redazione il torinese

La realtà e i fantasmi nella Napoli magica e contraddittoria di Ferzan Ozpetek

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

 

Napoli come immagine di vita e di morte, con i suoi riti e le sue magie, i selciati delle piazze e i vicoli stretti e affollati, il sole che illumina e le ombre che nascondono, gli antri e i sontuosi palazzi di una nobiltà antica. Decadente e vitale, sacra e profana. La Napoli – è lei la vera protagonista del film, a lei il film è dedicato, in basso a destra sull’iniziale sfondo nero: “A Napoli” – della morte, e Ferzan Ozpetek ha avuto ben presente il “forte senso di morte” che occupa la città campana e su questo senso ha costruito Napoli velata, mescolando ancora una volta la realtà e una suprema immaginazione, la vita di tutti i giorni e i ricordi che accompagnano i personaggi e lo spettatore allo stesso tempo in un passato che stupisce e sconvolge e coinvolge come già in un domani che si stabilisce in ben diverse dimensioni, frutto di sciamaniche premonizioni. Una cifra che amiamo – in una filmografia che ha toccato piccoli capolavori e che ha pure avuto riuscite assai inferiori -, da Saturno contro a Mine vaganti, qui il maggior termine di paragone potrebbe essere Magnifica presenza, se là il tono, dentro gli incubi di Elio Germano, non fosse stato quello prepotente e sinistramente allegro della commedia.

La professione di anatomopatologa obbliga anche Adriana (una Giovanna Mezzogiorno più sconcertata che convinta, lontana dal viaggio nel cuore e nella mente che era stato La finestra di fronte) a vivere con i morti, a immergersi in quel senso mentre attraversa con le sue solitudini i corridoi sotterranei dell’ospedale. È il rito antico e ambiguo della “figliata”, del “parto maschile” rappresentato attraverso un finissimo velo a iniziare la sua vicenda e l’incontro con uno sconosciuto con cui trascorrerà una notte ad alta componente erotica, come raramente s’è visto sullo schermo. Una storia che potrebbe continuare, un altro appuntamento stabilito ma il ragazzo, tra le sculture e gli affreschi carichi d’amplessi staccati dalle case di Pompei del Museo archeologico non si presenterà: Adriana lo ritroverà cadavere sul tavolo freddo del suo lavoro. Di qui non si dovrebbe raccontare più nulla di Napoli velata, lasciando a chi guarda il piacere di addentrarsi, accompagnato dai movimenti lenti e barocchi della macchina da presa, nella costruzione, non sempre perfetta (la sceneggiatura è firmata con il regista stesso da Gianni Romoli e Velia Santella) dei fantasmi – perché di fantasmi ci parla Ozpetek sopra ogni cosa – di Adriana, del dramma che l’ha segnata sin dall’infanzia, delle sue scoperte che potrebbero spingerci troppo malamente a definire un thriller il film, del doppio che è un’altra cifra cardine della storia, delle sovrapposizioni (forse potremmo scomodare anche il grande Eduardo di Questi fantasmi) e degli sguardi e delle parole artefatti, del vedere e del sentire (uno dei momenti più belli è il riandare con la memoria della zia Anna Bonaiuto al perduto amore, con le voci che s’accavallano in un misto affascinante di passato e presente), della vita della protagonista rimaneggiata e rifatta a propria immagine, negativamente (il frigo pieno di roba messa lì a imputridire, da mettere nei sacchi di plastica per essere buttata via, quando in altre occasioni il cibo era messo al centro con l’allegria di questa o quella situazione).

A tratti anche il film resta velato, colpevole di un egoismo che t’impedisce di squadernarlo in ogni sua piega, rimanendo nascosto, ondivago, ben lontano dalla volontà che ogni cosa alla fine si chiarisca. Un ultimo sobbalzo di irrealtà, Adriana scompare dietro l’angolo, in modo definitivo, mentre la macchina da presa si blocca sul nulla. Ma nei film di Ozpetek ti piace anche perderti e forse anche questo è bello. Come ti apri in questa Napoli primattrice a certi squarci indimenticabili, dalla casa del principe Caracciolo già set per Viaggio in Italia e L’oro di Napoli, alla farmacia degli Incurabili con le proprie nascoste simbologie alla cappella Sansevero con il Cristo velato, alla grande terrazza dove un gruppo di travestiti in là con gli anni sta giocando a tombola, dinanzi a un panorama indimenticabile. Sono anche i fantasmi di Ozpetek, le sue tematiche qui disordinatamente dilatate, perse in una solare irrazionalità ma pur tuttavia prova – ancora una volta – di un carico di sentimenti che non indietreggia mai dalla più assoluta coerenza.

Nosiglia, il 3 giugno “resta una ferita aperta nel cuore della città e dei suoi abitanti”

L’arcivescovo Cesare Nosiglia, in occasione dell’omelia di fine anno alla Consolata usa parole forti ricordando la tragedia di piazza San Carlo, sulla quale sembra sia calato un velo di silenzio: “resta una ferita ancora aperta nel cuore di tutta la città e dei suoi abitanti, con conseguenze di morte e feriti che ne portano il peso”. Osserva l’arcivescovo: “La magistratura sta facendo la sua parte per quanto riguarda le responsabilità dell’accaduto, ma conta molto anche la presa in carico da parte di tutti i cittadini dell’impegno di vivere la propria appartenenza alla città non solo come un grande contenitore di persone indifferenti ed estranee l’uno dall’altro, ma come una comunità in stile famigliare in cui ciascuno sa di dover contribuire anche con i suoi comportamenti individuali al bene comune di tutti”.

Tragico San Silvestro: investito e ucciso da furgone mentre controlla il motore dell’auto

DALLA CALABRIA

Un 51enne di Pizzo Calabro, titolare di un ristorante,  è morto in un incidente stradale a Maierato. L’uomo stava aiutando  un amico la cui auto ha avuto problemi al motore. Mentre ne stava verificando il funzionamento, è stato investito da un furgoncino guidato da una ragazza. Il ristoratore è morto pochi minuti dopo i tentativi di rianimarlo. Il proprietario del veicolo guasto è rimasto gravemente ferito, come la conducente del furgoncino.

(FOTO: ARCHIVIO)

Una “Santa Barbara” di botti illegali nel retro del bar

I  poliziotti si sono insospettiti per il comportamento di un cliente, un italiano di 25 anni, giunto  a mani vuote nel bar, con la moglie e due bambine in auto, che poi è uscito con un sacco nero dell’immondizia. Decine di botti illegali di capodanno, come ‘batterie di tubi monocolpo e ”cipolle” erano venduti nel retro del negozio. La squadra mobile di Torino ha scoperto una vera e propria “Santa Barbara” in un bar di Nichelino il cui titolare (e un cliente)  è stato denunciato. Gli agenti hanno sequestrato il materiale pirotecnico abusivo.

Allegri: “Per la Juventus un 2017 ricco di soddisfazioni”

Per Massimiliano Allegri il  2017 è  stato un anno “che ha regalato tante soddisfazioni”. Così nel suo  tweet di fine 2017 saluta l’anno che si sta per concludere augurando un buon 2018 “a tutti quelli che amano questo sport e che soffrono ogni weekend per la propria squadra, di qualsiasi colore sia la maglia!”. Sui social scrive anche Paulo Dybala, “due gol e una vittoria a Verona. Sotto con il 2018 ora”. “E’ solo l’inizio. Non ci fermeremo”, le parole  scritte su Twitter da Chiellini dopo la vittoria di Verona.

 

(foto: Claudio Benedetto www.fotoegrafico.net)

Chatta che ti passa – Il deserto della rete

“Chatta che ti passa – Il deserto della rete: un gioco che gioco non è” è un libro di Annamaria Poeta, docente di lingua francese con notevoli competenze digitali. Il testo, edito per i tipi di Zona Contemporanea, verrà presentato, con l’intervento dell’autore, giovedì 4 gennaio, alle ore 16, al Centro San Liborio, in via Bellezia 19 a Torino. L’incontro verrà moderato dal giornalista Massimiliano Quirico. Per informazioni rivolgersi all’Associazione Progetto Angelica, posta elettronica: info@progettoangelica.it

 

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di Pier Franco Quaglieni

Una visione miope anche a Capodanno – L’eleganza tipografica  a Torino – Gualtiero Marchesi senza miti – La massoneria e il Risorgimento – Luraghi, un maestro
***

Una visione miope anche a Capodanno
La rinuncia da parte del Comune di Torino e anche di quello di Moncalieri a realizzare il sottopasso di Corso Maroncelli a Torino rivela una visione miope dei problemi, è una triste testimonianza del declino di Torino,della sua decrescita infelice,l’ultimo atto del 2017 di amministratori inadeguati. I due Comuni non vanno oltre quella che fu la propria cinta daziaria.Un cattivo segno anche per il nuovo anno 2018 che dovrà ancora probabilmente vedere amministratori di tal fatta.  Solo i ciechi non vedono le code immani che in corso Unità d’Italia e in corso Trieste a Moncalieri si creano quotidianamente . In corso Unità d’Italia hanno introdotto qualche anno fa il limite dei 70,ma risulta materialmente impossibile andare oltre i 30. La sindaca Appendino potrebbe cogliere la palla al balzo e trasformare quella che un tempo si chiamava la radiale ed era di rapido scorrimento,in una via privilegiata per le biciclette,come è diventata l’ormai impercorribile, in auto, via Ormea.Nessuno potrebbe lamentarsi perché il tappo di corso Maroncelli costringe ad attese estenuanti con buona pace per l’inquinamento in una zona in cui molti vanno correre, incuranti dei gas di scarico a pochissima distanza. Appare quasi incredibile che in un simile contesto le sole che non possono più passeggiare sono le passeggiatrici che un tempo erano padrone di una parte di quel corso. Le code si determinano ormai ad ogni ora del giorno,ogni giorno.Solo gli amministratori non si rendono conto della realtà . Al confronto è diventata più scorrevole persino via Nizza . L’intoppo rappresentato dalla rotonda di corso Maroncelli è un nodo fondamentale della viabilità urbana ed extra- urbana anche perché collega due autostrade,quella Torino-Piacenza e quella Torino -Savona con il centro della città. Non dare priorità al sottopasso rivela mancanza di capacità a governare e a risolvere i problemi. Il fatto che dicano che mancano i soldi fa ridere perché per tante altre cose meno utili,i soldi si trovano e si sprecano.

***

L’eleganza tipografica  a Torino

Se a Torino si vuole far stampare un biglietto da visita adeguato ,è rimasta solo l’esosissima “Rilievo”che fu d Mario Petronio,un maestro incisore di altri tempi. I biglietti da visita in rilievo sono una sua creazione.Poche persone hanno i mezzi di farli stampare in quella storica,piccola tipografia di via Baretti. C’era la storica tipografia Marchisio in via Maria Vittoria, nel palazzo dell’Accademia delle Scienze dove,usato un carattere ,per stampare un biglietto, non veniva più usato una seconda volta. Una specie di Tallone per i biglietti da visita. Arte pura,precisione meticolosa,un’aria vecchio Piemonte che faceva bene respirare ,andando nella sua sede austera e prestigiosa. C’era anche Giani in via Carlo Alberto , che era anche una cartoleria di altissimo livello. Venne distrutta da un incendio. Il celebre Pineider aveva due negozi a Torino che ha chiuso. Oggi per Pineider bisogna andare a Milano,a Firenze , a Roma. Torino non ha saputo meritare un negozio con carta,biglietti,oggettistica di alta qualità. La stampa a computer ha distrutto questo vecchio mondo fatto di stile e di eleganza. Oggi le stesse tipografie,anche quelle senza storia,sono in crisi. Persino i volantini vengono stampati in casa con il PC.La stampa ben fatta è diventata rarissima,anche i libri non hanno più l’eleganza di un tempo.

***

Gualtiero Marchesi senza miti

E’ stato un maestro,un innovatore rivoluzionario della cucina italiana:così scrivono o dicono più o meno tutti, soprattutto i suoi allievi. Ho conosciuto Marchesi ad Alassio anche in occasione di una cena. Amava la Riviera e ci veniva spesso. Ho assaggiato alcuni dei suoi piatti e mi sono piaciuti. Ma non riesco a capire il risalto spropositato che è stato al cuoco,attribuendogli il conseguimento di riconoscimenti che di per sé non sono gran cosa. Il titolare del “Vascello d’oro “ di Carrù venne nominato commendatore da Ciampi,come venne nominato cavaliere Marchesi da Cossiga. E’ stato un uomo fortunato che ha trovato le strade giuste e soprattutto ha avuto il fiuto di proporre una “nuova cucina” in assenza di altri concorrenti possibili.L’idea di un piatto visivamente attraente ,una sorta di opera d’arte che si ispira alla stessa arte figurativa,è sicuramente un’idea geniale che molti giustamente stanno copiando,avendo capito che ,detto volgarmente, l’occhio vuole la sua parte. Ha avuto anche il merito di rifiutare le stelle Michelin,anche se il suo fu un atto di superbia più che di umiltà,evitando di sottoporsi a dei giudizi. Per motivi che non voglio esplicitare in morte di Marchesi,ho qualche motivo per non unirmi al coro. Nessun motivo particolarmente grave,ma un atteggiamento di superbia e anche di arroganza ,il suo,che mi colpì e che umiliò ingiustamente lo chef presso il quale lo invitai a cena ad Alassio.Poi ,in contemporanea e in piena contraddizione con sè stesso, voleva fare anche il popolare, accettando la compagnia ,a volte, di piccole persone che oggi si vantano di averlo frequentato e conosciuto.Bastino per tutti i “monelli”di Albenga,come vengono chiamati,quelli che, a 70 anni suonati, giocano ancora con le fionde. Vanno ,in ogni caso, distinti Gualtiero Marchesi e i marchesiani,gli allievi o i sedicenti allievi che dopo la morte del maestro si contenderanno il primato nel proseguire il suo lavoro. Marchesi era comunque un uomo pieno di creatività , i marchesiani sono spesso solo presuntuosi,banali,scontati. Loro cercano le stelle Michelin e la visibilità televisiva. Basta leggere un’intervista di Bosonetto,ad esempio,per rendersene conto, senza necessariamente andare a cena nei loro locali. Anzi, molti di loro mettono la loro immagine a servizio della pubblicità delle cucine e persino delle patatine fritte. Troppi sono gli imitatori di Marchesi. Ricordo nel 1986 che un buon ristorante sul lago di Avigliana improvvisò un menu di “nouvelle cousine” dopo aver raggiunto il successo con una cucina tradizionale .Fu un disastro e locale dovette chiudere. Un vero fuoriclasse sarebbe inimitabile. E’ un’osservazione sulla quale riflettere. Parlando d’altro, un po’ la differenza tra Norberto Bobbio e i bobbiani. Il filosofo torinese ebbe il merito di non voler creare una scuola dopo di lui e chi si richiama a lui si rivela inadeguato a seguirne la strada,vuole solo inseguirne la notorietà.

***

La massoneria e il Risorgimento

Paolo Mieli vorrebbe essere uno storico,ma è semplicemente un bravo giornalista che si occupa di storia,divulgandola con un linguaggio semplice,senza scadere nell’aneddotica come faceva Montanelli. Ma certo non ha neppure lontanamente le doti di scrittura scintillante di Indro,anzi il suo modo di scrivere è grigio,opaco,a volte noioso. Si vede che è stato allievo di De Felice,anche se ha scelto una carriera non accademica, per lui incomparabilmente più remunerativa. Sul “Corriere”,prendendo spunto dall’uscita di un libro sui rapporti tra Chiesa cattolica e massoneria,ha scritto un po’ di storia dei Liberi Muratori . E’ interessante l’affermazione relativa alla estraneità dei massoni rispetto al Risorgimento italiano. C’è chi ha sostenuto,i massoni in primis e, per altri versi. alcuni ambienti cattolici, che il Risorgimento è stato opera della massoneria e che Cavour era massone. Si tratta di fantasie perdo-storiche,come avrebbe detto Croce che disprezzava il malcostume massonico che dominava nell’Italia prefascista. Senza attendere Mieli, c’è un libro di Alessandro Luzio,uscito nel 1925, “La massoneria e il Risorgimento italiano”, di fatto non più ripubblicato, che dimostra come la Massoneria compaia in Italia non prima del 1870,se si eccettua Garibaldie i suoi rapporti con il mondo massonico internazionale soprattutto inglese. Il fatto che poi Luzio fosse stato fascista,non inficia la sua opera storiografica. Poi, con la Sinistra storica al potere, la massoneria ebbe cinque Presidenti del Consiglio tra cui Depretis e Crispi. Ma negli anni cruciali la massoneria non ebbe dei ruoli significativi.

***

Luraghi, un maestro

Il 28 dicembre di cinque anni fa moriva lo storico Raimondo Luraghi , il massimo storico militare italiano, autore di un capolavoro, Storia della Guerra Civile americana, la più apprezzata negli Usa. Luraghi ha avuto più riconoscimenti all’estero che in Italia. Al “Giornale”, al quale collaborò negli anni di Montanelli, dovetti spiegare chi era stato Luraghi. Partigiano combattente, decorato di medaglia d’argento al valor militare, ufficiale dell’esercito, Luraghi dopo il 1945 collaborò all’edizione torinese dell’”Unità” ,allontanandosi poi da quell’ambiente perché capì che il comunismo negava la libertà appena riconquistata . Fu amico di Martini Mauri, il mitico comandante delle divisioni alpine autonome .scrisse di Cavour e di Risorgimento. La “colpa” di aver lasciato l’”Unità” gliela fecero pagare per tutto il resto della sua vita con il silenzio, l’oblio, la discriminazione. Lui visse con dignità assoluta la sua vita ignorando i piccoli uomini che da destra non lo apprezzarono perché partigiano,da sinistra perché considerato un anticomunista. In effetti fu un uomo libero che seppe pensare,scrivere, parlare liberamente. Un vero Maestro

***

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

.

11 milioni 11 alla Finpiemonte

E’ mai possibile che tutto taccia sullo scandalo dell’ammanco di undici milioni alla Finpiemonte ? E’ uno scandalo nello scandalo.                                                                                                E.R.

.

Chiamparino non può limitarsi a denunciare alla magistratura, deve attivarsi per individuare il motivo per cui c’è stato l’ammanco. Basterebbe un buon ragioniere per capire dove sono finiti quei soldi. Lo stesso Chiamparino è diplomato ragioniere.

***

Cibrario e la Fondazione Musei

Non è forse anche responsabilità del presidente Cibrario del tutto digiugno di Musei , se il caos alla Fondazione Musei regna sovrano?                                                        Luisella Ranzo

.

Il problema non va esclusivamente personalizzato, ma certo tra Patrizia Asproni (nella foto), grande esperta di Musei e Maurizio Cibrario, scelto dai grillini, c’è un’abissale differenza. Il nuovo presidente ha passato una vita alla Martini & Rossi tra vini e liquori. Asproni e’ nota a livello internazionale per il suo lavoro nel campo della cultura. Ma anche l’assessore Leon che sarebbe una tecnica non scherza in quanto a incapacità politica. La cultura pubblica torinese sta crollando.


World Press Photo, immagini straordinarie

DAL 7 DICEMBRE 2017 AL 7 GENNAIO 2018 – Bard (Aosta)

Per un anno intero hanno documentato e illustrato i fatti di cronaca e gli eventi più vari e molteplici del nostro tempo sui giornali di tutto il mondo: sono oltre 140 gli scatti sensazionali e 12 i video dei più grandi fotoreporter di oggi portati in mostra al valdostano Forte di Bard, dal prossimo giovedì 7 dicembre a lunedì 7 gennaio 2018, come corpus d’eccellenza della 60esima edizione del “World Press Photo”, il più grande e prestigioso concorso di fotogiornalismo internazionale, ideato dalla “World Press Photo Foundation”, istituzione indipendente e no-profit, fondata ad Amsterdam nel 1955. L’esposizione, davvero unica, permette di scorrere in modo puntuale, attraverso “scatti che raccontano, denunciano, enfatizzano e

racchiudono in cornice” per cristallizzarla negli anni, la storia del nostro tempo. In cifre, il Premio, articolato in otto categorie (Spot News, Notizie Generali, Attualità, Vita Quotidiana, Ritratti, Natura, Sport e Progetti a lungo termine), ci pone di fronte a numeri imponenti: 80.408 le immagini esaminate e proposte da 5.034 fotografi provenienti da 126 Paesi, 45 gli operatori premiati da una giuria di altissimo prestigio e appartenenti a 25 diverse nazionalità.

Scatto destinato a diventare “storia”, immagine “esplosiva” e tragica icona dell’“odio dei nostri tempi”, in mostra a Bard troviamo anche la “Foto dell’anno 2016”: l’ormai celeberrima “An Assassination in Turkey” (“Omicidio in Turchia”) scattata, in una galleria d’arte di Ankara, dal fotografo turco dell’ “Associated Press”, Burhan Ozbilici, il 19 dicembre 2016 e che ritrae gli istanti immediatamente successivi all’assassinio – come atto di protesta contro l’intervento russo in Siria – dell’ambasciatore russo in Turchia, Andrey Karlov, da parte del poliziotto turco Mevlut Mert Altintas. L’immagine (“Non mi piace, ma sarei morto pur di scattarla– ha dichiarato lo stesso fotoreporter – perché rappresenta i valori del giornalismo in cui credo”) ha vinto anche il primo premio per la categoria Spot News. “E’ un’immagine talmente dirompente – sottolinea Mary F. Calvert, membro della Giuria – che ogni volta che compariva sullo schermo bisognava allontanarsi, proprio per questo abbiamo capito che incarnava alla perfezione ciò che è il ‘World Press Photo’ e cosa significa”.

Di grande spessore tecnico e narrativo sono anche gli scatti dei quattro fotografi italiani premiati, le cui opere portano avanti progetti di strettissima, a volte curiosa, attualità. E’ il caso del romano Giovanni Capriotti (primo premio nella categoria Sport) impegnato a documentare la particolare realtà della prima squadra, nata nel 2003, di rugbisti gay di Toronto; così come dell’avellinese Antonio Gibotta (secondo premio nella categoria Ritratti) che si propone di raccontare, attraverso immagini di grande raffinatezza linguistica, la cosiddetta “Battaglia degli Infarinati”, tradizionale festa popolare antica di due secoli che ogni anno si tiene a Ibi in Spagna, nella provincia di Alicante. L’occupazione di Sirte, espugnata dopo sette mesi di combattimenti, e con un altissimo tributo di vite umane, fra l’esercito libico e i militanti dell’Isis è invece al centro del progetto in quattro foto del toscano Alessio Romenzi (terzo premio nella categoria Notizie Generali), mentre il friulano Francesco Comello (terzo premio nella categoria Vita Quotidiana) inneggia con “immagini poetiche, dolci e musicali” alla sua personalissima “Isola della salvezza”, dalle “atmosfere indefinite e indefinibili e dai silenzi sublimi e solenni”.

E che dire di quel tenero cucciolo di Panda fra le braccia di un umano travestito da Panda? Siamo di fronte al “Pandas Gone Wild”, progetto dell’americana Ami Vitale per il “National Geographic”: la foto è stata scattata in Cina nel Centro di Wolong, specializzato in programmi di allevamenti pionieristici tesi a salvare dal pericolo di estinzione il simpatico “urside” simbolo del WWF e per la Cina vera e propria icona nazionale. Dotato perfino, secondo alcuni, di poteri magici. E che “per me – racconta Ami, impegnata anche a documentare la fragile pace in Sri Lanka – rappresenta semplicemente la bellezza e la pace”. Che, in verità, non sono poca cosa!

Gianni Milani

***

“World Press PHoto”

Forte di Bard (Aosta), tel. 0125/833811 – www.fortedibard.it

Fino al 7 gennaio 2018

Orari: 7 dic. 10-18; dall’8 al 10 dic. 10-19; dal 12 al 22 dic. feriali 10-17, sab. e dom. 10-19; 23 e 24 dic. 10-18; chiuso l’11, il 18 e il 25 dic.; dal 26 dic. al 7 genn. aperta tutti i giorni feriali 10-18, sab. dom. e festivi 10-19; primo gennaio 13-19

***

Le foto:

– Burhan Ozbilici: “An Assassination in Turkey”, for  Associated Press

– Giovanni Capriotti: ” Boys Will be Boys”

– Antonio Gibotta: Agenzia Controluce, “Enfarinat”

– Alessio Romenzi: ” We Are Not Taking Any Prisoners”

– Francesco Comello: ” Isle of Salvation”

– Ami Vitale: ” Pandas Gone Wild”, for National Geographic

 

Il Capodanno lascia la piazza, festa al PalaAlpitour, in Barriera e a teatro

Questa volta Torino non festeggerà  il Capodanno in piazza San Carlo (la foto si riferisce allo scorso anno) . Il Comune ha comunque predisposto due eventi alternativi. Al PalaAlpitour dalle 21 alle 4 si balla con Simone Cristicchi e Andrea Mingardi, preceduti da Luca Morino, Giorgio Conte e Daniele Lucca, che eseguiranno brani  di Giro Farassino. Ci saranno  Perturbazione, Federico Sirianni, Chiara Civello e la Banda di Collegno, che proporranno  canzoni di Fred Buscaglione e i dj di Radio Montecarlo che trasmetterà in diretta il capodanno torinese. Presso Spazio 211, in Barriera Milano, all’aperto e con ingresso gratuito,   protagonista Samuel Storm,  re dell’ultimo X Factor,  Max Gallo, Gheri, Flo e The Sweet Life Society, la sola band italiana ad avere partecipato per ben  tre volte al Festival di Glastonbury.  Si festeggia anche in movimento sul tram musicale di Gtt lo Smatrams #STS Capodanno con i dj Morciano del Jazz Club e Grano di Outcast. Per chi ama la cultura al Regio l’ ultima replica del Gala di Roberto Bolle and Friends,  al Musichall di Arturo Brachetti  il Gran Varietà, al Carignano è di scena  Agatha Christie con  Dieci piccoli indiani. Molto atteso anche lo spettacolo di Luca Bono al Circolo Amici della Magia e il ‘Christmas Show’ di Vertigo alle Serre di Grugliasco.

Yemen tra colera e bombe italiane

FOCUS INTERNAZIONALE  di Filippo Re

Ricorderemo la tragedia dello Yemen non solo per la guerra in corso da quasi tre anni con oltre 10.000 morti e milioni di sfollati ma anche per l’epidemia di colera e le bombe italiane che distruggono e uccidono. Si chiude ancora più tragicamente il 2017 per gli yemeniti che sopravvivono in un Paese che sta lentamente morendo nell’indifferenza del mondo. E non c’è solo la morte che arriva dai raid aerei sauditi contro i ribelli sciiti Houthi filo-iraniani. C’è anche un’altra morte che colpisce in forma violenta e contagiosa, nel silenzio totale, come denunciato dal Papa nel suo messaggio natalizio. Si muore di colera. L’ennesimo grido di allarme è stato lanciato dalla Croce Rossa Internazionale: il numero di casi di colera ha raggiunto un milione di persone. Secondo i dati delle Nazioni Unite, più di 2.200 persone sono già morte a causa di questa malattia e il colera si sarebbe diffuso nel 90% dei distretti del Paese. A quasi tre anni dall’inizio del conflitto in Yemen, più dell’80% della popolazione non ha accesso ad acqua potabile, cibo e cure mediche e il conflitto sta colpendo in particolare i bambini nel disinteresse generale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha messo in guardia la comunità internazionale facendo sapere che oltre 11 milioni di bambini hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria. Il Pam (Programma alimentare mondiale dell’Onu) ha rivelato che su una popolazione di 26 milioni di persone, almeno 17 milioni di yemeniti non sanno se oggi potranno mangiare e almeno 7 milioni di persone dipendono totalmente dall’assistenza alimentare fornita dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni umanitarie. Secondo l’Unicef, oltre 3 milioni di persone, la metà delle quali bambini, sono a rischio crisi idrica per la mancanza di carburante. Il prezzo del carburante diesel è raddoppiato nel giro di un mese, compromettendo la distribuzione di acqua, in particolare modo per le famiglie più povere. Le stazioni per il pompaggio dell’acqua, che riforniscono oltre 3 milioni di persone attraverso i sistemi pubblici in 14 città, stanno rimanendo senza carburante. Il Pam segnala anche che il numero dei Paesi impegnati ad aiutare lo Yemen si sta riducendo. Quasi l’80 percento dei finanziamenti destinati allo Yemen è stato fornito quest’anno dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Unione Europea e dal Regno Unito. La situazione generale continua però ad essere disperata e il protrarsi del conflitto non fa altro che aggiungere disastri, lutti e sofferenze. Nella guerra yemenita piovono dal cielo anche bombe di fabbricazione italiana vendute ai sauditi che le sganciano regolarmente sugli insorti armati da Teheran. Si tratta di bombe fabbricate in Sardegna, nel Sulcis, che hanno provocato vittime anche tra i civili. La denuncia arriva dal New York Times che in prima pagina pubblica un video intitolato “il percorso del commercio delle armi” che stanno insanguinando lo Yemen. Il quotidiano newyorkese riconosce che l’Italia è solo uno dei tanti Paesi che inviano armi all’Arabia Saudita.