Attraverso connotazioni evocatrici di risonanze, nel Museo di Moncalvo situato nell’ex convento secentesco in cui Orsola Caccia fondò una scuola di pittura ed ove ora si svolge la mostra di Stefano Bressani inventore di una nuovissima forma d’arte, avviene un virtuale incontro tra il geniale scultore e la monaca pittrice.
Le “Sculture vestite”, ottenute appoggiando su supporti la ricomposizione a mosaico di tessere di tessuto non prese da tagli a metro ma ritagliate da abiti, che contengono già una storia di vita, trovati in mercati e in negozi vintage piacerebbero ad Orsola che in queste stanze si era affrancata dai modelli paterni attraverso coloratissime nature morte autonome ancora cariche di simbologia sacra ma avviate al naturalismo oltre ad un curioso interesse per l’abbigliamento, ne fa testo il singolare vestito alla moda indossato da una intrigante Santa Margherita di Antiochia, alquanto inconsueto per una santa.
Tanti sono stati i movimenti d’avanguardia e gli artisti che hanno accolto suggestioni esercitate dalla stoffa, basti pensare alle lacerazioni dei sacchi di juta di Burri, agli stracci provocatori di Pistoletto, ai costumi batik di Yinka Shonibare, all’abito di feltro appeso di Beuys ma mai nessuno ha pensato di farne sculture.
Bressani è l’unico artista al mondo che, dopo un faticoso severo tirocinio di sperimentazioni, si è appropriato delle possibilità operative della stoffa intuendo che essa possiede qualità interne espressive e presagi di riuscita; nelle sue mani non è materiale inerte e inanimato bensì organismo vivente da trattare sia come faber che come artista conciliando indissolubilmente tecnica e idea con un dialogo fecondo che asseconda il tessuto e al tempo stesso lo dirige con rispetto.
Con le sue innovazioni nell’adattare i ritagli di stoffa, assemblati ad incastro, non cuciti e incollati per avere possibilità di cambiarli a piacere, dopo un faticoso tirocinio di sperimentazioni, ha stravolto l’immaginario collettivo del marmo come materiale e dello scalpello come strumento di michelangiolesca memoria.
Ora si serve di tessuti e forbici; proprie queste, da cui mai si separa, sono state motivo conduttore di belle immagini di tanti fotografi già noti o emergenti che lo hanno immortalato, mentre le indossa a modo di occhiali o cravatta oppure le usa come archetto mentre suona il violoncello o come stecca da biliardo,interpretandone la personalità giocosa e ironica in un suggestivo libro edito nel 2020.
Come non ricordare per associazione d’idee, essendo stato denominato “Il Sarto dell’arte”, il dipinto di Giovan Battista Moroni che dà dignità ad un sarto orgoglioso del proprio lavoro impugnando le forbici, con la differenza che Bressani trasforma l’arte applicata in arte vera e propria grazie ad una tecnica ed a uno stile inconfondibile.
Con la mostra PICASSO RE LOADED il museo si illumina di colorate sculture in stoffa talmente perfette e simili nella resa iconografica da sembrare a distanza dipinti picassiani.
Non si tratta di imitazione e ripetizione bensì di originalità nella continuità svolta da un artista che ha superato il concetto romantico di insularità dell’opera d’arte che interrompe i rapporti con artisti precedenti, mentre questa deve accoglierne i suggerimenti, in questo caso di Picasso, riaprendo e continuandone il discorso con nuove proposte, ripresa creatrice e slancio inventivo.
In tal modo la bionda Marie Thèrese e la bruna Dora Maar, la sensuale donna sul prato, l’ironica donna col brodo di gallo e la donna con il cappello, oltre alle teste tridimensionali, si specificano attraverso la morbidezza della stoffa che esclude la durezza delle linee taglienti cubiste assumendo un altro significato di tecnica e stile che è unicamente quello di Bressani.
Alla personalità artistica geniale, gioiosa, fuori dagli schemi corrisponde la personalità umana, delineata dall’abbigliamento surreale, che lo rende di volta in volta prestigiatore, mago o eccentrico Hatter di Carroll.
Così appare nelle fotografie di Aurelio Amendola mentre, in abito nero, camicia bianca, farfallino e cilindro, frantuma “La Donna che legge sul tablet”, come provocazione del sempre più evidente abbandono della lettura su carta, nell’happening all’Arca di Vercelli, rinnovando serate futuriste e dadaiste, incontri del Cabaret Voltaire, Pop Art e performances in cui l’artista diventa egli stesso opera d’arte.
In modo paradossale ed estroso, stupisce l’unione di espressioni di rottura moderna, contemporanea e sentori di arte musiva bizantina oltre a splendori barocchi delle cornici dorate in cui sono rinchiusi i quadri cubisti.
Mai stanco di sperimentare nuove espressioni artistiche, ha trovato anche nella ceramica promesse di riuscita; nel laboratorio di Marco Tortarolo in una Albisola che ha visto l’avanguardia di Lucio Fontana, Giuseppe Capogrossi, Wifredo Lam, Asger Jorn, spalleggiati dal gallerista Carlo Cardazzo e da Milena Milani, Bressani porta avanti la grande stagione che ha aggiunto un aspetto intellettuale e concettuale alla tradizione artigianale della ceramica.
Sempre però affermando orgogliosamente il ruolo di artigiano poiché se c’è mestiere senza arte non esiste senza mestiere.
Giuliana Romano Bussola

Il famigerato e crudele conte vampiro della Transilvania conobbe il primo, grande successo di pubblico nel maggio del 1897 quando, a Londra, venne pubblicato il più famoso dei libri dell’irlandese Bram Stoker. Si trattava di “Dracula”, un romanzo dalle atmosfere gotiche. In verità l’idea venne concepita da Stoker qualche anno prima, esattamente 131 anni fa, tra il luglio e l’agosto del 1890. “La bocca, per quel che si scorgeva sotto i folti baffi, era rigida e con un profilo quasi crudele. I denti bianchi e stranamente aguzzi, sporgevano dalle labbra, il colore acceso rivelava una vitalità stupefacente per un uomo dei suoi anni. Le orecchie erano pallide, appuntite; il mento ampio e forte, le guance sode anche se scavate. Tutto il suo volto era soffuso d’un incredibile pallore”. Una descrizione che non lascia dubbi sull’identità del personaggio e sulla sua natura sinistra, offrendo l’occasione al tema del vampirismo di acquisire, forse per la prima volta, una certa dignità letteraria.
rivede la moglie morta, fino al professore olandese Abraham Van Helsing, scienziato e filosofo che crede nell’esistenza del soprannaturale. Fatto circolare prima tra gli amici e successivamente modificato, il libro venne stampato e posto in vendita nella tarda primavera del 1897.
A sostenere quest’ardita tesi non sono dei fantasiosi “cacciatori di vampiri” ma alcuni studiosi dell’Università estone di Tallinn che, in collaborazione con studiosi italiani, hanno compiuto ricerche sulla principessa slava Maria Balsa, fuggita a Napoli nel 1479 a causa delle persecuzioni turche e accolta nella città all’ombra del Vesuvio da Ferdinando d’Aragona. La donna, che diventò in seguito moglie del Conte Giacomo Alfonso Ferrillo, sarebbe la figlia del Conte Vlad III di Valacchia, meglio conosciuto ai più come il Conte Dracula. E parrebbe proprio che fosse stato il padre ad accompagnarla nella città sul Golfo, cercando e ottenendo l’anonimato. La prova fornita dagli studiosi a sostegno delle loro tesi è il fatto che il blasone formatosi in seguito alla fusione degli stemmi delle famiglie Balsa e Ferrillo presenta un drago, in tutto e per tutto simile a quello della casata dei principi di Valacchia. Sarà davvero così? Il conte Dracula riposa (?!) a Napoli? La storia è affascinante, ricca di sfumature e di colpi di scena, anche se sembra più la trama di un romanzo d’avventure che una realtà storica. Infatti, almeno per il momento, manca il particolare che la renderebbe clamorosa, il colpo di scena finale: il corpo di Vlad Tepes. Ed è ciò che gli studiosi scesi in campo sperano di ottenere. Nel dubbio, come il professor Van Helsing, attendiamo notizie tenendo ben stretto in una mano un appuntito paletto di frassino e nell’altra una boccetta di acqua benedetta.
Srebrenica, dall’antico nome latino Argentaria si può tradurre in “città dell’argento”. Prima del 1992 era conosciuta per le terme, l’estrazione di salgemma e le miniere. Poi, dissoltasi la Jugoslavia, la storia si è incaricata di consumare tra quelle montagne l’ultimo genocidio in terra europea dalla fine della seconda guerra mondiale. In quella località tra le terre alte della Bosnia nord-orientale circa diecimila musulmani bosgnacchi vennero trucidati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache e dai paramilitari serbi. L’atroce crimine di massa venne consumato tra l’11 e il 21 luglio 1995, dopo che la città, assediata per tre anni e mezzo, il 10 luglio era caduta nelle mani del generale Ratko Mladić. Nel marzo del 1993 Srebrenica era stata proclamata enclave dell’Onu, in virtù della risoluzione 819. In pratica l’intera area doveva essere protetta, difesa. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, inviò un piccolo contingente di qualche centinaio caschi blu.
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Il romanzo da poco pubblicato in Italia è uno dei più ambiziosi della Maynard, ed anche parecchio autobiografico.
Poco più di 400 pagine che vi afferrano per non mollarvi più, con il racconto di una fase della vita della Maynard doloroso ma anche intensissimo, che sciorina temi portanti quali l’amore, la morte, il caso e il disperato tentativo di contrastarlo.
E’ un’altra storia coinvolgente, di quelle che ci incollano alle pagine con la suspense continua e l’attesa di vedere svelata una verità sottesa, ma che aleggia nell’aria fin quasi da subito. Potremmo definirlo il magistrale racconto di un sottile plagio, di una dipendenza emotiva ed affettiva che finisce per condizionare tutta la vicenda e relega in un angolino la capacità di giudizio della protagonista.
Non è un vero e proprio thriller anche se le vittime ci sono; giovani donne che perdono la vita in modo sospetto.

Allora caliamoci per un attimo in Contrada Guardinfanti, pieno centro storico racchiusa tra le vie Barbaroux, Stampatori, Santa Maria e dei Mercanti, il cuore più antico dell’Augusta Taurinorum.
Al numero 3/d intanto la Tipolitografia dei Mercanti di Emanuela Zannetti, una donna piena di risorse e
carica umana. Nel suo negozio e laboratorio (dove tiene corsi di calligrafia) tutto quanto è oggetto di legatoria ma soprattutto personalizzabile è creato. Dalle scatole per opere di artisti agli oggetti della memoria (album, percorsi….). Bisogna entrare, osservare e farsi prendere dai suoi racconti e dai propri desideri. Poco distante al 3 della stessa via ecco un cortile di quelli tipici delle case a ringhiera.
Qui su un balconcino la domenica alle ore 18 prende vita il Concertino del Balconcino, creato da due musicisti di punk lirico Daria Spada e Cristan Maxime che con queste performance che ormai hanno una serie di appassionati frequentatori, offrono l’opportunità ad attori, cantanti, attori di esibirsi e dare prova del proprio talento. Basta contattarli.
del Concertino, alle ore 17,45 ecco che prende vita Radio Citofono, la radio senza obbligo di frequenza, animata da Gabriella Squilibra che intrattiene chi attende lo spettacolo con uno proprio dal titolo “Parole e magia” dove si analizza il significato di una parola prescelta dalla sua etimologia fino alla lettura delle carte sempre attraverso il collegamento del citofono.
Basta naturalmente appoggiare l’orecchio! Sempre in zona, poco distante da lì, in una bottega piccolissima che rischia di non essere vista, opera la Dottoressa delle Bambole, Greta Canalis, altra giovane artigiana in via Barbaroux 7 che grazie ad una profonda e mirata formazione. restaura bambole antiche e moderne. Perché nulla vada perso soprattutto quando legato a bei ricordi.