Dopo la scoperta del fatto che l’Alchimia nell’Ottocento fosse ancora ben studiata, anche in un’epoca sempre più dominata dalla Scienza, approfondiamo quali siano le cause di tanto interesse.
Cosa è dunque l’Alchimia? È opinione comune che sia quell’Arte che insegna la tecnica volta a ottenere la Pietra Filosofale, una pietra che permette di tramutare i metalli vili in argento e in oro. Alcune correnti di pensiero sostengono ancora oggi che sia vero, ma non è questo che interessa chi la studia per avvicinarsi al mondo invisibile. Quale è il vero modo di pensare dell’alchimista?Chi segue tale tipo di studio ha una visione metafisica, che è sostanzialmente la stessa riconoscibile alla base dello yoga, del taoismo, di varie tradizioni esoteriche e così via. Questa visione parte dall’assunto che il fenomeno vita, che nessuno osserva mai perché viene dato per scontato, sia associato al movimento, perché ormai abbiamo questa visione meccanica, ovvero riteniamo che solo tutto ciò che si muove sia vivo. In realtà il fenomeno “vita”interessa tutto l’universo, quindi anche le pietre e i minerali sono vivi e in continua evoluzione, al pari dei vegetali, degli animali e dell’uomo.
Sappiamo che esiste una entità che, per definizione, è inconoscibile, cui si può dare il nome di “Principio Originario”, dacui emana una potente energia creatrice; questa energia comincia gradualmente a corporificarsi; la sua prima manifestazione, la più elementare, è rappresentata dalla luce, subito dopo segue la più bella, il cristallo. Dopo il cristallo vengono subito i minerali e i vegetali. Questi cominciano a strutturarsi in molecole più complesse, il vegetale si complica, si raffina, si formano gli aminoacidi e le molecole. Queste si aggregano in forme più complesse, nasce il mondo animale, poi il mondo animale si complica ulteriormente, si raffina, fino alla comparsa dell’essere umano, ma ci si è allontanati notevolmente dal Principiooriginario. Il cristallo è assai più vicino alla “Energia Creatrice”dell’uomo. Allora l’assunto dell’Alchimia è: se io voglio avvicinarmi all’inconoscibile, debbo passare per il regno che gli è più vicino e devo farmi aiutare da lui. Perché è meno corrotto, è più in contatto, è spirito corporificato al primo livello di semplicità, è probabilmente la base più semplice tramite cui riuscire a stabilire questo contatto.
Cos’è l’Alchimia, conosciuta anche come Arte Sacra? È un’Arte che rende l’uomo capace di costruire una macchina per entrare in contatto con il Principio Originario. L’alchimia è lo studio che rappresenta il grande polo originario della Tradizione, dal quale originano tutte le altre Tradizioni, ma non è solo questo l’obiettivo dell’alchimia, non è la sua unica giustificazione. Perché finora abbiamo capito come funziona, quale sia l’assunto di base, senza specificarne l’obiettivo. L’Alchimista può trasformare il metallo vile in oro, ma è un obiettivo poco importante per lo studioso. Può forse essere interessante sul piano scientifico, ma non è certo il piùimportante. E’ interessante notare che tutte le Tradizioni hanno un concetto ben preciso in comune, quello di un errore iniziale nell’atto della creazione, un “peccato originale”. Il Tao dice: all’inizio era il Tao, poi venne la virtù, poi si perse la virtù e venne la giustizia, poi si perse la giustizia e venne la morale, una rottura iniziale che spezza l’unità. Nella Tradizione indù Shiva s’innamora, si addormenta, cala il velo di Maia e così via. Tutte le tradizioni hanno il loro modo per raccontare come, alla base di questo mondo, ci siano un dramma cosmico, un errore di fondo. E ecco allora che la Pietra Filosofale è conosciuta con un altro termine ancora: Medicina Universale, il presidio terapeutico, in grado di curare la malattia universale, Farmaco Catholicon. Il farmaco universale, capace di curare l’errore di fondo e regalare la salute perfetta con conseguente allungamento della vita fino al massimo consentito all’uomo. Ottenere un simile vantaggio non poteva non incuriosire gli studiosi di epoche passate, lontane dalla nostra, benedetta dalla presenza di strutture sanitarie efficienti e farmaci in grado di tenere sotto controllo e risolvere la maggior parte delle malattie. Ne furono interessate le principali famiglie nobili di tutta Europa, che ospitarono nelle loro ricche dimore filosofi e maghi sedicenti, in grado di ottenere il “Donum Dei”, la pietra miracolosa capace di offrire il triplice dono: la ricchezza perpetua, la salute perfetta e l’accesso all’Assoluto. Potendo fabbricare l’oro a proprio piacimento, era risolto il problema della ricchezza. Godere di una salute perfetta rappresentava un regaloassai ambito in un’epoca in cui l’età media della popolazione era molto bassa e chiunque, anche se ricco e potente, non aveva le difese congrue di fronte anche a una banale infezione. Ma, almeno nelle fasce più evolute degli studiosi, il dono desiderato ardentemente era il terzo, ovvero il contatto con l’assoluto, che avrebbe garantito al fortunato possessore della Pietra la Conoscenza Universale. In virtù di tale contatto, nulla sarebbe rimasto più nascosto alla sua mente.
Forse si trattava solo di una leggenda, un’idea, un’immagine consolatoria per sopperire a quella che era l’ignoranza percepita dagli eruditi di ogni epoca, compresa l’attuale, nei confronti di quale possa essere il significato ultimo della nostra vita. Eppure, per risolvere l’unico autentico enigma che accompagna l’umanità dalla comparsa sul pianeta, nelle biblioteche di ogni nazione, è presente una sterminata quantità di testi che, ovunque, ripetono i medesimi concetti complicati e le stesse indicazioni per ottenere il “Donum Dei”, la Pietra in grado di offrire una via d’uscita all’umanità dolente, rendendo lo studioso in grado di vivere serenamente, ricco, privo di ogni malattia e in grado di rispondere a ogni domanda riguardante qualsivoglia quesito, operando di nascosto perché, per lunghi secoli, il voler contattare il Divino al di fuori degli insegnamenti canonici della Chiesa era perseguito con tenacia, essendo una chiara forma di eresia.
Questo pensiero ha assillato le famiglie nobili più in vista,compresi i Reali ben noti della nostra città, al punto che Torino, considerata magica, debba tale fama proprio all’alchimia che concorre, più di ogni altra scienza alternativa, ad alimentare tale fama, grazie alla passione della famiglia Savoia per questo studio. Secondo la leggenda, Maria Cristina, moglie di Vittorio Amedeo I di Savoia, costruì Palazzo Madama seguendo i consigli dei maestri alchimisti. A quanto pare, quando divenne reggente, dopo la morte del marito nel 1637, gli alchimisti le rivelarono il segreto dell’ubicazione degli ingressi di alcune grotte che si vuole fosserosituate in un labirinto sotterraneo, nelle vicinanze di Palazzo Madama e piazza Castello, grotte in cui si narra vi fossero stati costruiti laboratori ben attrezzati in cui gli alchimisti, provenienti da tutta Europa, lavoravano alacremente alla ricerca della Pietra Filosofale. Si mormora che addirittura Apollonio di Tiana, un filosofo dell’antica Grecia, sia stato in grado di ottenere e nascondere la Pietra Filosofale nella terza grotta, quella più segreta. Secondo la leggenda le Grotte Alchemiche sono tre ed è possibile entrarvi solo a chi sia Iniziato al segreto e sia stato messo al corrente dell’esatto percorso da seguire, poiché la Torino sotterranea abbonda di cunicoli e passaggi segreti, che sono stati scavati per creare confusione e proteggere le grotte. La narrazione tradizionale recita che, se si rintraccia la giusta via e si raggiungono le grotte, si materializzeranno per incanto i propri pensieri e le speranze, ma potranno anche realizzarsi le proprie paure. Si dice, infatti, che il principe Umberto di Savoia sia riuscito a raggiungere la prima e, quando riuscì ad entrarvi, purtroppo per lui, pensò al timore da cui più era ossessionato: quella di essere ucciso, pensiero incauto, perché venne poi ucciso a Monza solo pochi giorni dopo.
Apollonio non fu l’unico personaggio famoso a passare per Torino. Anche molti altri furono attratti dalla città, come Paracelso, Cagliostro, Erasmo da Rotterdam e Nostradamus. Questo veggente, astrologo e alchimista, pare sia venuto a Torino nel 1556, su richiesta di Emanuele Filiberto e Margherita di Valois, rimasti senza figli. Volevano l’aiuto di Nostradamus per generare un erede al trono. Il veggente rimase in giro per un po’, probabilmente cercando di realizzare la Pietra Filosofale e lasciando scritte ogni sorta di profezie. Si dice che, quando abbandonò il palazzo, nacque Carlo Emanuele I. I personaggi citati, fra i più famosi studiosi di Alchimia, erano in possesso di numerosi segreti, fra i tanti quelli relativi alla metodologia operativa, conoscenza indispensabile a effettuare la corretta sequenza di azioni all’interno di fumosi laboratori, in cui veniva utilizzata la sostanza segreta da utilizzare, per realizzare l’Opera,ed è proprio questa sostanza l’arcano principale dell’Opera.
Quale materia è necessaria per iniziare il lavoro in laboratorio? E’il segreto principale; nessun alchimista lo rivelerà mai, anche se èben celato nei libri, il cui studio costante ne permette l’identificazione . Non per nulla una delle principali raccomandazioni date dai Maestri è la seguente: “Ora Lege Lege Lege Relege labora et invenies”, “prega, leggi, leggi, leggi, lavora e troverai”, sottinteso tutto quello che ti serve ad iniziare il cammino”, percorrendo un sentiero impervio che Fulcanelli, il misterioso Alchimista del XX secolo, ha definito “coperto di spine e delimitato da rovi”, per indicare le difficoltà cui andrà incontro chiunque voglia tentare di svelare il mistero dell’Arte Regale e ottenere un prezioso dono, capace di renderlo immune a tutte le difficoltà, che quotidianamente, nel corso della nostra breve esistenza, incontriamo in questa valle di lacrime.
Rodolfo Alessandro Neri











Che bell’idea festeggiare un piacevole anniversario sotto il segno del “gioco”! Tanto più se gli anniversari sono due. E dunque giochi d’ogni tipo e genere, d’ogni età e provenienza, giochi “da nobili” e giochi da “comuni mortali”, giochi d’acqua e di strada o giochi sotto il tendone di un circo. Capita alla Reggia della Venaria Reale, che quest’anno festeggia i suoi primi 15 anni di apertura al pubblico e i suoi 25 dalla dichiarazione Unesco di “Patrimonio Universale dell’Umanità”. Dunque: “Reggia! Liberi tutti”, come recita lo slogan del ricco programma di iniziative riunite sotto il titolo di “Play 2022. Un anno tutto da giocare”. Del resto, si sa che, storicamente, Regge e Residenze Reali sono state (eccome!) anche paciosi “luogo di svago e loisir” oltre che centri importanti e severi di “pouvoir”. E allora, dicono i responsabili, “in un momento in cui la pandemia obbligava se non a rinunciare, almeno a ridefinire fortemente l’attività ludica, ci è parso che fosse opportuno riflettere proprio su di essa”.
prima, e “Foto in gioco! Un racconto di 18 fotografi italiani” la seconda. Curata da Silvia Ghisotti e Andrea Merlotti – la magistrale ambientazione scenica è per entrambe, di Peter Bottazzi – in collaborazione con il “Museo Nazionale del Cinema” di Torino e la “Biblioteca del Seminario Vescovile di Asti”, la prima rassegna propone alcune significative rappresentazioni di giochi e spettacoli tra Corti, teatri e piazze da Torino capitale sabauda alla provincia, presentando rare testimonianze iconografiche del ‘700 e ‘800. Corti e piazze. In tempi di pace, il gioco non conosceva prescrizioni di spazi.
conservate nelle “Residenze Reali Sabaude” e in collezioni pubbliche e private piemontesi.
Fra le opere esposte, ricordiamo un affollato calligrafico “Spettacolo in piazza Castello”, opera di un seguace di Giovanni Michele Graneri, un importante “teatrino di marionette” del XVIII secolo e la sezione della mostra dedicata alle “lanterne magiche”, alle “scatole ottiche” e ai “fantascopi”, provenienti dal “Museo Nazionale del Cinema” di Torino. Sono invece 120 gli scatti realizzati da 18 firme fra le più grandi della fotografia italiana degli ultimi decenni, assemblate alla Reggia nella seconda mostra “Foto in Gioco!”, curata da Giangavino Pazzola ed organizzata insieme a “CAMERA-Centro Italiano per la Fotografia”. Immagini in bianco e nero e a colori, la scena resta l’Italia “ma con un salto di tre secoli” da quella dei sovrani assoluti a quella del boom economico fino al nostro presente”.
“Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio le sofferenze dell’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte”: con queste parole Papa Francesco sintetizza nel suo più intimo significato il tema della morte in croce del Cristo Redentore. Passione e morte per la salvezza dell’Uomo, che pure partecipa, nella sua avventura terrena, all’inciampo del dolore, dell’emarginazione, della tortura, della passione e della morte. Su questa linea intende proporsi la riedizione aggiornata della mostra “Crocifissioni” nuovamente ospitata, in periodo quaresimale – dopo lo stop imposto nel marzo del 2020 dalla pandemia – nelle sale espositive del Collegio “San Giuseppe” di Torino, oggi certamente fra i più importanti centri di promozione culturale cittadina.
rinascimentale) realizzati dal torinese Ottavio Mazzonis (Torino, 1921 – 2010) fra il ’90 e il ‘98. Appeso alla Croce non il corpo del Cristo, ma solo il freddo “sudario”, a simboleggiare il “calvario” della Chiesa odierna, e intorno il dolore senza fine di Maria e discepoli. Dolore in cui si fa luce intensa il grande disco lunare, monito di attesa Risurrezione, proposto dal disegno “Nel buio la luce” di Carla Parsani Motti, mentre dolore assoluto senza fine resta quel Cristo “lanciato in una dimensione di profondità atemporale, in cui la Maddalena è ridotta ad un volto rovesciato indietro” del “Jesu, dimitte nobis” di Luigi Rigorini.
figura quasi astratta in una tela di sacco dorata. E ancora i dettagli. Gli oggetti del martirio.
Mattana e a Renzo Igne. Originale la visionaria leggenda del “pettirosso” di Nick Edel e la complessa narrazione di Rosanna Campra. E poi, il tradimento, preludio al martirio, nel cupo “Bacio di Giuda” di Giovanni Taverna e ancora il dolore estremo negli inchiostri di Giacomo Soffiantino, nell’uccello trafitto di Sandro Lobalzo come nei rami e spine di Franco Sassi e nelle pagine famigliari di Michele Tomalino Serra, fino all’immagine in acquaforte di Lucia Caprioglio del mandylion (il panno con cui la Veronica asciugò il volto di Gesù grondante sangue e sudore) e allo straniante surrealismo di Vito Oliva, di Giorgio Viotto e di Sergio Saccomandi.”Gesù sarà in agonia – ricorda Fratel Alfredo, citando Pascal – fino alla fine del mondo: non bisogna dormire fino a quel momento”. Saggio monito. Di innegabile, drammatica attualità.