ilTorinese

Fondazione Umberto Veronesi, charity dinner alle OGR

La responsabile della delegazione di Torino Umberto Veronesi ETS, Giovanna Ardoino, ha rinnovato il suo grande impegno nella ricerca e la cura dei tumori pediatrici, organizzando una nuova edizione della cena-raccolta fondi, con lo scopo di contribuire al finanziamento del protocollo internazionale LBL 2018 per linfomi linfoblastici, che vede come obiettivo quello di stabilire una nuova stratificazione per i piccoli pazienti, identificando quei tumori che indicano recidiva o resistenza ai trattamenti. I linfomi linfoblastici costituiscono il 25-35% dei linfomi non-hodgkin in età pediatrica. In Italia, ogni anno, circa 20-25 bambini si ammalano di LBL, e si tratta di linfomi maligni che derivano dalla trasformazione tumorale di linfociti immaturi che può avvenire in diversi stadi della maturazione. I linfomi linfoblastici, in base alle cellule da cui derivano e si differenziano, vengono suddivisi in LBL di derivazione T-cellulare, di derivazione B-cellulare e LBL di fenotipo misto mieloide – linfoblastico, molto più rari. L’evento è fissato per giovedì 7 maggio presso la Sala Fucine delle OGR Torino, in corso Castelfidardo 22, a Torino, dove oltre 300 partecipanti potranno seguire gli interventi del dott. Paolo Veronesi, presidente della Fondazione, e Franca Fagioli, direttore del reparto di oncoematologia pediatrica e centro trapianti dell’ospedale Regina Margherita di Torino, nonché membro del Comitato Scientifico della Fondazione Umberto Veronesi ETS.

La performance musicale dell’evento, realizzato in collaborazione con Carosello Records, è affidata agli Eugenio in via di Gioia, band torinese tra le più riconoscibili e brillanti della scena musicale italiana, con 5 album all’attivo, il Premio della Critica al Festival di Sanremo 2020 nelle nuove proposte e svariati tour sold out.

“L’annuale cena di raccolta fondi rappresenta un momento particolarmente significativo in cui gli amici torinesi dimostrano ancora una volta la loro vicinanza, e il loro sostegno, all’attività della Fondazione – ha dichiarato Giovanna Ardoino, neo-presidente della delegazione torinese – fa tempo la delegazione persegue con impegno il supporto all’oncologia pediatrica con l’intento di offrire una reale possibilità di cura ai bambini ammalati di tumore”.

Mara Martellotta

Gli antipasti più golosi di Torino

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Torino è una città che ama la tavola e che custodisce una tradizione culinaria ricca, elegante e allo stesso tempo popolare. Tra tutte le sue specialità gli antipasti occupano un posto centrale perché rappresentano il modo in cui i torinesi aprono il pasto e introducono l’ospite alla loro storia gastronomica. Gli antipasti torinesi sono un insieme di sapori antichi, spesso legati alla cucina contadina o alle case nobili, e mostrano un equilibrio molto caratteristico tra sapidità, delicatezza e rispetto degli ingredienti. Raccontare questi piatti significa raccontare una parte della città e del suo modo di vivere la convivialità.
foto A. Pisano
Vitello tonnato e tonno di coniglio
Il vitello tonnato è forse il più conosciuto degli antipasti torinesi e uno dei più rappresentativi. La sua presenza sulle tavole piemontesi è quasi inevitabile nelle occasioni importanti. La ricetta tradizionale prevede un taglio di carne come il girello, cotto lentamente in un brodo aromatico con verdure, vino e spezie. Una volta raffreddato viene affettato sottilmente e coperto con una salsa ottenuta frullando tonno, uova sode, acciughe, capperi e un poco del fondo di cottura. La cremosità della salsa deve essere equilibrata, senza risultare troppo pesante, e il sapore del tonno deve fondersi con la delicatezza della carne senza sovrastarla. Ogni famiglia ha la sua variante ma la struttura del piatto resta sempre la stessa. Esiste anche una versione moderna, spesso preparata con carne appena scottata e una salsa più leggera, ma a Torino la preferenza resta quasi sempre per la versione classica.
Accanto al vitello tonnato c’è il tonno di coniglio, un altro antipasto tipico che porta un nome curioso. Qui il tonno non c’entra nulla perché il protagonista è il coniglio che, dopo essere stato disossato e cotto in acqua aromatizzata con erbe e vino bianco, viene conservato sott’olio proprio come fosse un pesce. Il risultato è una carne morbida e saporita che si serve fredda, accompagnata da cipolle, carote o semplicemente da alcune foglie di insalata. La preparazione richiede pazienza perché il coniglio deve riposare almeno un giorno immerso nell’olio aromatizzato che ne esalta il sapore. Questo piatto nasce dalla necessità di conservare la carne e oggi è diventato un simbolo della cucina rustica piemontese, semplice e raffinata allo stesso tempo.
Insalata russa e acciughe al verde
L’insalata russa è presente in molte regioni italiane, ma a Torino ha sempre trovato una collocazione particolare negli antipasti. La preparazione tradizionale prevede patate, carote e piselli tagliati a piccoli cubetti e cotti in modo da restare compatti. Le verdure vengono poi mescolate con una maionese fatta in casa che deve risultare vellutata ma sostenuta, così da avvolgere gli ingredienti senza sfaldarli. In alcune case si aggiunge anche il tonno, in altre le uova sode, ma la versione più diffusa è quella più semplice, in cui la freschezza delle verdure e la morbidezza della salsa bastano da sole. A Torino l’insalata russa è un antipasto senza tempo, servito nelle feste, nei pranzi domenicali e persino nelle trattorie storiche della città.
Un altro grande classico sono le acciughe al verde, una preparazione profondamente piemontese che unisce la sapidità delle acciughe alla freschezza del prezzemolo. La salsa verde si prepara tritando finemente prezzemolo, aglio, capperi, pane ammorbidito in aceto e olio extravergine di oliva. Il composto deve essere omogeneo, brillante e profumato. Le acciughe conservate sotto sale vengono pulite con cura, sciacquate e asciugate, poi immerse nella salsa e lasciate riposare per qualche ora. Il risultato è un antipasto deciso ma equilibrato che racconta la storia della città, un luogo dove la cucina povera ha sempre saputo trasformarsi in sapore autentico.
Peperoni con bagna cauda e giardiniera piemontese
Tra gli antipasti che rappresentano più da vicino il territorio non possono mancare i peperoni con bagna cauda, una delle combinazioni più apprezzate dai torinesi. I peperoni vengono solitamente arrostiti interi finché la pelle non si stacca con facilità, poi tagliati in falde e disposti a strati. La bagna cauda è una salsa calda a base di aglio, acciughe e olio, tradizionalmente servita come piatto conviviale ma utilizzata anche come condimento per gli antipasti. La sua intensità si sposa perfettamente con la dolcezza naturale dei peperoni. Nelle famiglie torinesi è un antipasto diffusissimo nei mesi freddi, mentre in estate si preferisce servire i peperoni arrostiti con olio, sale e acciughe fredde, una versione più leggera ma sempre legata alla tradizione.
La giardiniera piemontese merita un posto speciale perché rappresenta un piccolo ritratto dell’orto. Carote, sedano, cavolfiori, cipolline e peperoni vengono tagliati e sbollentati in acqua e aceto, poi lasciati riposare in barattoli colmi di verdure e liquido di conservazione. Il risultato è un insieme di sapori vivaci e leggermente aciduli che accompagnano perfettamente salumi e formaggi ma che a Torino vengono serviti anche come antipasto autonomo. La giardiniera è un piatto legato alla stagionalità e alla tradizione del conservare, un gesto che appartiene ancora oggi alle famiglie che tramandano le ricette di generazione in generazione.
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La tradizione torinese
Gli antipasti torinesi raccontano una città che ha sempre saputo unire eleganza e concretezza. Ogni ricetta porta con sé una storia e un legame con il territorio. Non si tratta soltanto di piatti da assaggiare ma di piccole testimonianze culturali che mostrano quanto la cucina piemontese sia varia e ricca pur partendo da ingredienti semplici. Torino non offre soltanto una tradizione culinaria solida, ma anche un modo di vivere la tavola che privilegia il tempo condiviso e il piacere di gustare cibi preparati con cura.
Chi visita la città resta spesso sorpreso dalla quantità di antipasti proposti nei ristoranti e nelle trattorie. È un rituale che introduce al pasto e che esprime la filosofia gastronomica torinese, basata sulla lentezza e sulla qualità. La varietà degli antipasti permette di scoprire diversi aspetti della cucina locale, dai sapori decisi della bagna cauda alla delicatezza del vitello tonnato. Ogni piatto ha una sua identità precisa e insieme formano un mosaico che rappresenta bene il carattere della città.
Torino non ha mai abbandonato la sua tradizione, anzi l’ha resa un punto di forza. Gli antipasti continuano a essere la porta d’ingresso ideale per chi desidera conoscere la cultura gastronomica piemontese. Preparazioni come il tonno di coniglio, le acciughe al verde, i peperoni arrostiti e l’insalata russa resistono al passare del tempo grazie alla loro semplicità e alla loro autenticità. Sono piatti che non seguono soltanto la moda del momento ma che rimangono, anno dopo anno, parte fondamentale delle tavole torinesi.
Gli antipasti di Torino sono molto più di un inizio del pasto. Rappresentano un patrimonio, un modo di raccontare la città attraverso sapori che hanno radici profonde. Chiunque si sieda a una tavola torinese scoprirà che questi piatti non sono semplici ricette ma frammenti di storia, conservati e tramandati con cura. È proprio questa continuità a rendere la cucina torinese così affascinante e a fare degli antipasti una delle sue espressioni più autentiche.
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NOEMI GARIANO

“Oltre il muro” di Carlo Galfione, affresco a cielo aperto

Domenica 10 maggio alle ore 11 inaugura, in via Paisiello 50, un progetto di arte partecipata con le scuole Michele Rua e IC Bobbio di Torino, dal titolo “Oltre il muro” di Carlo Galfione

A Torino, nel vivace quartiere di Barriera di Milano, davanti all’Istituto Michele Rua, un muro dismesso dell’oratorio Salesiano si trasforma in un affresco urbano a cielo aperto. Il progetto di arte partecipata, che coinvolge le classi delle scuole secondarie Michele Rua e IC Bobbio, si intitola “Oltre il muro” e fa parte di un percorso creativo guidato dall’artista Carlo Galfione e curato da Lorena Tadorni.
“Oltre il muro” si può considerare oltre che un’opera un processo, un’esperienza di co-creazione capace di restituire alla comunità uno spazio rigenerato, in grado di raccontare storie, visioni, identità.
“Oltre il muro”, opera partecipata dell’artista Carlo Galfione, nasce da una domanda semplice e al tempo stesso radicale: “Cosa c’è oltre il muro”. Il muro da barriera fisica e simbolica diventa occasione di attraversamento e di costruzione collettiva di senso. Gli studenti sono stati impegnati in un processo che li ha visti partecipi di momenti di brainstorming, confronto e sviluppo progettuale e sono stati parte di un processo creativo.
Al centro dell’intero intervento rimane la ricerca pittorica di Carlo Galfione, che da anni utilizza supporti non convenzionali come carte da parati e tessuti quali superfici attive. Non sono più semplici sfondi decorativi, ma strutture visive e concettuali su cui interviene la pittura, dialogando con pattern preesistenti, attraversandoli e trasformandoli.
La carta da parati diventa un esempio di pattern legato all’immaginario domestico  e in grado di evocare una vera e propria “archeologia dell’abitare”, mettendo in luce l’interno della vita privata e ciò che normalmente resta invisibile nello spazio pubblico.
Nel progetto “Oltre il muro” questa dimensione si apre verso l’esterno e la tappezzeria, che è simbolo dell’intimità, si espande sulla superficie urbana,  rendendo il muro una soglia tra il dentro e il fuori.
Su questo tessuto visivo si innestano i disegni dei ragazzi, che hanno potuto  raccontare la propria quotidianità attraverso “oggetti del cuore”. Le immagini si alternano ai pattern e affiorano ad uno sguardo attento, richiedendo prossimità,  tempo e disponibilità nel perdersi nel dettaglio.
Il muro viene a rivelare le storie stratificate che lo abitano e si genera un cortocircuito tra interno ed esterno: ciò che appartiene alla sfera privata emerge nello spazio pubblico, mentre il muro, che costituisce un limite, si trasforma in superficie narrativa e al tempo stesso abitabile. Non si può considerare un murale, ma un dispositivo pittorico complesso in cui la dimensione creativa dell’artista e quella collettiva dei partecipanti convivono.

L’iniziativa “Oltre il muro” è  realizzata nell’ambito di “Barriera Oggi. Il quartiere diventa comunità “, con il contributo  di Impresa Sociale  con i bambini, tra gli enti l’Oratorio Salesiano Michele Rua, Ic Bobbio Novaro, Biblioteca Primo Levi, Ags per il territorio,  Comitato Salesiani per il Sociale APS Piemonte e Valle d’Aosta.

Mara Martellotta

Scontro con una moto, morto ciclista

Nuovo incidente mortale sulle strade piemontesi. Nello schianto tra una moto e una bici è morto un uomo ad Alice Bel Colle (Alessandria). Il ciclista, un sessantenne, è morto nonostante l’arrivo del 118, e ogni tentativo di rianimazione è risultato vano.

Il “pirandellismo” non invade il “Berretto”, Silvio Orlando come Ciampa

Per la stagione dello Stabile, al Carignano sino al 10 maggio

 

Arrivato quasi ai settanta, Silvio Orlando – eccezionale attore con tre David di Donatello e altrettanti Nastri d’argento alle spalle, una veneziana Coppa Volpi meritatissima per “Il papà di Giovanna” di Pupi Avati, una carriera teatrale iniziata con “Comedians” di Salvatores sino a proporre come recenti titoli ”Ciarlatani” di Pablo Ramòn e “La vita davanti a sé” di Romain Gary – incontra per la prima volta Pirandello con “Il berretto a sonagli” e s’affida alla regia di Andrea Baracco, produzione Cardellino srl con gli Stabili dell’Umbria e di Bolzano, a Torino per la stagione dello Stabile torinese sino al 10 maggio al Carignano.

Il testo approntato per il palcoscenico (del 1917) è stato tratto dall’autore siciliano da due delle sue “Novelle per un anno”, “La verità “ e “Certi obblighi”, entrambe datate 1912. Testo che destò attriti e tensioni tra Pirandello e Angelo Musco, primo destinatario, intestardito nel voler far prevalere gli aspetti comici della vicenda, mentre dall’altra parte si voleva mantenere in primo piano la descrizione di una società e la tragedia di una verità mercificata. Poco ci spaventa che Baracco abbia, con lo scenografo Roberto Crea, stravolto il “salotto in casa Fiorica riccamente addobbato all’uso provinciale”, com’è stato obbligo di passate edizioni, come, ormai oggi, a centodieci anni dalla nascita, sarebbe strano non vedere gli abiti attuali di Marta Crisolini Malatesta, con quel rosso della Saracena che suona sfacciato tra tutti: ma innegabilmente ogni cosa si svolgerà fuori dal tempo e dal luogo, tutto suonerà indecifrabile e freddo e asettico, un freddo ambiente più vicino a una sala d’aspetto di una clinica signorile con annesso acquario da cui lasciar trasparire ogni controcanto possibile. Un ambiente di cui, prima che appaia, abbiamo visto un avamposto, a sipario rosso chiuso, tra mormorii più o meno percepibili, brandelli di rumori cittadini, sospiri con la suddetta Saracena a guardare misteriosamente il pubblico e a sciogliersi i capelli altrettanto rossi, mentre la serva Fana ha tempo d’occhieggiare pure lei. Non ci importa neppure che il ritratto del protagonista, racchiuso in una lingua didascalia, sia rispettato, se Ciampa porti i baffi oppure no, come poco ci spaventa, ormai oggi, leggere in locandina di una “revisione linguistica” a opera di Letizia Russo e del regista, ben sapendo che già Eduardo ne concepì un’edizione nel lontanissimo 1936 guardando alla lingua napoletana. Qui abbiamo un’edizione professionalmente corretta ma altresì “anonima”, per la gran voglia e la gran fretta – seguendo le parole di Sciascia – di “liberare Pirandello da tutte le incrostazioni filosofiche e pseudofilosofiche, da tutte le etichette concettuali, in una parola del pirandellismo. Restituire all’opera pirandelliana quella verità e libertà, quella effervescenza fantastica, che oggettivamente possiede”.

Dove nemmeno ci si dovrebbe impegnare, alla luce di quella effervescenza, a racchiudere in 90’, a rotta di collo, facendola rotolare giù per le scale, la vicenda del povero Ciampa, “strapieno di tragica umanità, non vivo ma arcivivo”, pianamente loico e meditabondo parola dopo parola, filosofeggiante della sua tranquilla quotidianità, al riparo di ogni sua pausa nell’esposizione di fatti e conseguenze. Che gli viene tellurizzata, questa sua benedetta quotidianità, dal comportamento di donna Beatrice, consorte tradita, lei ne è sicura, del cavalier Fiorica, di cui Ciampa è l’umile scrivano. Lei sa e io conosco, ma ogni cosa va richiusa dentro le mura domestiche e lì rimanervi. Finché Beatrice sprigiona il vaso di Pandora e ogni vipera se ne esce fuori, inondando una doppia famiglia e una intera città soprattutto, sino a decretare un probabilissimo scandalo che va immediatamente soffocato. La paura del ridicolo, l’abitudine del protagonista a mettere le mani avanti, sempre e per ogni cosa, quell’iniziare a vedersi sacrificabile (“che significa che io sono più che di famiglia…, sissignora, per la devozione… e lei rincalza “per la devozione e per tutto!”), quel constatare che “lo strumento è scordato” e che “la corda civile”, quella della società, quella delle convenienze, quella del saper stare al mondo, va subito rimessa a posto. Con questa ci sono “la corda seria” e “la corda pazza”, ecco, si darà la carica a quest’ultima, a Beatrice non resterà, non potendosi zittire i mormorii che già circolano, non potendo neppur più contare sugli appoggi dei notabili e del delegato Spanò, non valendo nulla il verbale e la sua testimonianza con cui s’andrebbe tutti quanti tranquilli, che “mostrarsi” pazza, l’esserlo con quei tanti “beee…!” ripetuti in faccia all’uno e all’altro, via per la strada del manicomio (tre mesi almeno finché non si saranno calmate le acque, una vacanza; “La villeggiatura” avrebbe intitolato Marco Leto il suo film del ’73: ecco, qualcosa di simile). Mantenendoci tutti ben stretto quel “pirandellismo” da cui si voleva scappare, da quell’intreccio di maschere e finzioni, da quella benpensante realtà dentro cui ancora oggi ci troviamo immersi. Mentre Ciampa “si butta a sedere su una seggiola in mezzo alla scena, scoppiando in un’orribile risata” che qui si fa anonima come molta parte della messinscena, laddove gli antichi “di rabbia, di selvaggio piacere e di disperazione” lasciano il posto a un rantolo che allo scrivano si soffoca in gola. La rabbia ha preceduto, durante i lunghi ragionamenti finali, la disperazione non la vediamo.

Mentre piace rileggere quel che scriveva Leone de Castris, che di Pirandello s’intendeva: “Il problema della ‘maschera’ è infatti il contenuto del dramma di Ciampa, il colorito e carnoso porta-insegne del gran tema pirandelliano, l’eroe astuto e la vittima sofferente della parte. In lui quel tema s’incentra davvero, diventa umanità e protesta sociale, si vive in tutte le possibili articolazioni della sua tragica e grottesca necessità, come condanna e come difesa, come ridicola esigenza di esterno decoro e drammatico bisogno di una consistenza: e si fa comportamento, ansia vitale, e persino pietosa salvaguardia dei sentimenti più veri, dialettica autentica di passione e ragione, di dolore e di simbolo.”

Resta un’umanità dolente, schierata muta alle spalle del protagonista. Restano quell’inizio inatteso e inconcludente, restato gli abiti femminili a scendere dall’alto, come quegli omini con  cappotto nero e bombetta di Magritte, resta il ballo lento tra Beatrice e la Saracena su cui come per il resto continui a chiederti il perché, resta Beatrice che issandosi sullo scranno bianco raggiunge la madre, per sederle accanto e posarle dolcemente il capo sulla spalla, resta tutta questa acidità di Ciampa che mai come adesso da vittima s’è fatto carnefice, aspro, con il pugnale in mano, con sprazzi di nera malvagità. Silvio Orlando è lucidamente teso ma non riesce a sviscerare, con tutta la fregola che Baracco gli ha messo addosso, le tante sospensioni delle sue lunghe tirate. Tra i compagni, eccelle Stefania Medri con la sua Beatrice, vittima sacrificale, tutta tensioni e rabbia e stupori, che credo all’autore di Girgenti non sarebbe affatto spiaciuta.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Leila Pozzo.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Il Cardinale Roberto Repole e l’industria torinese – Al Salone del libro sempre la stessa musica? – La villa della Regina Margherita a Bordighera nelle residenze sabaude? – Lettere

Il Cardinale Roberto Repole e l’industria torinese
Il Cardinale di Torino Roberto  Repole che finora era stato  meno presente del suo predecessore sui temi del lavoro , ha ritenuto di denunciare il pericolo  che Torino finisca di essere la città delle armi dopo essere stata la città delle auto, definizione  che ormai appartiene al passato. C’è stato chi illusoriamente ha pensato che il turismo avrebbe potuto colmare il vuoto lasciato dalla Fiat, ma questa ipotesi si è rivelata piuttosto velleitaria perchè la spinta delle Olimpiadi invernali di vent’anni fa non è stata così determinante come qualcuno ha voluto farci credere per tanto tempo. Torino in passato promosse grandi mostre che attivarono la presenza di molti  visitatori.
Dopo lo sfascio grillino alla cultura, non si è provveduto a ripristinare quello slancio che fu di Patrizia Asproni quando Fassino era sindaco.  E’ vero che Torino è diventata sede di   industrie che producono armi, ma è altrettanto vero che non siamo in condizioni di essere schizzinosi perché l’occupazione è in grande calo. Ha ragione il Sindaco Lo Russo  nel rispondere al Cardinale che la difesa non è la guerra. Solo la Cgil sposa in toto  la tesi del Cardinale . Sarebbe interessante sapere l’opinione, forse scontata, del Sermig di Olivero. Inoltre l’industria aerospaziale  ha anche valenze che non si riducono ai fini bellici. Giustamente il dirigente della UIL Cortese evidenzia come un eventuale disarmo unilaterale non sia la via per garantire la pace. Sono vecchi , stantii discorsi di un pacifismo destinato ad essere un’utopia che non credo siano ripresi dal Cardinale. La pace è un valore preminente che oggi sentiamo in modo più pressante del passato, ma lo sviluppo o, meglio, un freno alla decadenza industriale di Torino deve essere un riferimento da non perdere di vista, pena una crisi ancora peggiore di quella che stiamo vivendo.
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Al Salone del libro sempre la stessa musica?
Avevo sperato con la fine della direzione di Lagioia, lasciato finalmente alla  sua creatività letteraria, che il Salone del libro sotto la guida di Annalena Benini, si aprisse ad un vero pluralismo. Non ho  i dati completi del programma del prossimo Salone,  ma vedendo la pagina pubblicitaria che annuncia l’evento, constato che i nomi  degli ospiti citati sono quasi tutti orientati in un certo modo, relegando ad uno sprezzante “altri“ la presenza di interlocutori  non considerati degni di entrare nell’ anticipazione pubblicitaria.
Non è un bel modo di iniziare. Anche lo scorso anno la pagina  del Salone era più o meno improntata allo stesso criterio. Quel riferimento ad “altri “ è un modo sbagliato di presentare il Salone che per merito delle case editrici avrà sicuramente anche la presenza di scrittori non allineati. Vedremo se i temi divisivi verranno accolti o verranno stroncati. La situazione è molto calda e si può rischiare la censura vista  come prevenzione ad eventuali incidenti. La censura preventiva verso uno stand  di destra scattò già qualche anno fa in modo del tutto inaccettabile. Io parlai al Salone esibendo il “Trattato  sulla tolleranza” di Voltaire. Il clima di intolleranza oggi  è evidente a tutti: auguriamoci che non travolga il Salone. Il 25 aprile è finito e il Salone si aprirà a metà maggio ….
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La villa della Regina Margherita a Bordighera nelle residenze sabaude?
E’ nata nel clima elettorale per il rinnovo dell’amministrazione comunale l’idea di inserire tra le residenze sabaude la villa della Regina Margherita a Bordighera. Certo valorizzerebbe Bordighera che via via ha perso l’attrattiva che ebbe in passato come dimostra proprio la residenza della Regina. E’ un’idea che comunque merita attenzione.
Si tratterà di coinvolgere la Regione Liguria e la Regione Piemonte, per poi portare al ministero della cultura un progetto. Ma ci sono anche altre residenze reali fuori dal Piemonte che dovrebbero essere inserite. Credo però che sia difficile farlo, a partire da San Rossore che  fu in dotazione alla presidenza della Repubblica  fino alla donazione del presidente Scalfaro alla Regione Toscana.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Il luminare
Sono stato in una clinica privata a farmi visitare da un luminare molto rinomato. Una delusione! Arrivato con un’ora di ritardo mi ha liquidato in pochi minuti senza neppure scusarsi per il ritardo. Ma la tariffa è stata molto alta. Virgilio Simonetta
Non tutti i luminari nel campo medico sono così, per nostra fortuna. Io ne ho conosciuti di eccezionali a Torino e in Liguria. Il prof. Morino è un chirurgo di fama internazionale, il dott. Conio primario  di Gastronterologia al Santa Corona di Pietra Ligure  è anche lui di fama internazionale. La loro disponibilità innanzi tutto umana è nota ed apprezzata  da tutti i loro pazienti e non solo.
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Pronto soccorso efficiente
Ho avuto bisogno di  rivolgermi al Pronto Soccorso del Gradenigo. Ho ricevuto un’assistenza pronta  e competente. Ci si lamenta spesso della sanità pubblica, il Gradenigo mi è parso un’eccellenza.  Gina Fedeli
In effetti il servizio di  Pronto Soccorso è di fondamentale importanza. In  alcuni comuni  del Savonese, dove il Pronto Soccorso non c’è più, malgrado ci sia un ospedale inaugurato quindici anni fa, il disagio è grande . Questa mancanza  soprattutto in estate comporta disfunzioni evidenti perché un vasto territorio deve ruotare attorno ad un solo ospedale. A Torino, in base alle mie esperienze, credo che il servizio di Pronto Soccorso funzioni bene quasi dappertutto.
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25 aprile
Ho letto i suoi tre articoli sul 25 aprile. Non condivido affatto  molti dei suoi giudizi perché la Resistenza è l’unica pagina di storia italiana importante. La  vera storia d’Italia, come disse Franco Antonicelli, ebbe inizio nel 1945. Gennaro Assale
La storia d’Italia è cosa molto più complessa rispetto a quanto disse Antonicelli che da persona colta e intelligente, nel suo intimo, non credeva ad una interpretazione politica così grossolana . Era un oratore appassionato e volle strappare un applauso in più . In ogni caso va detto che il frutto della Guerra di Liberazione fu la riconquistata libertà di pensare e parlare . Quindi il dissenso è sempre importante e io non cercherò di convincerla .Anzi la ringrazio per la pazienza che ha avuto nel leggermi.

Polis Cultura compie 20 anni

Intervista al presidente Massimo Striglia

Polis Cultura nasce da un’idea tanto semplice quanto ambiziosa: restituire alla cultura il suo ruolo originario di collante sociale, di spazio condiviso in cui una comunità possa riconoscersi e crescere. Il nome stesso richiama la polis, luogo di partecipazione e costruzione collettiva, e non è una scelta casuale. È piuttosto una dichiarazione di intenti, un orientamento preciso che guida le attività e la visione del progetto fondato da Massimo Striglia.

Fin dalla sua nascita, Polis Cultura si è configurata come una realtà capace di intrecciare arti, territori e persone, superando la concezione della cultura come ambito elitario o distante dalla vita quotidiana. Teatro, musica, incontri, iniziative educative e sociali diventano strumenti attraverso cui costruire relazioni e stimolare consapevolezza. In questo senso, la cultura non è mai fine a se stessa, ma diventa esperienza viva, occasione di dialogo e di crescita condivisa. Polis Cultura quest’anno compie 20 anni, due decenni di attività e di eventi. “L’associazione è nata nel 2006 come Polis cultura democratica da un’ispirazione di Michele Vietti; l’intento era politico territoriale nella zona di Chivasso e affiancava la Fondazione iniziativa Subalpina” racconta Massimo Striglia, “nel tempo l’obiettivo è cambiato e dal 2012 dalla politica ci si è diretti verso temi culturali. C’e’ stato anche un ricambio, molte persone nuove, e la sede è stata spostata a Torino con il nome attuale”. Nel frattempo si sono uniti personaggi come Alessandro Meluzzi, che ha organizzato un incontro sul femminicidio, e, tra i soci onorari, Alberto Fortis, Ezio Gribaudo e la figlia Paola, Elena D’ambrogio Navone, Anna De Luca, Amedeo Pascale. “Nove anni fa abbiamo creato il premio Polis Cultura dedicato alle aziende vinicole. Attualmente sono stati fatti cambiamenti nel consiglio e nella struttura, come la creazione del Comitato artistico culturale e scientifico, che vede Sara D’Amario come presidente, con l’obiettivo implementare progetti ed eventi”.

Al centro del progetto futuro dell’associazione c’è la visione di Massimo Striglia che interpreta la cultura come responsabilità civile prima ancora che come produzione artistica. Il suo lavoro si distingue per una costante attenzione all’impatto sociale delle iniziative. Non si tratta soltanto di organizzare eventi, dunque, ma di generare percorsi che coinvolgano le persone, le rendano partecipi e le aiutino a riconoscersi come parte attiva di una comunità. Un elemento fondamentale di Polis Cultura è il legame con il territorio. Le attività promosse si radicano nei luoghi, valorizzandone le identità e le risorse, contribuendo a creare occasioni di incontro che vanno oltre il singolo evento. Progetti culturali diventano così momenti in cui il tessuto sociale si rafforza e si rinnova. In un tempo in cui la frammentazione rischia di prevalere, iniziative di questo tipo restituiscono centralità alla dimensione collettiva, dimostrando come la cultura possa essere anche uno strumento di coesione. “Ci sono collaborazioni naturali con altre associazioni come con il Polo Artistico e culturale le Rosine e Fondazione iniziativa Europa di Michele Vietti”.

Polis Cultura si inserisce quindi in una riflessione più ampia sul significato contemporaneo della partecipazione, in un’epoca segnata da trasformazioni rapide e spesso disorientanti, il progetto richiama la necessità di ricostruire spazi di confronto e di ascolto. La cultura diventa un linguaggio comune, capace di attraversare generazioni e differenze, offrendo nuove possibilità di relazione. In questa prospettiva, l’esperienza di Polis Cultura rappresenta un esempio concreto di come l’arte e la cultura possano incidere nella realtà, contribuendo a ridefinire il senso stesso di comunità. Non solo programmazione culturale, dunque, ma un modo diverso di abitare i luoghi e le relazioni, recuperando il valore originario della polis: quello di una comunità che si costruisce, giorno dopo giorno, attraverso la partecipazione, la condivisione e la consapevolezza.

Tra le idee per il futuro di Massimo Striglia c’è quella di organizzare un Festival e tema, “ci stiamo lavorando” chiosa, intanto festeggiamo il ventennale in autunno.

 Maria La Barbera

Sicurezza stradale, sensibilizzazione anche in Piemonte

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6 maggio, la giornata europea della sicurezza stradale, incidenti in aumento, ma calano le vittime

Si celebra il 6 maggio la giornata europea della Sicurezza Stradale, che rappresenta un’occasione importante per richiamare l’attenzione su di un tema che risulta fondamentale per la sicurezza pubblica, quello della prevenzione degli incidenti e la promozione di comportamenti sicuri alla guida e negli spostamenti quotidiani.
L’Europa si è posta l’obiettivo di lungo periodo di arrivare a zero vittime sulle strade, mentre nel breve termine si cerca di ridurre del 50% morti e feriti gravi entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019.
Una visione moderna della sicurezza stradale si basa sull’approccio del Safe System, che promuove un sistema integrato in cui infrastrutture, veicoli  e comportamenti umani concorrono a ridurre al minimo i rischi, superando l’idea fatalistica dell’incidente inevitabile.
I dati più recenti ISTAT si riferiscono al 2024 ed evidenziano come ancora oggi l’incidentalità stradale rappresenti una criticità rilevante per la salute pubblica. 10487 sono stati gli incidenti stradali registrati in Piemonte nel 2024, in aumento del 4,6% rispetto al 2023 con 171 vittime e 14692 feriti. Le vittime registrano una diminuzione del 3.9% sull’anno precedente e del 26.3% rispetto al 2019.
Rispetto alla media nazionale il tasso di mortalità stradale regionale si conferma inferiore, con 4 morti ogni 100 mila abitanti rispetto ai 5,1 registrati a livello nazionale.
La maggior parte degli incidenti si verifica sulle strade urbane, con la percentuale del 70,7%, seguite da quelle extraurbane, con il 22% e dalle autostrade con il 7,4%. I decessi avvengono prevalentemente sulle strade extraurbane, con il 48,0% , in quanto le condizioni di velocità rendono più gravi le conseguenze degli incidenti.
Ad essere maggiormente coinvolte negli incidenti sono le categorie dei conducenti e passeggeri di autovetture (45,6%), seguiti dai motociclisti (20,5%), pedoni (18,7), ciclisti (5,3%), stessa percentuale dei conducenti di mezzi pesanti e utenti di monopattini (1,7%).
L’indice di mortalità relativo ai pedoni risulta in aumento rispetto al 2023; il 71,9% dei pedoni deceduti ha più di 65 anni, confermando la vulnerabilità della popolazione anziana.

Un’attenzione specifica riguarda poi la categoria dei più giovani, che risultano particolarmente esposti. La prevenzione passa attraverso l’uso corretto dei dispositivi di sicurezza, cinture e seggiolini omologati, ma anche da una corretta educazione stradale fin dall’infanzia e di ambienti urbani più sicuri.
La promozione di comportamenti corretti e consapevoli nei bambini significa investire nella sicurezza futura della comunità.
Alla guida non esistono quantità di alcol sicure. Livelli anche inferiori ai limiti di legge possono compromettere la capacità di reazione, alterare la percezione e, di conseguenza, aumentare il rischio di incidenti. I rischi sono amplificati dall’assunzione di sostanze stupefacenti, soprattutto se associate ad alcol.

La Regione Piemonte, attraverso le Aziende Sanitarie, promuove iniziative di informazione, sensibilizzazione ed educazione rivolte alla popolazione, per diffondere la cultura della sicurezza stradale, riducendo i fattori di rischio. Questa iniziativa si inserisce nell’ambito delle politiche di prevenzione e promozione della salute, che passa anche attraverso la sicurezza nelle strade, che, a sua volta, non dipende soltanto dallo stato delle infrastrutture, ma dai comportamenti dei singoli e da quelli collettivi.

Cultura e food rilanciano l’economia del territorio. E’ l’età dell’oro del turismo piemontese?

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Nel 2025 il turismo in Piemonte ha consolidato una fase di espansione ormai strutturale, affermandosi come uno dei comparti più dinamici dell’economia regionale. Le elaborazioni dell’Osservatorio Turistico della Regione Piemonte insieme a Visit Piemonte indicano non solo un aumento significativo dei flussi, ma anche un miglioramento della qualità della domanda, sempre più orientata verso visitatori internazionali e verso esperienze diversificate sul territorio.

Nel corso dell’anno si sono registrati circa 6,7 milioni di arrivi e oltre 18 milioni di presenze, con una crescita superiore al 7% rispetto all’anno precedente. Si tratta di un incremento decisamente più sostenuto rispetto alla media nazionale, segnale che il Piemonte sta rafforzando la propria attrattività nel panorama turistico italiano. Un elemento particolarmente rilevante è rappresentato dal peso crescente dei visitatori stranieri, che ormai superano la metà delle presenze complessive, con una forte incidenza di turisti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Francia. Parallelamente si è ampliata anche l’offerta ricettiva, con un aumento consistente del numero di strutture, segno di una filiera in espansione e di una maggiore capacità di accoglienza diffusa.

La crescita non riguarda un solo ambito territoriale ma si distribuisce in modo sempre più equilibrato, pur mantenendo un baricentro importante su Torino con musei e cultura, che si conferma il principale polo turistico regionale. Il capoluogo concentra una quota rilevante dei flussi grazie alla sua offerta culturale, agli eventi di rilievo internazionale e al crescente appeal come destinazione per soggiorni brevi. Accanto alla città, tuttavia, si rafforza il ruolo di altri territori: le aree vitivinicole delle Langhe e del Monferrato attraggono turismo enogastronomico di fascia medio-alta, i laghi piemontesi mantengono una forte vocazione internazionale, mentre le zone alpine stanno beneficiando di una progressiva destagionalizzazione che valorizza anche il turismo estivo e outdoor. Questo allargamento geografico dei flussi rappresenta uno degli aspetti più interessanti, perché consente di distribuire i benefici economici su un’area più ampia e di sostenere anche le economie locali meno centrali.

Dal punto di vista economico, l’impatto del turismo si manifesta su più livelli. L’aumento delle presenze e delle strutture ricettive implica una crescita diretta della domanda di lavoro nei settori dell’ospitalità, della ristorazione, dei servizi culturali e dei trasporti. A questo si aggiunge un effetto indiretto significativo su filiere collegate come l’agroalimentare, il commercio e l’artigianato, che beneficiano della spesa turistica. In un contesto come quello piemontese, storicamente caratterizzato da una forte base industriale, il turismo assume quindi un ruolo sempre più importante come fattore di diversificazione economica. Pur non rappresentando ancora una quota dominante del prodotto interno regionale, il suo peso è in crescita e contribuisce a rendere il sistema economico più resiliente.

Per Torino, in particolare, il turismo rappresenta una leva strategica di trasformazione. La città, che negli ultimi decenni ha avviato un percorso di riconversione dopo la crisi del settore manifatturiero tradizionale, trova nel turismo culturale e degli eventi un ambito di sviluppo capace di generare occupazione e attrarre investimenti. L’aumento dei visitatori stranieri conferma inoltre un posizionamento sempre più internazionale, con effetti positivi su tutto il comparto dei servizi urbani.

Guardando al futuro, le prospettive appaiono favorevoli. Il trend di crescita degli ultimi anni, l’espansione della domanda estera e la capacità di sviluppare offerte turistiche legate alla natura, all’enogastronomia e alle esperienze autentiche indicano che il turismo può diventare uno dei principali motori di sviluppo del territorio. La sua forza risiede anche nella capacità di attivare un ampio indotto e di valorizzare risorse locali spesso non delocalizzabili. Tuttavia, per consolidare questo ruolo sarà necessario affrontare alcune criticità, come il miglioramento delle infrastrutture, il potenziamento dei collegamenti e una maggiore integrazione dell’offerta turistica.

Il cuore di legno degli ippocastani di Primo Levi

“Il mio vicino di casa è robusto. E’ un ippocastano di Corso Re Umberto; ha la mia età ma non la dimostra. Alberga passeri e merli, e non ha vergogna, in aprile, di spingere gemme e foglie, fiori fragili a maggio; a settembre ricci dalle spine innocue con dentro lucide castagne tanniche.. Non vive bene. Gli calpestano le radici i tram numero otto e diciannove ogni cinque minuti; ne rimane intronato e cresce storto, come se volesse andarsene.. Anno per anno, succhia lenti veleni dal sottosuolo saturo di metano, è abbeverato d’orina di cani. Le rughe del suo sughero sono intasate dalla polvere settica dei viali; sotto la scorza pendono crisalidi morte, che non diventeranno mai farfalle. Eppure, nel suo torpido cuore di legno sente e gode il tornare delle stagioni”. Sono alcuni brani della poesia intitolata Cuore di legno che Primo Levi dedicò nel 1980 agli alberi che ombreggiavano la casa dove visse sempre, dal giorno della nascita – nel luglio del 1919 – a quel tragico 11 aprile del 1987 in cui decise di togliersi la vita. Per sessantasette anni visse nel palazzo torinese al civico 75 di corso Re Umberto. L’unico periodo in cui fu costretto a lasciare la sua dimora – tra il 1942 e l’ottobre del 1945 – lo  raccontò nei suoi libri. Un tempo duro e drammatico scandito dal periodo trascorso lavorando a Milano in una fabbrica di medicinali, dai pochi mesi vissuti da partigiano in Val d’Aosta, dall’arresto il 13 dicembre 1943, la deportazione nel campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, gli undici mesi nel lager di Auschwitz e gli altri nove passati sulla via del ritorno verso casa. Una sua biografia si apre con la descrizione di questo luogo, “uno degli ampi viali che tagliano a scacchi l’elegante quartiere della Crocetta.. i pesanti portoni dei palazzi dalle facciate austere..in mezzo alla folta vegetazione di ippocastani, i tram scivolano sui binari presi d’assalto dalle erbacce”. Un modo semplice per elevare un forte grido d’allarme per l’ambiente urbano, con la stessa coscienza civile che era propria di Levi quando scriveva per tutti perché desiderava che tutti comprendessero l’importanza della memoria e del rispetto. Per gli uomini, e anche per la natura.

Marco Travaglini

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