ilTorinese

Referendum (Fi): “Sconfitte le forze riformiste”

REFERENDUM, ROSSO – FONTANA: “UNA BRUTTA PAGINA PER IL PAESE”

«Oggi non esce sconfitto il centrodestra, ma le forze politiche riformiste del Paese», dichiarano il senatore Roberto Rosso, vicesegretario di Forza Italia in Piemonte, e Marco Fontana, segretario cittadino del partito a Torino che proseguono:

«Escono sconfitte dopo una campagna avvelenata da una falsa narrazione, in cui ancora una volta, dai soliti, è stato evocato lo spettro del ritorno al fascismo e dell’attentato alla Costituzione. Tutti argomenti completamente fuori tema rispetto alla riforma dell’ordinamento giudiziario che si era chiamati a votare.

Spiace constatare che chi vuole rendere più efficiente il Paese, come peraltro ci chiede anche l’Europa, esca sempre sconfitto a causa di chi la butta in caciara per convenienza elettorale.

Oggi escono sconfitte anche le vittime di una giustizia che non sa giudicare chi sbaglia tra le proprie fila. Sarà difficile, in futuro, correggere la rotta per attuare davvero l’obiettivo del giusto processo, di una compiuta divisione delle carriere e di un giudice terzo e imparziale, anche rispetto alle proprie correnti di autogoverno.

È una brutta pagina per il Paese. Gli elettori comunque si sono espressi, anche in modo rappresentativo, e noi ne prendiamo atto con grande rispetto», concludono Rosso e Fontana.

Ferrero (Prc): “La vittoria del popolo della Costituzione”

Paolo Ferrero segretario provinciale di rifondazione comunista ha dichiarato: “La vittoria del popolo della Costituzione si delinea schiacciante per numero dei votanti e percentuale dei no. È la dimostrazione che su una scelta netta di difesa delle garanzie costituzionali la maggioranza del popolo italiano ha le idee chiarissime e le destre sono minoranza nel paese. Bene, si tratta di un grande risultato da festeggiare: come un decennio fa bloccammo Renzi oggi fermiamo la Meloni. Tutti in piazza a festeggiare perche la Costituzione deve essere attuata e non manomessa!”

“La ragazza con la lavastoviglie di perla”, viaggio ironico con Giulia Pont

 ALLO SPAZIO KAIROS 

Dopo il sold out registrato nella serata del 5 marzo, lo Spazio Kairos di via Mottalciata 7 aggiunge una data alla sua stagione per ospitare Giulia Pont. L’attrice torinese propone “La ragazza con la lavastoviglie di perla“. L’appuntamento è fissato per sabato 28 marzo alle 21.

Lo spettacolo, scritto e interpretato dalla stessa Pont con la regia e la collaborazione drammaturgica di Carla Carucci, si configura come un viaggio ironico e profondamente onesto attraverso le contraddizioni dell’età adulta. Protagonista è quella generazione che si sente costantemente fuori tempo e fuori posto, sospesa tra il desiderio di adeguatezza e la realtà di una quotidianità decisamente meno glamour di quella sognata durante l’adolescenza. Con uno sguardo intriso di sarcasmo, l’autrice esplora il paradosso di chi si ritrova a frequentare corsi di danza circondata da teenager o a gestire un rapporto decisamente conflittuale con il concetto stesso di relax e le notti insonni.

Il cuore del monologo risiede nel ridimensionamento terapeutico delle proprie aspettative. Mentre i miti d’infanzia come Jennifer Lopez incarnano un ideale di felicità irraggiungibile tra yacht e successi planetari, Giulia Pont invita il pubblico a scoprire una nuova forma di realizzazione, forse più modesta ma certamente più autentica, che può manifestarsi anche davanti allo sportello di una lavastoviglie. Tra il racconto di “uomini carciofo” finalmente lasciati alle spalle e l’arrivo di insperati bravi ragazzi, la pièce si trasforma in una catartica confessione collettiva, dove le piccole rivelazioni della vita diventano momenti di irresistibile comicità.

La protagonista

Giulia Pont nasce a Torino nel 1986. Si laurea al Dams (2010) e si diploma all’Atelier Teatro Fisico di Torino (2011) diretto da Philip Radice. Si forma con maestri quali Eugenio Al legri, Jean Meningue, Philippe Hottier, Rita Pelusio, Laura Curino, André Casaca, Carlo Boso e altri. Non solo interpreta ma inizia a scrivere, perché scrivendo può giocare a trasformare gli incidenti della vita in storie divertenti e catartiche. Nel marzo del 2012 “Ti lascio perché ho finito l’ossitocina”, il primo spettacolo di cui è autrice oltre che interprete, si classifica primo al concorso di monologhi UNO di Firenze e nel 2013 partecipa, con grande successo di pubblico, al Torino Fringe Festival. Lo spettacolo ha fatto un centinaio di repliche in tutta Italia.
Lavora anche in diversi spettacoli della compagnia Action Theatre in English, diretta da Rupert Raison, ed entra nel cast de “Il medico per forza” di Molière, prodotto da Mulino ad Arte. Nel 2016 torna a studiare e consegue il diploma al corso di perfezionamento per attori Shakespeare School, diretto da Jurij Ferrini e con maestri quali lo stesso Ferrini, Cristina Pezzoli, Valerio Binasco, Marco Lorenzi, Alessandra Frabetti e altri. Nel marzo 2018 debutta nella rassegna Il cielo su Torino del Teatro Stabile di Torino con lo spettacolo “Effetti indesiderati anche gravi” scritto dalla stessa Ponte da C. Trione. In scena con lei Lorenzo De Iacovo. Sempre nel 2018 scrive “Non tutto il male viene per nuocere, ma questo sì” di cui affida la regia a Carucci. Ancora nello stesso anno fonda, insieme ad altri 23 colleghi, la compagnia Crack24.

 

Utilità
Informazioni: 3514607575 (anche whatsapp),  biglietteria@ondalarsen.orgwww.ondalarsen.org.

Ingresso riservato ai soci Arci: se ci si tessera in loco, il biglietto del primo spettacolo è a 6 euro.
Spazio Kairos apre un’ora prima degli spettacoli. I biglietti si possono comprare online su www.ticket.it.
Intero: 12 euro. Ridotto (universitari, over 65, TAT, CRAL, carta giovani, abitanti circoscrizione 6, AIACE): 10 euro. Under 18 e persone con disabilità: 8 euro. Ridotto Comitiva (acquisto minimo di 6 biglietti per la stessa serata: 48 euro. Abbonamento “Onda” con 4 spettacoli a scelta: 32 euro.

 

Grimaldi (AVS): Destra di Meloni non è nuova autobiografia della nazione

REFERENDUM
“Mentre aumentava l’affluenza, aumentava la nostra consapevolezza di aver fatto qualcosa di grande. Senza soldi, contro vento, contro Telemeloni. Nemmeno tutte le forze di opposizione erano in campo per il NO. Eppure… Questo risultato straordinario mostra che le italiane e gli italiani hanno cara la loro Costituzione, hanno cara la loro democrazia. Il NO ha vinto contro la legge del più forte, contro i pieni poteri e contro l’allergia di questo governo a ogni principio di equilibrio, bilanciamento, controllo, contropotere. Ha vinto la Carta di Calamandrei, Pertini, De Gasperi, Iotti, Di Vittorio contro la nuova Costituzione monstre di Nordio, Meloni, Delmastro e Santanché. I cittadini hanno capito, nonostante una propaganda sfrenata e fatta con ogni mezzo, un quesito e una riforma complessi. Hanno capito che smantellare l’organo di autogoverno della magistratura significava esporlo alle pressioni, alle minacce e al controllo dell’esecutivo, rendendo più indifesi tutte e tutti noi. Oggi sappiamo che la destra di Meloni non è la nuova autobiografia della nazione. C’è ancora speranza. È il momento di organizzarla e farla vivere per giorni migliori” – lo dichiara il Vicecapogruppo di AVS alla Camera, Marco Grimaldi.

Cade dalla tribuna e finisce al CTO

Cade da una tribuna di un campo da calcio e finisce ricoverato al CTO. È successo nel pomeriggio di ieri in un campo in Cit Turin, in corso Ferrucci, dove un uomo, cadendo accidentalmente, ha riportato diverse fratture. L’incidente è avvenuto in occasione della partita tra le squadre Pozzomaina e Comala per il campionato di Prima Categoria.

Sul posto sono intervenuti prontamente i soccorsi del 118 Azienda Zero, che lo hanno stabilizzato e portato subito in ospedale in codice giallo per le diverse lesioni riportate. Fortunatamente le condizioni non sono gravi.

VI.G

S’è rotto l’antico orologio nella casa delle sorelle Prozorov

Al Carignano, sino al 29 marzo

La scena di Giuseppe Stellato, innanzitutto. Appoggiati al grigiore della vasta tela che occupa gran parte del palcoscenico – un’unica via di fuga sulla destra ma in gran parte invisibile -, un tavolo e una decina di sedie posti su un piano inclinato, del colore della neve e del verde delle piante, a trasmettere l’ansia e l’instabilità e la fatica dei movimenti, punto di traguardo un pianoforte (che verrà verso la fine parzialmente smembrato) a cui Solënyj (Francesco Aricò, che acquista rimarchevole peso scena dopo scena) strimpella e recita versi, anche Pasternak aiuta a inquadrare, quasi solo per se stesso, forse unico spazio – nella desolazione che vive tutt’intorno – dove ricreare un barlume di felicità. Un isola, o già una zattera, in balia di un mare dove non è altro che calma tempesta. In opposto, una macchina fotografica, antica, è ancora Solënyj ad azionarla, a catturare quasi come un susseguirsi di inquadrature cinematografiche immediate i momenti di una memoria che ti sguscia dalle mani, nella volontà di “salvare almeno l’attimo presente” (mi chiedo se siamo tanto lontani, avvicinandoci alla contemporaneità, al “carpe diem” del professor Keating di Williams e Weir?). Sguscia a te stesso, agli altri tutti. “Passeranno gli anni ed anche noi ce ne andremo per sempre, ci dimenticheranno, dimenticheranno i nostri volti, le nostre voci e quante eravamo”, dirà Olga nelle battute finali. Una coda di amara dissolvenza.

Le prime impressioni, queste, di quello che si stabilisce come uno tra i migliori spettacoli dell’anno, bello e profondo, un lungo tempo di costruzioni e pensamenti, analizzato sin nei suoi spazi più intimi, dovuto alla riscrittura e alla regia di Liv Ferracchiati, artista associato dello Stabile torinese, che ha avuto a lato la collaborazione della drammaturga Piera Mungiguerra e di Margherita Crepax nelle vesti di nuova traduttrice. Un testo, le “Tre sorelle” cechoviane, scritte e messe in scena allo scoccare del secolo scorso, che per Ferracchiati è “un testo filosofico sull’esistenza”, dove trova posto la tragedia del nulla, dove la vita si ripete ogni giorno identica a se stessa, dove “tutto è uguale” ripeterà il nichilista Čebutykin, tra la lettura della Pravda e uno sberleffo, tra il non ricordare più nulla della sua medicina e una tenue quanto sorniona corte a Irina (Livia Rossi), dove si vive di incertezze e di sogni che si riveleranno inappagati, dove la realtà spaventa e quando la si vuole o la si vede concretizzata, diventa grottesca (“pur di poter lavorare” la giovanissima Irina sarebbe disposta a essere “un umile cavallo”) o pesante e insoddisfacente, come per Olga (Irene Villa), una volta raggiunto il suo ruolo nella scuola. Continuano a sperare le tre sorelle Prozorov (“per noi tre sorelle, la vita non è ancora stata stupenda, ci ha soffocate, come un’erba grama”, confesserà ancora Irina), lo confessano a se stesse e lo urlano ai quattro venti, ma il loro “a Mosca! a Mosca” rimane sospeso nell’aria – come tutto qui è sospeso, la vita, gli amori che distruggono e gli amori senza amore, la carriera universitaria di Andrej, la guarnigione che arriva e riparte: sembra che l’unica realtà possibile sia quella della cognata Nataša (la sempre convincente Giordana Faggiano, ai cui debordamenti e urli il regista lascia parecchio spazio), ben lontana dai sogni, capace di piombare nella casa con gli abiti coloratissimi della ragazzina dei nostri tempi (i costumi che delineano quei corpi sono di Gianluca Sbicca), imbarazzata e vuota, per accumulare cambi di mises che la fanno entrare di prepotenza nell’immagine della padrona di casa che ne ha ben stretto in mano le chiavi, della donna che, tutti nell’attesa della festa per il carnevale, la nega dal momento che il suo piccolo Bobik ha qualche grado di febbre.

Come il guardaroba di Nataša, ogni cosa nella messinscena di Ferracchiati diventa contemporanea e strettamente legata ai giorni nostri, anzi, con un giusto passo oltre, universale – da abbracciare in tutto, e dio sa con quanta convinzione chi stende queste note lo dica per l’occasione, uscito troppe volte in disaccordo (anche quest’anno non gli sono state risparmiate, con tutta la loro presunzione) con rivisitazioni, tratto da (magari ingannevolmente lasciato al “di”), pensieri fuorviati di un qualche regista o sedicente tale, sfrontatamente all’arrembaggio, capiti quel che ha da capitare -, staccandosi da una letteratura e da un linguaggio d’antan (ci sta benissimo anche un vaffa) e dalla storicità della Russia (anche le uniformi non sono più uniformi, ma anonimi cappotti pastrani impermeabili di un anonimo verde, ben lontani da quelle uniformi dai bottoni dorati che i componenti della guarnigione hanno indossato in passate edizioni) con tanto di samovar di inizio Novecento per entrare a usare ancor meglio il bisturi di una sala operatoria. Tutto è infittito e prosciugato allo stesso tempo, le tante psicologie si rivestono di nevrosi, di discorsi colmi d’affanni, d’interruzioni, di frasi che spaventano e cessano, il tutto – nella grande bravura di tutti e dieci gli attori – diventa una partitura, esattissima, un coro a più voci controllato in ogni particolare, con l’urlo e il sussurro e la fatica dell’emissione della voce, ogni frase a un certo punto – uno dei momenti più belli e coinvolgenti della serata – si mescola in un appuntamento di liturgia profana, in una sequela di litanie che abbracciano la disperazione dell’umanità. Perché ha un bel ripetere Tuzenbach (una bella prova per Riccardo Martone: è suo il “nevica: che senso ha?”, con cui la nuova scrittura slunga il titolo originale, domanda

senza ritorno) che continua a coltivare “una furiosa voglia di vivere” per morire poi in duello (certo qui il regista non ci ha preparato abbastanza allo sviluppo dell’azione, tutto è troppo improvviso), fatica Veršinin a staccarsi dall’abbraccio con Maša (Rosario Lisma e Valentina Bartolo, forse i più convincenti della serata), lui continuerà con la ripartenza dei soldati a seguire moglie e figli, lei tenta ancora per un attimo ad afferrare quella occasione che la vita le offre. Ogni tentativo non ha più una sua ragion d’essere, Čebutykin (Giovanni Battaglia, attento quanto freddo commentatore) ha lasciato cadere a terra il vecchio orologio, pezzo raro e certo tra i ricordi più affettuosi della casa, è l’annientarsi definitivo di ogni miraggio, racconta quel momento in cui le promesse crollano e gli orizzonti di significato si dissolvono, senza che ne siano formati di nuovi”, scrive Ferracchiati nelle note di regia.

Vive la contemporaneità anche nell’incendio del villaggio vicino, oggi che vediamo fuochi dappertutto e quelle stesse fiamme sembrano accerchiare sempre più d’appresso anche noi e anche noi vediamo giorno dopo giorno lo sgretolarsi delle “narrazioni rassicuranti”: siamo coinvolti per cui nulla di più facile e più “autentico” che il regista sposti l’ultima parte di quel che resta di quella narrazione, dolente e pronta alla resa, in platea, a due passi da noi, ben visibile, una tragedia senza tempo che ci pare di toccare. Sì, arriveranno ancora le vecchie spinte (“la nostra vita non è ancora compiuta… vivremo… lavoreremo”, quasi si fosse tornati a riascoltare l’affaccendata Sonia, piena di speranza e di voglia di fare accanto a zio Vania) ma il “tarara-ra-oh” che chiude è un sorriso sghembo che non esclude nessuno. Repliche al Carignano sino al 29 marzo: per chi vorrà nuovamente entusiasmarsi con Cechov.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Luigi De Palma, alcuni momenti dello spettacolo.

Casa Cantamerlo apre ad Avigliana per le Giornate FAI 

Sabato 21 e domenica 22 marzo la Città di Avigliana è stata protagonista delle Giornate FAI di Primavera, il grande appuntamento che ha permesso al pubblico di scoprire luoghi solitamente inaccessibili o poco conosciuti del patrimonio storico, artistico e naturalistico italiano. Durante questa manifestazione, giunta alla 34esima edizione, hanno aperto le porte ben 780 luoghi in 400 città, che sono stati visitabili grazie ai 17mila apprendisti ciceroni su base volontaria, a contributo libero.
Le aperture di Avigliana sono state organizzate dalla Delegazione FAI della Valle di Susa, guidata da Marilena Gally insieme al Gruppo FAI giovani.
Il pubblico ha potuto visitare il Palazzo Comunale e la Piazza Conte Rosso; la Scuola Picco; l’Oratorio del Gesù, la Casa Cantamerlo e l’Azimut Yachts. Quest’ultimo luogo era riservato agli iscritti FAI.
Il Torinese.it ha seguito l’apertura di sabato pomeriggio della Casa Cantamerlo, uno dei luoghi che ha riscosso il maggior successo da parte del pubblico.
I visitatori sono stati guidati dagli apprendisti ciceroni della classe terza A ad indirizzo scientifico tradizionale del Liceo Norberto Rosa di Bussoleno.
Quest’edificio, così chiamato per via di un merlo dipinto sulla volta della sua torre ottagonale costruita sul modello della tardo-trecentesca Torre dell’Orologio, in passato era la casa canonica della Parrocchia dei Santi Giovanni e Pietro. Nel 1860 venne venduto dal Parroco Giovanni Maria Vignolo all’avvocato, musicista, pittore, poeta e giornalista aviglianese Norberto Rosa, che qui visse fino alla sua morte, avvenuta nel giugno 1862.
La dimora, in stile neogotico nell’Ottocento, si sviluppa attorno ad una corte. Su uno dei muri del cortile interno è affrescata una copia della “Danza dei Folli”, la stessa che si ammira sulla facciata della Prima Casa di Bussoleno nel Borgo Medievale del Valentino; l’opera originaria era presente sulla facciata di un’osteria di Lagnasco oggi non più esistente, mentre l’edificio è la copia di Casa Aschieri a Bussoleno.
All’interno di Casa Cantamerlo la Sala del trono, quelle della Armi e il Salone di rappresentanza presentano classici esempi di arredamento e pittura neogotica. Nell’atrio è stata murata una stele romana raffigurante un prigioniero, databile alla prima metà del II secolo d.C. L’opera sarebbe una rappresentazione della vittoria del 197 dell’Imperatore romano Settimo Severo su Clodio Albino, generale che aveva tentato di prendersi il trono. Questa stele venne rinvenuta dal padre cappuccino Placido Bucco durante gli scavi che stava effettuando nella borgata aviglianese di Malano; egli la fece collocare nell’atrio di Casa Cantamerlo nel 1859.
In questa dimora, che durante la Seconda Guerra Mondiale venne utilizzata come presidio militare, furono ospitati illustri personaggi, tra i quali Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena nel 1938. Oggi l’edificio è di proprietà di Enrico Allais, che lo sta riportando agli antichi splendori.
I giovani apprendisti ciceroni del Liceo Norberto Rosa di Bussoleno, scuola scelta perché dedicata al celebre proprietario della dimora, hanno accolto il numeroso pubblico nel piazzale antistante l’edificio, raccontando la storia di Avigliana, profondamente legata a Casa Savoia. La cittadina dal 1046, anno delle nozze tra Adelaide di Torino e Oddone di Savoia, quartogenito di Umberto I Biancamano, il fondatore della Dinastia Sabauda, fino al XV secolo, fu una delle sedi della Corte quando essa risiedeva al di qua delle Alpi. Nel castello, distrutto il 29 maggio 1691 dal generale francese Nicolas de Catinat, nacquero almeno tre sovrani: il Beato Conte di Savoia Umberto III il 4 agosto 1136; il Conte di Savoia Amedeo VII detto il “Conte Rosso” il 24 febbraio 1360 e la sfortunata Bona, Duchessa di Milano, il 10 agosto 1449.
Non è mancato un grande riferimento alla fabbrica più celebre di Avigliana: il Dinamitificio Nobel, attivo dal 1873 al 1965, che durante la Seconda Guerra Mondiale fu la fabbrica di esplosivi più importante al mondo.
Il pubblico è stato quindi accompagnato nel cortile centrale, dove i ragazzi hanno raccontato la storia dell’edificio ed hanno fatto scoprire al pubblico le bellezze di questa dimora eccezionale e la figura di un suo celebre proprietario: Norberto Rosa.
I giovani ciceroni hanno concluso la visita guidata nel giardino, dal quale si gode di una bellissima vista sugli edifici medievali del centro storico. Qui hanno raccontato due leggende di Avigliana: quella del “viandante dagli occhi blu” e quella del povero Filippo II di Savoia- Acaia.
La prima racconta che un tempo, dove ci sono i due laghi c’era un borgo florido e ricco, i cui abitanti erano molto avari. Una fredda sera d’inverno vi giunse un pellegrino vestito di bianco. Egli bussò di casa in casa per chiedere del cibo e un ricovero, ma tutti gli chiusero la porta in faccia. Il viandante venne accolto da un’anziana signora, la quale gli offrì quel poco cibo e quel poco spazio che possedeva.
Il mattino dopo, all’alba, egli era sparito, e con lui anche l’inverno. Ma la cosa ancor più sorprendente fu che al posto del borgo c’erano due laghi blu, le cui acque avevano lo stesso colore degli occhi di quel viandante.
La seconda leggenda si basa su un fatto realmente accaduto: la triste vicenda del Principe Filippo II di Savoia-Acaia. Suo padre Giacomo nel 1360, per aver violato gli obblighi di vassallaggio nei confronti di suo cugino il Conte di Savoia Amedeo VI detto il “Conte Verde”, venne fatto arrestare dal sovrano. Riottenuta la libertà dopo circa tre anni, fu costretto da Amedeo VI a sposare Margherita di Beaujeu, dalla quale ebbe due figli: Amedeo e Ludovico, nati rispettivamente nel 1363 e nel 1364. Nel 1366 Giacomo fu vivamente consigliato dal Conte Verde e dalla consorte a nominare come eredi i figli nati dalla sua terza unione, a scapito di Filippo. Quest’ultimo, alla morte del padre nel 1367, non contento di essere stato diseredato, scatenò una ribellione e mise a ferro e fuoco diversi borghi del Piemonte, appoggiato dall’Abate della Sacra di San Michele Pietro III di Fongeret. Nel 1368 Filippo II venne attirato con un tranello a Rivoli, imprigionato nelle carceri del Castello di Avigliana e ucciso per annegamento il 21 dicembre nelle acque del Lago Grande. Il principe sarebbe stato sepolto nella Chiesa di San Pietro ad Avigliana e il suo fantasma aleggerebbe ancora oggi sulle acque del lago.
Il pubblico non è potuto accedere all’interno della dimora, perché nelle sue sale sono state girate alcune scene della serie “La legge di Lidia Poët 3” che uscirà il 15 aprile 2026 su Netflix e fino ad allora il produttore deterrà i diritti esclusivi d’immagine.

ANDREA CARNINO

Spara contro il nuovo partner della sua ex compagna

Un litigio per motivi economici è sfociato in violenza

Protagonista della vicenda un 51enne torinese, già conosciuto dalle forze dell’ordine, che è stato denunciato dai carabinieri con l’accusa di lesioni aggravate e detenzione illegale di arma da fuoco. La persona ferita è un uomo di 40 anni residente a Nichelino.

I fatti si sono verificati nel pomeriggio di ieri, all’interno del parcheggio di un supermercato di Moncalieri, luogo scelto dai due per incontrarsi dopo un acceso confronto telefonico legato a questioni di mantenimento della donna.

Una volta faccia a faccia, la situazione è rapidamente degenerata: il 51enne ha estratto una pistola, risultata detenuta senza autorizzazione, e ha sparato un colpo, raggiungendo l’altro uomo a un braccio.

foto archivio

François Jullien, Revoir: Risonanze alla Gam

RISONANZE
Ciclo di conferenze tra arte e filosofia

a cura di Chiara Bertola e Federico Vercellone

 

da giugno 2025 a marzo 2026

GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Sala incontri

MARTEDI 24 MARZO 2026 ORE 18

François Jullien

Revoir

 

Che cosa significa diventare “amico” di un museo, al punto da essere al centro delle azioni che compiamo per promuoverlo? Non è forse vero che, diventando amici di un museo e frequentandolo, non vediamo un’opera una sola volta, ma la rivediamo?

Ora, rivedere non è semplicemente ripetere il vedere.

E, innanzitutto, quando e perché si abbandona un quadro che abbiamo iniziato a guardare?

Rivedere significa interrogare di nuovo il vedere. Certo, si scopre un quadro con l’emozione della “scoperta”. Ma lo si “dis-copre” anche perché occorre togliere ciò con cui il mio sguardo ha iniziato a ricoprirlo: uno sguardo formato, normato, abituato, segnato da tutto ciò che ho già visto.

Non è forse necessario de-coincidere dalla visione in cui il mio sguardo si impantana per poter vedere emergere il quadro? Non è forse necessario allontanarsi – chiudere gli occhi – per far sorgere il visibile e accedere davvero al vedere? Che cosa resta, infatti, di non ancora visto – o di “in-visto” — in questo dipinto, che mi chiama a rivederlo? Se torno al museo, è – tutt’altro che per routine – per cominciare finalmente a vedere: vedere finalmente come vivere finalmente.

Fino a vedere emergere il quadro così com’è, liberato da tutto ciò che proiettavo su di lui, o, direi, nel suo “così”.

 

Ex-alunno dell’École normale supérieure, agrégé dell’università (1974) e poi professore all’Università Paris Diderot, François Jullien è una delle figure più importanti della filosofia francese contemporanea. L’opera di François Jullien si sviluppa all’incrocio tra la sinologia e la filosofia generale. Basata sullo studio del pensiero della Cina antica, del neoconfucianesimo e delle concezioni letterarie ed estetiche della Cina classica, mette in discussione la storia e le categorie della ragione europea instaurando un confronto tra le culture. Attraverso il percorso verso la Cina, il lavoro di François Jullien ha aperto piste feconde ed esigenti per pensare l’interculturalità. È autore di una quarantina di opere tradotte in ventotto paesi: nel suo libro del 1991, L’Éloge de la fadeur, avvia una riflessione estetica contro le abituali considerazioni sul Bello; il suo Traité de l’efficacité è un riferimento in numerosi ambiti pratici, in particolare nel management; seguono Les Transformations silencieuses (2010), De l’intime. Loin du bruyant Amour (2014) e Il n’y a pas d’identité culturelle, mais nous défendons les ressources d’une culture (2016); Con Dé-coïncidence. D’où viennent l’art et l’existence ? (2017), Jullien introduce il concetto di “dé-coïncidence”, che nel 2020 ha portato alla creazione dell’Association Décoïncidences, all’interno della quale oggi si sviluppa il suo lavoro.

Costo: 5€ con acquisto in biglietteria

6€ con acquisto online