Nei sabati 12, 19 e 26 settembre, alle 17.30, il Museo Mario Giansone di Sant’Ambrogio Torino ospita l’iniziativa “Visite suonate”, che propone tre appuntamenti in cui il jazz diventa chiave di lettura per esplorare la collezione dell’artista piemontese, tra le più originali della scultura del Novecento. Gli eventi, patrocinato dalla Città metropolitana di Torino, sono pensati per ridefinire la fruizione del patrimonio locale con un approccio interdisciplinare capace di porre in dialogo le opere con linguaggi espressivi contemporanei.
Il Museo Giansone è stato inaugurato lo scorso 17 aprile negli spazi riqualificati dell’ex maglificio Fratelli Bosio, e custodisce oltre 260 opere, tra cui 160 sculture, 30 quadri, 23 xilografie e numerosi disegni e incisioni, articolate lungo sette sale per una superficie complessiva di oltre 750 mtq. Durante le “Visite suonate”, il clarinettista e sassofonista Giuseppe Golisano guiderà il pubblico lungo l’itinerario espositivo, traducendo in note i concetti cardine della poetica di Giansone: il dinamismo, la proporzione e la scultura intesa come svelamento della forma celata della materia. Il percorso si snoda attraverso sei tappe; dopo l’introduzione all’ascolto sensoriale, si accede alla Stanza delle Ombre, dove i pieni e i vuoti dialogano con alternanza di suono e silenzio. Nella Sala dei Bronzi, l’improvvisazione restituisce il vigore della fusione e la moltiplicazione ritmica delle forme. So prosegue nella Sala Giuseppe Floridia, incentrata su trame geometriche strutturali, per poi entrare nella Sala delle Pietre e dei Marmi, dove l’architettura sonora ripercorre l’evoluzione dell’apprendimento umano. L’esperienza culmina nell’Opera Omnia, dove l’esperienza spirituale del Requiem e la musica meditativa conducono verso la pura astrazione. Il viaggio trova nella musica un tramite naturale: la passione per il jazz, infatti, percorre tutta la produzione di Mario Giansone.
Mara Martellotta




La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.
imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.