LIFESTYLE- Pagina 111

Il gusto autentico di Torino: viaggio nelle gelaterie più amate dai torinesi

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO 
A Torino il gelato non è un semplice sfizio estivo. È un rito, una tradizione che si rinnova stagione dopo stagione, anche d’inverno, quando i più affezionati non rinunciano a una coppetta avvolti nella sciarpa, magari scegliendo gusti più intensi, più “caldi” al palato. Non è solo questione di gusto: qui si parla di cultura, di artigianato, di memoria collettiva. La città, con la sua eleganza discreta e la sua passione per i sapori autentici, custodisce alcune delle gelaterie più celebri d’Italia, vere e proprie istituzioni locali, amate da generazioni. Ma accanto a queste, anche insegne più recenti hanno saputo trovare il loro spazio, con formule nuove che parlano un linguaggio contemporaneo senza rinunciare alla qualità.
La qualità è casa: le gelaterie nate sotto la Mole
È impossibile parlare di gelato a Torino senza citare Fiorio, in via Po, un nome che evoca immediatamente immagini di nobiltà sabauda e salotti letterari. Aperto nel 1780, era uno dei luoghi preferiti di Cavour, e ancora oggi conserva quell’aria un po’ austera, ma incredibilmente affascinante, che lo rende unico. Qui il gelato è classico, senza compromessi, e i gusti storici, gianduia, zabaione, crema Fiorio , continuano a fare scuola. Non si cerca l’effetto sorpresa, ma la perfezione nella semplicità: una nocciola morbida, profonda, in cui si sente tutta la Langhe; una crema pasticcera vellutata, dal sapore netto e sincero.
Ma accanto a Fiorio, c’è un’altra gelateria che ha segnato una rivoluzione, e che, pur essendo ormai presente in molte città del mondo, conserva un legame forte con Torino: Grom. Nata nel 2003 dall’idea di due giovani torinesi, Grom ha riportato al centro la ricerca dell’ingrediente naturale, della frutta vera, del latte fresco. Una scommessa che ha saputo coniugare visione imprenditoriale e amore per il gelato come una volta. Tra i gusti più rappresentativi ci sono il sorbetto al limone femminello, il pistacchio di Bronte, e il cioccolato extranoir, ma non manca mai il gusto “crema come una volta”, semplice solo in apparenza. Chi ama la frutta può scegliere fragola, albicocca o fico in base alla stagione, tutti ottenuti da coltivazioni selezionate.
Un altro nome sempre più centrale nella mappa torinese del gelato è Mara dei Boschi, laboratorio nato nel quartiere San Salvario e divenuto rapidamente una meta cult per chi cerca qualcosa di diverso. Qui il gelato è artigianale nel senso più puro del termine: ogni gusto nasce da una riflessione, da una sperimentazione. C’è un uso costante di ingredienti locali, come il latte crudo o la nocciola Piemonte IGP, ma anche un’apertura verso accostamenti più arditi. Tra i gusti che sorprendono ci sono il gelato al sesamo nero, la crema allo yuzu (un agrume giapponese profumato e agrumato), il cioccolato con fava tonka, oppure il latte affumicato con caramello salato. Chi entra per la prima volta da Mara dei Boschi capisce subito che qui il gelato è considerato quasi una forma d’arte. Anche i sorbetti sono speciali, come quello al mango Alphonso, alla mora selvatica o alla barbabietola con lampone.
E poi, naturalmente, c’è Pepino, storico marchio torinese famoso per aver inventato nel 1939 il “Pinguino”, il primo gelato su stecco ricoperto di cioccolato. Una vera icona cittadina, ancora oggi disponibile in diverse versioni – gianduia, menta, nocciola – con uno stile retrò che affascina.
Non solo torinesi: quando la qualità parla a tutti
In mezzo a questa offerta ampia e radicata, c’è chi è arrivato da fuori ma ha saputo conquistare la città, senza fare troppo rumore, ma con una qualità che non ha lasciato indifferenti. È il caso de La Romana, catena originaria di Rimini, che a Torino ha trovato un pubblico sorprendentemente affezionato. Con un approccio che punta molto sulla cremosità, sulla golosità delle creme, sulla panna montata al momento e sulla possibilità di colare cioccolato fuso nel fondo del cono, La Romana ha saputo intercettare un gusto torinese che, seppur raffinato, non disdegna l’intensità e la ricchezza dei sapori.
Tra i gusti più apprezzati c’è il “150”, una crema ricca con pandispagna al cioccolato sbriciolato dentro, che richiama immediatamente l’idea di un dolce della nonna. C’è poi il “Biscotto della nonna”, con vere briciole di biscotto croccante che contrastano la morbidezza della base cremosa. Da non perdere nemmeno la “Crema al limone”, fresca ma intensa, perfetta nelle giornate calde ma piacevole anche come contrasto nei mix di gusti più ricchi. E per chi ama i sapori decisi, ci sono il “cioccolato fondente Venezuela” o la crema “Zabaione con Marsala Superiore”. Il tutto condito da un servizio sempre accurato, che accompagna l’esperienza come fosse una piccola cerimonia.
Il successo di queste gelaterie, tutte molto diverse tra loro, dimostra che a Torino il palato non si accontenta. I torinesi, sotto sotto, sono dei veri intenditori. Non si lasciano abbindolare da decorazioni vistose o mode passeggere. Cercano la sostanza. E quando la trovano, sono fedeli. Per questo, tra le vie del centro e i quartieri più residenziali, le gelaterie migliori sono sempre frequentate, anche nei mesi freddi. Perché il gelato, a Torino, è un piacere che non ha stagione. E non è mai solo un dolce: è un piccolo pezzo di identità cittadina.
NOEMI GARIANO

Eataly nella cultura pop americana: una finestra sul “Made in Italy” nella serie Matlock

Nella nuova serie Matlock, che vede Kathy Bates nel ruolo di Matty Matlock – un’avvocatessa scaltra e determinata che torna a combattere le ingiustizie da una prestigiosa law firm di New York – il secondo episodio offre uno spunto curioso: tra gli elementi di scena, appare chiaramente una busta di Eataly, visibile più volte durante una conversazione. Questo dettaglio, seppur apparentemente marginale, assume un significato simbolico: solo un marchio ben radicato nella quotidianità della Grande Mela poteva comparire in modo così naturale. Una conferma dell’avvenuto ingresso di Eataly – nata a Torino dall’idea dell’imprenditore Oscar Farinetti – nel costume dei newyorkesi.

Intanto, dal fronte Eataly – l’azienda simbolo del “cibo italiano di qualità” fondata da Farinetti – arriva una notizia significativa: è stato approvato un aumento di capitale da 75 milioni di euro, che sarà realizzato in due tranche, entro il 30 novembre 2025 e entro il 30 giugno 2026. Questo intervento finanziario sosterrà lo sviluppo del nuovo format Eataly Caffè e la continua espansione in Nord America, con nuove aperture previste a Philadelphia, Toronto e West Palm Beach, oltre a un nuovo punto su Lexington Avenue a New York.

La tirlindana

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Sono ormai in pochi, sui laghi, a praticare la pesca a traino dalla barca con la tirlindana. Eppure questo semplice attrezzo ha un suo fascino e una storia. Immaginatevi una lenza in filo di rame o, in versione più moderna, in monofilo di nàilon, lunga da un minimo di 30 a oltre 60 – 70 metri, recante un finale di nàilon a cui è assicurata l’esca, il tutto avvolto su uno speciale telaietto girevole dalla sagoma molto nota detto aspo

Ci siete? Bene. L’aspo, un tempo, veniva costruito dallo stesso pescatore, artigianalmente. Oggi come oggi quest’attrezzo si trova già pronto in commercio, spesso in alluminio leggero e lucente: non vi resta che applicare il terminale con l’esca ritenuta più idonea e, sul piano teorico, siete a posto. Perché solo in teoria? Perché la chiave del successo nella pesca a tirlindana dipende dalla mano di chi la manovra. A prima vista parrebbe tutto semplice e facile come bere un bicchier d’acqua  ma non bisogna farsi ingannare dalle apparenze: occorre un certo tirocinio per impadronirsi al meglio di questa tecnica, in grado di riservare delle gran belle soddisfazioni. Intanto, occorre una buona conoscenza del fondale da battere e saper valutare con esattezza la profondità di pescaggio dell’attrezzo. Mai lasciare le cose al caso, quando si pesca con la tirlindana: sarebbe un errore imperdonabile. Ho conosciuto un “lupo di lago”, il vecchio Giuanin, in grado di valutare fondali e correnti, neanche avesse una carta nautica ficcata dentro la sua testa pelata. Per non parlare poi dei movimenti: sia lui che il suo “socio” Faustino erano dei maghi nell’accompagnare la lenza , imprimendole i movimenti giusti, manovrando la barca con misura e mestiere. Di norma i “professionisti” della pesca su lago fanno tutto da soli, usando piccole barche leggere, dei veri gusci di noce che manovrano con un solo remo, essendo l’altro braccio impegnato con la lenza.

 

Taluni ricorrono al motore di potenza fra 2 e 3,5 HP, ma è ovvio che, per quanto condotto al minimo, quest’ultimo provoca un fastidioso rumore specialmente nei fondali bassi. Un’alternativa ci sarebbe, a dire il vero: un motore elettrico, silenzioso, facile da gestire e con una velocità giusta. La tradizione però conta; e la tradizione suggerisce  che l’ideale consiste nell’ agire in due, uno in gamba nel manovrare i remi, l’altro con il tocco giusto per far andare la tirlindana. La lenza tradizionale è in rame, quella moderna – come si è detto – in nàilon. Il tipo classico, in rame cotto,  e si trova in due diametri: lo 0,30 per la pesca leggera a mezz’acqua, lo 0,50 per andare più a fondo, puntando al luccio. Un materiale flessibile ed elastico, preferibile a quello attorcigliato a treccia che risulta meno malleabile. Il nàilon, occorre ammetterlo, offre maggiori vantaggi, con un però: richiede una piombatura distribuita o raggruppata, per consentirne il corretto e rapido affondamento. Cosa che, con il filo di rame, avviene spontaneamente grazie al suo peso specifico. Il nailon non richiede una particolare manutenzione, ha un carico di rottura e di resistenza decisamente elevato, le lenze sono vendute già zavorrate e, cosa non secondaria,  costano meno. “La zavorra è il cuore di tutto!”, dice Giuanin, quando all’osteria, tra un mezzino e l’altro, molla il freno e sale in cattedra. “ Una volta si lavorava con il rame piombato alla fine, facendoci i muscoli nell’accompagnare il peso in acqua. Adesso, cari miei, si va avanti a filo di nailon  e allora non resta che applicare delle olivette di piombo lunghe di un paio di centimetri e di peso attorno  ai a due o tre grammi, distribuendole in modo regolare fino a raggiungere un peso di quasi mezzo chilo. Così, se zavorri bene, la lenza va giù che è un piacere e non corri il rischio che ti resti troppo in superficie,trascinandotela a pelo d’acqua, o di farla affondare fino a raschiare i sassi del fondo”.

 

Il “prof” Giuanin accompagna le parole con gesti decisi, caparbi quel tanto da sconsigliare il contraddittorio. La sua esperienza non ammette repliche. “ E’ molto importante anche la velocità con cui avanza la barca. Se si è in due la cosa migliore è procedere a remi, come abbiamo sempre fatto io e Faustino”, confida il vecchio pescatore.  “ Uno tiene in mano la tirlindana e l’altro rema facendo ogni tanto delle piccole pause. Occhio, però:  chi tiene la tirlindana non deve star lì come un cucù ma imprimere al filo dei piccoli, leggeri strappi per simulare una veloce fuga del pesciolino finto”. Questo genere di movimento, visto dalle parte dei predatori, equivale allo squillo di tromba della carica, scatenandone l’istinto di predatori.“Qui viene il bello. Avvertita la mangiata non perder tempo: uno strappo per ferrare il pesce e avvia lentamente il recupero. La barca non deve arrestare il suo movimento, capito? Se lo fai, se ti fermi, la preda ti frega, soprattutto se è di una certa dimensione. I pesci non sono fessi, e non ti saltano a bordo di spontanea volontà. La preda, se riesce ad avvicinarsi troppo, tenterà come ultima fuga di inabissarsi sotto la barca. Quando accade, sono cavoli amari: il rischio di perderla è alto perché, puoi esserne certo,  il filo andrà sicuramente ad impigliarsi in qualche sporgenza con tutte le conseguenze del caso”. Mai dimenticarsi il guadino: se non lo si trova a portata di mano, al momento giusto, tirare in secco la preda è un problema. Questa è la lezione di Giuanin. Applicandola per filo e per segno porterà alla tirlindana un tributo certo di prede, dai persici ai lucci, dai cavedani alle trote.

Marco Travaglini

 

(Foto: molagnacavedanera.it)

 

Tutti pazzi per i Gofri a Sauze

Anche quest’anno Sauze d’Oulx si conferma la capitale dei Gofri. Grande successo infatti
domenica 3 agosto con la tradizionale Festa di Jouvenceaux che ha visto protagonisti i gofri in piazza. Ma lunedì 11 agosto, sarà il centro storico di Sauze d’Oulx ad ospitare la tradizionale
“Fete du Gofre” che taglia il traguardo della maggiore età. Quella dell’11 agosto 2025
infatti sarà la 18° edizione di questa festa sentitissima da tutti i sauzini che metteranno in piazza decine di Gofriere per soddisfare i gusti gastronomici dolci e salati di abbinamento alle cialde croccanti appena sfornate. E per il 18° compleanno la “Fete du Gofre” tornerà nelle vie e nelle piazze per essere fedelissima alla tradizione.Lunedì 11 agosto dal pomeriggio alle 17 e sino a notte Sauze sfornerà Gofre da condirsi in versione dolce e salata a seconda dei gusti personali di ognuno.

Trasformiamo le nostre aspettative in aspirazioni (Prima parte)

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Le aspettative nascono dalle nostre convinzioni personali a proposito di eventi e/o comportamenti che possono verificarsi o meno. Sono ipotesi, spesso certezze illusorie, che nascono da una complessa combinazione delle nostre esperienze, desideri e conoscenze dell’ambiente o delle persone che ci circondano.

Ci aspettiamo, ad esempio, che ad agosto faccia caldo e ci sia tempo sereno, che le persone che amiamo ricambino il nostro sentimento, che se svolgiamo un lavoro veniamo regolarmente e correttamente remunerati, che se apriamo il rubinetto in casa sgorghi acqua potabile, che se ci mettiamo in auto per raggiungere una destinazione non ci siano intoppi nel nostro viaggio, e via di questo passo.

Il vero problema delle aspettative sta nell’attesa che accada qualcosa senza che abbiamo davvero buoni motivi per essere certi che ciò avvenga. Se siamo convinti che sia sufficiente nutrire determinati desideri perché questi si realizzino, stiamo alimentando un’illusione, e inevitabilmente gettiamo le basi per la delusione.

Se ci pensiamo bene, la nostra felicità o infelicità non dipende da quel che ci accade, ma dal rapporto tra ciò che accade rispetto a ciò che ci aspettavamo che accadesse. Se, ad esempio, la nostra squadra di calcio del cuore gioca nello stadio della più forte squadra del mondo e pareggia 0-0, giocatori, tifosi e dirigenti torneranno a casa molto felici per l’esito della partita.

Se il medesimo risultato di 0-0 viene ottenuto contro una mediocre squadra del campionato italiano, l’umore delle stesse persone sarà invece decisamente nero. Chi non capisce molto di calcio si stupirebbe nel notare due reazioni opposte di fronte ad un risultato numericamente uguale. Allora che cosa ha determinato quella differenza di umore dopo due partite finite entrambe 0-0?

L’aspettativa! Perché nel primo caso si temeva una sonora sconfitta, mentre nel secondo ci si attendeva una larga vittoria della nostra squadra. Può sembrare banale, ma noi “funzioniamo” così in ogni circostanza della vita. Sono quindi le aspettative a determinare il nostro umore, il nostro grado di felicità, la nostra soddisfazione o insoddisfazione.

(Fine della prima parte dell’argomento).

Potete trovare questi e altri argomenti dello stesso autore legati al benessere personale sulla Pagina Facebook Consapevolezza e Valore.

Roberto Tentoni
Coach AICP e Counsellor formatore e supervisore CNCP.
www.tentoni.it
Autore della rubrica settimanale de Il Torinese “STARE BENE CON NOI STESSI”.

L’ipertrofia dell’ego

A chi non è capitato di incontrare persone che si consideravano Dio e, invece, erano poco più di un manichino che respira?

Periodicamente cerco nuove modelle per i corsi di fotografia che organizzo annualmente e, talvolta, anche fotografi per affiancarmi in alcune attività.

Ed ecco che, tra le molte schede visionate, salta sempre fuori la top model “due camere e cucina” che mette subito le cose in chiaro: “Ho iniziato a posare da poco ed ho ancora molto da imparare. Non poso in TF (sistema di collaborazione dove fotografo e modella lavorano entrambi gratuitamente a vantaggio reciproco, NdA) ma poiché sta diventando un lavoro chiedo di essere retribuita.”

A parte il fatto che dovrebbero mettere almeno alcune foto descrittive del genere che intendono trattare (fashion, glamour, nudo, gothic), per quale motivo uno dovrebbe rischiare fotografando chi non possiede capacità professionali anziché andare sul sicuro con modelle di provata esperienza?

Una volta contattai una di queste non-modelle che nella scheda aveva tre foto, di pessima qualità, e pochissime note personali: le scrissi chiedendo quali esperienze avesse maturato e se potesse inviarmi almeno altre 2-3 immagini dove si vedesse meglio il viso e la figura intera.

La risposta fu sintomatica del disagio mentale che questa ragazza stava attraversando: “Le foto le mando a chi dico io, se ho scritto che sono carina devi fidarti. Per privacy non posso diffondere le mie esperienze.”

Chissà se avrà mai lavorato in seguito?

Allo stesso modo altre modelle, agli inizi della loro “carriera” precisano subito che trattandosi di lavoro effettuano soltanto servizi retribuiti, salvo contraddirsi scrivendo di aver scattato, poche volte, e solo con fotoamatori.

O, ciliegina sulla torta, quando precisano che posano solo dietro compenso ma non rilasciano liberatoria, il che significa che scatto, mi guardo le foto e penso quanto io sia fortunato ad averla potuta fotografare, peccato però non poterla mostrare né usare per lavoro.

E’ palese che molte, troppe, fanciulle pensano che posare per professione sia divertente, gratificante, al contrario del lavoro impiegatizio o della cassiera, faticoso, mal retribuito, a sopportare i malumori dei clienti.

Non pensano, nella loro superficialità, che essere modella di professione sia uno dei lavori più faticosi se svolto bene e se hai la fortuna di diventare qualcuno: tralasciando le modelle che viaggiano nei vari continenti che hanno problemi di jet lag, di lingua, di doversi adattare a clima e alimentazione diversa, anche una modella nostrana deve fare sacrifici continui.

Non fare tardi la notte se l’indomani ha uno shooting, altrimenti sarà distrutta, non bere né mangiare in eccesso se no addio linea, rinunciare a feste, viaggi e feste in famiglia se ti chiamano per posare.

Stiamo parlando di modelle vere, quelle che hanno studiato pose, comunicazione prossemica, che sanno recitare con la mimica; per le altre il selfie allo specchio del bagno è già tanto.

Ma finché ci saranno sedicenti fotografi che scattano con ogni essere che respiri, ci saranno non-modelle che si ritengono bellissime, simpatiche, professionali e che sono in grado di rifiutare il fotografo.

Dulcis in fundo le modelle che citano categoricamente i generi trattati (praticamente tutti quelli “non proibiti”) precisando di non chiedere altro. Salvo poi aggiungere “per quanto non indicato scrivere in privato”.

Sergio Motta

Dalla costellazione del Leone a quella della macchina elettrica

LE MERAVIGLIE DEL CIELO STELLATO…

DI Gianluigi De Marchi *

C’è ancora, nel terzo millennio, chi crede che la vita di ognuno di noi sia condizionata dalle stelle e dai pianeti, che con i loro influssi regolano amore, salute e lavoro (i tre campi in cui tutti vorrebbero sapere in anticipo cosa succederà).

La fideistica convinzione di costoro si basa su fatti inoppugnabili: un nato sotto il segno del Toro (animale focoso) sarà molto attivo, chi è nato sotto il segno dei gemelli (doppi) avrà un carattere inaffidabile e bipolare, e così via.

E quando Marte passa nel nostro segno zodiacale ne subiremo l’influsso negativo, saremo irascibili e litigiosi perché Marte è il dio della guerra; mentre quando passa Marcurio,porremo cogliere favorevoli occasioni perché Mercurio è il dio del commercio…

Ma pensate per un  attimo a questo dettaglio: se gli antichi avessero chiamato il pianeta Marte con il nome Bacco, il passaggio del corpo celeste avrebbe provocato ubriacature collettive? E se Venere si fosse chiamata Diana, non avrebbe condizionato gli amori ma l’esito delle cacce al cervo?

Ma non finisce qui.

Le costellazioni che influenzano i nostri destini sono 12, e prendono il nome dalla fantasia degli antichi che, guardando il cielo stellato, si erano dilettati ad unire le varie stelle formando delle figure più o meno credibili.

Ad esempio la costellazione del Leone è formata da Regolo, Leonis, Algieba, Adhafera, Ras Elased Borealis e Ras Elased Australis, ed ha la forma di un trapezio con una specie di falce sovrastante. Chi le diede il nome vide il leone di Nemea (animale invincibile della mitologia greca ucciso da Ercole in una delle sue celebri “fatiche”). Andate a vederla sul web, sfido chiunque a riconoscere un leone e non  una giraffa…

E guardando la costellazione del Sagittario (formata da Kaus Australis, Nunki, Axilla, Kaus media, Kaus borealis, Al Nasl, Arkab, Rukbat e Albaldah) si vede più una barchetta di carta o una teiera che non il mitico centauro lanciatore di frecce.

Le costellazioni ufficialmente riconosciute dagli astronomi sono 88, ma solo 12 regolano il nostro destino, le altre sono comprimarie i cui influssi contano meno del due di bastoni con briscola denari.

Eppure il grande astronomo Lalande aveva classificato alcune formazioni stellari dalla forma accattivante cui aveva dato nomi come il Gatto, il Cammello e, nell’emisfero australe, l’Ape. Un altro astronomo, Bode,  battezzò invece la Macchina elettrica, l’Officina tipografica e il Telescopio, nomi moderni anziché mitologici.

Niente da fare, non  contano nulla, peccato; perché nascere sotto il segno della macchina elettrica consentirebbe un sacco di risparmi energetici a tutti i fortunati protetti dalla costellazione…

* Giornalista e scrittore

demarketing2008@libero.it