Camera, Centro Italiano per la Fotografia, inaugura il programma espositivo del neodirettore François Hébel con due mostre originali, una dal titolo “Retrospettiva” dedicata a Harry Gruyaert, che narra il colore come esperienza visiva e sensoriale, e “Photo Typo” di Werner Jeker, dedicata ai manifesti fotografici del maestro svizzero della grafica.
Entrambe le mostre sono curate da François Hébel e sono visitabili dal 18 giugno al 4 ottobre 2026.
“Retrospettiva” è la prima grande mostra di Harry Gruyaert in Italia. Tra i maggiori protagonisti della fotografia contemporanea, il fotografo è nato in Belgio nel 1941 ed è membro di Magnum Photos. È stato tra i primi fotografi europei, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, a conferire al colore una dimensione non più descrittiva, ma puramente creativa, percettiva ed emotiva, capace di costruire una visione radicalmente grafica del mondo. In un’epoca in cui la fotografia era prevalentemente celebrata in bianco e nero, il suo lavoro si inserisce nel solco tracciato da autori americani quali Saul Leiter e William Eggleston.
Seguendo un percorso cronologico, “Retrospettiva” si apre con una serie di TV Shots, realizzata a Londra nel 1972, in cui Gruyaert, inflenzato dalla pop art e dall’immaginario televisivo, manipola l’antenna del suo televisore per trasformare le immagini in composizioni vibranti e astratte. Olimpiadi, commedie televisive e i primi passi sulla Luna diventano così icone di una nuova cultura visiva dominata dal colore, simbolo di una TV che, in quegli anni, si reinventa a colori conquistando il pubblico con un linguaggio ipnotico e inedito.
Nella sezione intitolata Francia- Belgio vengono narrate le prime ricerche tra il Belgio,suo paese natale, e Parigi, città in cui si trasferisce nei primi anni Sessanta. Qui il fotografo si confronta con la sua terra di origine, un territorio che inizialmente percepisce difficile da interpretare cromaticamente, ma che , progressivamente, grazie ai contesti industriali, le insegne e gli oggetti dai colori vivaci tipici degli anni Settanta, riesce a modellare in composizioni fortemente grafiche.
Nella sezione Sud emerge un altro nucleo fondamentale della sua poetica, il Marocco, che rappresenta per l’artista una vera rivoluzione visiva.
Qui luce, architettura, paesaggio e presenza umana si fondono in un’esperienza percettiva intensa e, a partire da questa esperienza, il fotografo compie numerosi viaggi nel Sud del mondo, dall’Egitto all’India, dalla Spagna alla Turchia, confrontandosi con luci abbacinanti, ombre profonde e tonalità vellutate che continuano ad ampliare la sua ricerca.
Dalle miniere agli impianti siderurgici, dai laboratori farmaceutici alle centrali nucleari, Gruyaert viene incaricato di realizzare immagini per opuscoli finanziari e campagne di comunicazione aziendale.
Nella sezione Industrie è proprio il colore a trovare la sua piena espressione nel contesto professionale e industriale, all’interno di ambienti tecnici e produttivi, dove riesce a trasformare macchinari, superfici e geometrie industriali in immagini quasi al limite dell’astrazione, dominate da contrasti cromatici e composizioni rigorose.
Est incontra Ovest pone in dialogo due mondi, da un lato i colori artificiali, seducenti e commerciali del sogno americano, dall’altro le atmosfere spoglie e incerte della Russia post sovietica. Attraverso questo confronto, il fotografo riflette sulle identità visive e culturali di due sistemi profondamente diversi, mostrando come il colore possa diventare strumento di lettura sociale e politica.
Nella serie Litorali, nata quasi casualmente nel corso dei suoi viaggi e protagonista di un’intera sezione della mostra, le coste diventano per Gruyaert una sorta di sfida visiva, cui risponde riducendo gli elementi all’essenziale. Cielo, sabbia, mare e orizzonte costruiscono immagini minimali e sospese, dove luce e variazioni cromatiche sono assolute protagoniste.
Chiude il percorso “Aeroporti”, la sezione dedicata ai luoghi di transito per eccellenza, sale d’attesa, Vetrate, riflessi e trasparenze che affascinano Gruyaert per la qualità artificiale della luce e per la possibilità di creare composizioni geometriche attraversate da colori netti e presenze fugaci, trasformando spazi anonimi e quotidiani in immagini di forte intensità visiva.
Harry Gruyaert è anche autore di numerosi libri che cura in prima persona in ogni particolare, lavorando a stretto contatto con il designer e editore per realizzare un oggetto unico.
Camera, invece del tradizionale catalogo, proporrà tutti i libri attualmente disponibili, mentre una vetrina all’interno della mostra raccoglierà tutte le pubblicazioni dedicate al suo lavoro.
Camera propone inoltre una masterclass dal titolo “La geometria del colore” con Harry Gruyaert per i fotografi e per le fotografe che desiderino far evolvere il proprio linguaggio visivo e rafforzare la proprio identità autoriale. Si tratta di cinque giorni dal 30 settembre al 4 ottobre prossimi per immergersi nell’universo visivo di uno dei grandi maestri della fotografia contemporanea e pioniere indiscusso del colore. Sotto la sua guida diretta, ciascun partecipante lavorerà allo sviluppo e alla realizzazione di un progetto fotografico personale, affinando la propria visione autoriale e trasformando radicalmente il modo di guardare la realtà.
Si tratta di un’opportunità rara per confrontarsi con lo sguardo di una figura chiave della fotografia a colori. Le iscrizioni sono fino al 10 settembre, con tariffa early bird entro il 30 luglio.
Accanto alla mostra del maestro belga, la Project Room ospita “Photo Typo”, esposizione dedicata a Werner Jeker, figura di riferimento internazionale nel campo della grafica applicata alla fotografia.
Nato in Svizzera nel 1944, Jeker rappresenta un caso unico nel panorama del graphic design contemporaneo. Considerato tra i più importanti cartellonisti della sua generazione, ha sviluppato un linguaggio visivo In cui fotografia e tipografia si fondono, in un equilibrio raffinato e audace, superando la semplice funzione comunicativa del manifesto per trasformarlo in una vera e propria opera d’arte autonoma.
L’esposizione, pensata appositamente per Camera e presentata in questa forma, riunisce un’ampia selezione dei manifesti più significativi realizzati da Jeker, con particolare attenzione a quei lavori che utilizzano la fotografia quale elemento strutturale della composizione.
È evidente la capacità dell’autore di intervenire sull’immagine con grande sensibilità e rispetto, preservandone l’integrità documentaria e al tempo stesso amplificandone la forza visiva attraverso il dialogo con la tipografia.Jeker ha saputo costruire una relazione originale tra immagine e testo e i suoi manifesti traggono ispirazione diretta dai contenuti delle mostre e dalle poetiche degli autori, mentre in altri progetti la fotografia diventa strumento evocativo per raccontare spettacoli teatrali, rassegne cinematografiche ed eventi culturali, sempre calibrati con precisione, dando vita a composizioni essenziali ma di forte impatto.
Nel corso della sua carriera, iniziata nel 1965 e proseguita in autonomia dal 1972, Jeker ha firmato oltre 800 manifesti, accanto a libri, progetti espositivi per importanti istituzioni culturali, sociali e commerciali internazionali. Tra gli altri premi ricevuti l’Infinity Award dell’International Center of Photography per l’uso innovativo della fotografia, oltre al primo premio per il progetto delle nuove banconote svizzere.
Da Camera sono per la prima volta pubblicati i migliori manifesti di Werner Jeker, in cui fotografia e tipografia dialogano tra loro. Sono circa 70 manifesti selezionati da una collezione di oltre 800 lavori realizzati nel corso della sua carriera.
Mara Martellotta
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L’Art Nouveau apre la strada all’architettura moderna e al design. Determinante per la diffusione di quest’arte è sicuramente l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tuttavia anche altri canali ne segnano l’importanza: ad esempio la pubblicazione di nuove riviste, come L’art pour tous, e l’istituzione di scuole e laboratori artigianali. La massima diffusione del nuovo stile è comunque da rapportarsi all’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902, in cui vengono presentati progetti di designer provenienti dai maggiori paesi europei, tra cui gli oggetti e le stampe dei famosi magazzini londinesi del noto mercante britannico Arthur Lasemby Liberty. La nuova linea artistica, in rottura con la tradizione, è presente nelle grandi capitali europee, come Praga, con la grande figura di Moucha, Parigi in cui Guimard progetta le stazioni per la metropolitana, Berlino, dove nel 1898 i giovani artisti si dissociano dagli stili ufficiali delle accademie d’arte, intorno alla figura di Munch, Vienna, dove gli artisti della secessione danno un nuovo aspetto alla città. Una delle caratteristiche più importanti dello stile, che presenta affinità con i pittori preraffaelliti e simbolisti, è l’ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto “a frusta”, e semplici figure sembrano prendere vita naturalmente in forme simili a piante o fiori. Si stagliano in primo piano le forme organiche, le linee curve, con ornamenti a preferenza vegetale o floreale. Tra i materiali, vengono adoperati soprattutto il vetro e il ferro battuto. In gioielleria si creano alti livelli di virtuosismo nella smaltatura e nell’introduzione di nuovi materiali, come opali e pietre dure, nascono monili in oro finemente lavorato e smaltato; i diamanti vengono accostati ad altri materiali, come il vetro, l’avorio e il corno. Solo in Italia, a differenza degli altri territori prima chiamati in causa, il Liberty non si contrappone al passato o alla tradizione accademica dell’insegnamento e dell’esercizio delle arti, con la conseguenza che qui, sulla nostra penisola, non si consolidò mai una scuola di riferimento identificabile con il movimento Liberty, al contrario ci furono singole personalità artistiche che si dedicarono ad approfondire i caratteri dello stile floreale ed epicentri per la diffusione del gusto dell’arte nuova, tra questi poli di profusione ci fu proprio Torino. Nei prossimi articoli considereremo nel dettaglio alcuni palazzi e quartieri della città sabauda particolarmente suggestivi e rilevanti dal punto di vista decorativo e architettonico, che testimoniano la meravigliosa trasformazione della nostra città, ancora oggi conosciuta come capitale del Liberty italiano.

