Un allestimento ancora in fieri, l’apertura al pubblico il prossimo 29 marzo
L’Antea del Parmigianino, d’identità sconosciuta, dallo sguardo intenso e imperturbabile, avvolta nello splendido mantello giallo a cui fa da elegante abbellimento la scura pelliccia di zibellino (o martora), una mano guantata, è l’immagine guida della mostra “Capodimonte da Reggia a Museo. Cinque secoli di capolavori da Masaccio a Andy Warhol” che aprirà i battenti venerdì 29 marzo, giusto in tempo per accogliere le frotte di visitatori e turisti che in tempo di Pasqua – e molto oltre, si chiuderà il 15 settembre – affolleranno il primo e il secondo piano della Reggia di Venaria. L’Antea dell’artista emiliano è l’immagine guida di un appuntamento che a ragione si vorrà definire ora e ripensare poi come uno dei più importanti che la Reggia abbia sinora ospitato, il vecchio ritornello della montagna e di Maometto, la conoscenza di una realtà qui, certamente, rarefatta nelle sue presenze (ci sarà svelato che al suo interno mostra e nasconde circa 49.000 opere, di poco inferiori a quelle degli Uffizi: sotto i nostri occhi ne passeranno poco più che sessanta) ma per molti un universo culturale sconosciuto o semplicemente un lontano ricordo che un percorso intelligentemente collaborativo ha condotto dal Golfo alle sponde del Po. Un percorso, un’intenzione da stabilire e da quantificare nata alla presenza del Presidente Mattarella, del francese Macron e del Ministro Sangiuliano nelle ampie sale parigine del Louvre, allorché un anno fa là la mostra trovò spazio e si fece ammirare.

Quella di stamattina è stata una conferenza stampa di quelle che mai (o raramente? mai successo a chi stende queste note, da sempre tutto già ordinato, composto, totalmente visitabile, con le sue belle indicazione di autore e di anno e di provenienza) succedono, anticipata com’era da una visita pressoché in solitaria, vale a dire estremamente libera, a guardare con occhio di sala in sala più curioso, se si escludono i gruppi e gruppuscoli di giornalisti e affezionati e addetti ai lavori che si aggiravano più o meno stupiti in mezzo a questo eccezionale work in progress. Un rasserenato girone dantesco, tranquillo e mai affannato, una laboriosa selva di operai che, al momento, con diligenza oscuravano i vetri delle finestre, di datori di luci che tendevano già a rendere al meglio i colori, i chiari e gli scuri delle opere già in loco, la bellezza della pennellata, responsabili che con amorosa cura toglievano da cassoni e scatole e involucri preziose ceramiche, altri che soli al centro di un’enorme sala dipingevano con cura i pannelli che con il loro blu intenso faranno da ambita cornice a talune tele. Una mattinata totalmente in fieri nella quale forse è sembrato – per un attimo, solo per un attimo – di essere parte di questi lavori, di vederli crescere, di assaporarli maggiormente, di guardarli sotto una diversa luce, di assistere, felicissimo testimone, all’intensificarsi di quei momenti che stanno correndo verso la vera e propria inaugurazione, la settimana prossima.

Si intuiscono, per ora, messi al loro esattissimo posto, ricavandoli dalle piantine delle sale che cadono sotto gli occhi, o guardandoli già in loco, capolavori smaglianti che hanno i nomi di Masaccio e di Tiziano, di Guido Reni e del Greco, di Ribera e di Luca Giordano, di Giovanni Bellini e Mattia Preti e Mantegna; di Artemisia Gentileschi, la cui Giuditta – il medesimo soggetto visto in tre momenti diversi, nel decretarsi, nel effettuare, nella liberazione che sopraggiunge al di là dell’uccisione commessa -, determinata e feroce, il sangue che copioso va a sporcare il lenzuolo del letto di Oloferne, il ricordo dell’affronto di Agostino Tassi, sempre presente, in quel gesto e in quella spada decisivi, è accompagnata già ai lati dalle opere del siciliano Piero Novelli e del calabrese Mattia Preti. A comprendere come la mostra si stia ancora costruendo, basterebbe pensare all’”Annunciazione” di Artemisia, realizzata nel 1629, che arriverà soltanto nel mese di aprile e – soprattutto, saremmo tentati di dire – il capolavoro della “Flagellazione” di Caravaggio, “la bellezza e l’incarnato chiaro del Cristo si contrappongono alla brutalità e ai corpi scuri dei carnefici”, già nella chiesa napoletana di San Domenico Maggiore, ora in consegna cautelativa al Capodimonte, che vedremo soltanto dall’inizio di giugno, dopo il prestito al Museo Diocesano di Napoli. Altre opere inamovibili – il “San Ludovico di Tolosa” di Simone Martini, uno per tutti – meriteranno un viaggio nel capoluogo campano.

Una mostra che è anche una festa, un filo rosso che aspira a legare storicamente e culturalmente Torino e Napoli. Michele Briamonte, Presidente Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, parla di “una passeggiata dentro un manuale di storia dell’arte”, riconfermando che le opere esposte fanno parte di un “patrimonio da condividere, vista l’importanza che esse hanno per l’intera umanità.” Dopo che il sindaco di Venaria, Fabio Giulivi, ha ricordato l’importanza della stagione culturale piemontese, la facilità con cui la Reggia – “contenitore straordinario” – può essere raggiunto dall’aeroporto e dal capoluogo, il Governatore della Regione Alberto Cirio sottolinea l’importanza del turismo culturale che sempre di più spinge italiani e no a visitare il Piemonte (si è registrato nel 2023 il +9% di turisti e della totalità il 52% sono stati stranieri, dati che sono una rassicurante ventata di aria fresca, inequivocabilmente); non dimenticando l’ingresso in fascia alta dei nostri musei – la guest star della mattinata si chiederà perché nessuno, nel passato, ci abbia mai pensato -, il che significa più risorse economiche e maggiore managerialità e sempre più importanti iniziative.
A seguire le parole di Mario Turetta, Segretario Generale del Ministero della Cultura e Direttore ad interim dei Musei Reali torinese, in cui si dice particolarmente orgoglioso del risultato raggiunto, l’intervento della guest star della mattinata, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, ha preso le mosse da una frase di Benedetto Croce, che vuol significare molto e guarda oltre: “Finalmente siamo tornati all’aria aperta”, citando ancora una volta il matrimonio culturale tra le due importanti città, Napoli e Torino, non nascondendo le chiacchiere e gli appuntamenti ufficiali con il Presidente della nostra Regione che approdano sempre a qualcosa di fattivo, e approderanno, guardando alle civiltà del Mediterraneo e giocando in casa quando non può nascondere come Capodimonte sia un contenitore speciale, potremmo dire a tripla A ma altresì complimentandosi con tutti i realizzatori dell’opera in loco. Da un capo Eike Schmidt, attuale Direttore Generale di Capodimonte, dall’altro, da vero, autentico e appassionato conoscitore, Andrea Merlotti: “Un ottimo lavoro di squadra, un gruppo di esperti e studiosi e maestranze con cui si è davvero lavorato bene, un percorso che ci soddisfa e che deriva da altri appuntamenti, da quadri che ci hanno raccontato e che continuano a raccontarci il passato, le nostre radici, il tempo delle corti italiane e del loro mecenatismo: dal momento che si costruisce sempre su quello che è stato prima.” Anche Merlotti con l’augurio che “Capodimonte” rinverdisca i rapporti tra la reggia e quel museo, magari in un altro futuro di preziosi appuntamenti. Di altrettanto preziosi appuntamenti. Personalmente, sarà necessario tornare in queste sale e assaporare appieno quel percorso artistico che ancora una volta fa definire la nostra Grande Bellezza.
Elio Rabbione
Le immagini della conferenza stampa sono di Margherita Borsano; momenti dei lavori di allestimento della mostra.
“E’ un passaggio immaginario tra Oriente e Occidente; l’incontro tra noi e gli altri può avvenire attraverso una tenda che deve essere attraversata. Il volto dell’animale ci osserva dall’alto e ascolta il suono dei sonagli che la nostra presenza muove”: questo vuole essere, secondo i realizzatori del Collettivo “Guerrilla Spam” (in collaborazione con Silvia Collura) quell’“Arco Elefante”, con cui il seicentesco “Museo Regionale di Scienze Naturali” di Torino apre le porte dal prossimo venerdì 22 marzo all’arte contemporanea. Contemporanea che di più non si può e che entrerà a far parte, presenza atipica, del patrimonio museale, in virtù di una preziosa donazione da parte dell’Associazione Culturale torinese “Club Silencio”, presieduta da Alberto Ferrari. Un elefante stilizzato che si fa, per l’appunto, “arco” o “portale”, in una commistione di stili capaci di cavalcare i secoli, coniugando Oriente e Occidente (l’“arco carenato” è tipico delle “nicchie” del Buddha, giunto dall’Asia in Europa e promotore del “gotico”), “la cui finalità resta il raggiungimento di un’arte simbolica che comunica a più livelli particolari significati all’osservatore”. In modo “anonimo, libero e autonomo”, pur mantenendo quella “capacità di comunicare” con le persone che è lo scopo primo della produzione artistica di “Guerrilla Spam”, Collettivo (dal nome che ben esplicita la “mission” aggressiva dell’arrivare a più persone possibili) nato nel 2010 a Firenze “come spontanea azione non autorizzata di affissione negli spazi urbani” e via via perfezionatasi in interventi di “muralismo”, installazioni, performance e workshop in Italia e all’estero, lavorando in spazi eterogenei, dalle occupazioni ai musei d’arte moderna e contemporanea, sino alle scuole, comunità minorili, carceri e centri di accoglienza, “privilegiando sempre l’uso dello spazio pubblico urbano come luogo della collettività”.
Per inaugurare l’opera (nata nel contesto del programma culturale “Tra cultura e natura”, curato dalla Fondazione “Circolo dei Lettori” per il “Museo Regionale di Scienze Naturali”), il “MRSN” e “Club Silencio” propongono venerdì 22 e sabato 23 marzo due serate speciali di “Una notte al museo”, con lo scopo di stimolare la partecipazione di nuovi pubblici alla vita culturale cittadina. La maggior parte dei partecipanti infatti, è “under 35” e molto spesso non ha mai avuto occasione di visitare quello specifico spazio culturale.

“La più bella che esiste al mondo, il più stupendo gioiello religioso vagheggiato dal pensiero umano ed eseguito da mani d’artista”: così Guy de Maupassant ebbe a definire la reale imperiale “Cappella Palatina”, che si trova all’interno del complesso architettonico di “Palazzo dei Normanni” a Palermo, fatta consacrare nel 1140 da re Ruggero II d’Altavilla. E non minore stupore la “Cappella” destò pur anche agli occhi esigenti dell’“esteta”, Oscar Wilde, che ebbe a dichiararla come “la meraviglia delle meraviglie”. Dichiarazioni forti e magnificamente stupite di due dei massimi scrittori e intellettuali dell’Ottocento che ben s’intendevano di arte e bellezza, incrociatesi ai massimi livelli come testimonianza della possibile convivenza tra le culture di Oriente e Occidente sotto il regno di Ruggero II. Tant’è che, non a caso, la sicula “Palatina” è stata inserita nel 2015 dall’“UNESCO” nella lista del “Patrimonio mondiale dell’Umanità”, proprio come “esempio di convivenza e interazione tra diverse componenti culturali di provenienza storica e geografica eterogenea”. Di qui l’idea, indubbiamente interessante, del “MAO-Museo d’Arte Orientale” di Torino di programmare due conferenze tenute da Sherif El Sebaie (origini greco-egiziane, ma torinese d’adozione), titolare del corso di “Lingua Araba, Civiltà e Arti dell’Islam” al “Politecnico di Torino” – nonché consulente scientifico nella fase di allestimento museale della “Galleria dei Paesi Islamici” del “MAO” – che porterà il pubblico alla scoperta della “Cappella Palatina” di Palermo (martedì 19 marzo, ore 18) e circa un mese dopo (mercoledì 17 aprile, ore 18) del sito archeologico di Alula, sull’antica “via dell’incenso”, nella regione di Medina in Arabia Saudita, anch’esso censito dall’“UNESCO” (2021) come “Patrimonio mondiale dell’Umanità”. Gli incontri, organizzati a margine della mostra “Tradu/zioni d’Eurasia” e resi possibili grazie alla collaborazione con “Assointerpreti – Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria” nell’ambito delle celebrazioni del cinquantenario dell’“Associazione Nazionale Interpreti di Conferenza”, sono “l’occasione – sottolineano gli organizzatori – per interrogarsi su fenomeni quali la circolazione delle idee, delle lingue, degli stili e delle tecniche artistiche e artigianali avvenute fra paesi, popoli ed epoche diversi e di come, al variare del contesto, i significati si trasformino e si adattino”.
Corso Giovanni Lanza 75, Torino. Siamo in Borgo Crimea. Qui ha sede da un anno, “Flashback Habitat. Ecosistema per le Culture Contemporanee”, la “casa della cultura condivisa, dove arte e vita sono strette in un binomio indissolubile”. E qui, fino al 31 marzo del prossimo anno, 16 “Stanze” racconteranno di “una metaforica piazza dove convivono a tu per tu” un’insegna pubblicitaria e un’opera d’arte, più o meno datata più o meno (ma prevale il “più”) blasonata. Siamo in “Time Square”, non nella celebre, turbolenta “Times Square” di Manhattan-New York, ma in “Time Square” (al singolare) dove le parole “tempo” e “piazza” si “scontrano e ricompongono in nuovi significati”. Da questa sensazione nasce l’idea di Alessandro Bulgini, direttore artistico di “Flashback Habitat”, di realizzare la “strana” ma perfino “geniale” (e in ogni stranezza c’è sempre un po’ di genialità) mostra “Time Square. L’arte in piazza trascende il tempo”, che intende “indagare – spiega Bulgini – le connessioni tra arte e vita, esplorando frizioni e convergenze, nello specifico tra insegne pubblicitarie e opere d’arte come accade nelle piazze contemporanee. Un dialogo o, meglio, un match, sviluppato in sedici stanze rappresentative di sedici ipotetiche piazze”. “La mostra – continua Bulgini che ne è anche curatore – è stata realizzata con lo stesso fare poetico che caratterizza la nostra idea di ‘Habitat’ dove le eccellenze si confrontano e si potenziano nel loro stratificarsi ed é stata resa possibile grazie all’amicizia con Paolo Genta, geniale architetto e paesaggista e Roberto Spiccia, eccellente artigiano. Entrambi hanno messo a disposizione la loro sensibilità e il loro sapere per rendere completa l’opera”. Per un attimo si possono chiudere gli occhi e riaprendoli non è poi così bizzarra la sensazione di trovarci in una “piazza” dei nostri giorni, stratificazione di tempi, di
mode, di paesaggi che hanno mille volte cambiato faccia e mille volte architetture case palazzi. Piazze dove convivono gente e forme e strutture le più diverse, “che da entità geografiche si trasformano in entità socioculturali”. Mai come oggi ci appare accettabile e chiara la risposta del genio, unica e inimitabile icona della Pop Art, Andy Warhol a chi gli chiedeva cosa più gli fosse piaciuto di Firenze. Molto semplice la sua risposta: “La cosa più bella di Firenze è McDonald’s”. Parole da non intendersi come irriverenti nei confronti di una città che, ben si sa, è scrigno di arte superba, ma in cui Warhol ben riassumeva l’idea di luogo dai mille riflessi e dalle mille facce tutte compatibili e condivisibili fra loro. Pur nelle loro più stupefacenti diversità. E allora eccoci alle nostre 16 “piazze” realizzate in “Flashback Habitat”. “Per ogni piazza, su di un lato un’insegna spenta sul bianco algido e minimale della parete a rappresentazione della modernità, sull’altro un’opera su una parete dipinta con colori che hanno riferimenti alla storia dell’arte”. Sedici opere che convivono con sedici insegne pubblicitarie. E anche bene, sotto l’aspetto della mis-en-place. Nulla da dire. E voilà. Si inizia con l’enorme simbolo giallo-rosso a forma di conchiglia di capasanta della “Shell” messo a confronto con la scultura quattrocentesca in legno del viandante “San Rocco” di Giovan Angelo Del Maino, per incontrare (Stanza 2) la “Signorina Grandifirme” realizzata per “Essevi Ceramica Lenci” nel ’37 dal cuneese di Carrù Sandro Vacchetti messa a dialogare con l’insegna della “Peugeot”, mentre la metafisica “Piazza d’Italia – Malinconia” di De Chirico (1949), viene risvegliata dai suoi onirici voli attraverso il duro
confronto con l’insegna di “McDonald’s”. Il rarissimo capolavoro tipografico “Theatrum Sabaudiae” (1697), monumentale opera descrittiva di tutti i domini del duca di Savoia, un vero e proprio mix di finzione e realtà, fronteggia il simbolo della “Lancia”, uno scudo blu con lancia dal sapore araldico; altrove la “Vergine Addolorata” (XVII secolo) di Giuseppe Antonio Petrini si raffronta con l’insegna (bella in grande, come l’Azienda almeno tempo fa) della “Fiat”. Altra “Stanza”: l’opera del fotografo Gabriele Basilico “Beirut” (1991) documenta lo stato di devastazione della capitale del Libano dopo quindici anni di guerra civile, di fronte all’insegna della “Tamoil” che ci racconta lo stesso Libano negli anni 80. E l’iter prosegue, come “match fatti talvolta di coincidenze, altre volte di prolungamenti di storie, di combinazioni fortuite, tutti incontri che stimolano la nostra abilità di elaborare i dati e il nostro immaginario”.



