Su Linkedin sta ottenendo una certa visibilità l’invito dell’ex sottosegretario ai trasporti Mino Giachino, attuale presidente di Saimare spa, per una “giornata speciale” a Genova il prossimo 9 aprile. Prima di andare alle storiche Stazioni Marittime di Genova, considerate il più bel Terminal passeggeri del mondo, il terminal da dove partivano i migranti per le Americhe, chi vuole può andare a Palazzo Ducale, un altro capolavoro di Genova, a visitare la Mostra che contiene ben 60 dipinti del celebre fiammingo Van Dyck. In mezzo ovviamente la pasta col pesto di Pra o un fritto misto. Se la bellezza, come ha detto Papà Leone, entra nel cuore e lo allarga, sicuramente chi seguirà il consiglio di Mino arriverà alle Stazioni Marittime per dibattere sui modi per aumentare la crescita della economia e del lavoro , con l’animo ben predisposto. A discutere del libro dell’uomo della TAV i professori Gian Enzo DUCI e Fabrizio VETTOSI, moderatore Luca PONZI della Rai di Genova.
Si è insediato il Comitato di Supporto alla realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione – tratta nazionale Avigliana-Orbassano. La prima seduta, dedicata all’indizione e al coordinamento delle attività, si è svolta al Grattacielo della Regione Piemonte, alla presenza dei tecnici regionali, dei rappresentanti di RFI, dei sindaci e degli amministratori dei territori coinvolti dall’opera. Un momento di confronto operativo che segna l’avvio di un percorso strutturato di accompagnamento e condivisione con gli enti locali, con l’obiettivo di garantire un avanzamento efficace e coordinato dei lavori sulla tratta nazionale.
Il Comitato avrà il compito di favorire il dialogo tra istituzioni e territorio, monitorare lo stato di attuazione degli interventi e affrontare in modo puntuale le criticità che potranno emergere nelle diverse fasi di realizzazione dell’infrastruttura.
Nel corso dell’incontro, accogliendo le richieste emerse da parte di alcuni sindaci, è stata inoltre condivisa la volontà di attivare specifici tavoli tematici dedicati alle esigenze dei territori. I tavoli approfondiranno in modo mirato le principali tematiche connesse all’opera, tra cui agricoltura, industria, sostenibilità ambientale, questioni legate al sistema delle imprese e alla viabilità, con l’obiettivo di individuare soluzioni concrete e condivise.
“La costituzione del Comitato rappresenta un passaggio fondamentale per rafforzare il raccordo tra i livelli istituzionali e assicurare un confronto costante con i territori interessati – dichiara l’assessore regionale alle Infrastrutture Strategiche, Enrico Bussalino –. La Torino-Lione è un’opera strategica per il Piemonte e per l’intero sistema logistico del Nord-Ovest: significa maggiore competitività, nuove opportunità di sviluppo e un sistema di trasporti più moderno e sostenibile. Per questo, oltre al lavoro del Comitato, attiveremo tavoli tematici specifici per affrontare nel dettaglio le esigenze dei territori, garantendo ascolto e soluzioni concrete per accompagnare la realizzazione dell’opera in modo efficace, trasparente e attento alle esigenze delle comunità locali”.
ABITARE CON STILE
Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà .
Torino si prepara a riscrivere il proprio futuro urbano. Dopo oltre trent’anni, il nuovo Piano Regolatore Generale entra nella fase decisiva del suo iter, segnando un passaggio storico per la città.
Non si tratta semplicemente di un aggiornamento tecnico, ma di una vera e propria evoluzione culturale: un cambio di paradigma nel modo di progettare, vivere e trasformare lo spazio urbano.
Eppure, accanto alla visione, si apre oggi una fase più delicata, meno raccontata ma estremamente concreta: quella della transizione.
Il nuovo PRG nasce per rispondere a sfide che negli anni ’90 non esistevano: una città non più in crescita, ma stabile e in trasformazione; un’economia plurale, fatta di servizi, innovazione, cultura e turismo; una forte pressione ambientale legata al cambiamento climatico ed una maggiore attenzione alle disuguaglianze tra quartieri.
Per questo, il Piano si struttura attorno a tre grandi visioni: Torino come città dell’innovazione, Torino città del welfare e della prossimità ed una Torino città ecosistema. Insomma, Una nuova idea di città.
Queste tre direttrici puntano a rendere la città più accessibile, inclusiva e sostenibile per crescere meglio, non di più.
Il principio che guida il nuovo Piano, infatti, è chiaro: non espandere, ma trasformare.
Le nuove volumetrie saranno possibili, ma legate a un ritorno per la collettività: verde urbano, servizi e spazi pubblici.
È un modello più evoluto, in cui lo sviluppo privato contribuisce attivamente alla qualità urbana.
La città della mobilità e dei quartieri
Lo sviluppo si concentrerà nelle aree meglio collegate dalla metropolitana, dal passante ferroviario e quindi dalle principali direttrici urbane.
Allo stesso tempo, il Piano restituisce centralità ai quartieri, superando la logica centro-periferia e lavorando su una città fatta di identità locali, differenze e potenzialità.
Rigenerazione urbana e flessibilità
Il cuore del nuovo PRG è la rigenerazione con il recupero delle aree dismesse prediligendo la trasformazione degli spazi industriali e la riattivazione dei vuoti urbani.
A questo si aggiunge un elemento chiave: maggiore flessibilità nelle destinazioni d’uso.
Siamo però giunti alla fase più delicata: il tempo della transizione
Accanto a questa visione, si apre infatti una fase estremamente sensibile.
Con l’adozione del Piano preliminare entrano in vigore le cosiddette misure di salvaguardia: un meccanismo tecnico che impone alle nuove pratiche edilizie di essere conformi sia al piano vigente sia a quello in corso di approvazione.
Questo passaggio, necessario per evitare trasformazioni incoerenti, introduce inevitabilmente una fase di incertezza. Le pratiche già approvate proseguono, ma tutte quelle in istruttoria, non ancora autorizzate o basate su previsioni del vecchio piano possono subire rallentamenti, richieste di adeguamento o, in alcuni casi, sospensioni.
Il rischio di un “limbo urbanistico”
È in questo spazio intermedio che si crea quello che potremmo definire un limbo attuativo.
Un tempo sospeso in cui le regole stanno cambiando e le decisioni diventano più caute
Facendo sì che gli investimenti richiedono maggiore attenzione.
Le stesse associazioni di categoria hanno già evidenziato alcune criticità:
•aumento dei costi
•incertezza sulle bonifiche
•difficoltà nei cambi di destinazione d’uso
•rallentamenti nei permessi
Il rischio, se non gestito con strumenti adeguati, è quello di generare un temporaneo blocco del mercato.
Una sfida per il sistema pubblico
Dal dibattito emerge una consapevolezza condivisa: questa fase dovrà essere accompagnata con attenzione. Sarà fondamentale introdurre delle norme transitorie chiare, procedure più snelle e leggibili e strumenti di dialogo tra pubblico e privato.
Perché una città non si trasforma solo con le regole, ma con la capacità di renderle applicabili.
Un momento critico… ma anche strategico. Ogni fase di cambiamento porta con sé una doppia lettura. Da un lato incertezza, rallentamenti e possibile complessità; dall’altro: nuove opportunità, margini di negoziazione e possibilità di anticipare il mercato con intelligenza.
Per chi opera nel settore immobiliare, questo è un momento che richiede non solo competenza tecnica, ma soprattutto capacità di lettura e visione.
Abitare il cambiamento
Il nuovo Piano Regolatore non è solo uno strumento urbanistico.
È una lente attraverso cui leggere il futuro della città.
E oggi, più che mai, abitare significa scegliere non solo uno spazio, ma un contesto, una direzione, un modo di vivere.
In questa fase di transizione, la differenza non la farà chi si limita a seguire il mercato, ma chi saprà interpretarlo.
Perché è proprio nei momenti di passaggio che si costruiscono le città di domani.
L’aumento congiunturale dell’indice generale riflette, per lo più, la crescita dei prezzi delle bevande alcoliche, tabacco e droghe (+2,0%), trasporti (+1,2%), servizi di ristoranti e servizi di alloggio (+1,0%), informazione e comunicazione (+0,9%), assistenza alla persona, protezione sociale e beni e sevizi sociali (+0,8% ), ricreazione, sport e cultura (+0,3%), abbigliamento e calzature (+0,2%). Pressoché invariati i servizi relativi all’abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (+0,1%), i finanziari e assicurativi (+0,1%). Così come gli apparecchi per uso domestico, arredamenti e manutenzione corrente dell’abitazione (0,0) e i servizi di istruzione (0,0).
In diminuzione i prodotti alimentari e le bevande analcoliche (-0,1%), la sanità (-0,1%).
L’Indagine dei Prezzi al Consumo è stata effettuata secondo le disposizioni e le norme tecniche stabilite dall’ISTAT.
I dati relativi al mese di febbraio si possono consultare sul sito: http://www.comune.torino.it/statistica/
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Gli Oscar dell’Ecoturismo
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Aumentano i costi lungo tutta la filiera, dalle imprese alle famiglie
Le tensioni internazionali e le nuove oscillazioni del prezzo del petrolio stanno tornando a pesare sull’economia reale e sul sistema cooperativo piemontese. A essere colpite sono attività diverse ma strettamente collegate tra loro: produzione agricola, trasporti, distribuzione, consumi energetici e casa. Il rischio, sottolinea Confcooperative Piemonte attraverso le voci delle proprie federazioni, è quello di una crescita dei costi lungo tutta la filiera, con effetti sempre più evidenti sia per i produttori sia per i consumatori.
Nel comparto agroalimentare, l’aumento del gasolio incide anzitutto sul lavoro quotidiano delle imprese agricole. “Ci sono almeno tre aspetti da considerare – osserva Roberto Morello, presidente di Confcooperative Fedagripesca Piemonte –. Il primo è l’impatto immediato sulla coltivazione dei fondi e sulla gestione degli allevamenti, perché il caro gasolio fa crescere i costi legati all’uso di attrezzature e mezzi. Il secondo riguarda i trasporti, quindi la raccolta e la movimentazione dei prodotti agroalimentari, dal latte alla frutta. Il terzo è la conseguenza finale: questi aumenti si ripercuotono inevitabilmente anche sulle tasche di tutti, perché significano maggiori costi per i consumatori.
A questa pressione si aggiunge quella che grava sul mondo dei servizi, dove energia e carburanti incidono direttamente sull’organizzazione delle attività. “Per molte cooperative del settore – dichiara Gianni Di Nunno, presidente di Confcooperative Lavoro e Servizi Piemonte – i rincari pesano sulla gestione quotidiana, sugli spostamenti, sulla logistica e più in generale sui costi di esercizio. Quando i margini sono già limitati, anche aumenti contenuti possono diventare difficili da assorbire e mettere in tensione la sostenibilità delle attività. Una cooperativa su quattro, in particolare nei settori maggiormente energivori, rischia di non riuscire ad affrontare anche questa crisi”.
Sul fronte della distribuzione e dei consumi, il caro energia colpisce in modo diretto anche negozi e supermercati. “Con le speculazioni correlate alla guerra nell’area mediorientale e con le fluttuazioni del prezzo del petrolio, il costo dell’energia è aumentato creando non pochi problemi nella gestione delle attività”, afferma Roberto Forelli, presidente di Confcooperative Consumo e Utenza Piemonte. “Industria e supermercati cercano di frenare gli aumenti dei prezzi, ma la pressione sui costi rischia di essere forte”. Forelli richiama però anche una prospettiva di risposta strutturale. “Siamo sempre più convinti che l’unico modo per affrontare davvero il problema sia produrre una parte crescente dell’energia che consumiamo. Le cooperative di produzione e distribuzione di energia elettrica e le comunità energetiche rinnovabili che stanno nascendo possono dare un contributo concreto, sia nel contrasto alla povertà energetica sia sul piano della sostenibilità ambientale”.
I rincari, infine, rischiano di colpire subito anche le famiglie attraverso la casa. “Difendere il diritto all’abitare significa oggi anche proteggere le famiglie dal rischio di bollette e spese condominiali sempre più pesanti”, dichiara Alberto Anselmo, presidente di Confcooperative Habitat Piemonte. “Le tensioni sui mercati energetici possono avere effetti molto concreti nei nostri alloggi, soprattutto dove ci sono impianti centralizzati e costi comuni legati al riscaldamento e ai consumi elettrici. È una questione di tenuta sociale, prima ancora che economica”. Accanto a questo, Habitat richiama anche il ruolo delle cooperative di comunità, che nei territori costruiscono reti, servizi e risposte condivise in una fase di crescente fragilità.
Il quadro che emerge è quello di una catena in cui ogni anello è collegato all’altro: se aumentano i costi dell’energia e dei carburanti, crescono le spese per produrre, trasportare, distribuire e abitare. E alla fine il peso si trasferisce sull’intero sistema economico, incidendo in modo progressivo sulla sostenibilità delle attività cooperative, e sulla vita quotidiana delle persone. Confcooperative Piemonte richiama dunque l’attenzione sulla necessità di una risposta che sappia muoversi su un doppio binario: servono misure capaci di contenere gli effetti immediati dei rincari, ma anche una strategia più solida per rafforzare autonomia energetica, tenuta sociale e sostenibilità dei territori.
cs
In Piemonte il risparmio idrico è diventato un’abitudine diffusa. In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, la seconda edizione dell’Osservatorio sugli usi e consumi idrici in ambito domestico, il Piemonte è risultato al secondo posto, sul podio nazionale delle regioni virtuose. Il 78% dei cittadini dichiara di adottare comportamenti orientati alla riduzione degli sprechi, un dato che colloca la Regione subito dietro all’Emilia-Romagna (80%) e davanti alla Lombardia (76%), confermando un utilizzo responsabile della risorsa acqua.

In Piemonte questa attenzione coinvolge uomini e donne in modo equilibrato, ed è particolarmente radicata nell’emisfero d’età più adulte. Oltre il 27% dei cittadini ha tra i 46 e i 55 anni, il 26% rientra nella fascia 56-65 e quasi il 22% supera i 26 anni, a conferma di come la gestione dell’acqua sia strettamente legata alla quotidianità domestica. Le buone pratiche sono ormai parte della routine: il 92% dei cittadini torinesi e piemontesi preferisce la doccia al bagno, e quasi l’80% limita la durata della doccia a una media di 10 minuti, con il 40% che rimane all’interno dei 5 minuti. Il 90% utilizza lavastoviglie solo a pieno carico, mentre l’80% chiude il rubinetto mentre si lava i denti o si insapona. Dati in crescita rispetto al 2025. Anche la manutenzione gioca un ruolo importante: oltre il 53% interviene con costanza su impianti e rubinetteria per prevenire perdite e sprechi, contro il 45% del 2025.
Si consolidano inoltre comportamenti domestici attenti alla gestione dell’acqua, in cucina e negli spazi verdi. Più del 50% lava frutta e verdura in ammollo anziché sotto l’acqua corrente, e il 57% annaffia le piante durante le ore serali per ridurre l’evaporazione. Tra le strategie citate emergono l’attenzione a non sprecare acqua nelle azioni quotidiane (36%) e l’utilizzo di cicli eco durante le attività domestiche (31%). L’indagine ha fatto emergere un altro segnale: l’87% dei cittadini si è dichiarato disponibile a modificare le proprie abitudini per ridurre l’impatto ambientale legato al consumo di acqua. Nel complesso emerge il profilo di una Regione in cui la sostenibilità si costruisce attraverso piccole azioni quotidiane, ancor prima dei grandi interventi strutturali. La somma dei piccoli gesti quotidiani consente oggi al Piemonte di distinguersi tra le Regioni più sensibili verso lo spreco dell’acqua in ambiente domestico.
Mara Martellotta
Venerdì 13 marzo scorso si è svolta a Pinerolo, presso l’Hotel Cavalieri, pizzeria Basilico, una serata dedicata alla promozione delle filiere corte agricole e ai vantaggi per agricoltori, trasformatori e consumatori che sottoscrivono questi contratti di filiera.
La serata, organizzata da Coldiretti Torino, è stata l’occasione per presentare l’esperienza della “Filiera del Gran dji Bric della Collina del Chivassese” e per la firma di un protocollo di fornitura della farina del Gran dji Bric, che sarà utilizzata in tre esercizi del Pinerolese, la pasticceria Ferraud, la Locanda La Posta di Cavour e la pizzeria Basilico.
La filiera del Gran dji Bric rappresenta un esempio virtuoso di filiera agricola che raggruppa una ventina di agricoltori che seminano alcune varietà di grano tenero da panificazione e prodotti da forno adatte al territorio collinare su una superficie di 100 ettari in dodici Comuni, tra cui Casalborgone, Monteu da Po, Verrua Savoia, San Sebastiano da Po, Sciolze, San Raffaele Cimena, Rivalba, Lauriano, Cavagnolo, Castagneto Po, Bruzolo e Brusasco.
Il grano viene trasformato in farina dal Mulino di Casalborgone, da cui si riforniscono quattro panificatori e trasformatori del territorio che, con la farina del Gran dji Bric sfornano varie tipologie di pane, biscotti e grissini.
“A Pinerolo abbiamo illustrato il valore e le grandi potenzialità delle filiere agricole regolate dai contratti di filiera – ha spiegato il Presidente di Coldiretti Torino Bruno Mecca Cici – Per questo vogliamo ringraziare le realtà economiche che, anche del Pinerolese, hanno creduto nelle filiere locali del cibo. Di fronte alle pratiche sleali delle catene lunghe della distribuzione alimentare e di fronte alla scarsa remunerazione riservata ai produttori , vogliamo ribadire l’efficacia dei contratti di filiera grazie ai quali alle aziende agricole si garantisce un compenso adeguato, mentre ai trasformatori si fornisce un prodotto di qualità a Km zero , dove tutto il territorio viene coinvolto nella creazione di valore per il prodotto locale”.
Ai trasformatori già aderenti nel Chivassese si aggiungono, quindi, i locali del Pinerolese.
“Da sempre crediamo nel valore dei prodotto del territorio – ricorda Giovanni Genovesio , titolare dei locali coinvolti nella firma del protocollo – introdurre anche nel Pinerolese l’utilizzo di farine da filiera della provincia di Torino, in questo caso della collina di Chivasso, ci pare un gesto di attenzione verso il prezioso lavoro degli agricoltori e dei consumatori che hanno diritto a prodotti di sempre maggiore qualità. Abbiamo potuto testare queste farine e le abbiamo trovate di qualità eccellente , da qui la decisione di utilizzarle per i nostri menù.
“Per la filiera Gran dji Bric – dichiara Ornella Cravero responsabile del progetto Coldiretti Torino – è stata un’ottima occasione per farsi conoscere ai di fuori dei confini del territorio chivassese e acquisire nuovi clienti, uno stimolo ad aumentare le superfici coltivate, ma anche un esempio per altri territori, a partire proprio dal Pinerolese, a seguire l’esempio dei contratti di filiera sui prodotti agricoli”.
Mara Martellotta
Mercati di Guerra
IL PUNTASPILLI di Luca Martina
Gli eventi mediorientali delle ultime settimane stanno generando forti turbolenze sui mercati finanziari.
Gli indici azionari sono i più colpiti, in particolare quelli dei Paesi (asiatici ed europei) che devono importare la maggior parte del petrolio che consumano e che sono perciò più penalizzati dall’impennata del greggio.
Effetti molto limitati ci sono stati, invece, per gli Stati Uniti, in grado di produrre sufficiente petrolio per le proprie necessità e che, nei momenti di incertezza, vengono utilizzati, con la sua valuta, il dollaro, come salvadanaio dagli investitori.
Anche i mercati obbligazionari non sono stati immuni, sebbene in minor misura, da una correzione: i timori di aumento dell’inflazione hanno provocato l’aumento dei tassi di interesse e, di conseguenza, la caduta dei prezzi dei titoli (tanto maggiore quanto più lontana nel tempo è la loro scadenza).
I momenti di difficoltà ed incertezza non sono certo inusuali ma molto difficili da prevedere: quando si profilano all’orizzonte i mercati finanziari ne anticipano le conseguenze e ci si trova a prendere decisioni poco corrette (vendendo spesso nei momenti peggiori).
Alla prova del tempo, le crisi più importanti sono state fantastiche occasioni per acquistare (e pessime per vendere). Lo scotto da pagare è lo stress generato dal vedere il proprio patrimonio in altalena (tanto più “oscillante” quanto maggiore è la componente azionaria).
Sebbene al momento non si possa certo dire che i listini stiano scontando lo scenario peggiore (quello di un conflitto lungo, senza vincitori e con una continuità del regime iraniano) appare però chiaro che l’ottimismo (forse eccessivo…) pre-guerra è svanito e questo è, controintuitivamente, confortante in quanto è proprio nei momenti dove regna il pessimismo che nascono le migliori occasioni d’investimento.
La domanda, semmai, è perché, di fronte ad una delle peggiori crisi mediorientali dal dopoguerra, i mercati finanziari abbiano sinora reagito senza il panico che, secondo molti, una simile situazione sembrerebbe giustificare.
Giova ricordare che i mercati finanziari hanno una lunga storia di reazioni ai drammatici eventi geopolitici ed i loro impatti, come si può osservare dal grafico qui di seguito, sono quasi sempre limitati e, soprattutto, temporanei.
La più importante eccezione alla regola è rappresentata dalla crisi innescata dalla cosiddetta Guerra del Kippur, così chiamata perché iniziò il 6 ottobre 1973, proprio nel giorno di Yom Kippur, la festa ebraica più sacra dell’anno, dedicata al digiuno e alla preghiera.
Gli eserciti di Egitto e Siria scelsero strategicamente quel giorno perché gran parte dei soldati israeliani stava osservando la festività, rendendo l’attacco particolarmente inatteso.
Sebbene la guerra ebbe una breve durata, terminò il 25 ottobre 1973, durando quindi solo 19 giorni, le sue conseguenze, economiche e finanziarie, furono pesantissime e si generò una crisi energetica globale senza precedenti, facendo esplodere i prezzi del petrolio, alimentando l’inflazione, e provocando una recessione ed una profonda instabilità internazionale.
Subito dopo l’attacco, l’OAPEC (Organization of Arab Petroleum Exporting Countries, i paesi arabi esportatori di petrolio) impose un embargo totale (fino al marzo del 1974) contro USA, Olanda e gli altri paesi filo-israeliani, colpendo direttamente l’approvvigionamento mondiale di energia, ed il prezzo del petrolio salì del 300%, passando da circa 3 a 12 dollari al barile. Il risultato fu un mix devastante di elevata inflazione e debole crescita economica: la temuta stagflazione.
Il parallelo con la situazione attuale non è, fortunatamente, totalmente calzante.
All’inizio degli anni ’70 il mercato petrolifero non aveva capacità di aumentare l’offerta per compensare il taglio arabo e gli USA avevano ormai superato il picco produttivo (dopo il 1969, con la riduzione dell’estrazione “tradizionale”, con i pozzi e le trivellazioni, sulla terraferma ed in mare) e l’OAPEC aveva un potere enorme nel controllare il mercato ed i prezzi del greggio.
Oggi non si pone il problema della scarsità (malgrado l’Iran sia un importante produttore, il sesto al mondo con il 3% della produzione globale), gli USA hanno raggiunto l’autosufficienza energetica ed hanno ampi margini di incremento di produzione se il prezzo del petrolio dovesse rimanere al di sopra dei 70-75 dollari nei prossimi mesi (grazie agli immensi giacimenti di petrolio di scisto), le riserve strategiche sono cospicue (utilizzabili, come già annunciato, per evitare discontinuità nei rifornimenti), e tutti gli altri Paesi del Golfo sono pronti ad incrementare alla bisogna la loro produzione (che però, al momento non può transitare per lo stretto di Hormutz).

A comprova di ciò il prezzo del Brent con consegna a breve termine, a 1-6 mesi, sono saliti violentemente (superando i 100 dollari) riflettendo le attuali difficoltà di trasporto, mentre i valori per le spedizioni a 1-5 anni sono rimasti relativamente stabili (tra i 70 ed i 75 dollari). Insomma, le aspettative da parte del mercato sono che il collo di bottiglia verrà superato tra qualche mese.
Inoltre, negli anni Settanta l’economia mondiale era fortemente dipendente dai consumi di petrolio, quasi tre volte di più di oggi, e questo fu il fattore principale che innescò la spirale inflazionistica e la successiva recessione.
I mercati finanziari guardano lontano (sebbene non sempre dimostrando una perfetta capacità di visione) ed intravedono la possibilità di un futuro meno dipendente dal petrolio (ed in particolare da quello proveniente da Paesi poco affidabili ed instabili) e di una ridotta influenza del regime iraniano (depotenziato nelle sue difese e nelle sue capacità offensive) alla destabilizzazione di tutta l’area.
Questo spiega come gli effetti negativi siano stati sinora molto contenuti, pur in presenza di un forte peggioramento dell’umore degli investitori, come testimoniato dall’”indice della paura”, il Fear and Greed Index elaborato dalla CNN sulla base dell’andamento di una serie di indicatori finanziari, e dall’ “American Association of Individual Investors Sentiment Survey”, che misura l’ottimismo degli investitori privati sul mercato azionario.
Per il prossimo futuro la chiave di volta sarà la capacità di sopperire allo shock generato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, dal quale transita tra il 20 e il 30% del greggio.
Su questo si gioca anche la possibilità per Donald Trump di arrivare alle elezioni di metà mandato, a novembre, con un consenso migliore di quello attuale (ai minimi storici…), per non rischiare di perdere il controllo del Congresso e diventare, per i rimanenti due anni, un presidente azzoppato e con poteri limitati…
Naturalmente la partita che si sta giocando è molto più complessa di quanto sin qui descritto.
Con gli Stati Uniti visibilmente in difficoltà, c’è già chi si muove per guadagnare peso geo-politico (la Cina, che continua a non prendere parte a conflitti, accreditandosi nei confronti del mondo come un gigante pacifico) ed economico (la Russia, che vende più gas e petrolio ed a prezzi più elevati).
Gli effetti che produrrà questo conflitto saranno probabilmente molto duraturi ma saremo in grado di valutarli meglio solo quando tutto sarà finito. Speriamo presto…
Luca Martina