LIBRI / NON SAPEVAMO DI ESSERE GIRASOLI
Maria Luisa Mosele pp. 280 – 16,00 €
Il libro d’esordio dell’autrice Maria Luisa Mosele che racconta l’appassionante storia di una giovane insegnante degli anni ‘80 che sceglie di insegnare in una scuola delle Vallette, zona di periferia della città di Torino. Marilena prova a cercare il vero spirito della scuola nei segni lasciati nell’anima di coloro che
crescono in quella piccola parte di mondo che è un istituto scolastico. E così s’affacciano alla memoria i suoi ragazzi: Vito, Cosimo, Filomena, Martina, Anna… tante storie segnate da violenza, paura, miseria. I numerosi figli del “treno del sole”. Un biglietto di sola andata e una valigia di cartone piena di speranza nel futuro e di amara nostalgia per la terra natia. Un popolo di emigranti. A Torino, ad attenderli, le Vallette, una sorta di paese a sé, senza servizi, ai margini della città dei piemontesi. Palazzine grigie e “case bianche” riservate agli indigenti. Desolazione e aria marcia intorno alle vie dai nomi profumati. La strada, teatro di vite bruciate, è dove si trova la “roba”. E poi il carcere che ha preso il nome di quel posto, quasi a connotarlo. E così Marilena si ritrova in una scuola media di quel quartiere nel 1983. Intorno a lei adolescenti allo sbando che collezionano botte, fallimenti e pluribocciature. Emozioni forti abitano i loro giovani corpi che parlano ad adulti assenti: il loro unico rifugio è il branco. Annaspano cercando di non affondare nel mare di malessere e di solitudine nel quale navigano senza rotta. Ma non tutti ci riescono. Le loro storie si intrecciano con quella di Marilena: il suo vissuto doloroso di bambina umiliata e denigrata, poi adolescente sciatta e tormentata, le fa ritrovare se stessa nello sguardo di quei ragazzi. Fili invisibili li uniscono. Ma la sua determinazione la conduce per una strada in salita, molto faticosa, dove la aspettano i suoi ragazzi che gridano senza voce: vogliono uscire dal buio del loro assordante silenzio per esistere agli occhi di coloro che sono ciechi e sordi.
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Quando studiai un po’ di storia del quartiere San Salvario per una lezione che tenni nella sede del quartiere e il cui testo è rimasto in rete, constatai che uno dei motivi, se non il principale, di degrado della zona circostante la stazione è stata ed è la stazione stessa . Non si tratta certo di un unicum perché in tutte le grandi città è così. A Napoli, è opportuno, arrivando in treno, infilarsi subito in un taxi, magari abusivo, perché l’aria stessa della stazione è irrespirabile. Io che abito a qualche centinaio di metri da Porta Nuova, potrei migliorare le mie condizioni di vita, ma questo è un discorso individualistico che non ha nessun valore, anche se una parte di città potrebbe trarre un giovamento della chiusura della stazione, anche per la zona di via Sacchi sempre più abbandonata a sè stessa. Anche l’urbanista e deputato comunista Alberto Todros, uomo colto ed anche ironico (virtù quasi sconosciuta nel Pci) sosteneva con passione la tesi della città futura costruita sugli spazi liberati dai binari di Porta Nuova. I comunisti nel 1985 andarono al potere ma tra i mille errori che commisero in dieci anni, non ci fu quello di chiudere Porta Nuova come stazione centrale. Commisero l’errore storico di bloccare la costruzione della Metro , condannando la città ad una mobilità sempre più insoddisfacente. Ma non seguirono Todros che pure era allora un leader importante.

Esso si affaccia sulla ottocentesca Piazza Solferino ed è una delle realtà maggiormente attive e conosciute, insieme ai teatri Regio e Carignano.
Nel 1949 ulteriori restauri comportano l’ampliamento della platea e l’annessione delle due attuali gallerie.