redazione il torinese

FIRMATO IL PROTOCOLLO D’INTESA TRA LA CITTÀ DI VENARIA REALE E LE ASSOCIAZIONI  DEL TERZO SETTORE

Obiettivo del protocollo d’intesa è la creazione di buone prassi, tavoli di confronto e di scambio tra gli uffici delle Politiche Abitative e Sociali della Città di Venaria Reale e i rappresentanti delle Caritas parrocchiali e delle associazioni di volontariato territoriali, secondo cadenze funzionali al raccordo con i tavoli GAM (Gruppo Adulti Multiproblematici) che si tengono periodicamente tra Comune, CISSA e Centro per l’ Impiego. Il protocollo d’intesa è stato presentato nella conferenza stampa in Municipio, a cui erano presenti il sindaco della città, Roberto Falcone, l’assessore alle Politiche Sociali, Claudia Maria Nozzetti, Padre Gherardo Armani – membro della direzione di Caritas Diocesana, Susanna Piccioni – referente microcredito ed educazione finanziaria Fondazione Operti , Don Igino Golzio – moderatore Unità Pastorale 39 e i rappresentanti delle Caritas parrocchiali e delle associazioni del territorio che si occupano, nell’ambito del Terzo Settore, del tema relativo al sociale L’assessore alle Politiche Sociali della Città di Venaria Reale, Claudia Maria Nozzetti, dichiara «Il permanere della crisi economica e sociale impone alle istituzioni locali di sperimentare nuove azioni di risposta ai cittadini più in carenza di autonomia e di rete socio-familiare capaci di un sostegno oggettivo. Il protocollo con il Terzo Settore, aperto a tutte le associazioni attive sul territorio venariese nel supporto sociale, è frutto di un certosino lavoro di analisi, confronto e osservazione sul campo del “lavoro del territorio sul territorio” a favore di chi, in stato di necessità, si rivolge ai servizi e alle associazioni. Il fine ultimo è quello di operare un lavoro coordinato dal Comune e integrato tra le varie realtà associative, rivolto al sostegno sociale di coloro che sono in grave difficoltà, con l’obiettivo del raggiungimento di una propria autonomia».

Le finalità sono molteplici:

•    realizzare modelli di intervento di contrasto alla povertà  che vadano al di la delle tradizionali risposte al bisogno  espresso  (approccio assistenzialistico) ma  che rappresentino buone prassi con cui realizzare  il raccordo tra pubblico e privato in una  logica di rete con cui ogni persona diventa parte attiva, interagente e responsabile (cittadinanza attiva); 
•    creare un sistema informativo di rete in cui favorire la circolazione corretta delle informazioni ed evitare sovrapposizioni di interventi, e avere una situazione aggiornata e complessiva degli interventi di aiuto;
•    analizzare il mutamento dei bisogni della realtà sociale locale;
•    promuovere interventi condivisi e cercare forme di collaborazione ulteriori;
•    creare una piattaforma condivisa di risorse sul territorio;
•    promuovere misure volte ad agevolare l’accesso alla casa e al mantenimento della stessa per le fasce più deboli della popolazione, al fine di garantire il bene primario dell’ abitazione a tutta la cittadinanza;
•    facilitare l’incontro tra la domanda di alloggi da parte di soggetti a basso reddito e l’offerta di alloggi da parte di privati presenti sul territorio.

Distretti industriali oltre la crisi


Nel 2017 le esportazioni dei distretti industriali del Piemonte sono state pari a 8,8 miliardi, il 68% circa del fatturato complessivo, Un anno di forte crescita per le esportazioni degli 11 distretti industriali del Piemonte (+14,4%, pari ad un aumento in valore di 1 miliardo e 104 milioni di euro)

 Il 2017 è stato un anno di forte crescita per le esportazioni dei distretti piemontesi (+14,4% pari a un aumento in valore di 1 miliardo e 104 milioni di euro), che sono riusciti a conseguire risultati nettamente superiori rispetto sia al manifatturiero piemontese (+7,8%), che alla media dei distretti italiani (5,3%). I quattro trimestri dell’anno hanno registrato una crescita costante: +14,2% nel primo trimestre, +15,3% nel secondo trimestre, +14,3% nel terzo trimestre e +13,9% nel quarto trimestre. Il 2017 è stato caratterizzato da un andamento positivo delle esportazioni sia sui nuovi mercati (+9,8%), che sui mercati maturi (+16,2%). Francia, Svizzera, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Hong Kong, Cina e Russia sono i mercati in cui è cresciuto di più, in valore, l’export dei distretti piemontesi. Sono questi i principali dati che emergono dal Monitor dei distretti del Piemonte aggiornato al quarto trimestre 2017, curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e presentato oggi a Torino in un incontro al quale hanno partecipato Cristina Balbo, Direttore Regionale Piemonte Valle d’Aosta e Liguria Intesa Sanpaolo, Giovanni Foresti e Romina Galleri, della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo. Dall’analisi per singolo distretto emerge un quadro fortemente positivo: hanno chiuso l’anno in crescita 9 distretti su 11. In particolare, 4 distretti piemontesi si sono collocati tra i primi 20 distretti italiani in termini di crescita dell’export, in valore, nel 2017: Oreficeria di Valenza al primo posto, Dolci di Alba e Cuneo al quarto posto, Vini delle Langhe, Roero e Monferrato al sedicesimo posto, Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia al diciassettesimo.

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Anno straordinario per l’export del distretto Orafo di Valenza (+33,8%, pari ad un aumento di 524 milioni di euro). Il distretto, le cui esportazioni hanno raggiunto il massimo storico di 2 miliardi e 73 milioni di euro, è divenuto il distretto orafo italiano con il maggior valore esportato, effettuando il sorpasso su Arezzo. Per quanto riguarda il sistema moda crescita importante anche per il Tessile di Biella (+7,6%), che nel 2017 ha raggiunto il proprio massimo storico di export, pari a 1 miliardo e 373 milioni di euro. Particolarmente virtuoso il comparto dell’abbigliamento. Brillante l’aumento delle esportazioni dei distretti agro-alimentari. I Dolci di Alba e Cuneo nel 2017 si sono collocati al primo posto per crescita di export in valore tra i distretti agroalimentari italiani (+26%, corrispondenti ad un aumento di 248 milioni di euro). In aumento anche le esportazioni di Vini delle Langhe Roero e Monferrato (+10,2% nel 2017), Caffè, confetterie e cioccolato torinese (+9%), Riso di Vercelli (+4,8%). In controtendenza, invece, la Nocciola e frutta piemontese (-22,9%), penalizzata dalla forte diminuzione della produzione causata da fattori climatici e ambientali. Complessivamente buona la situazione del settore della meccanica. Hanno registrato performance brillanti la Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia (+9,9%, pari a un aumento di 124 milioni di euro) e i Frigoriferi industriali di Casale Monferrato (+9,4%). Il 2017 si è invece chiuso con export in leggero arretramento per le Macchine tessili di Biella (-3,1%). In lieve aumento infine l’export dell’unico distretto piemontese del sistema casa, i Casalinghi di Omegna (+2,4%), grazie ai mercati maturi (+3,3%), verso i quali si concentra l’export del distretto.Luci e ombre sui poli tecnologici regionali. Aumenti considerevoli di export per il Polo ICT di Torino che ha visto le proprie esportazioni aumentare del 9,9% nel corso del 2017, grazie al traino dell’elettronica. In diminuzione, invece, le esportazioni del Polo aeronautico di Torino (-18,3%) che sono fortemente concentrate verso un numero limitato di Paesi.

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Nell’ambito di una più generale analisi sui bilanci 2008-16 di 795 aziende appartenenti agli 11 distretti industriali del Piemonte (con fatturato complessivo di 13 miliardi di euro), a confronto con quelli delle imprese “non distrettuali”, emerge l’alta competitività delle aree distrettuali.

I distretti sono i protagonisti della ripresa in corso in Piemonte: nel 2017 il fatturato ha toccato nuovi massimi storici, distanziando del 12% i livelli raggiunti nel 2008. Un contributo importante alla crescita è venuto dai mercati esteri, dove le imprese piemontesi distrettuali hanno toccato nuovi record storici: nel 2017 le esportazioni hanno raggiunto quota 8,8 miliardi di euro (pari a circa il 68% del fatturato totale). Svizzera, Francia, Stati Uniti, Germania e Cina sono i mercati in cui la crescita delle esportazioni in valore è stata più elevata tra il 2008 e il 2017. È poi alta la capacità dei territori distrettuali piemontesi di creare valore aggiunto: il surplus commerciale generato dai distretti regionali è salito a 6 miliardi di euro, un terzo circa dell’intero avanzo del manifatturiero piemontese.

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«Alla base di questo successo – commenta Giovanni Foresti, della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo – ci sono più fattori: la buona capacità di reazione alla crisi degli ultimi anni, che ha restituito un tessuto produttivo più forte e competitivo; una maggiore proiezione internazionale (mercati di sbocco mediamente più lontani di 485 km – escludendo il distretto Orafo di Valenza che esporta molto in Francia e Svizzera) accompagnata dalla crescente presenza all’estero con filiali produttive e commerciali; la diffusione di DOP e IGP nei distretti agro-alimentari; l’elevata intensità tecnologica dei distretti della meccanica, grazie anche ai forti legami con la filiera ICT di Torino.» In Piemonte sono molte le aree di eccellenza distrettuale. Ordinando i distretti industriali oggetto dell’analisi per performance di crescita e reddituale, è possibile ricavare una classifica dei distretti migliori. I Vini delle Langhe Roero e Monferrato si collocano al 16° posto in Italia, la Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia al 17°, mentre altri 2 distretti del Piemonte sono tra i primi 60, su un totale di 153 distretti industriali: Tessile di Biella (27° posto) e Oreficeria di Valenza (53° posto). Altri distretti piemontesi si sarebbero potuti posizionare ai primi posti, ma sono stati esclusi per motivi dimensionali. Secondo Cristina Balbo, Direttore Regionale Piemonte Valle d’Aosta e Liguria Intesa Sanpaolo: «Più elementi portano a pensare che i distretti industriali del Piemonte possano continuare a essere un punto di forza dell’economia della regione e dell’Italia. Su tutti, lo sviluppo di nuove imprese “champion” (costituiscono il 10,6% del totale imprese), imprese campioni di crescita e redditività che si stanno affermando grazie a un buon posizionamento strategico, altamente dinamiche e in grado di garantire un ricambio generazionale. In evidenza anche le imprese amministrate da giovani (il 7,5% del totale), che sono però ancora poche”.

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Sono 84 le imprese champion distrettuali del Piemonte: tra queste spiccano, Panealba (Dolci di Alba e Cuneo), Ruffoni (Casalinghi di Omegna), Santero Fratelli & C. (Vini delle Langhe, Roero e Monferrato), Lawer SpA (Macchine tessili di Biella), Rubinetterie Codor (Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia), Caleffi (Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia), Vitale Barberis Canonico (Tessile di Biella), Carlo Poletti (Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia), Fima Carlo Frattini (Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia), Fratelli Pettinaroli (Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia), Successori Reda (Tessile di Biella), Raselli Franco (Oreficeria di Valenza), Soft NW (Tessile di Biella), Cantine dei Marchesi di Barolo (Vini delle Langhe, Roero e Monferrato), Recarlo (Oreficeria di Valenza). Tra le 60 imprese giovanili spiccano Caffè Vergnano (Caffè, confetterie e cioccolato torinese), Erreesse (Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia), Guidi (Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia), Zanellato (Rubinetteria e Valvolame di Cusio-Valsesia), F.T.C. (Tessile di Biella), Rolando Sas di Rolando Francesco (Vini delle Langhe, Roero e Monferrato), Costanzo e Rizzetto (Oreficeria di Valenza), Riseria di Asigliano (Riso di Vercelli), Catananti (Oreficeria di Valenza), Golosi di Salute (Dolci di Alba e Cuneo). “Il tessuto produttivo italiano e distrettuale – aggiunge Balbo – ha però davanti a sé una nuova sfida: la trasformazione verso un modello di “impresa 4.0”, che non vuol dire soltanto acquisti di macchinari, software e formazione, ma anche un diverso modo di operare in azienda. La prossimità geografica, propria dei distretti, può essere uno strumento per imparare prima che altrove come si diventa concretamente “4.0”, con un processo di imitazione delle imprese del territorio e di evoluzione delle soluzioni già presenti sul mercato. Intesa Sanpaolo è pronta a sostenere le imprese che vogliono investire sulla crescita del proprio business: a livello nazionale, abbiamo in programma di erogare 250 miliardi di nuovo credito nei prossimi quattro anni, 15 andranno a famiglie e imprese piemontesi. E se la domanda dovesse essere più forte, siamo pronti ad accelerare.”

 

Il “campionario umano” dell’Osteria dei Contrabbandieri

All’osteria dei Contrabbandieri ci si trovava in compagnia. Soprattutto il sabato sera. Nel locale l’aria era densa come la nebbia di Milano. Solo che non era la fitta bruma che saliva dai Navigli ma il fumo dei sigari toscani e delle “nazionali” senza filtro. Un’aria malsana e spessa, da tagliare con il coltello. Sui tavoli infuriavano discussioni “ a molteplice tema” ( come diceva l’ex agente del dazio, Alfonso Merlone). Sport –  con ciclismo e calcio a far da padroni -, politica, vicende del paese s’intrecciavano in una baraonda dove sfiderei tutti voi a trovare il bandolo della matassa , tant’era intricata.

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E le partite a carte? Combattutissime, “tirate” allo spasimo tra segni e parole, “liscio e busso” e compiaciute  manate sulle spalle tra i soci. Il “campionario umano”, come avrebbe detto il dottor Segù, era  di prim’ordine. Il più vecchio era il “Babbo”, un toscanaccio tutto nervi che aveva superato gli ottant’anni da un pezzo. Quando lo tiravano fuori dai gangheri urlava “Ti sbuccio!”, minacciando l’interlocutore  con un  coltellino che non serviva nemmeno a far schiudere il gheriglio di una noce dal tanto che era piccino. Tutta scena, ovviamente, perché  non sarebbe  mai stato capace di far male ad una mosca. Nemmeno quella volta che Dante Marelli, gli offri una “Golia“. L’ometto era golosissimo della liquirizia e quelle caramelline lo facevano impazzire. La scartò al volo e se la infilò carte-osteriain bocca …sputandola, disgustato, un attimo dopo. Nella carta della “Golia“, il perfido Dante, aveva avvolto una piccola pallina di cacca di capra. A prima vista sembrava proprio una caramella e la golosità aveva tradito l’anziano che diede fondo, in breve, al suo repertorio di parolacce e bestemmie, giocandosi le residue “chance” di poter accedere – se non proprio al paradiso – quantomeno al purgatorio. Una sera entrò tutto trafelato anche Quintino, con il volto e le mani “sgarbellate“, cioè graffiate.  Aveva lasciato da meno di un’ora l’osteria, salutando tutti, ubriaco da far paura, ed insieme a Berto Grada erano partiti alla volta di Oltrefiume. I due, traditi dal vino e dall’asfalto bagnato, erano finiti con la Vespa giù dritti per la scarpata della ferrovia, infilandosi tra i rovi sul greto del torrente. Berto, più per lo spavento che per la botta, era svenuto. E Quintino, dopo averlo cercato al buio, gridando il suo nome, spaventatosi per il silenzio dell’amico, era tornato all’osteria – barcollando – per chiedere aiuto. Erano una coppia di “originali“. Berto lavorava come muratore e a tempo perso dava una mano ad Alfonso che di mestiere faceva il becchino al cimitero di Baveno, in cima al viale dei Partigiani. Lavorava come una ruspa e capitava spesso che bisognava intimargli “l’alt” mentre scavava unaosteria1 fossa perché, se stava per lui, non era mai abbastanza profonda, con il rischio di rimanere lui stesso sepolto vivo se gli franava addosso l’enorme cumulo di terra. All’osteria lo prendevano in giro perché era tanto buono ma anche un pò tontolone. Mario il Milanese l’aveva preso di mira con i suoi scherzi. Quando Berto comandava un piatto di trippa in umido o di minestra di fagioli, lo faceva distrarre per allungargliela con un mestolo d’acqua tiepida. Il Berto continuava a mangiare finché nel piatto restava solo un brodo insipido e leggero come l’acqua. Per fortuna c’era Maria, cuoca dal cuore d’oro, a difenderlo quando s’esagerava. Brandendo il grosso mestolo che serviva per girare la polenta, minacciava i burloni gridando: “Basta adesso. Il gioco è bello se dura poco. Lasciate stare il Berto, altrimenti vi faccio assaggiare questo bastone sulla gobba e vi assicuro che sono di mano pesante”.Maria metteva d’accordo tutti. Aveva un certo stile, deciso e convincente. Ma, essendo d’animo buono, perdonava tutti. A volte capitava che si venisse accolti per una rapida visita alla cucina esterna dell’osteria. Era quello il suo vero “regno“, ricavato dall’antica stalla. Accedervi era un privilegio. Il pavimento era stato ribassato rispetto al resto della costruzione. Il grande camino veniva utilizzato per l’essiccazione delle castagne ed i ganci appesi al soffitto servivano per asciugare i salami, che dopo la macellazione venivano appesi per una decina di giorni  a “sudare”, sgocciolando il grasso. Nella cucina Maria aveva conservato diversi attrezzi che venivano utilizzati in passato: la osteria-polentacassetta per la conservazione della farina per la polenta o per quella di castagne; le terracotte, i tund, cioè i piatti e il paiolo di rame per la polenta; il querc, il coperchio che veniva  utilizzato per servire le portate , come nel caso delle frittate; il putagé,un fornello a braci dove si poteva fondere il lardo. Attorno al camino, vicino alla soglia in pietra c’erano le molle, il barnasc (la paletta per le braci), il frustino in legno di bossoutilizzato per mescolare la polenta. La semplicità e l’accoglienza di quell’ambiente ci ricordava i tempi della nostra gioventù, la sobrietà dell’alimentazione a base di  polenta, consumata tutti i giorni, e di  minestra, preparata la sera, il cui avanzo costituiva la colazione del mattino dopo. I ricordi erano come una bacchetta magica che faceva tornare d’incanto la serenità ed anche Mario il milanese, a quel punto, prendeva sottobraccio Berto, scusandosi in una maniera che il Grada accettava subito – scusate il gioco di parole –  di buon grado : offrendo pane, formaggio e vino buono.

Marco Travaglini

Affogate giovane mamma e figlia di due anni

DALLA CAMPANIA

I corpi della compagna di 31 anni e della figlia di due anni dell’imprenditore  di Caserta Pierluigi Iacobucci, sono stati ritrovati oggi nelle acque di Terracina. A confermarlo sono i carabinieri di Mondragone. L’uomo con la donna e la figlia scomparvero il 2 maggio, erano usciti in mare con una moto d’acqua. Il cadavere di Iacobucci venne scoperto il giorno dopo nelle acque di Baia Domizia.

Fino all’11 maggio lavoro e sicurezza in mostra

La mostra “L’Italia che muore al lavoro. Tragedie sul lavoro e malattie professionali in Italia”, realizzata da Sicurezza e Lavoro, con Inail, Regione Piemonte, festival CinemAmbiente, in collaborazione con Cgil, Cisl e Uil, rimarrà aperta sino a venerdì 11 maggio 2018, con ingresso gratuito


In un momento in cui crescono infortuni e malattie professionali, nonostante la diminuzione delle ore lavorate, i sindacati hanno scelto di dedicare la Festa del Primo Maggio alla sicurezza sul lavoro, con una manifestazione nazionale a Prato ed altre iniziative in tantissime città d’Italia.

Torino, Cgil, Cisl e Uil hanno voluto esporre la mostra di Sicurezza e Lavoro a Palazzo Civico, casa di tutti i torinesi, per lanciare un grido d’allarme su morti, infortuni e malattie sul lavoro e ricordare come salute e sicurezza sul lavoro dovrebbero essere un motivo per unire lavoratori e lavoratrici.

Nell’occasione, l’esposizione – composta da oltre venti pannelli 80x200cm – è stata arricchita da ulteriori tre cartelloni: uno dedicato al Primo Maggio e alle rivendicazioni sindacali; uno alla tragedia della Lamina di Milano del 13 gennaio 2018, in cui morirono quattro operai; un altro allo scoppio del Silos 62, avvenuto a Livorno lo scorso 28 marzo, che uccise due lavoratori: Nunzio Viola (52 anni) e Lorenzo Mazzoni (25 anni), con un testo inviato a Sicurezza e Lavoro dall’attuale Sindaco della città, Filippo Nogarin (fotoblog dell’inaugurazione su Facebook).

“Il tema del lavoro – ha dichiarato  Alberto Sacco, assessore al Lavoro del Comune di Torino – è fondamentale, sopratutto in questo momento di crisi economica. Il lavoro deve essere al centro di tutte le politiche. Le crisi di oggi (ad esempio: Embraco e Italionline) hanno radici lontane, di cui la politica non sempre si è occupata… In primo luogo, però, bisogna far rispettare la sicurezza: la crisi non può essere una scusa!”.

Argomentazioni riprese anche dall’assessora a Lavoro e Formazione professionale della Regione Piemonte, Gianna Pentenero: “I numeri delle morti sul lavoro e delle malattie professionali sono drammatici, come testimonia anche la mostra “L’Italia che muore al lavoro” di Sicurezza e Lavoro. Il tema della crisi purtroppo è prevalso. Ora bisogna avere il coraggio di intervenire, continuare a investire in formazione e fare rispettare le avanzate leggi sul lavoro che abbiamo in Italia. Serve anche riflettere sui numeri della disoccupazione, della precarietà e della qualità del lavoro, fondamentale per investire in un progetto di vita. Il mercato del lavoro è cambiato con l’innovazione e dobbiamo saperlo interpretare, con politiche attive per creare nuovi posti di lavoro. Il Primo Maggio deve essere un momento di festa, ma anche di riflessione, non scansando i problemi, ma affrontandoli a livello istituzionale e politico, insieme ai sindacati, in sinergia: è l’unica strada possibile per dare lavoro e per dare dignità alla lavoro”.

Là dove passò il grande tornado

In Kansas non andava violato Burnett’s Mound, che i nativi locali dicevano essere luogo leggendario dal potere apotropaico e di protezione per la città di Topeka dal passaggio dei tornados. Detto fatto, in un’area del tumulo venne costruito un serbatoio d’acqua e l’8 giugno 1966 un tornado di categoria F5 devastò Topeka da sud-ovest a nord-est, causando vittime e danni a numerosi edifici e alle strutture della Washburn University. A quanto pare a Topeka non andava violata nemmeno la tranquillità dei vicini e le continue prove di musicisti volenterosi non erano per nulla gradite. Se ne accorsero Greg Gucker [ora Hartline] (chit), Mike West (chit, arm, tr, org), Blair Honeyman (V, b) ed Eric Larson (batt) che sorsero con la denominazione The Mods nel 1965. Nell’arco di un anno il nome mutò nel definitivo [The] Burlington Express e venne a sedimentarsi un sound influenzato dalla British Invasion, tanto che le cover di Beatles, Rolling Stones, Yardbirds, Animals, DC5 furono l’ABC degli esordi e il materiale di molti gigs a Topeka e dintorni (all’Empress Club e al Crestview Recreation Center). Il raggio d’azione si allargò e la band si esibì in svariati clubs e locali a Lawrence (al Red Dog Inn), Emporia, Manhattan, Holton, Concordia (al Pop’s Pizza Parlor), Mayetta; fuori Kansas a Moberly e Kansas City (Missouri) e occasionalmente in Nebraska, South Dakota e Colorado. Intanto nella seconda metà del 1966 (passato il tornado) il manager dei Burlington Express Jim Nash cominciò a muoversi facendo da ponte tra l’ambiente delle battles of the bands e il versante discografico. Per questi ragazzi di 16-17 anni l’impatto con la sala di registrazione non sarebbe stato facile, soprattutto per la loro predisposizione alla spontaneità e a dare il meglio di sé live. Tramite Mike Chapman, chitarrista degli ammirati The Blue Things, fu possibile registrare nel 1967 il primo (ed unico) 45 giri:“One Day Girl (Twenty-Four)” [M. West – G. Gucker] (Cavern 2207; side B: “Memories”), con etichetta Cavern records (di John Pearson), inciso ad Independence (Missouri) e prodotto dallo stesso Chapman. In seguito Blair Honeyman lasciò, sostituito da Bruce Lynn; l’onda post-incisione sembrava positiva a livello locale (anche se l’impatto sulle classifiche fuori Kansas fu mediocre) e l’apprezzamento per le esibizioni live dei Burlington Express cresceva; un ruolo importante nei concerti era giocato dal peculiare uso delle luci, con effetti inusuali e stroboscopici che Jim Nash definiva enfaticamente “Visual Act”. Il 22 agosto 1968 alla Municipal Auditorium Music Hall di Kansas City (Missouri), i Burlington Express aprirono con un’esibizione di mezz’ora il concerto dei The Who durante il tour nordamericano di promozione dell’album “The Who Sell Out“. Poteva essere il trampolino di lancio definitivo ma paradossalmente fu il punto d’inizio di una frattura interna, con Gucker (anima rock e principale songwriter) che iniziò espressamente a non condividere la tendenza blues del resto del gruppo. La band sfornò ancora alcune demos su brani di Byrds e Yardbirds (“I’ll Feel A Whole Lot Better” e “Stroll On”) e tenne una veloce sessione di registrazione agli Audio House Studios di Lawrence; Gucker uscì e passò ai White Clover, band di orientamento progressive che in seguito a fusioni darà origine nei primi anni Settanta ai KansasI restanti Burlington Express, orfani del songwriter di punta, persero spinta creativa ed entusiasmo; si limitarono a sporadiche comparse locali fino allo scioglimento databile tra fine 1969 ed inizio 1970. Express di nome e di fatto…

 

Gian Marchisio

 

Italia – Africa Obiettivo Intercultura

A  Palazzo Lascaris (via Alfieri 15 a Torino) il presidente del Consiglio regionale del Piemonte Nino Boeti  ha inaugurato la mostra fotografica “Obiettivo Intercultura. Punti di vista, punti di incontro Africa Italia”, promossa dal Consiglio regionale e realizzata dall’associazione Panafricando. Alla presentazione hanno partecipato Jérôme Bouhi Gohuré Liuba Forte, presidente e vicepresidente dell’Associazione Panafricando.

L’esposizione – aperta al pubblico fino al 18 maggio – si sviluppa su quattro filoni:

Arte e Cultura con fotografie di musiche, danze, sfilate ed esposizioni di artigianato etnico al Festival Panafricano, orchestra Pequeñas Huellas diretta da Esa Abrate, festa della comunità guineana a Torino, festa musicale de L’Isola di Ariel.

Fare Comunità con alcuni esempi di comunità accoglienti a Torino. Con le associazioni ASAI, ACMOS e la cooperativa L’Isola di Ariel; spazi di convivialità organizzati dal Festival Panafricano e dalla comunità guineana a Torino, Festa della Cittadinanza a San Salvario; animazioni organizzate in moschea.

Imprenditoria e lavoro con immagini del ristorante di Ibrahim a Poirino; la creperia a Torino dove lavora Jeremiah, la pescheria di Ahmed al mercato di piazza Madama.

Punti di vista e punti d’incontro con fotografie da varie parti del mondo: Casa Acmos a Torino; la comunità guineana a Torino, sguardi dall’Etiopia e dagli Stati Uniti, una famiglia italo-capoverdiana a Parigi.

L’esposizione è organizzata in collaborazione con l’associazione Stelo Onlus e grazie a sei fotografi torinesi: Federico Anzellotti, Fabio Bianco, Massimo Damiano, Simone Migliaro, Deka Mohammed, Augusto Montaruli.

Dal 24 al 27 maggio la mostra “Obiettivo Intercultura. Punti di vista, punti di incontro Africa Italia” sarà esposta al Festival Panafricano di Torino, nei locali dell’ex Carcere Le Nuove di Torino.

La notte di sabato 12 maggio – fino all’una – per la Notte Bianca della Fotografia, organizzata con Fo.To. Fotografi a Torino, Palazzo Lascaris rimarrà aperto e ospiterà spettacoli di musica e performance sulla contaminazione con le culture africane: i tamburi del Drum Theatre, il coro Le Voci di Ariel e la partecipazione di Esa Abrate, musicista e cantautore di origini africane

La mostra fa parte del percorso “Identità” di Fo.To. Fotografi a Torino, dal 3 maggio al 29 luglio 2018, organizzato dal MEF Museo Ettore Fico.

 

Il Villaggio della Sicurezza

Per sensibilizzare i cittadini sui temi della Sicurezza Stradale

 

Sabato 5 maggio  in Via Roma a Torino viene allestito il Villaggio della sicurezza, patrocinato dalla Città,  Main Sponsor la Concessionaria VOLVO AutoGrup. L’evento si propone di sensibilizzare i partecipanti sui temi della Sicurezza Stradale.

In cerca di fantasmi al castello di Arignano

8 / Il romanzo gotico è un genere narrativo che si sviluppa a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, è caratterizzato dall’unione di argomenti romantici e dell’orrore. Le vicende trattate si svolgono in antri oscuri, ignoti sotterranei o vetusti castelli diroccati. Centrale è la presenza dell’elemento sovrannaturale, un fantasma, un essere demoniaco o qualcosa di estraneo al mondo umano. Le atmosfere dei romanzi gotici sono buie, inquietanti e ricche di suspanceAppartengono a questo filone, ad esempio, i romanzi Il Castello di Otranto, di Horace Walpole, Dracula, di Bram Stoker, Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo di Mary Shelly, o, ancora, Lo strano caso del dottor Jeckill e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson. Questa mattina, in compagnia di due amici, mi trovo a percorrere le strade di un luogo che riporta tutti i tratti tipici dei romanzi gotici: la rocca di Arignano. Le previsioni davano pioggia ma al momento fa solo tanto freddo. Mentre uno dei miei amici guida io mi perdo a guardare fuori dal finestrino: la città affollata di case si rilassa e diventa prima cintura, fino a quando anche le villette sporadiche scompaiono, lasciando spazio solo ai bassi arbusti della campagna. Il brutto tempo rende grigio topo il paesaggio circostante e ne esalta le ombre, tutte le cose assumono un che di spettrale. Mi concentro sugli alberi ancora spogli, alzano i rami nodosi verso il cielo, mi ricordano degli idoli arcaici, antiche e ambigue divinità. Arignano è l’ultimo comune della provincia di Torino, è situato in cima ad una collina verdeggiante a nord-ovest del Monferrato e a nord-est di Chieri, il torrente Levanetto lo attraversa come fosse un’arteria rigonfia. Di questo comune mi interessa il castello, edificato nella parte più alta del paesino. Esso è caratterizzato da una maestosa torre quadrata ornata con tipici merli quattrocenteschi, tutta la struttura, che risale al X secolo, reca testimonianze stratificate di interventi architettonici avvenuti nei secoli successivi. Quando arriviamo il paesino sembra essere ancora addormentato, incontriamo pochissime persone e un micio paffuto che pretende da noi un po’ di attenzioni, forse è lui il vero detentore del potere della zona e questo è il dazio che dobbiamo pagare per percorrere le sue strade: una volta convintosi della nostra incondizionata sudditanza ci permette di proseguire. Le strade sono fredde come l’aria che ci infastidisce la pelle, le finestre, pur con le ante aperte, mantengono un’aria sopita, sbircio qualche vetrina dei pochi negozi che ci sono. Non intravedo alcuna attività, ma trovo particolarmente tenera la scuola elementare, con i finestroni resi più belli dai disegni ingenui dei bambini. Su tutta la cittadina grava come un velo di tristezza.

Proseguiamo lungo la strada in salita, gli edifici sono tutti ben tenuti, i colori degli intonaci puliti, le piante, che ogni tanto sbucano tra una abitazione e l’altra, sono robuste e verdeggianti. Mi aggiro per un paese dall’apparenza ordinaria, in cui ogni cosa sta al suo posto, eppure trovo straniante la quasi totale assenza di abitanti. Mi accorgo che stiamo parlando a bassa voce, inconsciamente non vogliamo disturbare: chi o cosa non si sa. Il castello compare d’improvviso, lo guardiamo stupiti come ce ne fossimo dimenticati. È un’enorme struttura cadente ben incastonata nel resto del paesaggio, si mostra d’un tratto simile a un drago mimetizzato in mezzo alle rocce, è lui che decide quando è ora di farsi vedere. Le mura mantengono l’antico aspetto intimidatorio, le finestre ai piani più alti hanno i vetri rotti, quelle ai livelli inferiori presentano solo la componente in legno degli infissi. Scatto qualche fotografia. L’atmosfera piuttosto cupa di quel giorno inserisce il maniero in una tipica ambientazione gotica. Se lo dovessi disegnare userei il carboncino, farei il cielo calcando leggermente in alcuni punti, per dare l’idea della presenza delle nuvole temporalesche che si stanno avvicinando, e accentuerei i contorni del castello, facendolo risaltare in tutta la sua possanza. Ci avviciniamo lungo una strada che sembra portare ad un cantiere più che alla rocca. Arriviamo ai piedi delle mura guardando in alto, da questa prospettiva sembra ancora più grande. Su tutto sovrasta la torre quadrata, bucherellata da finestre dalle quali pare osservare il mondo, come il periscopio di un sottomarino che sbuca per controllare l’eventuale presenza dei nemici. Avvicinarsi ulteriormente alla rocca è impossibile, le spine delle piante lo avvolgono e lo proteggono dal mondo e dai curiosi come noi, si comportano come i più fedeli soldati, pronti a sguainare la spada contro chi supera la distanza minima da mantenere al cospetto di un re. Sbircio oltre il roveto con attenzione, intravvedo altre finestre dall’aspetto tipicamente medievale, hanno tutte i vetri rotti o quantomeno crepati, l’interno è completamente buio. Riesco a scorgere uno spiazzo erboso, forse un tratto di giardino interno, oltre il quale ci sono delle porte di dimensioni diverse, tutte ermeticamente chiuse. Cerco altre inquadrature, ma è solo una scusa per rimanere ancora un po’ lì, presa da quel particolare stato d’animo in cui speri che succeda qualcosa che un po’ temi, ma nulla accade, nessun tonfo sordo, nessun movimento inspiegabile tra i rovi. Il fantasma non si è fatto vedere. Avrà i suoi buoni motivi, dopotutto è stato messo in vendita, come dice l’annuncio pubblicitario che propone l’acquisto in un unico blocco castello, fantasma e tesoro. Chissà se l’agenzia è andata a chiedere il suo parere o il suo permesso?

Forse, oltre che offeso, è adirato perché il nuovo inquilino potrebbe inavvertitamente scoprire i passaggi segreti presenti nei sotterranei, potrebbe percorrere quei sacri cunicoli che portano fino alle grotte Alchemiche. Sarebbe davvero una spiacevole situazione, dato che solo pochi eletti hanno il permesso di varcare quelle mistiche soglie. Mentre torniamo indietro mi immagino l’ectoplasma che si aggira pensoso per il suo gigantesco castello, tutto corrucciato mentre medita nuovi metodi di infestazione. All’improvviso la pioggia. Le piccole gocce leggere cadono giù come in un finale perfetto, con i protagonisti della storia che si allontanano velocemente, senza trovare il tempo per le risposte che cercavano. Forse perché il fantasma stava dormendo, come il resto del borgo, esausto, dopo aver trascorso l’intera notte in piedi, su e giù per le segrete, come fanno solitamente gli spiriti. O forse quel giorno non era in casa, forse era andato a visionare altre dimore da occupare, l’idea di trovarsi senza un tetto sopra la testa da un giorno all’altro fa paura a tutti, meglio darsi da fare!

Alessia Cagnotto

 

#Nonbastavolerelapace

Ad Avigliana  il V raduno regionale dei Consigli comunali dei Ragazzi

 

L’appuntamento è per sabato 5 maggio in piazza del Popolo, ad Avigliana (To), per incontrarsi, confrontarsi e trovare soluzioni comuni per rendere la pace e la convivenza civile una realtà sempre più concreta. È questo il tema che coinvolgerà i giovani che prenderanno parte al V raduno regionale dei Consigli comunali dei Ragazzi (Ccr).

L’iniziativa, realizzata dall’Assemblea legislativa piemontese – che custodisce il Registro regionale dei Consigli comunali dei Ragazzi – ha come parola d’ordine gli hashtag #nonbastavolerelapace e #pacepiùpontimenomuri.

Introdotta dalle note della banda musicale e dall’esibizione degli sbandieratori, la giornata prenderà il via – a partire dalle ore 10 – con il saluto dei rappresentanti del Consiglio e della Giunta regionale e del sindaco del Comune e del Ccr di Avigliana.

Al termine dei saluti i presidenti dei Ccr di Balzola (Al), Dronero-Roccabruna-Villar San Costanzo, Verzuolo (Cn) Banchette, Candiolo, Montanaro, Foglizzo e San Giusto Canavese (To) ufficializzeranno il proprio ingresso nel Registro regionale e poi tutti i Consigli voteranno il documento finale del IV raduno, svoltosi nel maggio dello scorso anno a Occimiano (Al), sul tema del diritto all’istruzione. Al termine della cerimonia verrà presentato l’argomento della giornata, da cui prenderanno il via attività formative e didattiche di approfondimento.

Nel pomeriggio, dopo l’incontro dei referenti dei Ccr con i rappresentanti del Corecom Piemonte sui temi tristemente attuali del cyberbullismo, sarà possibile ascoltare le testimonianze dei volontari del Sermig di Torino che ogni giorno, attraverso le molteplici attività dell’Arsenale, s’impegnano “sul campo” a realizzare la pace. Seguiranno un momento ricreativo musicale con la compagnia Black Fabula e, soprattutto, l’approvazione del documento finale, che sintetizzerà e raccoglierà le riflessioni e le conclusioni svolte nel corso della giornata.

Questi i Ccr che aderiscono all’iniziativa suddivisi per provincia:

– Alessandria: Balzola, Cartosio, Conzano, Giarole, Mirabello Monferrato, Occimiano, Pozzolo Formigaro, Terruggia, Villanova Monferrato;

– Asti: Cellarengo, Mombercelli, Monale, Monastero Bormida, Montegrosso d’Asti, Nizza Monferrato, Unione dei Comuni Alto Astigiano;

– Biella: Ronco Biellese;

– Cuneo: Corneliano d’Alba, Dronero-Roccabruna-Villar San Costanzo, Grinzane Cavour, Monticello d’Alba, Rifreddo, Saluzzo, Vicoforte, Villanova Mondovì;

– Novara: Armeno, Castelletto sopra Ticino, Gozzano, Omegna, Orta San Giulio;

– Torino: Avigliana, Banchette, Bricherasio, Bruino, Brusasco, Brusasco Cirr, Candiolo, Casalborgone, Cavagnolo, Fiano, Foglizzo, Ivrea, Montanaro, Nichelino, Pino Torinese, Rubiana, Rueglio, San Giusto Canavese, San Mauro Torinese, San Raffaele Cimena, San Sebastiano da Po, San Secondo di Pinerolo, Sciolze, Venaria Reale, Verrua Savoia;

– Vco: Baveno, Varzo.