Grande successo dell’asta benefica dedicata alla mostra HOT Vol. 1
Le otto opere, esposte fino al 16 novembre presso la galleria open air di Domus Lascaris, inaugurata dal Gruppo Building, sono state battute all’asta la settimana scorsa nello spazio del Galoppatoio di Paratissima. Tutti i torèt, liberamente reinterpretati da nomi del calibro di Max Petrone, Gec Art, Rawtella, Ermenegildo Nilson, Jins, Nicolò Canova, Halo Halo, e Alice Arduino, sono stati venduti per quotazioni di molto superiori alla base d’asta. L’evento ha avuto un importante risvolto sociale: sono stati infatti raccolti circa 20.000 euro, di cui 14.000 a favore della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro ONLUS. Il resto del ricavato andrà agli otto artisti.
L’iniziativa ha rappresentato l’apice e la prosecuzione di un percorso che fin dall’inizio, con il suo forte messaggio di rilancio e di inclusione sociale, ha voluto superare il confine esistente tra arte e charity in favore di un progetto pop, capace di dialogare con tutta la città. Non a caso TOH, per volere del suo creatore Nicola Russo, destina la quota del 10% a favore della Fondazione anche per ogni esemplare venduto al dettaglio presso la Rinascente di Torino dove, in previsione delle feste natalizie, è stata lanciata la limited edition in 100 esemplari con finitura gold.
L’opera, che l’artista Nicola Russo ha creato ispirandosi ai torèt come simbolo della volontà di rinascita dopo il lungo lockdown, in questo caso ha abbandonato nuovamente il suo classico colore verde. Dopo il colore rosa dedicato al mese della prevenzione contro i tumori femminili, il TOH ha deciso di guardarsi allo specchio attraverso lo sguardo di altri artisti urban torinesi, capovolgendosi in HOT e dando vita a otto pezzi unici con concept differenti.
“Ho creato questo progetto di intersezione artistica con questa idea: TOH nasce da un elemento urbano, una fontana, e ho pensato di dialogare con chi, in ambito artistico, quel tessuto urbano lo vive come spazio creativo, stimolando il nascere di nuove prospettive” ha commentato l’artista.
L’asta è stata impreziosita dalla partnership con Aste Bolaffi, che per l’occasione è stata supportata dall’artista torinese Gipo Di Napoli, front leader dei Bandakadabra ed entertainer che ha animato la serata, e introdotta dai saluti istituzionali di Olga Gambari, direttrice artistica di Paratissima, di Gianmarco Sala, Direttore della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro e da Luca Boffa, amministratore Delegato del Gruppo Building.
Si tratta di q
Animali, in gran numero, esotici e domestici. E autoritratti. Tanti. Disarmante e geniale nella ricerca di un’autoviolenza atroce e distruttiva é l’“Autoritratto con mosche” realizzato nel ’57 e di certo fra i più interessanti e dolorosamente amari nel gruppone di quelli posti in mostra. Il volto come sempre di sguincio, nessuna concessione alla benché minima positività, le mosche artigliate al collo e all’occhio destro che sembra trasudare sangue, il cranio malformato dal rachitismo sviluppato (insieme al “gozzo”) fin dall’infanzia, ogni singola imperfezione volutamente accentuata con pennellate di colore che calano sulla tela come sciabolate mortifere. In volo due corvacci, gracchianti dolorose cantilene foriere di oscuri presagi. Sofferenza. Dolore. Compagnia assidua di una vita disperata. Di un’infanzia negata. Di continue entrate e uscite dai manicomi.”Questo è il mio volto, se volete non ‘gradevole’, ma questo io sono” sembra dire l’artista, impegnato a rendersi ancor più “sgradevole”, autolesionista all’eccesso in una sorta di autoironica rappresentazione, esorcizzante forse il suo profondo malessere interiore. Antonio Ligabue, al secolo Laccabue (dal cognome del patrigno che egli rifiutò per tutta la vita) si trovava allora a Gualtieri, nel Reggiano, dov’era arrivato nel ’19, dopo aver aggredito la madre adottiva durante una lite. Arrivava dalla Svizzera (era nato a Zurigo, nel 1899) e aveva già conosciuto l’affidamento adottivo, la vita randagia, le case di cura.
A Guatieri dove visse come “straniero in terra straniera” era, per tutti o quasi, “Toni el matt”, nonostante in alcune opere come nel superbo “Autoritratto con cavalletto”, egli ami raffigurarsi vestito di tutto punto mentre en plein air dipinge un trionfante gallo. Un Toni quasi irriconoscibile, come i “normali” lo avrebbero voluto. Ampio spazio è dedicato in mostra anche alla scultura (oltre venti opere in bronzo, soprattutto di animali) cui l’artista iniziò a dedicarsi fin dai primi anni di attività usando al principio la creta del Po, resa più malleabile attraverso una lunga masticazione e solo più tardi ricorrendo alla cottura. E infine, altro filone ben narrato in mostra, quello dei paesaggi padani, dove sullo sfondo irrompono le raffigurazioni dei castelli e delle case, con le loro guglie e bandiere al vento, della natia e mai dimenticata Svizzera. Qui troviamo un velo di fanciullesca pittura “naive”. Ma solo un velo. Perché Ligabue fu soprattutto un grande “espressionista tragico” e, per certi versi, un “primitivo” alla Rousseau il Doganiere, pur se affascinato da van Gogh, non meno che da Klimt, dai “fauves” e dagli espressionisti tedeschi. Un artista diventato “mito”. Forse a sua insaputa. Mitizzato dall’attenzione dei rotocalchi degli anni Cinquanta fino a quella a lui ancor oggi riservata dal teatro (“Un bes” di Mario Perrotta) e dal cinema (dal recente “Volevo nascondermi”) di Giorgio Diritti. In mostra, a tal proposito, non mancano anche testimonianza dirette di autori, registi ed attori.