA, venerdì 16 gennaio, sarà il Circolo dei lettori e
delle lettrici, che ospiterà una sessione di talk del format “Meme per gli acquisti”. Il primo
incontro è in programma alle 10:30 con gli admin di Socialbag, che presenteranno il
“Wellmart Perugia – la storia del supermercato più scorretto e virale d’Italia” con la
moderazione di Glenda Allasia, CEO Alla Advertising. Alle 11:45, sempre al Circolo,
seguirà il talk “Razza Artificiale” dove Marco Rubiola e Max Magaldi dialogheranno
con, Elvis Tusha, Giuseppe Mastromatteo e Rick Dick su come l’IA stia cambiando la
razza umana.
Il programma prosegue nel pomeriggio, alle 15:00, con gli speed date, un format di
networking pensato per mettere in contatto admin e creator di pagine meme con agenzie.
alcune associate a UNA, Aziende della comunicazione unite e freelance del settore,
come Dunter, All Advertising, Instant Love, Thinking hat, Synestesia, An art Apart,
Creativa, Betrees.
Alle 18:00 Memissima si sposta al Museo Nazionale del Risorgimento per il talk “Fatta
l’Italia, memiamo gli italiani”. Una curatrice/archivista – Monika Szemberg -, un semiologo
– Gabriele Marino- e tre memer/creator di spicco – Filosofia Coatta (Giulio Armeni),
VaberagaA (Monica Magnani) e roncolate_antichità (Giorgio Milesi) dialogano
sull’intreccio satira/meme/politica stando con un piede nella staffa delle caricature del
fondo Dalsani del Museo del Risorgimento e l’altro immerso nell’universo memetico
contemporaneo, tra template, brainrot e intelligenza artificiale.
A chiudere la giornata, la sera del 16 gennaio dalle 21 presso una location segreta che
sarà annunciata sui social di Memissima “La guerra dei Meme”, una performance
musicale partecipativa di Giacomo Laser.
Il 17 gennaio il programma prosegue con le lezioni di scrittura memetica alla Scuola Holden:
alle 16:00 Paolo Danzì (Sapore di Male) ci parlerà de “L’algoritmo della nostalgia” esplorando
quanto il fascino del passato possa essere importante per narrare il presente.
Alle 17:30, partendo dal suo mini-documentario COSPLAYERS, Mattia Salvia
(IconografieXXI) ci spiegherà come l’assurdo è ormai diventato parte integrante della realtà
che ci circonda e quindi elemento per raccontare il presente.
Grande chiusura sabato 17 gennaio alle 21.00 con l’evento più atteso dai memer di tutta
Italia: i Meme Awards, gli “Oscar dei meme”.
Fino all’8 gennaio tutti i memers hanno avuto la possibilità di partecipare all’evento inviando i
propri meme a @memissimafestival, il profilo Instagram dell’evento: oltre 300 le pagine
hanno candidato i loro meme per l’edizione di quest’anno!
I meme candidati verranno giudicati da una giuria che individuerà i 4 meme finalisti per
le diverse categorie tra cui Personaggio più memato dell’anno, Politica e Attualità, Nerd,
Amio Noi, Scuola Università e Lavoro, Sport, IGP, Trash/Dank/Nonsense, Musica Arte
e Spettacolo e la categoria speciale SHIT HAPPENS ideata in collaborazione con
Piazzasanmarco.
I vincitori verranno scelti dalla combinazione tra il voto della giuria e quello dei follower della
pagina dell’evento Memissima/Meme Awards: per votare basterà seguire la pagina Instagram
ed esprimere la propria preferenza.
Pochissimi ingredienti golosi, pochissimi minuti di preparazione. Provatela, è perfetta per tutti.
Ingredienti
1 banana matura
1 avocado maturo
50gr. di cioccolato fondente
2 cucchiaini di miele (facoltativi)
Pelare l’avocado e la banana, frullarli nel mixer o schiacciarli bene con una forchetta. Sciogliere il cioccolato con poco latte e unirlo alla frutta. Unire a piacere il miele.
Conservare in frigo e servire fresca.
Paperita Patty
Il bar del vecchio imbarcadero di Intra ,di fronte a Piazza Ranzoni, piaceva molto a Roland Duprè. Sedersi ai tavolini in quel salotto riparato dall’alto tetto in capriate di ferro sostenute da colonnine in ghisa di stile neo-classico, equivaleva a tuffarsi nelle atmosfere “liberty” di fine ottocento. “Voi del lago siete stati bravi a mantenere intatte le linee dei vostri imbarcaderi. Guardati attorno, amico mio: è una delizia degli occhi vedere queste strutture, le vetrate, l’uso artistico del ferro. Il vostro ingegner Caramora, quando lo progettò, aveva avuto una felice intuizione per questo luogo che doveva diventare, come poi in effetti è stato per più di un secolo, uno dei crocevia più importanti della navigazione sul Verbano”. Del resto, bastava guardare gli imbarcaderi di Meina, Stresa, Baveno, Ghiffa, Cannero o Cannobio per rendersi conto che quello di Intra non era il solo “gioiello”. Roland, quel giorno, beveva lentamente il suo drink, allungando le gambe sotto il tavolino.Era visibilmente soddisfatto. Mi aveva poco prima confidato che la mia idea – costruire una mongolfiera per “galleggiare” nel cielo che sovrasta il lago Maggiore – lo intrigava. “E’ una sfida che mi attrae, amico mio. Una sfida alla quale non voglio sottrarmi. Ho un amico a Ginevra, direttore commerciale di un grande istituto di credito svizzero, che da molti decenni coltiva la passione per questo tipo di volo. Non ho dubbi che ci darà una mano. Anzi, sono certo che sarà felicissimo di prestarci una delle sue mongolfiere“. Mi spiegò che il professor Guy De Marne di palloni aerostatici ne possedeva almeno una dozzina.

Bastò una telefonata a cui fecero seguito altri contatti per fax e telegrafo ( Roland odiava la posta elettronica, i computer e internet ) e l’accordo si trovò. Il professore ginevrino era ben felice di prestare l’attrezzatura e noi lo eravamo ancor più di lui. Ci vollero meno di due settimane perché le quattro grandi casse, viaggiando per ferrovia, fossero recapitate a Baveno. Nel frattempo, per poter lavorare indisturbati, ci eravamo dati da fare nella ricerca di una struttura abbastanza grande per consentirci di montare i vari pezzi della mongolfiera. L’avevamo trovata. Anzi, l’aveva trovata Roland che aveva un’infinità di conoscenze. Non essendoci delle soluzioni idonee nella zona, aveva individuato un capannone a Laveno, proprio di fianco alla vecchia fabbrica di ceramiche Richard Ginori. Certo, dover fare avanti e indietro con il battello tra le due sponde del lago non era il massimo ma non esitammo ad affittare quello che sarebbe diventato il nostro “hangar”. I viaggi tra le due sponde iniziarono, con una frequenza regolare. Quando mi presentavo davanti allo sportello della biglietteria dell’imbarcadero, il bigliettaio Ticchetti mi salutava con una domanda : “Il solito,
ragioniere?”.Alludendo al biglietto di andata e ritorno tra Baveno e Intra e tra quest’ultimo scalo e Laveno, usava la stessa espressione con cui Orlando Trezzi, il banconiere della Casa del Popolo si rivolgeva ai suoi clienti abituali. Le operazioni di montaggio ci occuparono più di un mese un po’ per l’inesperienza e perché l’attività si svolgeva a tempo perso,almeno per Roland che era la vera “mente” dell’operazione. Io, a dire il vero, essendo in pensione, di tempo ne avevo tanto ma non potevo certo inventarmi ingegnere aeronautico così, su due piedi. Occorre sapere che una mongolfiera è costituita da un ampio pallone, realizzato in tessuto monostrato di nylon, e ha un foro in basso, che in gergo viene chiamato “gola”. Al pallone è assicurato un cesto (o “gondola”) nel quale trovano posto il pilota ed i passeggeri. Installato sul cesto e posizionato sotto alla gola, il bruciatore ha il compito di riscaldare l’aria, spingendola su nel pallone. L’aria riscaldata si raccoglie così nell’involucro rendendolo più leggero dell’aria circostante, determinando quella spinta ascensionale che fa volare la mongolfiera. Questi marchingegni sono in grado di raggiungere quote altissime, al punto che alcuni palloni ad aria calda per uso scientifico hanno raggiunto e superato i 20mila metri di quota, ben al di sopra delle traiettorie degli aeroplani. Il tessuto sintetico che viene usato, dotato di leggerezza e grande resistenza meccanica, mette al riparo da spiacevoli guai. Durante la costruzione, il tessuto viene tagliato in lunghi spicchi che vengono poi cuciti assieme fino a formare il pallone vero e proprio. Le cuciture sono quindi ricoperte da nastri ad alto carico, cui vengono fissate le funi che reggono il cesto. Il bruciatore, una specie di lanciafiamme, impiega il propano, un gas conservato, allo stato liquido, in apposite bombole. La spinta ascensionale fornita da una mongolfiera dipende principalmente dalla differenza tra la temperatura esterna e quella dell’aria contenuta nel pallone. Ad esempio, in una giornata afosa, la mongolfiera avrà meno spinta ascensionale rispetto a una giornata fresca o fredda ed è per questa ragione che i decolli delle mongolfiere avvengono solitamente durante le ore fredde , prima dell’alba o al sorgere del sole.
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Il pallone di una mongolfiera ha bisogno di circa tre metri cubi di volume per ogni chilogrammo da sollevare. Per questa ragione le dimensioni delle mongolfiere moderne variano molto, a seconda del disegno e del modello: le mongolfiere monoposto (dette anche Hoppers), hanno un volume del pallone di poco inferiore ai mille metri cubi. All’estremo opposto abbiamo i palloni giganti da ottomila metri cubi, in grado di sollevare una dozzina di persone. La nostra, come la maggior parte delle mongolfiere, era di circa 2500 metri cubi , sufficienti per trasportare tre o quattro persone. Era stata prodotta nella fabbrica di mongolfiere più grande al mondo: la Cameron Balloons di Bristol, in Inghilterra. Per pilotarla si era offerto Roland, avendo partecipato a diverse imprese e sempre pronto a intraprendere nuove avventure.Tra l’altro, non è che il pilota potesse far molto: il volo della mongolfiera è totalmente passivo. Chi la guida non può fare altro che variare la quota di volo. Tuttavia, con un attento studio dei venti in quota e delle loro direzioni, si può ottenere una certa navigabilità e l’ingegner Duprè era pronto a giurare che, variando la quota fino a giungere all’interno di una corrente,poteva scegliere la direzione desiderata. Si era documentato per bene. Mentre lavorava canticchiava sottovoce una canzone di Gianmaria Testa che pareva scritta apposta per celebrare l’impresa a cui c’accingevamo: ..”lasciano tracce impercettibili le traiettorie delle mongolfiere e l’uomo che sorveglia il cielo non scioglie la matassa del volo e non distingue più l’inizio di quando sono partite”. 2° puntata (continua)
Marco Travaglini
Il 17 gennaio rappresenta una data da segnare sul calendario, in quanto si celebra la Giornata Mondiale della pizza, un evento che anche a Torino ha il suo seguito con due proposte del Cibrario Forno Contemporaneo e della pizzeria Flegrea.
Cibrario Forno Contemporaneo di Jacopo Pistone presenta, per l’occasione, la sua personalissima versione della pizza ai formaggi, una novità che racconta la grande passione che tutto il team sta mettendo nella realizzazione di una pizza al taglio di livello sempre più ampio, in quello che è diventato rapidamente un punto di riferimento per gli amanti della panificazione di alta qualità nella storica via Cibrario. L’ispirazione arriva dalla scuola romana, che ha fatto della pizza in teglia un’arte, dalla quale è partito Cibrario, aggiungendo il proprio stile e personalità creando un blend di farine, dall’integrale al tipo 1, e utilizzando un’alta idratazione per rendere il prodotto finale più croccante e piacevole al morso.
Il tocco finale sta nel topping che, in questo caso, propone una selezione di formaggi abbinati con maestria. La pizza ai formaggi, nella versione e di Cibrario, è una celebrazione di sapori jtaliani e un tributo agli appassionati. Gorgonzola in due consistenze, crema di Caprino, Raschera e Grana Padano gli ingredienti che una versione 2.0 di un grande classico garantiscono un’ esperienza di gusto nuova, grazie alla qualità dei prodotto e alla croccantezza della pasta lievitata, in una riscoperta della “pizza da passeggio” tutta italiana. Il World Pizza Day viene festeggiato anche dalla pizzeria Flegrea, attività storica della Città di Torino. Si tratta di un’occasione per provare i suoi 5 diversi tipi di impasti, le materie prime di assoluta qualità provenienti dai migliori artigiani, e le birre artigianali con una importante attenzione al gluten free. La pizzeria Flegrea si distingue come un punto di riferimento non solo per gli amanti della pizza tradizionale napoletana, ma anche per la sua alternativa gluten free, in un locale in cui la pizza torna a essere ciò che è: un piatto inclusivo e accessibile a tutti. Dal 1976, l’apertura della pizzeria Flegrea in corso Massimo D’Azeglio ha segnato l’arrivo a Torino la prima pizzeria a forno a legna, portando con sé la tradizione e la genuinità della pizza napoletana. Oggi a 50 anni dalla sua nascita, Flegrea rappresenta un’eccellenza culinaria, mantenendo al centro della sua proposta materie prime di alta qualità, molte delle quali certificata DOP, IGP e Presidi Slow Food. Negli anni, Flegrea ha costantemente migliorato la sua offerta, rispondendo alle attese di una clientela sempre più attenta e diversificata. La pizzeria è un esempio d’eccellenza nel servizio per i celiaci, grazie alla presenza di un forno dedicato esclusivamente alla preparazione di pizzeria senza glutine, oltre a una proposta di birre gluten free di propria produzione. Flegrea aderisce al progetto “Fuori Casa” dell’Associazione Italiana Celiachia, che le permette di servire pizzeria certificate 100% gluten free.
Mara Martellotta