CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 566

Rock Jazz e dintorni: Blanco e gli Skatalites

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Lunedì. Al Concordia di Venaria Claudio Baglioni recupera il concerto di qualche mese fa previsto al Regio.

Martedì. All’Otium Pea Club si esibisce lo Swing Quartet del clarinettista Paolo Dutto. Al Jazz Club il duo composto dal sassofonista Fuat Sunay e dal bassista Paul Zogno.

Mercoledì. Al Cafè Neruda suona il sassofonista Diego Borotti con Mattia Barbieri batteria, percussioni elettronica, con il progetto “Aqua et focus”. Al Concordia di Venaria doppia data “sold out” per Blanco. Al Blah Blah si esibiscono i Supersuckers. Al Jazz Club jam session blues con il chitarrista Max Arrigo. All’Hiroshima Mon Amour suonano gli Skatalites.

Giovedì. Al Teatro Alfieri si esibiscono i Big One cover band dei Pink Floyd. All’Hiroshima si esibisce Panda Dub. Al Jazz Club suonano i Melty Groove mentre al Cafè Neruda sono di scena gli Unit Four. Al Magazzino di Gilgamesh si esibiscono i cantautori SoloDiego e Beky.

Venerdì. Al Jazz Club suona il duo Casati &Sartoris. All’Arteficio si esibisce il trio della vocalist Caterina Accorsi. All’Hiroshima è di scena il rapper Anastasio. Al Molo di Lilith suona il trio del chitarrista manouche Marco Parodi. Al Cap 10100 si esibisce il The Jazz RapSody Collective. Allo Spazio 211 canta Giorgieness mentre al Maffei la vocalist LaHasna con Elia. Al Cafè Neruda suonano i Magazzino San Salvario. Allo Ziggy si esibiscono gli In.Con.Tra.Da. Da Gilgamesh è di scena la Prisko Bros Band mentre al Blah Blah suonano i Magnetics.

Sabato. Al Magazzino di Gilgamesh i Let’s Beat propongono in versione acustica i brani dei Beatles. Al Concordia di Venaria si esibisce Rkomi. Al Jazz Club suona il quartetto di Piergiorgio Elia.Allo Spazio 211 è di scena il cantautore Folcast. Al Blah Blah sono di scena i Blou Daville mentre allo Ziggy si esibisce La Banda Alchemica.

Domenica. Al Jazz Club suona il trio di Don Diego Geraci.

Pier Luigi Fuggetta

Il Calamandrei “Adotta uno scrittore”

 

TRE CLASSI DEL CALAMANDREI DI CRESCENTINO INCONTRANO IMMA VITELLI PER ‘ADOTTA UNO SCRITTORE’

 

Gli allievi delle classi terze Agrari, Cat-Costruzioni ambiente territorio e Sia-Sistemi informativi aziendali dell’Istituto Tecnico Commerciale ‘Calamandrei’ di Crescentino, che appartiene all’Istituto di Istruzione Superiore Galileo Ferraris di Vercelli, dirigente Cinzia Ferrara, hanno preso parte ad un incontro nel Parco Tournon nell’ambito dell’iniziativa ‘Adotta uno scrittore’ in collaborazione con il Salone del Libro di Torino.

E’ stato il secondo della serie, in presenza, mentre quello precedente e quello successivo saranno a distanza e il finale è previsto per il 23 maggio prossimo al Salone del Libro, questa volta nuovamente in presenza.

Le ragazze ed i ragazzi del Calamandrei, con il vice preside Alberto Averono e le docenti di lettere Beatrice Ferrari e Ilaria Rey, hanno pertanto incontrato Imma giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, nata a Matera, con studio di Giornalismo alla Columbia University. La protagonista dell’incontro ha vissuto 10 anni in Medio Oriente, ha collaborato con diverse testate e per 11 anni è stata inviata di guerra di Vanity Fair sui maggiori fronti internazionali: Afghanistan, Pakistan, Libano, Congo, Somalia, Libia, Siria.

Nell’incontro Imma Vitelli si è dimostrata molto vicina ai problemi dei ragazzi e ha dato loro un esercizio molto semplice: sedersi e scrivere su carta quali fossero le loro guerre, perché ognuno di noi al ha suo interno una battaglia, un conflitto. L’autrice li ha fatti ragionare su quello che è il discorso della ‘guerra interiore’ di ognuno.

Al Regio una Turandot tra il visionario e il metafisico

Per  la regia di Stefano Poda, sarà in scena  dal 22 aprile prossimo

 

La Turandot di Giacomo Puccini viene proposta per la stagione d’opera del Teatro Regio di Torino venerdì 22 aprile prossimo alle ore 20, in un allestimento visionario e metafisico firmato da Stefano Poda, per la direzione di Jodi Bernacer, che salirà sul podio dell’Orchestra e Coro del Teatro Regio.
Stefano Poda firma regia, scene, costumi, coreografia e luci.
Nel ruolo della protagonista canterà il soprano Ingela Brimberg, il tenore Mikheil Shehaberidze vestirà i panni di Calaf, il soprano Giuliana Gianfaldoni sarà Liu e il basso Michele Pertusi interpreterà Timur.
Sul palcoscenico del Teatro Regio torna, così, una produzione di grande successo che Stefano Poda aveva già creato nel 2018 per lo stesso teatro e che venne trasmessa sulla piattaforma europea.
La scelta di partenza fu quella di fermarsi nel punto in cui Puccini depose la penna alla morte di Liu’, dove si fermò lo stesso Toscanini alla prima del 1926, il 25 aprile di quell’anno, senza il finale poi scritto da Franco Alfano.
Lo stesso compositore avvertì, d’altronde, l’immane difficoltà di concludere in maniera convincente l’opera, dopo il sacrificio di Liu’, e si era arenato, ancor prima che musicalmente, proprio sull’esito drammaturgico del finale.
Ne’ Alfano ne’, più recentemente, Berio, pur operando sugli appunti originali, sono riusciti a escogitare una soluzione convincente; il trionfo di Calaf e l’abbraccio con Turandot appaiono fuori luogo davanti al cadavere ancora caldo della fanciulla. Meglio dunque chiudere sul mesto commiato della folla “Dormi!.. Oblia! Liu’.. Poesia! “ , che rappresenta un apice emotivo e musicale dell’estremo capolavoro pucciniano, un finale che raggiunge direttamente nel segno il cuore dello spettatore.
“Lo spettatore che assiste a Turandot – afferma Stefano Poda – compie un viaggio, assiste a un processo che, prima o poi, tutti dobbiamo vivere. È quella che io definisco la storia del mistero dell’alterità, è il confronto con l’altro, con il “fuori da sé “, che può essere un processo naturale, doloroso, felice e, al tempo stesso, traumatico. C’è chi ha paura di questo confronto e questo fatto diventa quello che io chiamo poema dell’alterità. Io non offro interpretazioni, non sposto l’opera da Pechino al tempo delle fiabe o nella New York di oggi per rendere la vicenda più vicina o più comprensibile allo spettatore…Io depuro lo spazio, lavoro per sottrazione e permetto allo spettatore di vedere uno spazio nell’anima”.
“Punto di partenza – aggiunge il regista – per mettere in scena Turandot è stata per me una frase pronunciata dalle tre maschere Ping, Pong, Pang: “ Turandot non esiste”. La principessa di ‘gelo’ e, in realtà, una creazione di Calaf. Ognuno di noi costruisce un oggetto d’amore, ma poi ci accorgiamo che chi amiamo non corrisponde a ciò che abbiamo idealizzato. Sonlo attraverso il dolore, la crescita e l’accettazione nasce quello che è un grande amore. In quest’opera solo Liu’, che è una persona meno cerebrale degli altri, accetta la vita e al tempo stesso accetta di donarsi e sacrificarsi ma, forse, per arrivare a essere Liu’, bisogna essere state Turandot. Calaf ha paura, Turandot ha paura del confronto; gli enigmi costituiscono le prove, un confronto con se stessi”.
Turandot sarà in scena dal 22 aprile al 5 maggio prossimo al teatro Regio di Torino e i biglietti sono acquistabili presso la Biglietteria del Teatro Regio, piazza Castello 215, da lunedì a sabato ore 13-18.30; domenica ore 10-14; un’ora prima degli spettacoli
Tel 0118815241, 8815242
Online su www.teatroregio.torino.it o www.vivaticket.it

Mara Martellotta

Vola alto la “Sinfonia” di Alessandro Sciaraffa

 

Dalla “GAM” di Torino alla Fondazione e Galleria “TSE Art Destination” di Nur-Sultan, capitale del Kazakhstan

Fino al 30 aprile

Sound art: ovvero lo studio delle onde sonore e dei fenomeni invisibili della Natura, rappresentate con l’aiuto di tecnologie sperimentali che spesso prevedono il coinvolgimento del pubblico. E’ questo il tema centrale intorno al quale ruota l’attività artistica, originale e altamente suggestiva, del torinese Alessandro Sciaraffa. Presente nelle più importanti Gallerie e Musei internazionali, dal 21 ottobre del 2021 Sciaraffa è rappresentato negli spazi espositivi della “GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea” di Torino con l’installazione immersiva e partecipativa “Sinfonia”, presentata nel suo allestimento da Sara d’Alessandro Manozzo, storica dell’arte romana e curatrice indipendente. Destinata alla collezione permanente della “GAM”, l’opera ha vinto il bando “Italian Council (IX edizione, 2020)”, programma di promozione internazionale dell’arte italiana voluto dalla “Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura”.

Dopo essere stata esposta dunque, per la prima volta, al Museo torinese di via Magenta, “Sinfonia” si è trasferita, fino al 30 aprile, nelle sale della “Fondazione e Galleria TSE Art Destination”, a Nur-Sultan, dal 1997 capitale e una delle realtà più dinamiche nel panorama artistico contemporaneo del Kazakhstan. Un “prestito” importante per un progetto “che si colloca – dicono alla ‘GAM’ –nell’ambito delle attività internazionali della‘Fondazione Torino Musei’, che vede il coinvolgimento e il supporto dell’‘Ambasciata d’Italia’ a Nur-Sultan e rafforza le collaborazioni tra i nostri musei e le realtà culturali della capitale kazaka, con un significativo omaggio alle Relazioni Diplomatiche tra l’Italia e il Kazakhstan che celebrano nel 2022 il 30° Anniversario”.

“ L’installazione di Alessandro Sciaraffa – sottolinea a sua volta Baurzhan Sagiyev, direttore della ‘Tse Art Destination’ ci ricorda che il linguaggio dell’arte e il gesto artistico non hanno confini e distanze. L’opera ci immerge in un mondo di vuoto disincarnato ed effimero dove tutti possono vivere il non-essere pur rimanendo parte di qualcosa di più grande. Quest’opera è allo stesso tempo misteriosa e comprensibile, e lo è in particolare per i discendenti degli antichi nomadi che adoravano il sole, Padre Cielo e Madre Terra, e che eseguivano riti che includevano pratiche di interazione con i suoni della natura e con gli strumenti che li imitavano”. 

“Sinfonia” è composta infatti da un gong, unsistema sonoro e da una proiezione video su uno schermo specchiante inseriti dentro uno spazio buio a unire due dei temi fondamentali nell’opera di Sciaraffa: il suono primitivo del gong e l’osservazione delle aurore boreali. Il risultato del suo lavoro è così caratterizzato dalla simbiotica presenza di suono, tecnologiae natura. Esperimento non nuovo. Già presente in “Aurora” – esposta nel 2019 sempre alla “GAM” in occasione di “Luci d’Artista” – in cui oggi come allora Sciaraffa “esplora e rende tangibile la luce scintillante, con le infinite sfumature di colori e forme, e il suono inudibile generato dall’aurora boreale, catturato mediante apparecchiature in grado di captare le basse frequenze. “Manovratore” e “regista” di queste surreali “macchine” capaci di riprodurre i suoni delle “profondità naturali”, in un onirico viaggio immaginifico attraverso realtà fisiche sconosciute e anche un po’ inquietanti, è il visitatore che attiva suono e luce interagendo con il “gong”. A lui dice lo stesso Sciaraffa: “Ci sarà il suono delle aurore boreali che inizieranno a scoppiettare, a luccicare. Tu potrai stare a guardare questi bagliori di luce, come dei grandi dipinti che scorrono in uno spazio tempo, per poi farli esplodere con il gong”.

 

Per info: “GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea”, via Magenta 31, Torino; tel. 011/4429518 o www.gamtorino.it

g.m.

Nelle foto:

–       Alessandro Sciaraffa: “Sinfonia”, 2021

–       Alessandro Sciaraffa

L’ultimo appuntamento di Lirica a Corte a Stupinigi: “Pagliacci”

Domenica 10 aprile, ore 19 / Spesso rappresentata insieme a Cavalleria rusticana, l’opera di Ruggero Leoncavallo Pagliacci (Milano, Teatro Dal Verme, 1892) rappresenta l’ideale completamento dell’esperienza verista nella musica italiana di fine Ottocento. Ambientata nel mondo del teatro di strada, la drammatica vicenda racconta di sospetti, tradimenti e rivelazioni che sfociano in un delitto d’onore, consumato tra finzioni di commedia e cruda realtà dei fatti. Una finestra spalancata sul tormento dell’animo umano che conduce all’omicidio e all’annientamento di sé.

La rappresentazione inizia a sipario chiuso, con un baritono che si presenta al proscenio come personificazione del Prologo, il portavoce dell’autore che ci informa sulle intenzioni e sulla poetica dell’opera. L’azione vera e propria ha come protagonista una piccola compagnia teatrale itinerante, composta dal capocomico Canio, dalla moglie Nedda e dai commedianti Tonio e Beppe, che giunge in un piccolo borgo dell’Italia meridionale per mettere in scena una commedia. Canio ignora che la moglie, assai più giovane di lui, lo tradisce con un contadino del borgo, Silvio; anche Tonio, fisicamente deforme, è innamorato di Nedda, ma ne è respinto: per vendetta, Tonio avvisa Canio del tradimento della moglie. Il capocomico scopre i due amanti che si promettono amore, ma Silvio fugge senza che Canio riesca a vederlo in viso. L’uomo vorrebbe scagliarsi contro la moglie, ma arriva Beppe a sollecitare l’inizio della commedia, perché il pubblico aspetta. Canio non può fare altro che truccarsi e prepararsi per lo spettacolo, rimuginando sul tradimento e meditando vendetta. Sulla scena della commedia, Canio interpreta Pagliaccio, un marito tradito: ma ben presto la realtà prende il sopravvento sulla finzione e Canio riprende il discorso interrotto poco prima, rinfacciando a Nedda, nei panni di Colombina, la sua ingratitudine e dicendole che il suo amore è ormai mutato in odio per la gelosia. La donna, intimorita, cerca di mantenere un tono da commedia, ma poi, minacciata, reagisce con asprezza. Beppe vorrebbe intervenire, ma Tonio, eccitato dalla situazione che ha causato con le sue rivelazioni, glielo impedisce, mentre gli spettatori, dapprima attratti dalla trasformazione della farsa in dramma, comprendono troppo tardi che ciò che stanno vedendo non è più la farsa, ma la vita reale. Davanti al rifiuto di Nedda di rivelare il nome dell’amante, Canio la accoltella, avventandosi poi su Silvio, presente tra il pubblico, che nel frattempo è corso sul palco per soccorrerla. Compiuto l’omicidio, Canio si rivolge freddamente al pubblico, dichiarando finita la commedia. Una commedia che svela il suo dramma nel sogghigno beffardo e compiaciuto dell’assassino.

Interpreti e ruoli

Dario Prola, Canio

Eugenia Braynova, Nedda

Massimiliano Fichera, Tonio/Silvio

Paolo Grosa, maestro accompagnatore

Roberto Tagliani, guida al concerto

Programma

Si può? Si può? (Prologo)

Un grande spettacolo a ventitré ore (Canio, Nedda)

Un tal gioco, credetemi, è meglio non giocarlo (Canio)

Qual fiamma avea nel guardo (Nedda)

Nedda!… Silvio! A quest’ora…! Che imprudenza! (Nedda, Silvio)

Recitar… Vesti la giubba (Canio)

Nome di Dio… quelle stesse parole… No! Pagliaccio non son (Nedda, Canio, Tonio)

Sperai, tanto il delirio (Tonio, Nedda)

 

Lirica a Corte è organizzata dal Teatro Superga in collaborazione con STM – Scuola del Teatro Musicale e Fondazione Ordine Mauriziano.

 

INFO E BIGLIETTI

Palazzina di Caccia di Stupinigi

Piazza principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino

Biglietti: 30 euro

Info e prenotazioni: 011.6279789 biglietteria@teatrosuperga.it

www.teatrosuperga.it

Pivetti&Co, un gran bel trio nell’era del proibizionismo

Sino a domenica 10 al Gioiello “Stanno sparando sulla nostra canzone”

Innanzitutto, davvero un gran bel trio. In questa black story con musiche e canzoni,
dove riempiono la scena le nebbie notturne della Manhattan anni Venti e dove si sente
un forte profumo di whiskey e di proibizionismo, le luci delle macchine della polizia e le
sventagliate dei mitra, i gangster ricattatori e i giocatori di poker dal cuore d’oro e dai
sentimenti ad alta gradazione, ideata da Giovanna Gra – che è anche regista in coppia
con Walter Mramor – c’è una ironica e sensuale e sfacciatamente talentuosa Pivetti, la
Veronica dico, qui Jenny Talento, semplice fioraia per tutti ma in realtà venditrice
d’oppio, misteriosa nei suoi négligé e nelle sue calze a rete, caschetto di capelli neri,
bella voce, eccellente ballerina e gran portamento. Il cattivo di turno, Micky
Malandrino, nomen omen, ha la faccia e il fisico scattante di Cristian Ruiz, un
personaggio e un commentatore come poteva essere il Joel Grey di “Cabaret”, un
invidiabile curriculum che arriva dalla scuola di John Strasberg, il figlio di Lee fondatore
dell’Actors’ Studio di NY, pronto ad attraversare l’Accademia dei Filodrammatici e
“Quelli di Grock” milanesi, a sfoderare un canto ad alti livelli, danza moderna con
Debbie Allen, la coreografa di “Fame”. Last but not least di certo, Brian Boccuni con il
suo innamorato Nino Miseria, uscito da prove impegnative come “Il bacio della donna
ragno”, il musical che ci accompagnava attraverso la “Divina Commedia” o “Jersey
Boys”, che dimostra grinta e grande padronanza della scena, tra il ruvido e il
sentimentale e il combattivo ben tratteggiati. I due signori uomini metteteli poi uno di
fronte all’altro, come nella scena del duello, e sarà un gran bel pezzo di teatro.
Chi vorrà (repliche sino a domenica 10 aprile nella sala del Gioiello) divertirsi con
“Stanno sparando sulla nostra canzone”, saprà delle avances di Nino e
dell’arrendevolezza di Jenny, dei bisticci e dei sentimenti, delle carognate di Micky che
reclama dalla donna la restituzione di un debito che il ragazzo ha nei suoi confronti.
Facile immaginare le strade poco ortodosse. Jenny non ha il cuore poi tanto tenero e
soprattutto è una donna che pretende di farsi strada in una vita che non deve sempre
essere legata a quei suoi pochi fiori in vendita. Questa la vicenda, questa
l’ambientazione di un secolo fa, inaspettatamente confortata da una colonna sonora
che la riporta all’oggi, con forza e convinzione: da Gianna Nannini a Gloria Gaynor, dal
Ligabue di “Certe notti” alla Marilyn di “A qualcuno piace caldo” con il suo ukulele tra
le mani, da Sinatra alla Hepburn di “Colazione da Tiffany”, a Renato Zero. Forse gli
angoli più belli e incisivi della serata (soprattutto grazie agli arrangiamenti di
Alessandro Nidi e Elio Baldi Cantù), laddove al contrario hai la sensazione che il
tessuto narrativo verso l’epilogo batta un po’ in ritirata, esprima con troppa fretta la
giravolta di un destino e sembri sgonfiare l’eccellente costruzione che è stato sino a
quel momento. Questo certo non smorza l’entusiasmo di una platea colma al massimo
come raramente si vede di questi tempi, con i tre attori/cantanti/ballerini richiamati
più e più volte. Lo spettacolo è loro, alla loro bravura, all’entusiasmo alle stelle, al loro
saper fare ogni cosa senza ombra di difetti o smagliature. Anche per i bis, che non
lesinano, al di là della fatica: quando si arriva a Morandi e all’eterna “C’era un
ragazzo”, mai così attuale come in questi temi di guerra più o meno lontana, se
possibile la partecipazione del pubblico si fa più forte e incisiva. Grande serata.
Elio Rabbione

Invito a Pompei: così Torino riparte dal turismo e punta tutto sulla cultura

Dall’8 aprile al 29 agosto, nella Sala del Senato di Palazzo Madama potrete visitare la mostra che porta a Torino una vera e propria domus romana.

 

Si è tenuta  alla presenza del sindaco Stefano Lo Russo, la conferenza stampa che inaugura a Palazzo Madama la maestosa mostra “Invito a Pompei” allestita in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. Ed è stato proprio il sindaco Lo Russo a fare gli onori di casa, spiegando come Torino debba ripartire puntando sul turismo e sulla promozione di eventi culturali.

 

“La cultura è un pilastro fondamentale che noi saremo in grado di potenziare, in un luogo che è punto di forza, elemento di interesse non solamente per i torinesi ma anche delle persone che verranno qui nella nostra città a scoprirla e apprezzarne le bellezze” – Ha spiegato Lo Russo – Questa settimana inaugura un cartellone ricchissimo di eventi anche a livello internazionale. La mostra di oggi è sicuramente uno degli assi delle offerte culturali che la nostra città sarà in grado di offrire a chi verrà per visitarla.”

 

La mostra dedicata a Pompei ha il sapore internazionale dei grandi eventi, capaci di attirare un pubblico variegato. Il contenuto è prezioso: 120 opere tra mosaici, oggetti di vita quotidiana, arredi, gioielli e persino la ricostruzione di veri e propri ambienti. Lo scrigno che li ospita è altrettanto imponente: la Sala del Primo Senato Italiano. Il visitatore potrà entrare nell’intimità domestica di una ricca dimora, osservarne i dettagli e immergersi in sprazzi di vita che furono inesorabilmente cancellati quel maledetto 24 ottobre del 79 d.C. quando l’eruzione del Vesuvio spazzò via le intere cittadine di Pompei ed Ercolano.

La mostra, con il Patrocinio del Ministero della cultura, è dunque un invito a una visita immersiva a 360 gradi negli ultimi giorni di vita di Pompei.

 

“Ogni casa racconta la storia personale e intima di una famiglia, dei suoi abitanti, ma è anche microcosmo di una società e di un’epoca, con le loro abitudini espresse attraverso gli oggetti, gli arredi e le architetture – dichiara Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei – La domus romana, in particolare, aggiunge al racconto la straordinarietà e la bellezza di pitture e mosaici da ammirare. E le mostre ci consentono di raggiungere pubblici lontani e permettere, non solo a coloro che vengono in visita a Pompei, di fruirne. Quando trovano una cornice di prestigio come Palazzo Madama di Torino, l’esperienza di conoscenza e piacere è completa.”

 

“Quasi due millenni or sono giungeva ad Augusta Taurinorum la notizia dell’eruzione del Vesuvio. E delle lettere di Plinio il Giovane a Tacito si discusse forse nella Porta Decumana di un Palazzo Madama, che tanta memoria conserva della formidabile stagione artistica riscoperta in epoca illuminista con gli scavi di Pompei. Siamo profondamente grati – afferma Giovanni Carlo Federico Villadirettore di Palazzo Madama –  al Parco Archeologico e al Ministero della Cultura per averci ora consentito di presentare opere di raro significato e importanza in un contesto tanto evocativo. Ogni visitatore, uscendo dalla mostra, ripercorrerà quella torre romana ove gli avvenimenti di Pompei echeggiarono nei primi secoli della nostra storia”

 

 

La mostra, organizzata con la Glocal Project Consulting, si inserisce nel solco delle grandi iniziative espositive promosse dalla Fondazione Torino Musei.

 

Il catalogo è edito da Silvana Editoriale.

 

Potrete visitare “Invito a Pompei” a Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica, in piazza Castello, Torino,  il lunedi e da mercoledì a domenica in orario 10.00 – 18.00.

Martedì chiuso
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura. Per informazioni: palazzomadama@fondazionetorinomusei.it ,   Tel: 011 4433501

 

È possibile acquistare i biglietti anche suTicketone.it

 

 Lori Barozzino

 

Foto di copertina: approfittate  di una visita guidata con le meravigliose guide che Palazzo Madama mette a disposizione.

A Mango, nel cuore delle Langhe, l’inaugurazione dei primi “Percorsi Fenogliani“

“Beppe Fenoglio 22”

In occasione del Centenario della nascita del grande scrittore albese

Sabato 9 aprile, ore 15

Alba (Cuneo)

Continuano gli appuntamenti della “Primavera di Bellezza” inseriti nel Calendario “Beppe Fenoglio 22”, a cura del “Centro Studi”dedicato  al mitico scrittore e partigiano albese, in occasione del Centenario della nascita (Alba, 1 marzo 1922 – Torino, 18 febbraio 1963). Dopo l’incontro di domenica scorsa, con “Tra le righe di Fenoglio” che ha portato i partecipanti all’evento, attraverso una piacevole visita guidata, in 11  tappe del centro storico di Alba, luoghi vissuti, amati e descritti da Fenoglio, sabato prossimo 9 aprile (ore 15) nel paese di Mango e dintorni si inaugura uno dei primi “percorsi fenogliani”. L’organizzazione è dell’“Associazione Manganum ODV” che ha inteso programmare una serie di iniziative volte a rafforzare il legame fra lo scrittore, la sua terra di Langa e in particolare il paese di Mango (con i suoi luoghi più tipici, le cascine, il suo possente Castello e i suoi meravigliosi e larghi panorami), dove Fenoglio ha soggiornato e su cui molto ha scritto. Mango (media Langa, 1300 abitanti) è infatti uno dei paesi che Beppe cita più frequentemente nei suoi romanzi, ne “Il partigiano Johnny” e in “Una questione privata”, negli “Appunti partigiani 44-45” e nei “Racconti”. Mango lo ha accolto durante la guerra di Resistenza, che si consumava strenuamente su tutte le colline dall’Alta alla Bassa Langa e non solo, nel nome di una libertà da riconquistare ad ogni costo, anche al prezzo della propria vita. E di particolare importanza sarà proprio sabato 8 il ripristino del “Percorso del partigiano Johnny”, arricchito da opere d’arte che richiamano le trascrizioni letterarie riportate nelle postazioni vicine. Per info: www.manganum.it

Restando in tema, sono intanto un migliaio, finora, le parole scelte dal pubblico dell’esposizione “Una maniera di metter fuori le parole”, organizzata fino al 18 aprile a “Palazzo Banca d’Alba” (via Cavour, 4) per esplorare il linguaggio fenogliano. Nel percorso espositivo si trova un’installazione multimediale e interattiva realizzata da “Blulab” che permette di selezionare la propria “parola preferita” ricreando la magia visiva e sonora dello scrivere sul foglio bianco. La millesima parola digitata – tra quelle estrapolate dai dattiloscritti originali de “Il partigiano Johnny” e “Una questione privata” – è stata “segreto cardiopulso”, parola in vetta a tutte le altre, seguita da “incubosa solitudine” e “partigiano”.
Le scelte stilistiche di Fenoglio (i ricorsi, i neologismi) sono diventate “oggetto artistico”attraverso un processo di esaltazione che lega la scrittura alla fotografia.  L’allestimento della mostra è ideato da Danilo Manassero mentre la stampa fotografica utilizzando la cianotipia è realizzata da Francesca Marengo. L’esposizione è visitabile ad ingresso libero fino al 18 aprile nei seguenti giorni e orari: venerdì 14.30/18.30sabato e domenica 10.30/13.3014.30/18.30.
Infine, per tutta la durata del centenario fenogliano, in collaborazione con il Comune di Alba, è allestita l’installazione “Piazza Rossetti 1” una struttura – pensata e realizzata dall’architetto Danilo Manassero con le fotografie di Antonio Buccolo – che svela attraverso un gioco poligonale gli interni di quella che un secolo fa era “Casa Fenoglio”.Quest’ultima, abbattuta in gran parte negli anni Novanta del secolo scorso, è stata sostituita dall’attuale edificio comunale su cui è allestito l’intervento artistico-architettonico.Recentemente sono state ritrovate alcune fotografie raffiguranti gli spazi in cui visse lo scrittore: si tratta di immagini per lo più inedite, testimonianze degli ambienti e delle atmosfere domestiche in cui Fenoglio concepì le proprie opere. Attraverso l’installazione “Piazza Rossetti 1” le pareti che apparivano spoglie ed austere al momento degli scatti tornano così a mostrarsi vive e vibranti, “come avvolte da un’immaginaria texture visiva, costituita da un’intricata sovrapposizione di parole e dal suono scandito della macchina dascrivere”.

Le fotografie in bianco e nero diventano “finestre, varchi verso l’interno che permettono di vedere gli spazi di un tempo, producendo un inedito gioco prospettico che simula un’ipotetica sezione dell’edificio. Le immagini degli spazi architettonici vengono inoltre integrate da una fotografia di Beppe Fenoglio e da due testi che descrivono gli ambienti della casa, tratti dalla sua favola  incompiuta “Il bambino che rubò uno scudo”.L’operazione di ricostruzione ideale e virtuale comprende anche la riproposizione toponomastica dell’indirizzo “Piazza Rossetti 1” che ora non esiste più. L’attuale numerazione, infatti, parte dal numero civico 2, sede del “Centro Studi Beppe Fenoglio”.

Per info: “Centro Studi Beppe Fenoglio”, piazza Rossetti 2, Alba (Cuneo); tel. 0173/364623 o www.centrostudibeppefenoglio.it

Il calendario  degli appuntamenti, in continuo divenire, è aggiornato sul nuovo sito del “Centenario Fenogliano” www.beppefenoglio22.it

g. m.

Nelle foto:

–       Beppe Fenoglio

photo  ALDO AGNELLI
Titolo opera: Beppe Fenoglio a Mombarcaro
Anno: 1959

–       Mango – Il percorso del partigiano Johnny

–       Centro Studi Beppe Fenoglio

Trent’anni dopo la guida per sopravvivere all’assedio di Sarajevo 

Una copia ormai logora, consumata a forza di sfogliarne le pagine ingiallite dal tempo, la vidi tra i volumi della libreria a casa di Goran che la custodiva come una preziosa reliquia. 

Un’altra l’avevo  adocchiata in una libreria nei pressi della Baščaršija, al numero 8 di Vladislava Skarica ma, stupidamente, non la comprai. Gli ottanta marchi del prezzo ( quasi quaranta euro) mi avevano frenato. Che errore! Trovarla oggi non è solo difficile ma  quasi impossibile. La Sarajevo Survival Guide, scritta trent’anni fa, tra l’aprile del 1992 e la primavera del 1993 dal collettivo di FAMA composto da Miroslav Prstojević, Željko Puljić, Maja Razović, Aleksandra Wagner e Bora Ćosić, è diventata un oggetto di culto. Su Amazon si trova, usata, a centosettanta euro e nuova (rarissima) a cifre stratosferiche. Questo libro di novanticinque pagine in formato quasi tascabile era una guida per la sopravvivenza a Sarajevo durante la guerra. Edita nel 1993 dagli stessi autori in serbo-croato venne distribuita l’anno successivo, tradotta in inglese,  dalla casa editrice Workman Publishing di New York. Un libro originale, intelligente, denso di amara ironia balcanica che  descriveva e cercava di far comprendere come fosse possibile organizzarsi la vita durante l’assedio più lungo  della storia moderna che iniziò proprio trent’anni fa, il 5 di aprile del 1992. Un viaggio nella quotidianità di una città senza trasporti, acqua ed elettricità, senza cibo e telefoni, con i negozi dalle serrande abbassate e dagli scaffali tristemente vuoti, dove le informazioni erano scarsissime. Uno scenario duro, estremo, dov’era quasi impossibile vivere, sospesi come si era  tra mille stenti e pericoli che obbligavano  a inventarsi  ogni stratagemma utile per tirare avanti e sopravvivere.

Sarajevo era stretta d’assedio da duecentosei carri armati, centoventi mortai, un numero pazzesco di cannoni antiaerei e di armi d’ogni tipo. Così, sotto  il fuoco costante dei mortai e dei cecchini, in condizioni di lavoro tremende, i ragazzi di FAMA iniziarono la raccolta, insieme ad artisti e intellettuali sarajevesi, di informazioni utili per resistere. Ovviamente la guida rappresentò un  progetto estremo di denuncia e documentazione offrendo al tempo stesso utilissime e concrete indicazioni pratiche su dove dormire, come riscaldarsi e depurare l’acqua , prepararsi dei pasti o bevande con un vero e proprio ricettario di guerra, suggerendo dritte sui mezzi di trasporto utilizzabili e i possibili itinerari per muoversi nel catino sarajevese senza buscarsi un proiettile in testa. “Se decidi di andare a Sarajevo, sii preparato e maturo. Potrebbe rivelarsi la decisione più importante che tu abbia mai fatto nella vita”, si leggeva. E di seguito gli utili consigli: “Porta con te buone scarpe che ti facciano camminare a lungo e correre veloce, pantaloni con molte tasche, pillole per l’acqua, i marchi tedeschi (piccole taglie), batterie, fiammiferi, vasetto con vitamine, cibo in scatola, bevande e sigarette. Tutto quello che porterai sarà consumato o scambiato per informazioni utili. Dovrai sapere quando saltare un pasto, come trasformare i problemi in scherzo ed essere rilassato nei momenti impossibili. Imparare a non mostrare emozioni e non essere pignolo su nulla. Sii pronto a dormire in scantinati, desideroso di camminare e lavorare circondato da pericoli. Rinunciare a tutte le tue abitudini precedenti. Utilizzare il telefono, quando funziona, ridere quando non funziona. Riderai un sacco. Disprezza, non odiare”. La filosofia di questa sorta di Routard in tempo di guerra, è racchiusa in queste parole. Non rinunciare a se stessi, non abbrutirsi, non cedere all’odio per non diventare come gli assedianti. E tutto l’insieme intriso da un potente e dissacrante  umorismo nero  mentre si raccontavano le bellezze di una città .Un libro che era anche un messaggio per la nuova civiltà che stava per nascere, quella del ventunesimo secolo, affrontando in presa diretta il nodo della sopravvivenza in condizioni urbane estreme. Così, una pagina dopo l’altra, si veniva accompagnati  attraverso una città che si arrangiava sperimentando forme di resistenza e di dignità che mettevano alla prova i nervi stimolando la creatività, necessariamente cinica, per vincere il terrore quotidiano.

La mappa di sopravvivenza venne realizzata girando per le strade, parlando con le persone, vivendone gli stessi disagi e gli stessi lutti. Il risultato ottenuto, in un contesto drammatico, fu straordinario. La Sarajevo Survival Guide testimonia come in circostanze tremende, dove l’esistenza delle persone viene resa  impossibile, la vita e la cultura sopravvivono, alzano la testa, non s’arrendono. Nella Sarajevo assediata venivano pubblicati giornali, andavano in onda trasmissioni radiofoniche, esistevano luoghi (come le scale dei palazzi o gli angoli riparati dai muri) dove ritrovarsi a giocare a carte, scacchi o al biliardino; gli appartamenti erano adibiti a scuole, le donne si specializzarono in ricette culinarie fatte di nulla, coltivando verdure negli orti di guerra in casa o in qualche fazzoletto di terra tra un palazzo e l’altro. Alcuni esempi? Partiamo dalle bevande: “L’acqua e il tè sono le bevande più consumate in città. Un tempo l’acqua di Sarajevo era nota per la sua purezza. Oggi, prima di essere bevuta, va bollita e mischiata con una pillola. Ne esistono di due tipi: pillola bianca per due litri di acqua, pillola verde per cinque litri di acqua. I problemi nascono quando si possiede una pillola verde e meno di due litri d’acqua. Cosa ci sia dentro le pillole è un segreto che conoscono, forse, solo i funzionari dell’Umprofor, la forza di protezione dell’Onu che detiene il monopolio delle pillole. Alcol, succhi di frutta e latte in polvere sono difficili da trovare e molto costosi e bisogna cercarli al mercato nero”. C’è anche chi, ironicamente, si lamentava: “ Ci hanno mandato latte in polvere, a volte polvere di caffè, polvere di vitamina, e sono riusciti a ottenere anche la polvere d’uovo. Perché mai non hanno inventato la rakija (la grappa) in polvere?”. Si veniva informati che, al quarto piano di un palazzo viveva una donna con la sua mucca: lei all’interno dell’appartamento abbandonato, la mucca sul balcone. O viceversa. Un altro esempio era quello della cultura. Negli scantinati venivano allestiti spettacoli teatrali. I concerti non mancavano mai e non era difficile averne notizia. Tutte le vetrine delle librerie erano andate distrutte e il numero dei romanzi e dei libri di intrattenimento era andato rapidamente scomparendo. Con un crescente interesse per i libri stranieri e per i dizionari. La fame di cultura provocava crampi come quella vera e tutti erano interessati alle altre lingue straniere.

La guida segnalava anche i souvenir : “il più gettonato è la scheggia di mortaio. Si possono trovare ovunque: nelle strade, nelle piazze, sui balconi, all’interno delle abitazioni. I proiettili hanno un prezzo inferiore. Se non si hanno soldi si possono barattare con un buono alimentare”. Anche i regali mostravano una scala di valori radicalmente diversa: ”una bottiglia di acqua pulita, una candela, un pezzo di sapone, shampoo, aglio, cipolla, un secchio di carbone, qualche tronco di legno. Le scarpe di pelle di serpente sono eccellenti per correre da un incrocio all’altro ed evitare i colpi dei cecchini”. Per non parlare, del riscaldamento durante i quattro rigidi  inverni  di guerra a Sarajevo. Il clima della capitale bosniaca è tipicamente quello di montagna e la temperatura arriva fino a venticinque gradi sotto zero. Per dormire s’indossava qualunque indumento, calze spesse e berretti di lana. Gli alberi dei viali furono tagliati e bruciati e dopo di loro i mobili e, qualche volta ma non sempre, i libri. Nonostante i disagi, c’era parecchia ironia in giro. Ci fu chi disse: “ Lo scorso inverno ha dimostrato che i libri di Ilich Vladimir Lenin bruciano molto bene, dimostrando il calore delle idee del socialismo”. Nell’inverno del 1993, oltre a non esserci elettricità in quasi tutta la città, era un’impresa trovare gas per il riscaldamento. “Il problema è che se il gas veniva aperto quando nessuno se lo aspettava, arrivava anche a esplodere in alcune case e appartamenti, provocando gravi ustioni ad alcuni abitanti di Sarajevo. Così, in un ospedale di Sarajevo, un infermiere, che si stava congelando alla reception, sperava che il gas venisse aperto per potersi riscaldare. Poco dopo vide un gruppo di persone che entravano in ospedale. Erano sporchi di fuliggine e dalle loro spalle e vestiti usciva fumo. Appena li vide, l’infermiere esclama con gioia: E’ arrivato il gas!!”. Agli inizi d’aprile di dieci anni fa, vent’anni dopo l’inizio delle ostilità, il  gruppo formato dai giovani artisti sarajevesi conosciuti a livello internazionale per aver prodotto la famosa guida ha presentò il progetto per il museo dell’assedio di Sarajevo ( sottotitolato, l’arte di vivere 1992-1996), promosso dalla municipalità di Sarajevo e da un consorzio promotore dell’idea. Centinaia  di testimonianze vennero raccolte rappresentando la memoria di donne e uomini, anziani e bambini che resistettero al più lungo assedio della storia moderna, dal 5 aprile del 1992 al 29 febbraio del 1996. Accanto a materiale video, documenti e fotografie colpivano le raccolte di oggetti di fortuna costruiti durante la guerra.

La ricerca prevedeva la raccolta di informazioni su diversi livelli: antropologico, umanitario, culturale, sociologico, politico, psicologico, militare, internazionale. Emerse come da un lato i cittadini di Sarajevo fossero riusciti a dimostrare, nonostante il brutale e strategico terrore a cui erano stati sottoposti, che il lavoro, la creatività, l’intelligenza, l’umanità possono vivere anche in una situazione di inferno come quella dell’assedio. Dimostrando quindi che, in ultima analisi, i cittadini avevano vinto“, raccontò Suada Kapić di FAMA. Che aggiunse come fossero emersi anche gli  aspetti opposti come “la perversione dei comportamenti, l’arroganza senza limiti, la totale mancanza di rispetto del prossimo, la facile manipolazione e l’assoluta assenza di visione della realtà. Così ciò che era inconcepibile potesse accadere, accadde“. Prendendo in considerazione le persone e l’assedio come un unico “organismo vivo“, il gruppo FAMA era convinto che il Museo potesse rappresentare una parte importante della “banca di conoscenze umane” utili al mondo globalizzato nella continua lotta per la sopravvivenza. Un’idea concreta per dimostrare a chi vive oggi in situazioni di terrore, di conflitti armati e sociali, di distruzione ambientale, che è possibile salvare la civiltà e rimanere esseri umani anche durante una permanente distruzione durata tre anni e dieci mesi, 1425 giorni, quasi dodicimila morti, decine di migliaia di feriti. Un monito terribilmente forte che, considerati i tanti conflitti come l’attuale che insanguina l’Ucraina invasa dalle truppe di Mosca, non è valso a far comprendere come siano atroci e insensate le guerre.

Marco Travaglini