ARTE

“Visite suonate” al Museo Mario Giansone

Nei sabati 12, 19 e 26 settembre, alle 17.30, il Museo Mario Giansone di Sant’Ambrogio Torino ospita l’iniziativa “Visite suonate”, che propone tre appuntamenti in cui il jazz diventa chiave di lettura per esplorare la collezione dell’artista piemontese, tra le più originali della scultura del Novecento. Gli eventi, patrocinato dalla Città metropolitana di Torino, sono pensati per ridefinire la fruizione del patrimonio locale con un approccio interdisciplinare capace di porre in dialogo le opere con linguaggi espressivi contemporanei.

Il Museo Giansone è stato inaugurato lo scorso 17 aprile negli spazi riqualificati dell’ex maglificio Fratelli Bosio, e custodisce oltre 260 opere, tra cui 160 sculture, 30 quadri, 23 xilografie e numerosi disegni e incisioni, articolate lungo sette sale per una superficie complessiva di oltre 750 mtq. Durante le “Visite suonate”, il clarinettista e sassofonista Giuseppe Golisano guiderà il pubblico lungo l’itinerario espositivo, traducendo in note i concetti cardine della poetica di Giansone: il dinamismo, la proporzione e la scultura intesa come svelamento della forma celata della materia. Il percorso si snoda attraverso sei tappe; dopo l’introduzione all’ascolto sensoriale, si accede alla Stanza delle Ombre, dove i pieni e i vuoti dialogano con alternanza di suono e silenzio. Nella Sala dei Bronzi, l’improvvisazione restituisce il vigore della fusione e la moltiplicazione ritmica delle forme. So prosegue nella Sala Giuseppe Floridia, incentrata su trame geometriche strutturali, per poi entrare nella Sala delle Pietre e dei Marmi, dove l’architettura sonora ripercorre l’evoluzione dell’apprendimento umano. L’esperienza culmina nell’Opera Omnia, dove l’esperienza spirituale del Requiem e la musica meditativa conducono verso la pura astrazione. Il viaggio trova nella musica un tramite naturale: la passione per il jazz, infatti, percorre tutta la produzione di Mario Giansone.

Mara Martellotta

Le lune di Fernando Montà

Sino al 16 settembre. negli spazi di SwannArt Gallery

Scrivevo già pochi mesi fa delle opere di Fernando Montà, delle memorie personali che le abitano e degli anni trascorsi, di quella natura impressa che è protezione ma che possiede allo stesso tempo qualcosa di offensivo, dei fili d’erba che s’intrecciano fittamente – un’immagine che è un po’ il distintivo primario di quella pittura – (”che possono trasformarsi in aculei, proteggono ma nascondono serpi”, dicevo), dei cieli e delle ombre, delle coperture verdi che sono state, nei prati del suo biellese, il diaframma di uno sguardo infantile che a fatica raggiungeva l’azzurro del cielo. Tra allegria, libertà e timori. Di quella mostra di tarda primavera, rimangono oggi negli spazi della torinese SwannArt Gallery (via Bertola 29) alcune opere, altre se ne sono aggiunte, altrettanto interessanti, altrettanto capaci di accrescere tasselli nuovi a un panorama squisitamente “naturale”, verrebbe anche da dire a una filosofia di vita che reclama bellezza e tranquilla autenticità. Quasi uno slancio vitale che aspira felicemente alle altezze, ma assolutamente lontano da ogni retorica, che vuole – a fatica o no – superare quei tanti sottotraccia che proibiscono, che ingarbugliano, che troppe volte allontanano in modo definitivo.

Paesaggi, immagini rubate agli anni, lembi di visioni che reclamano un evanescente mondo di magie, inquadrature studiate con l’obiettivo del cuore e della mente, un svilupparsi di sequenze, differenti occasioni fermate nel tempo e nello spazio di una storia personale, dinamismi che si sottraggono appieno e pretese e fredde “esercitazioni” ma vitalità pulsanti, da “Onda vegetale” (258 x 86 cm.), che è un leggero e lungo protendersi di fili d’erba, tra il verde e il blu e il violaceo addolcito, contro un cielo immensamente azzurro, un’isola di rasserenante momento meditativo, alle dodici tavole che compongono “Physis”, che si estendono per oltre quattro metri di lunghezza per tre di altezza (“La sua dimensione è infatti parte integrante del suo significato. Davanti a una superficie di questa ampiezza non sono più sufficienti soltanto gli occhi. Lo spettatore è costretto a utilizzare il proprio corpo, a misurarsi fisicamente con l’opera, a spostarsi, a cercare un punto di visione, ad avvicinarsi e allontanarsi. Non si trova semplicemente davanti a un’immagine: vi sta dentro con il proprio corpo”, sottolinea il curatore Riccardo Dellaferrera), vittoria dello spazio, spirali di verde interrotte da anime chiare che s’incuneano verso il centro dell’opera che dà il titolo all’intera mostra. Ci si imbatte altresì ex novo in solide prove che datano già pur tuttavia alcuni lustri, ma fresche e animate di palpiti, ricche di colori inattesi – motore primo, l’occhio umano che fissa e costruisce: si apre (e guarda lontano, attraverso piccole lacerazioni della tela) a una “Luna” (datata 2010, acrilico su tavola), affatto splendente, nella cui parte centrale trovano spazio gli apici di pazienti fili d’erba, questa volta di un verde che tende quasi al giallo; come, inaspettato, un grande fiammeggiante disco rossastro e giallognolo nella sua parte superiore (“Luna rossa”, acrilico su tavola, 2000), crateri e valli ben delineati, ombre e luci che intessono chiaroscuri, una immaginazione di vita spenta che cattura l’attenzione di chi guarda.

Dicevo poco sopra di “un mondo di magie”, di un ambiente per molti versi affidato alla memoria ma altresì “irreale”. Non certo difficile da pensare, ma forse necessario di un cauto avvicinamento, di un ripensamento, di una definizione che s’avvicina e s’impadronisce dello spettatore poco a poco. Scrive ancora Dellaferrera che l’opera dell’autore “sembra suggerirci che non tutto debba essere conosciuto. Che l’esigenza di comprendere, delimitare e definire possa essere sospesa per lasciare spazio a una forma di esperienza più originaria: la percezione. Prima di pensare ciò che vediamo, vediamo. E forse non soltanto cronologicamente. La percezione, in Montà, sembra precedere il pensiero anche in senso ontologico: non è semplicemente il primo momento di un processo cognitivo che terminerà nella conoscenza, ma una modalità autonoma di essere in rapporto con il mondo. L’opera non rappresenta allora soltanto un bosco. Rappresenta l’istante stesso nel quale un soggetto percepiente e una realtà percepita entrano in relazione”.

e. rb.

Nelle immagini, opere di Fernando Montà: “Physis”, acrilico su dodici tavole; “Luna rossa”, acrilico su tavola, 2000.

“Tessile e Tecnologia”. Al Museo di Chieri

Una giornata di studio in occasione della “Festa Patronale” della Città collinare

Martedì 15 settembre, ore 15,30

Chieri (Torino)

Nella settimana celebrativa della “Festa Patronale” della Città di Chieri (dedicata a “Santa Maria delle Grazie”, con festeggiamenti e iniziative equamente articolate tra “Sacro” e “Profano” ad iniziare ufficialmente da lunedì 14 settembre), era impensabile escludere dal programma di “Festa”, quell’autentica chicca storico-artistica della Città qual è il suo celebre “Museo del Tessile”, situato nell’ex “Convento di Santa Chiara” e testimonianza ben concreta di quella “vocazione tessile”, che dal Basso Medioevo ha fatto della Città uno dei massimi centri italiani di produzione e commercio di tessuti, famosi su tutti il “fustagno” accanto all’uso del “gualdo” (o “Isatis tintctoria”) pianta da cui si ricava un prezioso “colore blu”.

Così, anche quest’anno, per l’occasione, martedì 15 settembrecon inizio alle 15,30, si torna a rinnovare l’“appuntamento specialistico” annuale al “Museo” di via Santa Clara, incentrato, per l’edizione 2026, sul tema “Tessile e Tecnologia”. Appuntamento aperto a tutti (di sicuro interesse non solo per gli “addetti ai lavori”)  e a ingresso libero.

La giornata di studio si terrà nella “Sala Polifunzionale” del “Museo” (allestita, per l’occasione con disegni tecnici per componenti di telai meccanici) e si aprirà con il saluto istituzionale della “Fondazione” e di Antonella Giordano, assessora alla Cultura della “Città di Chieri”, maggior sostenitore dell’evento.

Dopo una breve introduzione al tema di quest’anno, seguiranno gli interventi dei relatori ospiti. Per prima, Silvana Nota, critica e curatrice d’arte, spazierà “Tra arte, telaio tradizionale e telaio digitale”, soffermandosi anche su casi esemplari di “Fiber Art” (linguaggio dell’arte tessile contemporanea che assume a mezzo espressivo fibre tessili, filati, tessuti o materiali flessibili di vario genere), di cui è massima e riconosciuta esperta.

A seguire toccherà ad Elena Baistrocchi, direttrice della “Fondazione Arte della Seta Lisio” di Firenze, discutere proprio di “Tecnologia e tradizione tessile: un rapporto alla pari”, presentando l’attività di studio, progettazione e produzione di tessuti contemporanei ispirati alle tecniche storiche presso l’eccellenza fiorentina da lei amministrata e con cui la “Fondazione Chierese per il Tessile” ha intrecciato un’intesa consolidata ormai nel tempo.

A chiudere gli interventi, sarà la “digital designer” Giulia Panero che presenterà gli esiti della sua ricerca di tesi “Trame sonore” con cui si è diplomata a pieni voti all’“Accademia Albertina” di Torino nel luglio scorso, adiuvata dal relatore Stefano Sasso, docente di “Sound Design” e dal co-relatore Melanie Zefferino, docente di “Cultura Tessile” (nonché presidente della “Fondazione Chierese per il Tessile” e del “Museo del Tessile”), che contribuiranno all’intervento della giovane artista torinese.

L’installazione artistica “interattiva” di Giulia Panero, che coniuga “cultura materiale tessile” e “tecnologia del suono”, sarà esposta nell’ambito del convegno.

Come di consueto, grazie a Mitti BaiottiLaura ScagliaWalter Borsetto e ad altri collaboratori, preziose “guide”  della “Fondazione”, la giornata terminerà con una “visita guidata” al “Museo” e all’“Orto del Tessile” di Chieri.

 

Ingresso libero al Convegno e al “Museo”.

Prenotazione obbligatoriaprenotazioni@fmtessilchieri.org

Per ulteriori info: “Museo del Tessile”, via Santa Clara 6, Chieri (Torino); tel. 329/4780542 o www.fmtessilchieri.org

g.m.

Nelle foto: “Fondazione Arte della Seta Lisio”; Silvana Nota e Giulia Panero

Il Frutteto dell’Abbazia di Vezzolano

È carico di frutti, rigoglioso e poetico come sempre, il Meleto di Vezzolano, ad Albugnano, nato accanto alla millenaria Abbazia, uno dei più importanti monumenti medievali del Piemonte, tra boschi e vigneti sulle colline astigiane. Si raccolgono le prime mele mentre tutto intorno impazza la vendemmia, anticipata per il caldo torrido. Illuminato dal sole, il Frutteto della Chiesa Canonica di Santa Maria di Vezzolano (questo il vero nome dell’edificio religioso) risplende di fascino e pare ancora più bello del solito. Compie 30 anni di vita e riprende l’antica tradizione dei monaci che coltivavano alberi da frutto per la propria comunità religiosa. Ma queste sono mele speciali con forme, colori, profumi e sapori che oggi non si trovano quasi più. In questo meleto, nato nel 1996, si trovano le più antiche varietà autoctone di mele che erano a rischio scomparsa. Una cinquantina le piante e 24 le varietà, ogni mela ha un aspetto diverso dalle altre, come avveniva anticamente. E qui sta il valore autentico del meleto che risiede nella tradizione di conservare il patrimonio genetico delle varietà locali senza dimenticare il rapporto storico tra monasteri, il paesaggio e la coltivazione della terra. La varietà più precoce è la San Giovanni, poi la Ciocarina rossa, raccolta a fine settembre, mentre nella prima metà di ottobre si raccolgono Pom Arnent, Marcon e Ciocarina bianca. Il terreno dietro la Canonica di Vezzolano fu affidato negli anni Novanta a un gruppo di volontari che decisero di ricreare, indagando antichi disegni, un frutteto simile a quello dell’epoca medievale. Si costituì così “il Frutteto della Canonica-Comitato per la salvaguardia del paesaggio rurale” di cui fece parte, tra gli altri, lo scrittore Carlo Fruttero. Purtroppo il meleto non è visitabile, non è infatti inserito nel percorso di visita dell’abbazia, un vero peccato, si può però vedere dall’alto, dal piazzale della chiesa, meglio di niente. Si può entrare solo per attività didattiche e agronomiche con i soci dell’associazione “Frutteto di Vezzolano”.
                                                                                             Filippo Re

Al Circolo degli Artisti la mostra “Il sé, i fiori e il vento” dell’artista Nadia Carrà

Sarà inaugurata lunedì 7 settembre prossimo, alle ore 17, presso la Giardiniera Reale, la mostra personale di Nadia Carrà dal titolo “Il sé, i fiori e il vento”, promossa dal Circolo degli Artisti di Torino. Tre sono i simboli e gli archetipi rappresentativi dell’esposizione e della ricerca dell’artista che, attraverso essi, entra in una dimensione di legami che le società occidentali hanno perso progressivamente nel tempo, a partire dal Novecento. Il tema del “sé”, riportato nell’arte di Nadia Carrà al suo stato più puro, fanciullesco e privo di sovrastrutture, entrerà in contatto con un rinnovato sguardo sulla bellezza, la caducità e la delicatezza dei fiori, evocati nelle sue opere pittoriche come una sorta di tenero monito contro la dimenticanza, mossi dallo stesso vento che sfiora la materia e la vita, eterna rappresentazione del tempo che attraversiamo e da cui inevitabilmente veniamo attraversati.
Un viaggio artistico nell’identità e nella coscienza, quello di Nadia Carrà, espresso nell’originalità di una tecnica pittorica libera, scevra da gabbie stilistiche “accademiche” che andrebbero a rallentare il rapporto volutamente empatico con il pubblico.

Nadia Carrà è un’artista visiva autodidatta, i suoi studi sono basati su una profonda osservazione della luce volta alla visione interiore che traspare nei suoi dipinti, sculture e installazioni, elevando così l’arte pittorica e scultorea da semplice materia a vero e proprio spirito.

Giardiniera Reale – corso San Maurizio 6, Torino

“Il sé, i fiori e il vento” – mostra personale di Nadia Carrà dal 7 al 20 settembre 2026 – inaugurazione lunedì 7 settembre alle ore 17.

Orari: da lunedì a venerdì ore 15.30/19.30 – sabato e domenica su appuntamento.

Ingresso libero

Info: www.circoloartistitorino.it – info@circoloartistitorino.it

Mara Martellotta

Quando la macchina smette di calcolare e comincia a pensare: la GAM acquisisce tre opere di Vincenzo Agnetti  

Grazie al contributo di Strategia Fotografia 2026, il museo torinese arricchisce le proprie collezioni con tre lavori storici del ciclo Macchina drogata. Un’acquisizione che dialoga con la mostra dedicata all’artista e che, a più di cinquant’anni di distanza, interroga ancora il nostro rapporto con tecnologia, linguaggio e creatività artificiale.

Cosa accade quando una macchina smette di fare ciò per cui è stata costruita? Quando un oggetto progettato per calcolare viene sottratto alla sua funzione, alterato, spinto fuori dalla logica della precisione e trasformato in qualcosa di imprevedibile?

È da una domanda che oggi sembra appartenere pienamente al nostro tempo, sospeso tra intelligenza artificiale, automazione e creatività tecnologica, che prende forma una delle ricerche più radicali di Vincenzo Agnetti. E proprio a quell’universo la GAM di Torino dedica ora un nuovo e importante capitolo.

La Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea si è infatti aggiudicata il contributo di Strategia Fotografia 2026, l’avviso pubblico promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, destinato all’acquisizione di tre opere di Agnetti, Oltre il linguaggio, realizzate tra il 1969 e il 1970 e appartenenti al celebre ciclo della Macchina drogata. Un ingresso significativo nelle collezioni del museo che arriva mentre è ancora in corso, fino al 1° novembre 2026, la mostra dedicata alle sperimentazioni fotografiche dell’artista tra gli anni Settanta e Ottanta, nell’ambito del progetto Vincenzo Agnetti in occasione del centenario della nascita dell’artista e curato da Chiara Bertola con Virginia Lupo.

Una calcolatrice fuori controllo

La Macchina drogata nasce da un gesto tanto semplice quanto rivoluzionario: Agnetti interviene su una macchina calcolatrice, privandola della sua funzione originaria e trasformandola simbolicamente in una sorta di co-autrice dell’opera. La macchina, insomma, non deve più soltanto eseguire. Può sbagliare, deviare, produrre un risultato inatteso.

È qui che l’artista mette in crisi alcuni dei grandi miti della modernità: l’affidabilità della tecnica, la razionalità dei sistemi, la possibilità stessa di ridurre il linguaggio a un codice perfettamente controllabile. Il successivo intervento sul materiale fotografico restituisce immagini enigmatiche, sospese tra documento e invenzione, tra calcolo e poesia.

Guardate oggi, queste opere sembrano quasi aver attraversato il tempo con una certa dose di preveggenza. In un presente in cui affidiamo sempre più spesso alle macchine la capacità di produrre testi, immagini, idee e persino simulazioni della creatività, le domande poste da Agnetti oltre mezzo secolo fa acquistano una nuova e sorprendente risonanza.

Può una macchina essere creativa? Che cosa accade quando l’automatismo si inceppa? E, soprattutto, chi è davvero l’autore di un’immagine quando il processo creativo viene condiviso con uno strumento?

L’acquisizione delle tre opere non rappresenta soltanto un riconoscimento per il progetto espositivo dedicato ad Agnetti, ma contribuisce a costruire all’interno della GAM un nucleo sempre più organico attorno alla sua ricerca. Le opere entreranno nel percorso della collezione permanente nell’autunno del 2026, in occasione della presentazione del catalogo della mostra, realizzato in collaborazione con l’Archivio Agnetti. Andranno così ad affiancare Photo-graffia, già entrata nelle collezioni del museo nel 2024 grazie al sostegno della Fondazione Arte CRT. Un percorso che permette di raccontare con maggiore continuità la ricerca di uno dei protagonisti più originali dell’arte concettuale italiana del secondo Novecento, mettendola inoltre in dialogo con altri grandi nomi della fotografia italiana già presenti nelle raccolte della GAM, da Luigi Ghirri a Mario Giacomelli, fino a Claudio Abate.

Valeria Rombolà

Foto: Vincenzo Agnetti, oltre il linguaggio, 1969 (particolare) ingrandimento fotografico di colore verde su tela emulsionata. Opera acquisita nell’ambito del progetto vincitore di Strategia Fotografia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

 

SUSART, il 5 e 6 settembre un evento spin-off di Torino Comics

 

Al Castello di Adelaide, al Parco di Augusto e all’Anfiteatro Romano

La città di Susa si prepara ad accogliere la prima edizione di SUSART, nuova manifestazione spin-off di Torino Comics in programma sabato 5 settembre dalle 11 alle 23, e domenica 6 settembre dalle 11 alle 22. L’evento, a ingresso gratuito, è organizzato da Torino Comics in collaborazione con la Pro Loco Susa e Susa Eventi, con il patrocinio del Comune di Susa.
Il castello di Adelaide, Museo Civico della Città di Susa, ospiterà due percorsi espositivi. Il primo riguarda “L’arte nel piatto”, mostra di oltre cinquanta piatti di ceramica originali firmati da importanti autori del fumetto, realizzati nel corso di diversi anni e raccolti da Massimo Pasquali e Vittorio Pavesio.
Sempre negli spazi del castello verrà allestita la mostra intitolata “Il soffio del drago”, dedicata alle opere di Emanuele Manfredi, illustratore italiano legato al fantasy e all’immaginario tolkeriano. L’esposizione accompagna il pubblico in un viaggio tra creature leggendarie, tavole originali, quadri realizzati con tecniche tradizionali e opere digitali, esplorando la figura del drago come simbolo di forza, mistero, conoscenza e immaginazione.
Nello spazio esterno al castello trova la sua localizzazione l’area autori e lo spazio di Poste Italiane. Sono presenti ospiti del mondo del fumetto e dell’illustrazione pronti a incontrare il pubblico, tra cui Vittorio Pavesio, Emanuele Manfredi, Maurizio Manzieri, Sergio Giardo, Andrea Siliano, Nashmin Valadi, Federico Butticé.

Domenica 6 settembre, alle 16, Claudio Chiaverotti e Davide Furnò, moderati da Giancarlo Vidotto, saranno i protagonisti di un incontro dedicato ai quaranta anni di Dylan Dog. All’interno del castello è  anche presente un’area videogames con quindici postazioni tra Xbox One , Playstation 5 e Nintendo Switch, dedicate a free play e tornei.

Tra i contenuti principali del parco di Augusto, che ospita artisti performanti, oggettistica, gadget e attività pensate per accompagnare il pubblico lungo il percorso della manifestazione, è  presente il Quartiere Giapponese, curato da Okugi, con attività dedicate alla cultura nipponica, dal torii caratteristico agli origami, dagli oggetti per cosplay ai giochi a tema, dal mercatino vintage ai ritratti d’autore. Nell’area è anche allestito un piccolo palco per momenti di animazione a cura delle associazioni cosplay presenti. Nel Parco di Augusto inizia la Passeggiata dell’Eroe, un cammino guidato in cui cosplayer vestiti da supereroi accompagnano il pubblico tra le aree di SUSART, il cui cuore della manifestazione è rappresentato dall’Anfiteatro Romano.
Nell’area viene allestita una tensostruttura dedicata all’aspetto commerciale, con stand, associazioni cosplay e attività per il pubblico.
L’associazione La Fortezza propone attività di gaming, giochi di ruolo, iniziative a tema fantasy, con un focus dedicato al mondo di Harry Potter. Qui viene allestito il palco principale, con un fitto programma di musica live, cosplay e spettacoli per tutta la durata dell’evento.

Sabato 5 settembre sono previsti i concerti dei Gremlins Soundtracks, una band torinese che si dedica alle colonne sonore di film e telefilm degli anni Ottanta e Novanta; di Denny Angileri, con il suo progetto dedicato alle canzoni dei videogiochi, e The Surf Riders, band torinese che rilegge brani surf, brani vintage e hit internazionali in chiave strumentale.
Domenica 6 settembre saliranno sul palco i vincitori della Battle of the Bands di Torino Comics 2026, i Sides, e gli Hellfire, tributo band dei Metallica.
Sempre domenica sono previsti il Cosplay contest classico e uno spettacolo K- pop a tema Demon Hunters. Sabato sarà dato spazio allo showcase cosplay, sfilata non competitiva  dedicata ai costumi e alla creatività  dei partecipanti.
L’area ospita inoltre una proposta food & beverage , con possibilità di cenare durante i concerti e un’offerta legata allo street food.

Mara Martellotta

Il castello di Agliè, una residenza sabauda nel Canavese

Bellezza, arte, poesia e un po’ di cinema

Eretto nel XII secolo dalla famiglia dei conti San Martino nell’omonimo borgo, uno dei più famosi del canavese, fino al 1600 il Castello di Agliè mantenne l’aspetto di un forte con tanto di muraglia difensiva e fossato.

I primi interventi per renderlo dimora furono fatti a fine secolo dal Conte Filippo che affidò il progetto all’architetto Amedeo di Castellamonte: venne rivisitata la facciata interna, creata la cappella e le due gallerie. Nel 1764 fu venduto al re Carlo Emanuele III dando inizio così alla prima epoca sabauda e divenendo una delle residenze estive reali. Vengono ricavati nuovi appartamenti, edificata la chiesa parrocchiale della Madonna della Neve, collegata al castello così che i membri della famiglia potessero raggiungerla senza essere visti, ampliato il giardino in stile italiano, costruita la fontana dei Fiumi, Dora Baltea e Po, con le belle sculture dei fratelli Collino. Durante il governo di Napoleone venne ceduto perdendo così il tono regale e sontuoso e venendo utilizzato invece come ricovero per i poveri.

Carlo Felice a inizio del 1800 lo rivolle fortemente e gli ridiede un aspetto sfarzoso grazie anche all’intervento dell’architetto Michele Borda che introdusse gli arredi in stile Carlo X, costruì un teatro gioiello e inserì una bella collezione di opere d’arte. Nello stesso periodo vennero introdotti diversi reperti relativi a vari scavi archeologici che Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice, aveva seguito personalmente nel Lazio.

Nel 1939 il castello fu venduto allo Stato con la gestione della Soprintendenza ai Monumenti e dei Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte che ancora oggi si occupano del suo mantenimento e della sua salvaguardia. Dal 1997 è parte del Patrimonio Unesco e del circuito dei Castelli del Canavese.

Grazie alla sua bellezza ed eleganza i visitatori sono in costante aumento, la varietà di stili architettonici che si sono susseguiti storicamente e i diversi spazi interni ed esterni da visitare: i saloni, la biblioteca, il teatro, la cappella, i giardini pieni di alberi secolari e serre, attraggono turisti e curiosi da tutta Europa.

Al Castello di Agliè furono dedicati alcuni versi dal poeta Guido Gozzano che durante le sue vacanze di bambino giocava sul piazzale antistante ed è stato un meraviglioso sfondo cinematografico dove sono state ambientate alcune fiction come Elisa di Rivombrosa e Maria José, un luogo dunque dove la magia dell’arte, le storie legate alle famiglie reali, la grandiosità architettonica e la bellezza nella natura si intrecciano conferendogli lo status di meraviglia non solo piemontese ma del mondo intero.

Maria La Barbera

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

I Templari in Val di Susa

 Andare in montagna significa anche scoprire la storia delle nostre vallate, dei nostri borghi, della gente che ci abita, di tradizioni e costumi che sembravano perduti ma che in realtà sono ancora vivi e presenti e ci raccontano storie che neanche conoscevamo.

Recarsi per esempio in Val di Susa, così vicina a Torino e così ricca di memorie storiche, significa ripercorrere fatti ed eventi che affondano le radici ben prima dell’era cristiana. Da Annibale che con 30.000 uomini e 37 elefanti da battaglia valicò nel 218 a.C. il Moncenisio o forse il Monginevro, ma non si escludono altri passaggi come sul Piccolo San Bernardo o addirittura sul Monviso, ad Augusto che a Susa, 2000 anni fa, di ritorno dalla Gallia, si fermò a Segusium (Susa romana) per fare la pace con le bellicose tribù delle Alpi Cozie. Da Costantino il Grande che nel 312, proveniente dalla Britannia e diretto a Roma, scese a Susa per sbaragliare le truppe dell’usurpatore Massenzio fino a Carlo Magno che alle Chiuse di Susa (le rovine delle fortificazioni sono ancora parzialmente visibili) sconfisse nel 773 i Longobardi di Desiderio che il torinese Massimo d’Azeglio ha illustrato in un prezioso bozzetto. Grande storia, grandi eventi hanno segnato la Val di Susa ma ci sono anche storie minori o anche solo oggetti e simboli che ci ricordano il passaggio da queste parti di personaggi altrettanto importanti. Come i Templari che spuntano ovunque, come i funghi in Val Sangone, e spesso vengono visti in luoghi dove in realtà non sono mai stati. E proprio una leggenda valsusina narra che i Templari sarebbero saliti alla Sacra di San Michele arrampicandosi, a piedi e a cavallo, sul monte Pirchiriano ottocento anni fa. I Cavalieri del Tempio si sarebbero ritrovati nell’antica abbazia per trattare il passaggio di alcuni monaci alla Confraternita esoterica e religiosa dei Rosacroce. Tre croci incise nella pietra accanto alla porta dell’Abbazia, la Porta di Ferro, dimostrerebbero l’attendibilità dell’incontro. È probabilmente solo un racconto popolare ma tra il Piemonte e i Templari, ordine religioso-militare fondato nel 1119, poco dopo la prima Crociata, c’è sempre stato un forte legame storico. Si sa infatti con certezza che i Templari furono presenti in molte città e paesi del Piemonte, tra cui, Cuneo, Alba, Ivrea, Moncalieri, Torino, Chieri, Casale, Vercelli e Novara. Anche in Val di Susa è stato registrato un certo via vai di templari. Da fonti storiche risulta che il più antico insediamento templare, risalente al 1170, fu presumibilmente quello di Susa e presenze templari sono state individuate nella vicina San Giorio, a Villar Focchiardo e a Chiomonte. Sorprendente e imprevisto è stato il ritrovamento negli anni Novanta, da parte di alcuni esperti guidati dalla studiosa Bianca Capone Ferrari, di alcune croci templari nel piccolo comune di San Giorio, alle porte di Susa. Una croce è murata nella facciata della canonica che in tempi antichi era quasi certamente una fortezza da cui si controllavano i movimenti nella valle attaversata dalla Dora Riparia mentre sull’arco del portale laterale di una cappella del XIII secolo, che si trova nei pressi della chiesa parrocchiale, risplende un’altra croce templare. Si ritiene pertanto probabile che a San Giorio fosse presente un presidio militare dei Cavalieri rosso-crociati a difesa della valle e del ponte sulla Dora. È stato finora impossibile accertare il luogo esatto dell’insediamento templare a Susa (forse si tratta della chiesa di Santa Maria della Pace sulla Dora), tuttavia esistono documenti che confermano la presenza in città di una “domus templi”, come dimostra la magnifica croce a otto punte scolpita in un fianco della cattedrale di San Giusto.

Filippo Re

(foto LIGUORI)