ilTorinese

Arrivati a Torino i nuovi agenti della Polizia di Stato

Sono 12 i nuovi Agenti e Assistenti della Polizia di Stato trasferiti nella Città metropolitana di Torino, assegnati alla Questura e ai Commissariati cittadini, a una parte dei quali il Questore, Massimo Gambino, e il suo Vicario, hanno espresso oggi il loro benvenuto.
I nuovi arrivi andranno ad integrare l’organico della Polizia di Stato in provincia, recentemente incrementato con l’assegnazione, del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, di 78 Agenti in prova.
Gli operatori sono già stati assegnati alle diverse articolazioni della Questura e nei Commissariati sezionali, dove andranno a potenziare i vari servizi, favorendo una maggiore vicinanza della Polizia di Stato alle comunità locali.

Usava Fuel Card clonate per ottenere mille litri di carburante: arrestato

Un rifornimento anomalo, una cisterna da circa mille litri e una serie di carte elettroniche contraffatte. È da questi elementi che la Squadra Mobile di Torino ha ricostruito un sistema organizzato per sottrarre carburante e rivenderlo. Al termine dell’indagine, la polizia ha arrestato un cittadino di origini romene, ritenuto il principale responsabile della clonazione delle Fuel Card.

L’attività investigativa è stata avviata dopo una comunicazione trasmessa dalla Squadra Mobile di Bari alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino. Al centro della segnalazione c’era l’utilizzo fraudolento di alcune Fuel Card in dotazione alla Polizia di Stato. A far scattare gli accertamenti era stata la denuncia presentata dal IX Reparto Mobile di Bari. Il reparto aveva rilevato rifornimenti non riconducibili ai veicoli istituzionali, indicando date, orari e distributori coinvolti.

Gli investigatori hanno analizzato i rifornimenti e visionato le immagini delle telecamere di sicurezza dei distributori. Dai filmati è emerso che, attraverso l’uso di Fuel Card clonate, alcune persone avevano riempito una cisterna con circa mille litri di carburante. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il combustibile sarebbe stato poi rivenduto. Il confronto tra le immagini e i dati del traffico telefonico ha permesso di identificare due cittadini romeni. Sarebbero loro gli utilizzatori delle carte contraffatte. Altri due cittadini rumeni sono stati invece individuati come presunti acquirenti del carburante.

L’arresto è avvenuto durante le perquisizioni nei confronti di quattro persone coinvolte nell’indagine. A casa di uno degli indagati, gli agenti hanno trovato strumenti per clonare le carte elettroniche e 30 Fuel Card contraffatte. Per gli investigatori, il materiale sequestrato confermerebbe il ruolo centrale dell’uomo nel sistema. Il cittadino romeno è stato arrestato per indebito utilizzo e falsificazione di strumenti di pagamento diversi dal contante. È stato inoltre denunciato a piede libero per la detenzione, la diffusione e l’installazione di apparecchiature e altri strumenti in grado di consentire l’accesso a sistemi informatici e telematici.

L’operazione ha consentito di ricostruire i diversi ruoli all’interno del presunto meccanismo fraudolento: dagli utilizzatori delle carte agli acquirenti del carburante, fino alla persona ritenuta responsabile della loro clonazione. L’intervento ha inoltre interrotto il flusso di carburante destinato alla rivendita e portato al sequestro delle apparecchiature utilizzate.

Il procedimento penale si trova nella fase delle indagini preliminari.

VI.G

Nasce VALE, il Valentino diventa un grande polo della cultura

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Dalla nuova Biblioteca Centrale al Borgo, dal Teatro Nuovo al Politecnico: un unico progetto per mettere in rete uno dei luoghi simbolo di Torino

Il Valentino si prepara a diventare un grande distretto dedicato alla cultura, alla formazione e alla partecipazione. Si chiama VALE il nuovo progetto che punta a collegare, attraverso una programmazione comune, le diverse realtà presenti in una delle aree più conosciute di Torino.

Al centro ci sarà la nuova Biblioteca Centrale, attorno alla quale verranno coinvolti il Parco del Valentino, il Teatro Nuovo, il Borgo, il nuovo Campus del Politecnico, l’Orto Botanico e gli spazi universitari di corso Massimo d’Azeglio. L’obiettivo è costruire un vero e proprio laboratorio permanente di cultura e cittadinanza, capace di rivolgersi a pubblici differenti e di far dialogare luoghi e istituzioni.

I primi appuntamenti sono previsti da novembre 2026 e si svolgeranno anche in altri luoghi simbolo della città. Saranno una sorta di percorso di avvicinamento all’avvio della programmazione complessiva, previsto per l’inizio del 2027.

Un ruolo importante nel progetto è affidato alle fondazioni bancarie. Fondazione CRT mette a disposizione 7 milioni di euro per gli interventi sul parco e per la nuova Biblioteca, mentre Fondazione Compagnia di San Paolo, attraverso la società XKè? ZEROTREDICI, investe 20 milioni di euro per completare il percorso di rigenerazione e occuparsi della gestione del Borgo.

Il fulcro di VALE sarà proprio la nuova Biblioteca Centrale, realizzata attraverso il recupero dell’ex Torino Esposizioni progettato da Pier Luigi Nervi e affacciato sul Po. L’intervento supera i 100 milioni di euro e consentirà di realizzare quella che viene annunciata come la sala di lettura più grande d’Europa.

La Sala Nervi avrà più di 300 posti, mentre nell’intero complesso saranno disponibili complessivamente 1.400 sedute. Gli ambienti avranno funzioni diverse: nel padiglione Sottsass troveranno posto ingresso, caffetteria e bookshop; la Piazza del padiglione Nervi sarà pensata soprattutto per bambini e famiglie; le Teche saranno destinate allo studio e al lavoro di gruppo, mentre le Gallerie ospiteranno narrativa e media. Nell’Ipogeo saranno conservate le raccolte storiche e il Giardino sarà utilizzato per laboratori e attività makerspace.

La programmazione culturale, affidata alla direzione di Maurizia Rebola con il supporto di Reale Group, comincerà già a novembre con “La biblioteca immaginaria”. Tra i protagonisti figurano Chiara Valerio, con un appuntamento dedicato a Umberto Eco, Boosta e Matteo Caccia su Italo Calvino e Paolo Giordano su Jorge Luis Borges.

Nel 2027 arriverà invece il ciclo “Bosco Civico”, con la partecipazione, tra gli altri, di Dacia Maraini, Telmo Pievani e Stefano Mancuso. VALE ospiterà inoltre iniziative legate alla decima edizione di Biennale Democrazia, al Torino Jazz Festival, al Salone del Libro e a MITO. A queste attività si aggiungeranno quelle organizzate dal Servizio Biblioteche per scuole, famiglie e adulti.

La trasformazione dell’area non riguarda soltanto la Biblioteca. Nei padiglioni storici dell’ex Torino Esposizioni sorgerà infatti il nuovo Campus del Politecnico, mentre l’Università di Torino interverrà sulle palazzine museali di corso Massimo d’Azeglio. Nel progetto rientra anche la valorizzazione dell’Orto Botanico, che nell’ultimo anno ha registrato quasi 50 mila visitatori.

Cerno a Torino nel segno di Oriana Fallaci: la libertà di pensare controcorrente

Presentato nella sede dell’Associazione Camis De Fonseca, il libro “Le ragioni di Giuda” del direttore de Il Giornale 

A vent’anni esatti dalla morte di Oriana Fallaci, celebre giornalista e scrittrice che si è sempre tenuta lontana dal ruolo dell’intellettuale che manipola la realtà attraverso sottomissioni mascherate o ideologie assolute, mai compiacente nei confronti delle “verità” al potere, l’Associazione Camis De Fonseca ha ospitato, nei suoi spazi di via Pietro Micca 15, a Torino, la presentazione del libro “Le ragioni di Giuda” (Rizzoli, 2026), scritto dal direttore responsabile del quotidiano Il Giornale, Tommaso Cerno.

L’evento, realizzato in collaborazione con il Centro Pannunzio e il quotidiano online il Torinese, ha rappresentato un’occasione per rendere omaggio al fondamentale concetto di libertà e a un modo di “fare” giornalismo  del quale proprio Oriana Fallaci è stata un grandissimo esempio. Protagonista dell’incontro Tommaso Cerno, alla presenza dei relatori Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio, Cristiano Bussola, direttore del quotidiano il Torinese e Gabriele Barberis, caporedattore responsabile della redazione Politica de Il Giornale.

Direttore responsabile della testata fondata da Indro Montanelli nel 1974, Tommaso Cerno è un intellettuale consapevole del suo ruolo e della sua influenza mediatica, un uomo che sa comunicare il coraggio della propria onestà intellettuale, un leone che ci si immagina facilmente scendere nell’arena a combattere ogniqualvolta la libertà venga minacciata dall’oppressione, fisica o intellettuale che sia.

“Incontro il direttore Tommaso Cerno per la seconda volta qui a Torino con immenso piacere – ha dichiarato il professor Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio – e con grande partecipazione ho letto ‘Le ragioni di Giuda’, un libro che richiama tutti quei valori ideali verso i quali l’uomo di cultura deve sentirsi impegnato, al di là degli schieramenti politici. Questa lettura mi ha fatto tornare alla mente Norberto Bobbio, un uomo che amava il dibattito, che voleva tenere aperti i discorsi, evitando il tradimento dei propri principi e valori, come tutti i grandi intellettuali. Stimavo Tommaso Cerno già ai tempi in cui lo leggevo su L’Espresso e lo stimo in eguale misura oggi come direttore de Il Giornale, a cui ha saputo dare un’eleganza ‘montanelliana’ che, a mio avviso, era andata perdendosi, e penso convintamente che lui abbia una sua dignità intellettuale per cui desidero ringraziarlo”.

Al centro della presentazione, come tema fondamentale, vi è stato quello riguardante il valore di rappresentare se stessi per ciò che si è, senza compromessi, se non quello della verità. Il significato di viaggiare “controcorrente”, i disvalori della censura e il tradimento soggettivo e politico che Tommaso Cerno approfondisce nel suo libro “Le ragioni di Giuda: quando il tradimento ideologico diventa un atto di libertà”, nel quale impone una riflessione su cosa davvero sia il tradimento, se una colpa morale opportunistica o un estremo atto di libertà. Partendo dalla controversa figura di Giuda, Cerno indaga sul senso del tradimento in quanto gesto umano fondamentale: nella fede, nell’amore, nell’ideologia, nell’appartenenza. Un libro che non offre assoluzioni né provocazioni gratuite, ma rivendica il diritto al dubbio, alla contraddizione, alla disobbedienza del pensiero, in cui il tradimento non è sempre una resa, ma anche l’unico modo, talvolta, per non tradire se stessi. In questa opera di Cerno si evince quanto la letteratura rappresenti, in fondo, il coraggio del dubbio, una lettura differente rispetto alle verità imposte, da qualunque parte esse provengano. Un aspetto che sembra emergere fortemente nel direttore de Il Giornale, che interpreta il suo ruolo di giornalista servendo l’informazione nel modo più nobile, escludendo ogni tipologia di pensiero contraffatto.

Mara Martellotta

Il suo cinema, “aprire gli occhi dello spettatore sulla realtà della vita e del mondo”

Alla Mole, una mole dedicata alla “visionarietà” di Gillo Pontecorvo

C’è una scena – un omaggio – in “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, uscito la scorsa stagione e vincitore di sei premi Oscar, in cui Leonardo di Caprio, avvolto nella sua perenne vestaglia da camera, rossa a quadri, accende la tivù e vede scorrere le prime immagini della “Battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, Leone d’oro a Venezia nel 1966. Ecco, da ieri e sino al 5 aprile dell’anno prossimo, un ulteriore omaggio ai sessant’anni del film e ai vent’anni che ci dividono dalla scomparsa del regista, il grande manifesto, alcune scene del film e alcuni documenti, quello stesso Leone sono al centro della mostra a cui il curatore Mauro Genovese – con la collaborazione di Caterina Massignani e Paola Bortolaso che ha preparato un prezioso dossier didattico che attraverso sei parole chiave ci fa riflettere su una importante vicenda, umana e cinematografica, e contiene tra l’altro le testimonianze di Giuliano Montaldo, di Mario Martone e dei fratelli De Serio – ha voluto dare quel medesimo titolo. Una vicenda che si è formata (“far riscoprire e tornare alla luce i tesori qui raccolti, perché senza memoria non abbiamo futuro”, sottolineava l’assessora alla Cultura del Comune Rosanna Purchia) grazie all’Archivio che la famiglia Pontecorvo ha affidato al Museo del Cinema.

Pisano di nascita, figlio di un imprenditore tessile, appartenente alla benestante borghesia ebraica, Pontecorvo, dopo due esami di chimica e il desiderio, mai sopito lungo tutta la vita, di divenire direttore d’orchestra, conobbe nel ’38 le leggi razziali e dovette riparare a Parigi, seguendo il fratello Bruno e frequentando quegli ambienti culturali che annoveravano Picasso e Queneau, Stravinskij e Sartre. In maniera rocambolesca fuggì nel ’40 con il fratello a Saint-Tropez, per aderire l’anno successivo al Partito Comunista Italiano (stringerà una forte quanto duratura amicizia con Enrico Berlinguer, che agli inizi lo aiuterà a far rientrare quel giudizio negativo con cui Palmiro Togliatti aveva bollato la sua rivista “Pattuglia”), coordinare in seguito la resistenza (suo fu il nome di riconoscimento di “Bamba” che s’apprende da alcuni documenti esposti, come Lorenzo Lanza e Gilberto Pavolini i nomi falsi usati) in Piemonte e Lombardia. Entrò nel mondo del cinema – gustosi i visi e le espressioni che testimoniano il suo provino – attraverso “Il sole sorge ancora” di Aldo Vergano (1946: c’è anche un Carlo Lizzani ventiquattrenne nelle vesti di un sacerdote) in cui impersona un operaio: offrendo il volto e la lotta iniziali alle tante battaglie della propria esistenza e della propria cinematografia, cinque soli lungometraggi e due episodi, al di là delle tante pubblicità televisive per i più diversi prodotti, dai frigoriferi ai digestivi, dalla carne in scatola al pandoro).

Quelle sei parole chiave lo spettatore le potrà confrontare nella retrospettiva completa che sino a mercoledì 23 settembre scorrerà sullo schermo del cinema Massimo, sei parole chiave che sono e abbracciano Resistenza, Genocidio, Autodeterminazione, Colonialismo, Emancipazione ed Evoluzione. Alla resistenza appartiene l’opera di Vergano (a cui fece seguito nel ’57 “La grande strada azzurra”, la sua opera prima, con Yves Montand e Alida Valli), al genocidio è affidato “Kapò”, che poggiava sull’orrore provato a seguito della lettura delle pagine di Primo Levi (“Kapò

non voleva essere soltanto o soprattutto il film di un regista ebreo sull’orrore dei campi di concentramento. Era il film di un regista impegnato sull’immane tragedia della guerra, sul più grande genocidio della storia dell’uomo, su una costante della storia – le conquiste coloniali insegnino – portata qui all’estrema esasperazione”, scrisse Irene Bignardi nel suo “Memorie estorte a uno smemorato”), mentre l’autodeterminazione e il colonialismo avranno il loro specchio cruento e spoglio come un rapporto documentaristico nella “Battaglia d’Algeri”, pellicola potente e anticolonialista, non privo di scene crude o invise a qualcuno che rendono appieno la realtà e il clima dell’epoca, incappate anche nelle maglie della censura (è esposto un telegramma diretto al regista, in cui il produttore algerino intima perentoriamente di eliminare la scena di un bambino francese con il gelato in mano, un primo piano, pochi istanti prima che il bar salti in aria a causa di una bomba posta lì da un gruppo di algerini, in occasione della proiezione di Venezia) e in “Queimada” (1969, isola immaginaria delle Antille, a lungo repressa dalla politica portoghese, interessanti le note marginali scritte dal cosceneggiatore Franco Solinas, a illustrare la psicologia del protagonista William Walker), qui con il divo Marlon Brando ma affidati entrambi soprattutto ad attori non professionisti. Nonostante i non eccellenti rapporti tra regista e interprete – ma: “Brando quando gira ce la mette tutta anche se deve dire un semplice buongiorno. Riesce a creare un clima elettrico, qualunque cosa faccia. E recita sempre. Alla fine di una scena capita spesso che la troupe lo applauda come se fosse a teatro” -, la collaborazione e l’esplorazione del cammino dell’emancipazione e del colonialismo sarebbero dovuti continuare con un film sui nativi americani, visti all’indomani di Wounded Knee, poiché Brando aveva compreso che soltanto Gillo sarebbe stato capace di mostrare appieno l’orrore di quell’altra tragedia. “Il mio film non è un documentario, nel senso che tutto è stato ricostruito; ho usato la mia esperienza dei cinegiornali per ricercare un’espressione di verità, il tono, la grana della fotografia dei giornali filmati. A dire il vero, i dialoghi non sono in presa diretta, ma soltanto le grida, le urla”, dirà anni dopo, nel ’96, Pontecorvo, in occasione del trentennale al Cinema indipendente di Bellaria.

Poi ancora l’emancipazione, anticipata da “Giovanna”, episodio voluto, con quelli di altri quattro cineasti, da Ioris Jvens nella “Rosa dei venti” (1956: “È la prima volta in cui in un film a essere protagonista di una lotta sindacale sono esclusivamente donne: il che consente agli autori di raccontare – con una sensibilità ed esattezza mai viste in altre opere – il legame strettissimo tra vita famigliare e vita di lavoro, rapporti privati e doveri pubblici, matrimonio e sindacato, maternità e solidarietà”, ha scritto Lietta Tornabuoni), uno sguardo alle difficoltà del lavoro femminile, laddove la sceneggiatura, utilizzata dalla segretaria di edizione Antonella Santini durante le riprese, diventa un prezioso volume fatto delle fotografie, delle annotazioni manoscritte e delle naturali location che rivelano l’intenso utilizzo del copione sul set, la testimonianza delle riprese che sono avanzate giorno dopo giorno. L’evoluzione in ultimo, con cui si torna al Leone d’oro, a quella illuminata guida che per la Mostra veneziana Pontecorvo ebbe come direttore, dal ’92 al’ 96, una nuova sfida, un’altra battaglia: “Ora la mia prospettiva cambia completamente, dovrò essere io a decidere i film e gli autori che parteciperanno al festival… ma credo seguirò nella selezione delle opere lo stesso criterio che ha guidato il mio fare cinema. Io penso che un film debba essere utile allo spettatore che lo vede, aprirgli gli occhi sulla realtà della vita e del mondo. Senza per questo recargli noia”. Pontecorvo, nel suo nuovo compito, portò in concorso opere prime e giovani registi, film inaspettatamente premiati, nuove visioni del mezzo cinematografico, con passione ed estrema onestà.

Carlo Chatrian, direttore del Museo del Cinema, sottolineava alla presentazione della mostra – un lavoro collettivo che ha coinvolto cineteca, fototeca, archivio storico, i tanti manifesti e materiali – come Pontecorvo non sia soltanto patrimonio italiano ma bensì del mondo, come “appartenga al mondo”, come dovremmo avere sempre ben presente la sua “visionarietà” e questa mostra debba essere intesa come “un viaggio nel Novecento che lui scavalca” o un mezzo per traghettarci “nella generazione del presente e del futuro”. Uno dei tanti tableau cronologici e narrativi che arricchiscono il percorso della Mole ci ricordano quanto molti registi abbiano attinto ai titoli, al modo di fare cinema di Pontecorvo: i nomi? Costa-Gavras, Tarantino, Christopher Nolan e Ken Loach, Spike Lee, Steven Spielberg e Alfonso Cuàron, Oliver Stone. Una scuola che ha guardato con intelligenza al ventunesimo secolo.

Elio Rabbione

Nelle immagini: nell’ordine, una visione degli allestimenti; Gillo Pontecorvo alla cerimonia di premiazione della 27ma Mostra di Venezia (1966) con in mano il Leone d’oro vinto per “La battaglia d’Algeri”, copyright Fotografia – Eliografia Giacomelli; sul set di “Queimada” (1969) copyright Divo Cavicchioli; con la macchina da presa durante le riprese della “Battaglia di Algeri”.

Biblioteca, Fontana (FI): “Chi restituisce ai torinesi 16,5 milioni?”

«VALE È UN PROGETTO DI VALORE, MA LO RUSSO NON CANCELLI LO SCANDALO BELLINI»

«Costi largamente comparabili, ma un progetto è diventato realtà e l’altro è rimasto sulla carta. Grandi investimenti sempre nel salotto buono, mentre nelle periferie si interviene a spot»

«La presentazione del nuovo polo culturale VALE da parte del sindaco Stefano Lo Russo non può diventare l’occasione per cancellare la vicenda della Biblioteca Bellini e dell’area ex Westinghouse, uno degli scandali amministrativi più gravi della storia recente di Torino. Per un’opera mai realizzata sono stati spesi circa 16,5 milioni di euro soltanto in studi e progettazione. Milioni dei torinesi finiti in un progetto rimasto sulla carta: chi restituisce quei soldi alla città? Possibile che, di fronte a decisioni di questa portata, gli amministratori locali non paghino mai, neppure politicamente?».

Lo dichiara Marco Fontana, segretario cittadino di Forza Italia Torino, intervenendo dopo la presentazione da parte dell’amministrazione comunale di VALE, il nuovo polo culturale che nascerà intorno alla Biblioteca Civica Centrale di Torino Esposizioni.

«Non basta archiviare tutto come un progetto ormai superato – prosegue Fontana –. Chiediamo che il Comune ricostruisca pubblicamente incarichi, pagamenti, decisioni e responsabilità che hanno portato all’abbandono della Biblioteca Bellini. I torinesi hanno il diritto di sapere come sia stato possibile spendere una cifra simile senza posare neppure una pietra e quale sia stato l’esito delle iniziative avviate per accertare eventuali responsabilità».

«C’è poi un dato che rende ancora più difficile accettare l’abbandono del progetto: i costi delle due operazioni, pur riferiti a periodi e perimetri differenti, sono largamente comparabili. Il polo Bellini, comprendente biblioteca e teatro, era arrivato a sfiorare i 200 milioni di euro. Per la nuova Biblioteca Centrale e il Teatro Nuovo al Valentino risultano circa 129 milioni di finanziamenti pubblici, ai quali si aggiungono i 7 milioni messi a disposizione dalla Fondazione CRT. Considerando anche i 24 milioni destinati al Borgo Medievale e i circa 50 milioni investiti dal Politecnico nel nuovo Campus, la dimensione economica complessiva di VALE supera quella del vecchio progetto».

«Non regge quindi più, come unica spiegazione, la tesi secondo cui la Biblioteca Bellini sarebbe stata irrealizzabile perché troppo costosa. Se oggi è stato possibile mobilitare risorse così ingenti sul Valentino, perché durante la stagione dei fondi complementari al PNRR non è stata almeno valutata e presentata pubblicamente la possibilità di recuperare il progetto per il quale Torino aveva già speso 16,5 milioni? Sappiamo che i finanziamenti non potevano essere automaticamente trasferiti e che l’area ex Westinghouse aveva nel frattempo cambiato destinazione, ma proprio per questo chiediamo di conoscere le valutazioni compiute e le ragioni delle scelte».

«Nessuno mette in discussione la nuova Biblioteca Civica al Valentino, che rappresenta un progetto di valore e un’importante opportunità per recuperare il patrimonio architettonico di Torino Esposizioni. Il problema è un altro: l’amministrazione Lo Russo continua a concentrare quasi tutti i grandi interventi strutturali nel centro e nel cosiddetto salotto buono della città. Per le periferie, invece, si procede con interventi episodici, quando avanza qualche risorsa o quando arrivano finanziamenti esterni destinati alla coesione e alla rigenerazione urbana».

«È una scelta perfettamente coerente con il costosissimo rifacimento del “lastricato d’oro” di via Roma, ma molto meno con la Torino policentrica e con la cosiddetta “città dei 15 minuti”, il modello teorizzato da Carlos Moreno che dovrebbe ispirare il nuovo Piano regolatore. Si riempiono documenti e conferenze stampa di parole come prossimità, quartieri e policentrismo, ma quando arrivano gli investimenti più importanti si torna sempre nel centro».

Fontana richiama infine il tema della programmazione complessiva della rete bibliotecaria: «A poca distanza da Torino Esposizioni si trova già la Biblioteca Civica Alberto Geisser, nel Parco Michelotti, riaperta nell’autunno del 2023 dopo quasi tre anni di lavori di ristrutturazione e rifunzionalizzazione finanziati attraverso il PON Metro. Quale strategia è stata predisposta per evitare che la nuova Biblioteca Centrale finisca per sottrarle utenti, attività e attenzione? Non vorremmo che una struttura appena riqualificata con risorse pubbliche venisse progressivamente svuotata dall’apertura di un polo enormemente più grande nella stessa parte della città».

«La città dei 15 minuti, senza una distribuzione equilibrata dei servizi e senza investimenti strutturali nelle periferie, rimane soltanto uno slogan. Torino non può avere un centro nel quale si concentra tutto e quartieri ai quali vengono lasciati gli interventi a spot. VALE può rappresentare una grande opportunità culturale, ma i 16,5 milioni spesi per la biblioteca mai costruita nell’area ex Westinghouse restano una ferita aperta che Torino non può fingere di avere dimenticato», conclude Fontana.

Rapporto Rota, Giachino: “Analisi impietosa di Torino”

L’OPINIONE

Dopo anni di silenzio ritorna l’ analisi seria sulla economia torinese presentata stamane al Collegio Carlo Alberto da Beppe Russo, il direttore del Centro Einaudi. Una analisi impietosa che dimostra quanto Torino abbia perso negli ultimi anni rispetto a Milano e Bologna. Ovviamente visto che l’area torinese vale il 55% della economia piemontese il calo di Torino tira giù anche i dati del Piemonte che in 30 anni ha avuto una maggiore crescita economica di soli 12 punti, mentre la Lombardia di 27. In 15 anni il Valore aggiunto pro capite  di Torino è cresciuto di appena 188 euro mentre Milano è cresciuta di 10.000 euro e Bologna di 6.000. Ma se la media è di soli 188 euro per metà della Città è’ andata peggio. Le scelte delle Amministrazioni torinesi come dico dal 2008 non hanno assolutamente  pagato. Il sistema Torino ha cercato di nascondere per anni sotto il tappeto dicendo che si c’era la crisi ma Torino aveva grandi potenzialità. Ora lo Studio Rota come il Principe De Curtis tira le somme per vedere il totale. Il totale vede Torino dietro le altre Citta’. A quelli che parlano di eventuali responsabilità dei Governi dico che i Governi influiscono su tutte le Città, se le altre sono cresciute vuol dire che hanno lavorato meglio. Per il futuro lo Studio Rota punta molto sui 9 miliardi pubblici, tutti di origine governativa ,tra cui quelli della Metro 2 oltre agli effetti che sono meno impattanti di quanto dice la Amministrazione del Nuovo Piano Regolatore, ai quali dico io vanno aggiunti i miliardi per costruire la TAV se si accelerano finalmente i lavori. Torino riuscirà a ripartire grazie agli investimenti per la TAV e alle ricadute della TAV che porterà almeno un milione di turisti stranieri in più oltre all’aumento della logistica.
Ecco perché è importantissimo la Manifestazione SITAV, NOVIOLENZA di domenica 27 settembre ore 11 in piazza del Municipio.

Mino Giachino
SITAV SILAVORO

Torino-Lione, in Consiglio regionale torna lo scontro sulla Tav

La Torino-Lione torna ad accendere il confronto politico piemontese. Il Consiglio regionale ha dedicato una seduta allo stato di avanzamento della nuova linea ferroviaria, con maggioranza e opposizioni divise non soltanto sull’utilità dell’opera, ma anche sulle priorità infrastrutturali del Piemonte, sui costi, sulle ricadute ambientali e sulle tratte di collegamento al tunnel internazionale.

È l’ennesimo capitolo di una vicenda che accompagna da decenni la vita politica e sociale della Valle di Susa. Il progetto punta a realizzare un nuovo collegamento ferroviario attraverso le Alpi tra Italia e Francia, inserito nella rete europea dei trasporti. La parte più impegnativa è rappresentata dal tunnel di base del Moncenisio, lungo 57,5 chilometri, che costituisce il cuore della sezione internazionale tra Susa e Saint-Jean-de-Maurienne.

Nel frattempo i lavori sono entrati in una fase sempre più avanzata. A settembre 2026 risultano realizzati 49,5 chilometri dei 164 complessivamente previsti tra tunnel ferroviari e gallerie necessarie al sistema di cantiere: poco più del 30 per cento del totale. Sono inoltre operativi 17 fronti di scavo.

Rilevante anche la dimensione finanziaria. Nell’aprile scorso il CIPESS ha dato il via libera a risorse per circa 1,42 miliardi di euro destinate alla prosecuzione della sezione transfrontaliera, con una quota europea di circa 428 milioni. Nello stesso provvedimento il tetto complessivo della spesa è stato rideterminato in circa 14,7 miliardi di euro e il nuovo calendario fissa entro la fine del 2033 l’entrata in esercizio commerciale della linea.

L’avanzamento dei cantieri non ha tuttavia cancellato una contrapposizione che in Valle di Susa ha assunto negli anni dimensioni politiche e sociali ben più ampie della sola discussione ferroviaria. Alle manifestazioni e alle iniziative del movimento No Tav si sono alternati momenti di forte tensione, con scontri tra gruppi di manifestanti e forze dell’ordine e attacchi alle aree di cantiere. Una storia che continua quindi a pesare anche sul dibattito istituzionale piemontese.

È in questo contesto che a Palazzo Lascaris si è sviluppato un confronto serrato.

“La Torino-Lione è un’opera decisa, deliberata e approvata a livello nazionale, francese ed europeo, finanziata, appaltata al 100% e già realizzata per oltre un terzo, con apertura prevista nel 2033-2034 – ha spiegato il presidente della Regione, Alberto Cirio, in apertura di dibattito – la maggioranza oggi si trova costretta a ribadire la posizione favorevole all’opera di fronte a chi, ancora una volta, vuole rimettere in discussione un’opera ormai avviata con un messaggio che allontana e non avvicina. La democrazia ha fatto regolarmente il proprio corso, dando a tutti la possibilità di esprimere le proprie posizioni. La Giunta è compatta sui valori fondanti, come il ruolo delle infrastrutture per il futuro del Paese e della nostra regione e il rispetto per chi porta una divisa, la pensiamo tutti allo stesso modo. Il dissenso è legittimo, ma continuare a riproporre temi già decisi ha un costo per i cittadini e rischia di dare l’immagine di un Piemonte che pensa ancora di poter fermare la Tav e che guarda indietro invece di guardare avanti”.

La posizione della maggioranza è stata ribadita dal capogruppo di Fratelli d’Italia Carlo Riva Vercellotti, durante la presentazione dell’ordine del giorno congiunto a sostegno della realizzazione della linea ferroviaria: “Vogliamo ribadire da che parte stiamo: dalla parte di chi vuole collegare il Piemonte all’Europa, spostare le merci dalla strada alla ferrovia e costruire infrastrutture che guardino alle prossime generazioni. Nel dibattito sul progetto abbiamo assistito a una grande confusione e a molte contraddizioni: prima le contestazioni sul tracciato, poi quelle ambientali, quindi quelle sanitarie. Eppure, la valutazione di impatto sanitario ha evidenziato che non vi sono effetti sulla salute della popolazione riconducibili alla presenza dei cantieri. Ci chiediamo inoltre perché chi ha governato il Piemonte e l’Italia non abbia mai bloccato la Tav e oggi si presenti come paladino del No Tav. La verità è che questa è diventata soprattutto una battaglia ideologica. Manifestare è un diritto sacrosanto, ma danneggiare, incendiare o aggredire lavoratori e forze dell’ordine è violenza, e la violenza va sempre condannata”.

Di segno diverso l’intervento di Nadia Conticelli (Pd), che nel proprio documento ha posto l’accento soprattutto sulle opere collegate e sull’integrazione della nuova linea con il sistema dei trasporti piemontese: “Questo Consiglio è un’occasione persa, Cirio non affronta le responsabilità del governo e della regione rispetto alle opere di compensazione, alle progettualità esecutive delle tratte di adduzione, all’intermobilità con il sistema dei trasporti regionale. Intanto il traffico su tir alla frontiera è aumentato oltre il 93%. Il governo Meloni ha deciso di sottrarre 14 milioni proprio alle infrastrutture interregionali dei trasporti, per “sequestrarli” sul progetto del ponte sullo Stretto. La linea Torino Lione ha vissuto i momenti di stallo sotto i governi di centro destra, che occasionalmente si ricorda dell’opera, e non da parte del centro sinistra che ha portato avanti tutti i progetti”.

Il Movimento 5 Stelle ha invece confermato la propria contrarietà alla Tav. Alberto Unia ha contestato in particolare la lettura dei numeri relativi allo stato di avanzamento: “Sul versante italiano, a luglio 2026, non risulta ancora scavato alcun metro del tunnel di base con scavo meccanizzato e la fresa destinata al lato italiano non entrerà in funzione prima del 2027. Dei 47 chilometri dichiarati come scavati, una parte significativa riguarda discenderie, gallerie logistiche e opere accessorie, mentre il tunnel di base vero e proprio risulta realizzato per circa 21 chilometri, tutti sul versante francese. La nostra posizione non è contro il treno, contro l’Europa o contro le infrastrutture, ma contro un’opera che oggi appare più costosa, più lenta, finanziariamente più fragile e meno trasparente di quanto sia stata raccontata”.

La capogruppo M5s Sarah Disabato ha invece contrapposto alla grande infrastruttura le esigenze della mobilità utilizzata quotidianamente dai piemontesi: “Per il Movimento 5 Stelle il Tav è da sempre un’opera inutile, costosa e dannosa. Abbiamo altre priorità, questioni che toccano la vita quotidiana di studenti, lavoratori e pensionati. Parliamo delle linee sospese, che attendono da anni di essere riattivate; del completamento della metro 1, con la conclusione del cantiere che slitta di anno in anno e continua a creare disagi; dei trasporti pubblici locali, che non funzionano o, se va bene, funzionano a macchia di leopardo. Tutti temi sollevati nel nostro atto di indirizzo”.

Una parte significativa della discussione si è concentrata anche sulla tratta Avigliana-Orbassano, destinata a collegare il sistema ferroviario torinese con la nuova linea internazionale.

Per la capogruppo Avs Alice Ravinale “la tratta Avigliana-Orbassano è un progetto che è ancora tutto da valutare e su cui si può intervenire. Il progetto definitivo presentato da RFI è profondamente diverso da quello preliminare approvato nel 2011 e presenta criticità che i sindaci e i territori interessati stanno segnalando da mesi. Parliamo di una doppia galleria di otto chilometri nella collina morenica tra Avigliana e Rivoli, di ulteriori scavi a cielo aperto e di una cantierizzazione che consumerà oltre un milione di metri quadrati di aree, soprattutto agricole. È difficile comprendere come si possa ignorare un impatto di queste dimensioni sul territorio della bassa Val di Susa. Noi chiediamo che la Regione difenda quei comuni e intervenga su un progetto che, così com’è, presenta problemi procedurali, ambientali ed economici. Non si tratta di dire no alla ferrovia o alle infrastrutture, ma di correggere un’opera che oggi appare molto diversa da quella immaginata anni fa”.

Sul possibile impatto della tratta sulle risorse idriche è intervenuta Valentina Cera (Avs): “Mi chiedo quanti conoscano davvero l’impatto reale che la tratta avrà sul territorio. Ancora una volta abbiamo assistito a una discussione in cui la maggioranza non è entrata nel merito delle questioni che vengono poste da cittadini, amministratori e territori interessati dall’opera. Noi invece vogliamo parlare di dati, di impatti ambientali e delle conseguenze concrete che questo progetto può avere sulla vita delle persone. Tra i temi aperti c’è quello della tutela della falda e dell’acqua potabile, una preoccupazione che riguarda direttamente le comunità coinvolte e che non può essere liquidata come un ostacolo al progresso”.

Al termine della discussione il Consiglio regionale ha approvato a maggioranza l’atto di indirizzo “La Regione Piemonte sostenga con determinazione la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione”, di cui Riva Vercellotti è primo firmatario. Con il documento viene chiesto alla Giunta di proseguire nel sostegno alla nuova linea e di sollecitare il Governo affinché siano assicurate le risorse necessarie e rispettati gli impegni assunti sul piano internazionale.

Nell’ordine del giorno viene inoltre richiamata l’importanza della tratta Buttigliera Alta-Orbassano in relazione allo sviluppo del polo logistico di Orbassano, mentre per Susa viene confermata la richiesta di mantenere la prevista stazione internazionale, considerata un elemento di collegamento della Valle con il nuovo asse ferroviario europeo.

Gli atti di indirizzo presentati dalle opposizioni sono stati invece respinti.

Al dibattito hanno partecipato anche Alessandra Binzoni, Paola Antonetto, Roberto Ravello e Davide Zappalà (Fdi), Paolo Ruzzola, Annalisa Beccaria e Davide Buzzi Langhi (Fi), Fabrizio Ricca e Andrea Cerutti (Lega), Silvio Magliano (Lista Cirio) e Vittoria Nallo (Sue), oltre a Conticelli e Ravinale.

Bentornata Italia ’61, la mostra per riscoprire la storica Esposizione di Torino

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 Fondazione Giubileo

Venerdì 18 settembre, alle ore 20, a ingresso gratuito, fino a esaurimento posti, si inaugura la mostra “Bentornata Italia ‘61” promossa dalla Fondazione Giubileo per la Cultura, in collaborazione con l’associazione Amici di Italia ’61 e con il patrocinio della Circoscrizione 8 della Città di Torino. L’esposizione sarà inaugurata presso lo spazio culturale Giubileo Incontri, in corso Bramante 58/7 a Torino, e si aprirà con una conferenza accompagnata da immagini e proiezioni video dell’epoca proseguendo con una visita guidata alla mostra. Curatori e prestatori dei materiali sono Piero D’Alessandro e Mario Abrate, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’associazione Amici di Italia ’61. Attraverso il loro racconto, il pubblico potrà tornare idealmente ai mesi in cui Torino divenne il centro delle celebrazioni per il centenario dell’Unità d’Italia, accogliendo visitatori provenienti da ogni parte del Paese e del mondo.
Il percorso riunisce fotografie, documenti e biglietti storici, oggetti e cimeli originali legati a una manifestazione che ha lasciato un segno profondo nell’immaginario collettivo della città. Dai simboli dell’innovazione tecnologica, come la celebre Monorotaia Alweg e l’Ovovia alle grandi architetture del palazzo del Lavoro e della Mostra delle Regioni, l’esposizione ricostruisce un stagione di straordinario fermento culturale e urbanistico.
“Bentornata Italia ’61” offre così l’occasione di scoprire non solo un grande evento del Novecento torinese, ma anche il clima, che allora si respirava, di fiducia verso il futuro, verso la modernità e la trasformazione, attraverso materiali capaci di restituirne la memoria e il valore storico.
Per l’inaugurazione è obbligatoria la prenotazione a info@fondazionegiubileo.it
Dopo l’inaugurazione, la mostra sarà visitabile dal 21 settembre al 22 novembre prossimo esclusivamente su prenotazione alla mail sopraccitata.
Mara Martellotta