Si sarebbe dovuta tenere al Mastio della Cittadella
È stata annullata la mostra che si sarebbe dovuta tenere al mastio della Cittadella dedicata a Fernando Botero, scomparso il 15 settembre scorso, dal titolo “Ricordando Fernando Botero: Via crucis. La passione di Cristo”. L’esposizione si sarebbe dovuta aprire dal 20 aprile prossimo, organizzata dalla società Navigare Srl e curata dalla storica dell’arte Simona Bartolena.
“In seguito alla morte del maestro – ha scritto la direttrice Maria del Rosario Escobar- il Consiglio di Amministrazione del Museo di Antioquia, proprietario per donazione della serie Via Crucis, riunitosi di recente, ci ha chiesto di restituire le opere costringendoci a interrompere la tournée prevista. L’eventoprevedeva l’esposizione di 60 opere, tra cui 27 dipinti e 33 disegni preparatori che ripercorrono uno degli aspetti più intimi della produzione del Maestro.
“La società Navigare che opera per la produzione, l’organizzazione e l’allestimento di mostre d’arte di livello internazionale – ha dichiarato il titolare Salvatore Lacagnina – perfar fronte all’inattesa cancellazione da parte del Museo Nazionale dI Medellin ( città natale del Maestro) anticiperà il progetto che stava preparando su Henri de Toulouse Lautrec”
Mara Martellotta






Linea decisamente riflessiva anche per Alessandro Gioia (2000) in “Censored” che traduce il tema del “dialogo” in un’esplorazione sulla censura e sulla società dell’immagine, dove i “pixel design” della censura “nascondono la facile reperibilità delle stesse immagini nel nostro tempo digitale”.
In chiusura, Claudia Vivalda (2002), con la video-proiezione “Connessioni – Small Talks” e (altra menzione speciale) Giovanni Migliorucci (2002) con la video installazione interattiva “Stage”, che unisce la tecnologia del “TouchDesigner” a una restituzione “tramite un tubo catodico, mostrando un ecosistema che si modifica attraverso l’interazione esterna”.
Due opere soltanto sarebbero sufficienti a definire la grande bellezza, i sentimenti di chi guarda, gli incanti, le presenze e le tante storie, i ritratti soprattutto con la loro perfezione, della mostra “Moroni (1521 – 1589). Il ritratto del tempo” ospitata sino al primo aprile (val bene un viaggio, per gli appassionati) nelle sale delle Gallerie d’Italia milanesi, di fronte alla Scala, un centinaio di dipinti esposti, accompagnati da armature, libri, medaglie, disegni, con i prestiti tra l’altro del Louvre e del Prado e della National Gallery londinese e con la cura di Arturo Galansino e Simone Facchinetti, i quali dopo i successi delle precedenti mostre sul ritrattista bergamasco cinquecentesco, l’uno nel 2014 a Londra e l’altro cinque anni dopo alla Frick Collection di New York, sono divenuti i campioni d’eccellenza in territorio moroniano. Senza tema di smentita, una delle più belle mostre viste in questi ultimi anni, importante e ampia, ricca di quei volti che ti catturano per l’energia ed il realismo, assolutamente lontani dall’idealizzazione, che sprigionano, per l’intensità, per l’immediatezza che scava nei caratteri e nei comportamenti, per l’esattezza di particolare che coltiva in sé come qualcosa di modernamente fotografico, e di quegli abiti che ti rimandano con intelligente e persuasiva dolcezza ad un’epoca, di quella ampia sala al cui interno gli abiti neri (il nero come colore della elegante nobiltà) delle tele sono una sequenza difficilmente dimenticabile, suggestiva altresì per quei precisi disegni che ti rimandano, e che puoi decifrare, alle opere definitive poste non lontano, per le grandi pale d’altare che ne sono una parte non indifferente, anche se non è quella la vetta dell’arte di Moroni, e per i rapporti che sono corsi tra l’artista e altri famosi suoi compagni di percorso e d’epoca.




