Ho sentito il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Prima mia reazione: forte perplessità. Chiarisco per non essere frainteso. Anche grazie ai suoi modi garbati giganteggia nei confronti degli attuali politici. Nani e ballerine, tutti chiacchiere e fumo. Ma ammetto di essere stato deluso perché da lui mi aspettavo molto di più. Mi aspettavo che cercasse di riempire il totale vuoto in cui siamo tragicamente caduti. Appunto, solo ed esclusivamente proclami a cui non segue nulla . Poi Beppe Grillo che ci fa dono del suo corpo da culturista. Memore dell’essere un uomo di spettacolo. Il ritorno di Dibba che con Giggino farà coppia fissa alla Cric e Croc. Il nostro Conte avvocato e per caso Presidente del Consiglio. Addirittura il mite Tria che accusa l’opposizione perché lui non ha scritto in tempo utile i cambiamenti imposti e dettati dai burocrati europei. Ed infine (ma non ultimo come capacità di eloquio e presenza scenica) Matteo Salvini il milanese alla conquista dell’Italia e dell’Europa. Lui presente cento volte al giorno. Fa cinque comizi dal Brennero a Lampedusa cambiando uniforme sei volte al giorno: ha delle crisi esistenziali. In fondo sono tutti uomini di spettacolo. Capisco di aver preteso troppo dal nostro Presidente della Repubblica. Ciò che non mi aveva convinto è presto detto: concetti assolutamente condivisibili ma detti con tale genericità che di fatto hanno portato tutte le forze politiche nel riconoscersi in queste dichiarazioni. Eppure lo scontro in Parlamento e non solo tra partiti è palese e negarlo risulterebbe dannoso perché si nega la realtà dei fatti. Ma Mattarella deve parlare a tutto il Paese. Sappiamo che il nostro è un paese strano, diciamolo pure, particolare. Così Giggino precipita nei consensi tra il popolo che cita ogni volta. È viceversa il suo sodale Matteo Salvini continua nel volare nei consensi elettorali. Ma non sono tutti e due nello stesso governo? Insieme nel bene e nel male? Appunto siamo un Paese strano. Questa é la realtà con cui fa i conti il nostro Capo dello Stato. Difficile se non impossibile prescinderne. Poi Sergio
Mattarella vuole e deve essere il Presidente di tutti gli Italiani. Piaccia o non piaccia noi siamo anche questo, con i difetti e i pregi di un popolo che da quasi 3000 anni diciamo la nostra nella Storia. Alti e bassi. Oggi è un momento storico opaco. Diciamocelo, abbiamo visto tempi migliori. Nella storia remota come nella storia prossima. Vale l’inverso ed anche in passato hanno vissuto momenti opachi. Bisogna o bisognerebbe costruire una base per ritornare ai tempi migliori. Se non ai fasti del passato, ad una vera ripresa in mano del nostro destino. Questo è lo sforzo in positivo che ha cercato di fare il nostro Presidente della Repubblica. Sforzo titanico. Obbiettivo condivisibile. Questo ( forse ) non ho inizialmente capito. Difficile essere razionali e logici difronte ad una realtà irrazionale ed illogica. Ci si mette anche il Ministro Toninelli che blocca gli aumenti dei pedaggi per tutta Italia tranne per il Piemonte e la Valle d Aosta. Ma che gli abbiamo fatto di male? Vero ( probabilmente) la maggioranza della popolazione è pro Tav. Vero anche che tra un po’ sarà smentito un’ altra volta. Lui ci è abituato. Figuraccia più figuraccia meno, poco importa. Ma che cosa gli abbiamo fatto? Fa tutto da solo. Noi piemontesi abbiamo la colpa di ” non essere del giro”, di non contare per l’asse del governo Asburgico e Borbonico. È Loro continuano facendo danno su danno. Non si vede la luce. Indubbiamente. Ma non ci si deve arrendere. Ed il senso del limite del Presidente della Repubblica è uno dei pochi se non l’unico punto di ancoraggio per le nostre speranze. Anche per questo ho cambiato il mio giudizio sul discorso di fine anno.










Era un mercoledì, il 22 giugno del 1927. Un giorno apparentemente come tanti altri se non fosse che proprio quel mercoledì vennero messi in vendita i primi Jukebox. E fu una vera e propria rivoluzione per la musica. Bastava introdurre una moneta e girare una manovella per selezionare un disco tra quelli esposti in una vetrina rettangolare. Così funzionavano i fonografi a moneta, antesignani dei jukebox moderni, che furono messi in commercio per la prima volta dalla Ami, un’azienda già nota per la produzione di pianoforti a gettoni, la cui diffusione aveva aperto la strada ai mitici “contenitori armonici” (traduzione letterale del termine). Le prime versioni di jukebox erano in legno e contenevano 12 dischi a 78 giri. I prodotti Ami si affermarono soprattutto in Europa mentre negli Usa conquistarono il mercato marchi come Wurlitzer, Seeburg e Rock-Ola. Tra i primi in Italia a costruirli – su licenza della Ami – ci fu la Microtecnica di Torino, un’azienda con sede in piazza Arturo Graf, nei pressi via Madama Cristina, nel rione di San Salvario, specializzata nelle lavorazioni meccaniche di precisione. I cari, vecchi jukebox, hanno sempre esercitato un grande fascino, offrendo la colonna sonora per intere generazioni che si sono incrociate, magari nel lido di una spiaggia o in un bar di uno sperduto paesino. Del jukebox , i meno giovani, rammentano non solo i motivi delle canzoni ma anche il rumore del gettone o della moneta, il clank clank della meccanica che si muoveva per selezionare il disco, il fruscio dei 45 giri di vinile suonati decine di volte al giorno. In
Italia il jukebox divenne celebre grazie al Festivalbar, trasmissione che premiava la canzone più “gettonata” nei jukebox di tutto il paese. Non si contano i film dove i jukebox accompagnano le scene, come in Grease ma non vi è dubbio che una delle figure mitiche è stata quella di Arthur Fonzarelli, il “Fonzie” della famosissima serie televisiva Happy Days, che faceva partire quello del ristorante diArnold’s con un pugno, ascoltando i successi di Elvis Presley. Poi, nel tempo, sono venuti i mangiadischi (i giradischi portatili), le audio cassette da infilare nel registratore o nell’autoradio, i cd dei Walkman e infine i lettori Mp3 e chissà qual’altra diavoleria. Ma il jukebox rimane il jukebox. E niente e nessuno potrà prenderne il posto nella storia.
