Domenica 3 maggio
Domenica 3 maggio il Comune di Cerretto Langhe, perla dell’Alta Langa, si paveserà a festa per celebrare il Calendimaggio, un’antica tradizione volta a festeggiare il ritorno della bella stagione.
La manifestazione è organizzata dal Comune, in collaborazione con la Pro Loco, l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv e il Borgo Santa Rosalia di Alba. Avrà come tema l’800° anniversario della nascita di Caterina da Marano, consorte del Marchese Giacomo Del Carretto e mamma di Aurelia, diventata per matrimonio la prima Signora di Monaco. E’ proprio da Aurelia che discende S.A.S. il Principe sovrano Alberto II.
Il borgo, dove sono in corso di ultimazione importanti lavori di recupero di tutte le vecchie case in pietra, per un giorno tornerà nel medioevo, con figuranti, bandiere e stemmi nobiliari.
La giornata inizierà alle ore 10,15 in Piazza Michele Ferrero, dove si terrà lo spettacolo degli sbandieratori del Borgo Santa Rosalia di Alba. Seguirà la sfilata storica con 120 cerrettesi in costume medievale, insieme ai figuranti dei seguenti gruppi storici: “Marchesato di Clavesana”; “I Signori del Medioevo da Torino”; “I Marchesi Paleologi” di Chivasso; “Borgo Vecchio” di Avigliana; “I Signori di Rivalba” di Castelnuovo Don Bosco; “Associazione Culturale Corte Fieschi Casella Vallescrivia” di Genova e “Bernardo di Baden” di Moncalieri.
La parata raggiungerà l’ottocentesca Chiesa Parrocchiale della Santissima Annunziata, dove verrà celebrata la S. Messa. Al termine della funzione religiosa i figuranti sfileranno lungo l’anello del centro storico.
Successivamente, all’interno del Salone Comunale si terrà una solenne cerimonia, durante la quale, dopo i discorsi delle autorità, il giornalista e divulgatore storico Andrea Carnino farà scoprire ai presenti la figura di Caterina da Marano, il legame di Cerretto Langhe con i Grimaldi di Monaco e la storia del Marchesato di Gorzegno.
Tutta la manifestazione sarà ripresa dal noto regista Andrea Icardi.



Faustino Girella-Nobiletti a quel tempo era uno dei più brillanti e vivaci dirigenti della gioventù comunista novarese. Un’attivista coi fiocchi, tanto bravo e affidabile che un giorno, su esplicita richiesta del senatore Leone, venne inviato a Vercelli. I comunisti della città del riso avevano richiesto ai cugini novaresi l’invio di “un compagno sveglio e in gamba per una delicata azione di propaganda”. In ballo c’era la campagna elettorale contro la legge-truffa. “Dovete sapere che la legge elettorale varata quell’anno, che noi ribattezzammo legge truffa, fu una modifica in senso maggioritario della legge proporzionale vigente all’epoca dal 1946”. Promulgata il trentun marzo millenovecentocinquantatre la legge numero centoquarantotto, composta da un singolo articolo, introdusse un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del sessantacinque per cento dei seggi della Camera dei Deputati alla lista o a un gruppo di liste apparentate in caso di raggiungimento della metà più uno dei voti validi. Nel tentativo di ottenere il premio di maggioranza nelle elezioni politiche di giugno, la Democrazia Cristiana e altri cinque partiti si apparentarono. Al fianco dello scudocrociato c’erano socialdemocratici, liberali, repubblicani, gli altoatesini della Südtiroler Volkspartei e gli autonomisti del Partito Sardo d’Azione. “Noi, comunisti e socialisti, insieme a personalità come Ferruccio Parri e Piero Calamandrei avversammo con tutte le nostre forze quella legge”, aggiunse Faustino. Nel Paese era ancora vivo il ricordo della legge Acerbo, voluta da Mussolini in persona pochi mesi dopo la Marcia su Roma. In base a quella legge, la lista che prendeva più voti otteneva i due terzi dei seggi. E fu così che il listone fascista , grazie ai brogli e alle intimidazioni delle squadracce, nel ventiquattro ottenne il sessantaquattro virgola nove per cento dei voti, offrendo al regime una larga quanto fraudolenta base di consenso popolare. Faustino, di fronte a quell’importante incarico, non volle farsi trovare impreparato e predispose con cura il suo corredo. Infilò nel tascapane un po’ di vestiario di ricambio, la tuta, due pennelli ( “per le scritte murali”), una pagnotta di segale, una piccola toma di formaggio del Mottarone. Raggiunse Novara in treno e da lì Vercelli, viaggiando su di un carro carico di fieno. Recatosi alla sede del Pci in corso Prestinari, trovò ad attenderlo Francesco Leone in persona. Il senatore era un personaggio di prim’ordine. Noto antifascista e fondatore del Partito Comunista, comandante antifranchista durante la guerra civile spagnola e dirigente di spicco della Resistenza. La prima sorpresa l’ebbe in quel momento. L’incarico che egli era stato riservato consisteva nel contattare i vecchi monarchici vercellesi ai quali, spacciandosi per un inviato della casa Reale ( i Savoia erano in esilio a Cascais , in Portogallo), doveva rivolgere l’invito alla mobilitazione contro quella legge-tagliola. Già in Parlamento, i rappresentanti del Partito Nazionale Monarchico avevano votato contro la legge e il suggello della casa Reale serviva a rinvigorire la critica. Fu così che , lasciato perdere il suo corredo da propagandista dovette infilarsi un completo grigio scuro non proprio della sua misura, visto che gli andava un poco stretto di spalle, era corto di maniche e risultava lungo di gamba. Ma, come precisò con voce ferma Francesco Leone erano “particolari ai quali non si doveva prestare troppa attenzione”. Dopotutto, in quegli anni duri del dopoguerra, anche a un inviato dei Savoia sarebbero stati perdonati certi difettucci sartoriali. L’anello con il sigillo della Real Casa invece gli andava a pennello. Massiccio e lucente, pareva vero in tutto e per tutto. Merito di Gianni Fiorino, un artigiano orafo di Valenza che aveva fatto il partigiano in Valsesia con Cino Moscatelli. “Mi venne da ridere, guardandomi allo specchio”, confidò Faustino. Rise ancora di più quando, apprendendo che sua madre dimorava a Pratolungo, una frazione di Pettenasco, sfruttando quel suo doppio cognome, il Partito decise di affibbiargli anche un titolo nobiliare: Fausto Girella-Nobiletti, Conte di Pratolungo. Ah, se l’avesse saputo quel suo amico e compagno, sindacalista dei tessili della FIOT-CGIL. Lui sì che portava un nome e un cognome in grado di far scattare sull’attenti ogni monarchico: Umberto Re. Con il cognome a precederne il nome si sarebbe ottenuta la più alta carica dei Savoia.


