
La stregoneria è una caratteristica fisica che si trasmette per via ereditaria, di padre in figlio. I figli di uno stregone sono tutti stregoni, ma non è detto che mettano in pratica la magia
La magia non esiste, l’occidente, permeato di razionalità scientifica, ne è più che certo. E’ facile prendere come punti di riferimento quelli della propria cultura, ed è anche corretto, perché permette di relazionarsi con l’ambiente e con gli altri avendo delle coordinate precise. Però, ed questa è la sfida che le grandi migrazioni di popoli ci mettono davanti agli occhi ogni giorno, è bene comprendere che il nostro punto di vista è solamente uno dei punti di vista possibili.
Gli Azande dell’Africa centrale credono nella stregoneria: alcuni individui vengono considerati stregoni e possono fare del male agli altri senza nessuna formula magica nè pozioni particolari, ma tramite una sostanza che risiede nel corpo degli stregoni, precisamente nell’intestino tenue.
La stregoneria è una caratteristica fisica che si trasmette per via ereditaria, di padre in figlio. I figli di uno stregone sono tutti stregoni, ma non è detto che mettano in pratica la magia: finchè non viene messa in pratica la sostanza magica si considera “fredda”. Quando invece c’è una vittima, la famiglia disconosce l’individuo, che si ritrova improvvisamente senza clan parentale.
Come spiegare agli Azande che nell’intestino tenue c’è solo l’intestino tenue? Per loro non solo la stregoneria esiste, ma si potenzia man mano che l’individuo invecchia. E’ una parte del corpo umano, che viene mandata in missione durante la notte, quando la vittima dorme: per questo non può colpire da lontano, ma solo da vicino, perché l’”anima” deve raggiungere fisicamente chi intende colpire.
Uno stregone non distrugge subito la sua vittima: la morte giunge attraverso un lento peggioramento, finchè lo stregone non ha “divorato” l’intera anima di un organo vitale. Alla morte della vittima, vicino alla tomba si ha una vera e propria autopsia pubblica: si cerca all’interno dell’intestino la presenza del veleno in base al modo in cui gli intestini escono dal ventre.
Come molti episodi “magici” e mitici la spiegazione eziologica è la più comune: il desiderio di comprendere alcuni fenomeni, come la malattia improvvisa, inspiegabili a livello razionale e in questi casi anche a livello scientifico, dà vita a numerose credenze. La spiegazione del reale, soprattutto quando si parla di eventi traumatici come la morte, viene così affidata a una mitologia che in qualche modo giustifica e ordina il reale, e a riti, che danno una parvenza di “ordine” al caos in cui improvvisamente ci si trova.
Lo storico e filosofo De Martino, riferendosi ai riti funerari dei nostri tempi, parla di “crisi della presenza”: l’unico modo per non impazzire, per provare ad andare avanti di fronte ad una morte tragica e improvvisa , è seguire i riti funebri della società e comunità religiosa a cui apparteniamo. Avete presente i funerali, in cui si ripetono in coro le stesse formule liturgiche come tanti automi e si segue uno schema fisso e immutabile?
L’assurdità della morte, così inesplicabile e disumana, viene esorcizzata riportando chi la subisce come spettatore all’interno di un contesto, di una società, di una comunità di persone, di una liturgia ben precisa, di una tradizione. Quindi chi perde un caro viene proiettato all’istante nella tradizione, perde la sua dolorosa soggettività per entrare in una dimensione mitico-rituale che si ripete immutata da moltissimo tempo di fronte a un tale evento. De Martino fa l’esempio delle realtà marginalizzate della Lucania, del pianto funebre, rito diffuso prima del Cristianesimo in tutta l’area mediterranea, di origine antichissima. Anche il pianto rituale nasce per fronteggiare la crisi del cordoglio , per elaborare culturalmente il lutto.
Siamo individui profondamente permeati dalla cultura in cui viviamo, e se questa cambia, cambiano anche le nostre credenze, volontà, azioni; la dignità di ogni sistema culturale (se socialmente accettabile e a sua volta rispettoso delle credenze altrui) è il minimo per una convivenza pacifica e –si spera- fruttuosa. Non dimentichiamolo di fronte all’incontro con l’Altro, chiunque esso sia.
Federica Billone
(fonti: Cfr. Edward E. Evans — Pritchard, Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande, Franco Angeli Editore).

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