CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 566

Il docufilm su Costantino Nigra, da “La rassegna di Novara”

Al Museo Nazionale del Risorgimento si è tenuta martedì 3 maggio scorso l’anteprima 

 

Martedì 3 maggio, alle ore 17, si è tenuto al Museo Nazionale del Risorgimento, in piazza Carlo Alberto 8, l’anteprima del docufilm “La vittoriosa sconfitta” del regista Michele Burgay, prodotto dalla Fondazione Vittorio Bersezio.
L’introduzione è stata affidata allo storico Gianni Oliva, la voce narrante è stata del doppiatore Mario Brusa e protagonista del film è stato l’attore Enzo Brasolin. Oltre ai protagonisti del film sono intervenuti Mario Napoli, presidente della Fondazione Bersezio, e Mauro Caliendo, presidente del Museo Nazionale del Risorgimento.
Il filmato è incentrato sulla figura di Costantino Nigra, personalità di spicco del Risorgimento italiano, e prende spunto da “La rassegna di Novara”, un carme da lui scritto in endecasillabi, all’indomani dell’Unità d’Italia.
“Ho sempre provato una forte simpatia per il re Carlo Alberto, il re dello Statuto e delle Libertà, e una affascinata ammirazione per il diplomatico e politico Costantino Nigra, che fu anche linguista, poeta e studioso dei canti popolari del Piemonte – commenta il Presidente della Fondazione Bersezio, l’avvocato Mario Napoli. Il lavoro di Mario Burgay costituisce la sintesi di due figure determinanti nel secolo di Vittorio Bersezio e la triste vicenda della battaglia di Novara, quale emerge nei commoventi versi del poeta, in cui riceve un doveroso riconoscimento di quel che rappresentò per il Risorgimento e la nascita dell’Italia unita”.
Nigra immagina che il re Carlo Alberto si alzi dalla sua tomba di Superga e vada nella piana di Novara, passando in rassegna i soldati caduti nella battaglia del 23 marzo 1849. Si trattò della prima battaglia combattuta con il Tricolore, imposto dal Re a tutti i reggimenti dell’esercito sardo piemontese.
Il canto riscosse notevole successo sia in Italia sia all’estero, riproposto in antologie e sussidiari, capace di trasmettere la capacità del poeta di consacrare una nuova Italia, ritrovando un orgoglio e una dignità che erano stati smarriti in secoli di dominazioni straniere.
“Sono molto contento – spiega il Presidente del Museo Nazionale del Risorgimento Mauro Caliendo – di ospitare questa interessante rassegna dedicata a Costantino Nigra. Il museo è, infatti, partner della Fondazione Bersezio nella realizzazione di questo docufilm, capace di confermare la nostra volontà di raccontare tutti i personaggi, anche meno noti rispetto ai padri della patria, che hanno contribuito alla realizzazione dell’Italia attraverso le loro gesta. Si tratta di figure fondamentali dalla vita straordinaria, di cui è fondamentale mantenere viva la memoria”.
Questo docufilm rappresenta il primo episodio di un progetto artistico di più ampio respiro, che vuole narrare un’epoca in cui alcuni torinesi, santi o dannati, contribuirono comunque all’unificazione del regno d’Italia.
Seguirà un prossimo ciclo di proiezioni.
Ingresso gratuito nella Sala Cinema, sino a esaurimento dei 65 posti disponibili.

Mara Martellotta

Prenotazione obbligatoria allo 0115611726 oppure redazione@zipnews.it

Le letture di Belleville: “Fallisci e sei morto”

LE LETTURE DI BELLEVILLE

Fallisci e sei morto.
Giulia Vola
Acquario Edizioni 2021

_“Fallisci e sei morto, mi aveva detto un ragazzo venuto dal Bangladesh. Chi? Sheick, uno dei tanti arrivati nel mio quartiere: San Salvario, Torino, Italia. Uno che si sentiva tagliato fuori. Aveva una
famiglia, lontana. Mamma, papà, fratelli, zii, nonni. E una moglie e una figlia, piccola. Voleva che li conoscessi tutti.”_

Cosa sappiamo dei migranti, degli stranieri che vivono a Torino da qualche mese o da molti anni? In generale molto poco. Frequentiamo i loro negozi, compriamo ai loro banchi al mercato, ci facciamo aiutare nelle nostre case o nell’accudimento dei nostri familiari più fragili. Conosciamo il loro nome, a volte ci facciamo raccontare qualche scarna informazione sul loro paese, se siamo piùcuriosi magari ci spingiamo a parlare di famiglie o di cibo, ma in generale ci sfioriamo costantemente senza arrivare mai a conoscerci in maniera  più approfondita. “Fallisci e sei morto” racconta l’incredibile viaggio che l’autrice, Giulia Vola, ha compiuto intorno al mondo alla ricerca dei
legami e delle storie personali di uomini e donne che hanno lasciato i loro paesi per venire in Italia a cercare fortuna sognando una vita migliore. Il viaggio di Giulia si snoda dalla Thailandia alle Filippine, dal Perù al Marocco, dal Bangladesh al Regno di Tonga. Africa, Asia, Oceania, America: Giulia si muove alla ricerca di chi o che cosa è stato lasciato indietro e lo fa andando a conoscere e in molti casi ricevendo l’ospitalità delle famiglie di chi è partito. C’è Sarwar, che in Bangladesh faceva il geografo e sognava l’università in Italia e invece si è ritrovato a vendere stoffe su una bancarella; Maria, che è tornata nelle Filippine dopo dieci anni di
lavoro in Italia passati ad accudire i figli degli altri mentre i suoi crescevano con i nonni e adesso è diventata una vera istituzione nel suo villaggio; Omar, con una laurea egiziana in matematica che in Italia non valeva nulla ma che ha fatto fortuna nella ristorazione. E poi ancora Diana in Perù, Malia in Colombia, Sabrina in Bolivia, e molti altri . Chi è riuscito e chi ha fallito, anche se più che di fallimento in senso assoluto credo sia più corretto parlare di fallimento percepito e di aspettative deluse. Ci sono le bugie bianche, per non deludere chi ci ha lasciato partire, le mezze verità che aiutano a consolare, e poi ci sono i ricordi con cui convivere, gli affetti lasciati indietro insieme ai profumi di casa
e alle speranze di una vita diversa. L’autrice si muove con delicatezza tra le vite di chi è partito e di
chi è rimasto, ci racconta i suoi viaggi e i suoi incontri con una vividezza di particolari che per un attimo ci fanno entrare in ogni singola tappa di questo incredibile e coraggioso viaggio alla ricerca dei legami e delle radici di quelle persone che hanno scelto l’Italia e Torino per dimostrare a se stessi e ai propri familiari che non falliranno nella difficile impresa di ricostruirsi in un luogo lontano
da casa.

A cura di Paola Tombolini

Libreria Belleville
Piazza De Amicis 80/E
10126 Torino
Tel: 333-9101681
Tel: 011-18582753

www.libreriabelleville.it
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I PROSSIMI EVENTI IN LIBRERIA:

Prosegue la stagione dell’Orchestra Polledro

Un terzo appuntamento previsto martedì  17 maggio prossimo al teatro Vittoria

 

Prosegue la stagione 2021’22 dell’Orchestra Polledro con, sul podio,  il direttore Federico Bisio e quale primo oboe il Maestro Carlo Romano, già  primo oboe dell’Orchestra RAI. Appuntamento martedì  17 maggio prossimo alle 21, preceduto  dalle prove aperte della stessa Orchestra all’Hub Cecchi Point, in via Cecchi 17, nell’ambito degli eventi del Salone del Libro.

Il programma risulta molto ricco e comprende tre Sinfonie, la Sinfonia in Sol maggiore ED 10:G10 di Joseph Myslivecek; la Sinfonia in re minore Op. 12 n. 4 G 506 intitolata “La casa del diavolo” e, ultima ma non meno importante, la Sinfonia in La maggiore  n. 64 Hob 1:64 di Franz Joseph Haydn dal titolo  “Tempora mutantur”.

Myslivecek, musicista pratese, morto a Roma nel 1781, è stato attivo soprattutto in Italia e, all’epoca, era uno dei compositori più prolifici d’Europa, capace di rimanere fedele alle convenzioni dell’opera seria italiana, senza approfondirne, però, gli aspetti drammatici.

Nonostante sia considerato il padre dell’opera ceca e uno dei primi compositori cechi a diventare un famoso operista, bisogna osservare che il suo linguaggio operistico non presenta caratteristiche ceche, ma maggiormente improntate all’opera seria italiana.

Per il teatro Regio di Torino compose nel 1767 Il Trionfo di Clelia e, nel 1773, l’Antifona.

La Sinfonia in Sol maggiore è strutturata sul modello delle Sinfonie da opera, in tre movimenti, di cui il secondo presenta, come fosse un concerto solistico, un ruolo predominante affidato all’oboe e alle mani del maestro Carlo Romano.

La Sinfonia in re minore opera 12 n. 4, nota come “La casa del diavolo”, fu composta da Luigi Boccherini nel 1771 mentre il musicista era al servizio  dell’Infante Don Luis di Spagna. Si tratta di una delle più note e eseguite delle Sinfonie di Boccherini, che rappresentano la parafrasi di un brano tratto dal Don Juan di Gluck, che ne rappresenta l’ultimo movimento. Il titolo di “Casa del diavolo” compare sulla copia  manoscritta milanese della Sinfonia. Siamo in presenza di una scelta formale compiuta da Boccherini, una vera e propria imitazione del brano di Gluck, con il quale intrattiene una relazione formale molto stretta. Il finale di Boccherini è  costruito a partire dalle unità tematiche di Gluck, ma nessuna di queste è  ripresa in maniera letterale. Tutte le modifiche sono apportate per rendere il movimento rispondente alle linee generali della forma sonata.

L’ ultima sinfonia in programma è quella n. 64 in La maggiore ( Hoboken), nota anche con il soprannome “Tempora mutantur”. Fu composta tra il 1773 e il 1775. Il probabile periodo di composizione fa collocare la scrittura della Sinfonia al termine del periodo dello Sturm und Drang  durante il quale Haydn aveva prodotto alcuni tra i brani più importanti del suo repertorio.

Il soprannome “Tempora mutantur” fu dato dallo stesso Haydn. Il compositore,  infatti, sulle partiture orchestrali preparate per la prima esecuzione di questa sinfonia al castello Esterhazy, appose la dicitura “Tempora mutantur”, proprio all’inizio del manoscritto.

La versione completa della locuzione è  “Tempora mutantur, nos et mutamur in illis”. La strumentazione prevede due oboi, due corni e archi. Sono, quindi, presenti in tutto quattro movimenti, coerentemente con i canoni della Sinfonia del Classicismo.

Per molto tempo gli studi haydiani si interrogarono invano sul significato dell’iscrizione, finché nel 1975 il musicologo Jonathan Poster sciolse l’enigma, provando che si trattava dell’incipit di un distico latino del poeta inglese John Owen, vissuto tra il XVI e il XVII secolo, famoso anche nel XVIII come il “Marziale britannico”, proprio per i suoi epigrammi, genere in cui Marziale, poeta latino del primo secolo dopo Cristo, notoriamente eccelse. In italiano si può rendere con la dicitura “I tempi cambiano e anche noi cambiamo con essi. Ma come? L’uomo diventa sempre peggiore man mano che passa il tempo”.

La Sinfonia è strutturata per due oboi, due corni e archi, (con il fagotto che raddoppia il basso, cioè  violoncelli e contrabbassi all’unisono) ed è tra le più inusuali di Haydn,  maestro riconosciuto dell’insolito. Il primo movimento si attiene alle regole della forma sonata; il tempo Allegro con spirito inizia con un tema di otto battute che è un’unità  in sé  conchiusa, ma presenta al suo interno fortissimi contrasti di dinamica, strumentazione e natura del materiale musicale.

Il primo movimento è un bell’esempio del modo in cui Haydn sappia manipolare dall’interno le regole della composizione, per sorprendere di continuo l’ascoltatore.  Il secondo, un largo in re maggiore, rappresenta uno dei momenti più sperimentali dell’arte di Haydn. Non deve stupire che il titolo di questa Sinfonia siacollegato a questo movimento estremamente strano, quasi una rappresentazione musicale del decadimento del mondo. Il ritorno alla normalità è rappresentato dal Largo, dal Minuetto con Trio  (Allegretto in la maggiore), che non possono che sembrare un ritorno alla normalità.

 

Orchestra da Camera Giovanni Battista Polledro

Sede operativa c/o Cecchi Point, via Antonio Cecchi 17.

MARA MARTELLOTTA

www.orchestrapolledro.eu

Tina Modotti, il fuoco che non muore

Per molto tempo è stata relegata nell’oblio, volutamente confinata in un cono d’ombra perché scomoda, ribelle, anticonformista.

Eppure i suoi scatti, a parere di molti, hanno anticipato i moderni reportage fotografici, creando una memoria visiva che ha documentato in maniera straordinaria culture e realtà sociali. Nella sua vita amò molto uomini, idee, arte, diritti umani, rivoluzione. Una donna straordinaria, Assunta Adelaide Luigia Modotti, detta Tina. Nata il 17 agosto 1896 nel popolare Borgo Pracchiuso a Udine, da un’umile famiglia friulana, aderente al socialismo della fine Ottocento, a soli due anni si trovò costretta ad emigrare in Austria con la sua famiglia.I Modotti tornarono a Udine nel 1905 e Tina frequentò lì le prime classi della scuola elementare. A dodici anni trovò lavoro come operaia nella fabbrica tessile Kaiser, alla periferia della città. Il padre era nuovamente emigrato, questa volta in America, in cerca di lavoro e la ragazza dovette contribuire al mantenimento della numerosa famiglia. Diciassettenne, nel giugno del 1913, varcò anch’essa l’oceano per raggiungere il genitore in California, dove (come ha scritto nella sua biografia Pino Cacucci) “stavano crescendo i grandi movimenti sindacali e la vita culturale e artistica era in gran fermento“. Fu così che a Tina Modotti si dischiusero in un primo tempo le vie del teatro e del cinema, e successivamente della fotografia. Fu musa di artisti importanti, recitò nel cinema muto di Rodolfo Valentino, amò perdutamente il rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella, assassinato nel 1929. Nella vita di Tina Modotti  non mancarono gli incontri straordinari: i fotografi Jane Reece, Johan Hagemayer, Robert Capa ed Edward Weston, che la ritrasse in un nudo bellissimo ; i grandi pittori messicani Diego Rivera e Clemente Orozco; attivisti politici come il comunista triestino Vittorio Vidali, il Comandante Carlos del Quinto Reggimento durante la guerra civile spagnola, conosciuto durante una manifestazione di protesta dopo la condanna a morte di Sacco e Vanzetti ;scrittori come John Dos Passos, André Malraux, Ernest Hemingway. Da donna appassionata qual’era si dedicò alla causa rivoluzionaria in Messico e combatté con le Brigate internazionali in Spagna. Le sue foto hanno sempre narrato i volti e le sofferenze degli ultimi. Sono immagini di campesinos, pescatori, donne che lavano i panni e che allattano bambini. Dedicò molti scatti al Messico, sua terra d’elezione, dove morì a 46 anni e dove venne sepolta. Pablo Neruda scrisse le parole dell’elogio funebre che ancora oggi si possono leggere sulla sua tomba: “Sorella, tu non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa. Riposa dolcemente, sorella. Perché non muore il fuoco“. Dopo l’improvvisa scomparsa le venne tributato il giusto riconoscimento per la sua personalità umana, artistica e politica, tant’è che per alcuni anni la sua memoria restò ben viva nell’opinione pubblica latinoamericana. Poi cadde l’oblio, lungo quasi trent’anni. Le sue opere, che si trovano in gran parte negli Stati Uniti, vennero tenute nascoste negli archivi dei dipartimenti di fotografia a causa del maccartismo e della sua assurda caccia alle streghe. Una scelta oscurantista, come ricordarono al Centro Cultural Tina Modotti di Caracas , “che rese impossibile, per molti anni e non solo in America, lo studio e la presentazione di un’artista che aveva creato immagini di qualità e militato nel movimento comunista internazionale“. L’inquietudine l’accompagnò per tutta la vita, spesa quasi sempre in credito con la fortuna. Artista, intellettuale, tra i primi fotografi a capire il valore sociale e la forza di denuncia di un’immagine, perseguitata da viva e persino da morta per le sue idee, fu comunque una delle più belle figure di donna che l’Italia seppe dare al mondo.


Marco Travaglini

“LIBRI-AMO. Oltre la voglia di leggerezza”

Per continuare a sognare per mano ad Irene e sotto la sua grande Luna, nuova iniziativa del “Progetto IB Artemide”

Da venerdì 6 maggio

Con “LIBRI-AMO”, l’intento “è quello di fare, nel nostro piccolo, educazione alla lettura con un progetto mirato soprattutto a un pubblico giovane. Brevi incontri con autori, anche emergenti, per il gusto di assaggiare mondi diversi, mordere la voglia di cambiare e lasciarsi trasportare da suggestioni letterarie per fare cultura, per promuovere spazi di condivisione, per presentare progetti rivolti ai giovani”. Così sottolineano le ragazze e i ragazzi e con loro tutti i responsabili del “Progetto IB Artemide”, promotori dell’iniziativa – inserita nel programma del “Salone del Libro OFF” – in collaborazione con l’“Associazione Formazione & Salute” e con il patrocinio della Circoscrizione 8. Nato poco più di un anno fa nel quartiere Nizza-Millefonti, il Progetto è dedicato a Irene Bertello e si concretizza per realizzare un sogno.

Il sogno di Irene. Tutto racchiuso in quel suo grande sorriso, avvolto nei lunghi capelli biondi, capace di abbracciare il mondo e arrivare al cielo. Una laurea appena ottenuta e a pieni voti  in “Economia Aziendale e Direzione d’Impresa” e l’infinita passione per la moda e il fashion design, Irene scompare a soli 25 anni, una domenica di marzo del 2021, schiacciata dall’auto impantanata nella neve e ribaltatale addosso, mentre insieme al fidanzato cercava di riportarla in carreggiata a Oulx, in località Vazon. Una tragedia senza confini per papà Ezio e mamma Marisa, per il fidanzato rimasto illeso e per le molte amiche e amici, quelli soprattutto dell’Oratorio della Parrocchia “Patrocinio San Giuseppe”, dove Irene era cresciuta e fortemente impegnata, allora, come animatrice e formatrice. “Tutti dicono che la vita sia difficile, ma io mi sto divertendo un mondo” amava ripetere Irene. Parole che, da allora, suonano come beffa. Come eco crudele di un destino inatteso, contro cui era da subito necessario usare le armi della rivincita. “Portate avanti voi i miei sogni” direbbe ancora oggi la ragazza che amava la grande Luna, la Luna crescente personificata dalla dea Artemide e diventata logo del Progetto a lei dedicato. Il “Progetto IB Artemide” per l’appunto. Avviato dai genitori e dai tanti amici di Irene, con sede proprio in quel “Giardino di Artemide” di via Biglieri 9/B, frutto di un sapiente recupero di un’area dismessa sita presso la parrocchia “Patrocinio San Giuseppe”, cuore pulsante dell’area Nizza-Millefonti che ha visto nascere il polo ospedaliero dell’attuale Città della Salute e gli stabilimenti e la trasformazione dell’area del Lingotto. Il “Progetto IB Artemide”  è “un’iniziativa – dicono ancora i promotori – senza scopo di lucro che si propone non solo di mantenere vivo il ricordo di Irene ma di rinnovarsi, trasformarsi in leggerezza, armonia, bellezza, desiderio di sostenere i sogni dei giovani e di far camminare nuove idee con Irene al nostro fianco”. E “LIBRI-AMO”, proseguono, “si inserisce proprio fra le iniziative che il Progetto Artemide, ha realizzato nel corso di un anno o poco più (un lungo e ricco percorso per noi) con l’unico obiettivo di raccogliere fondi per finanziare giovani promettenti in percorsi di studio dedicati alla moda e al marketing”. Come si articola concretamente l’iniziativa? Da venerdì 6 maggio e per tutti i venerdì fino al 27 maggio, sempre a partire dalle 19, si terranno appuntamenti letterari nel segno di “leggere e leggerezza, voglia di restare in equilibrio tra la ricerca di speranza e la voglia di prendere il volo, sia esso metaforico o reale”. Dove? Ovviamente nel giardino più bello che c’è, il “Giardino di Artemide” al civico 9/B di via Biglieri.

Ecco dunque il programma dei quattro incontri. Si inizia venerdì 6 maggio con Gianni Lazzaretti, scrittore-viaggiatore che presenta “Quel sorriso chiamato amicizia” edito da “Lazzaretti”, per proseguire il 13 maggio con la giovane pinerolese Valeria Avalle ( blogger su www.liberaribelle.com ) che presenta “Happy place”, suo primo libro. Il terzo appuntamento, 20 maggio, è  con “Anonimi eroi”, romanzo corale di Luca Novara per i tipi di “Giovane Holden”, cui seguirà, 27 maggio, Alberto Giovannini-Luca con “Dieci e venticinque”, “Neos Edizioni”, in cui si ripercorrono i momenti seguiti alla vigliacca strage alla Stazione di Bologna (1980) nella cui sala d’attesa lo scrittore si trovava ventiquattro ore prima del barbaro attentato.

Ingresso libero e gratuito. Per info: www.ibartemide.com

Gianni Milani

Nelle foto: Irene Bertello e il “Giardino di Artemide”

Un affresco del secolo scorso da un atto d’amore per le nipotine

RITRATTO DELL’ITALIA DEL SECOLO PASSATO LA STORIA DI GINO ROTA

Anna Rota Milani non è una scrittrice. La sua ‘appartenenza’ al mondo dell’arte è dovuta soprattutto alla pittura dai caratteri impressionistici. Lo testimoniano le sue opere che impreziosiscono gli ambienti dell’Antico Mulino di Fontanetto Po e la ‘Ca’ San Sebastiano a Castel San Pietro di Camino Monferrato o i suoi atelier a Zoalengo di Gabiano o in via Macrino d’Alba a Torino. Non è una scrittrice, o almeno così non ama definirsi, ma in ‘Gino e i Rota – ricordi di amore e di resilienza’, questa artista torinese di residenza ma dalle salde radici monferrine (anzi della Valcerrina) ha saputo affrescare attraverso il ricordo della persona e della vita del padre Gino (ma il suo vero nome era Michele Marco Luigi, per tutti Gino) classe 1913, famiglia originaria di Ponte San Pietro, paese non distante da Bergamo poi giunta in Monferrato, e della  mamma Salvina di Pozzengo di Mombello Monferrato, la vita quotidiana di una famiglia del Novecento, con sullo sfondo quella che era la società di allora. In quello che l’autrice definisce ‘un atto d’amore per le mie nipotine’ si è voluto ricordare, con colpi di penna che sembrano pennellate, un mondo che non c’è più con Gino e Salvina che si uniscono le loro vite alle 6 del mattino, al buio e al freddo, nella chiesetta di Pozzengo, poi il viaggio di nozze: in bicicletta si spingono sino a Cavagnolo e prendono il trenino per Torino sino a Porta Susa. Poi in un piccolo appartamento in corso Belgio iniziano la loro vita insieme. Vita che non sarà certamente facile nell’Italia della guerra e del dopoguerra, ma Gino e Salvina non sono persone da arrendersi. Così nel 1948 arriva Anna. Il padre in questi anni non sta fermo, cambia lavoro, si ingegna, passa dalla Snia Viscosa, alla profondità delle miniere nelle cave di marna, tra il capoluogo e Gabiano, e poi ancora muratore, portiere, da vero eclettico, come lo definisce con orgoglio la figlia, e poi ancora ‘carbonaio motorizzato’ sino a diventare conduttore di impianti termici sino ad ideare un brevetto per filtrare l’aria destinata al carburatore che proporrà come pezzo di ricambio alle officine meccaniche piemontesi, ottenendo un importante riconoscimento dalla concessionaria Lamborghini. E per qualche anno il ‘Filtro Rota’ verrà prodotto e venduto in centinaia di esemplari. E poi ancora ci saranno la pensione ed il ritorno a Zoalengo. E quanto a genialità e capacità di crescita anche la figlia Anna ha fatto la sua strada riuscendo ad aprirsi una strada nel mondo dell’impresa, certamente non facile anche nell’Italia del secondo dopo guerra. Ma questo aspetto merita sicuramente di ritornarci perché è un altro capitolo che merita di essere scritto.

Il libro, come scrive Giovanni Ponzetti nella presentazione “è un intreccio di curiosità, episodi e anedotti, che hanno rappresentato le vite vissute dei componenti della famiglia Rota fino a conferire identità di storia al racconto stesso”.

Massimo Iaretti

Per Eurovision Off, Davide Boosta Dileo torna sul palco in solitaria

Eurovision Off nel Salone d’Onore

della Palazzina di Caccia di Stupinigi

Giovedì 5 maggio, ore 21

Davide BOOSTA Dileo 

The Post Piano Session

 

 

Un pianoforte al centro e tutto intorno il fastoso Salone d’Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi, una delle più spettacolari invenzioni juvarriane. Per Eurovision Off, giovedì 5 maggio, Davide Boosta Dileo torna sul palco in solitaria con The Post Piano Session, un viaggio nella musica sulle note di un pianoforte sorprendentemente post-rock. Al posto delle corde della chitarra, risuonano quelle del pianoforte che trascinano il pubblico in un’atmosfera intima e personale.

Davide BOOSTA Dileo, classe 1974, da Torino, è un artista dalle mille sfaccettature, tra cui musicista, dj, compositore, autore e produttore, conduttore radio-televisivo e scrittore, è anche autore di opere d’arte. È tastierista e co-fondatore del gruppo elettronico Subsonica, con alle spalle 8 album in studio, 8 dischi di platino, più di 500mila copie vendute, 4 cd live e una grandissima carriera live. Come solista, Davide ha pubblicato “La Stanza Intelligente” nel 2016 e “Facile” nel 2020 con anche dei singoli nel 2021 come “Stellae Noctis” con Alina Kalancea e “Alphabet, Canone for Letters”.

 

L’evento è promosso dalla Fondazione Ordine Mauriziano, ente proprietario della Palazzina di Caccia di Stupinigi, in collaborazione con Reverse Agency, Teatro Superga, Sistema Cultura e Città di Nichelino.

 

 

INFO

The Post Piano Session, Davide BOOSTA Dileo

Eurovision Off

Giovedì 5 maggio, ore 21

Salone d’Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi,

piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino (TO)

Prezzo: 25 euro

www.ordinemauriziano.it

L’opera di Peter Russell al Circolo dei Lettori

Venerdì 6 maggio alle ore 17,00 la Sala Musica del Circolo dei Lettori di via Bogino a Torino ospiterà un incontro dedicato a Peter Russell, tra i maggiori letterati inglesi della seconda metà del  ventesimo secolo, grande esperto e conoscitore di Dante, candidato al Premio Nobel per la Letteratura alla fine degli anni ’90, riconosciuto dalla critica letteraria ufficiale come “ultimo dei grandi poeti moderni”.

A confrontarsi sull’opera del grande poeta saranno Wilma Minotti Cerini, curatrice della monumentale opera Peter Russell. Vita e poesia; Enzo Cacioli, sindaco di Castelfranco Piandiscò, ultima residenza del poeta britannico; Natale Luzzagni e Stefano Valentini del periodico La Nuova Tribuna Letteraria; Adam Vaccaro, Presidente  dell’ associazione culturale Milanocosa; Roberto Salbitani, scrittore e fotografo, amico personale di Peter Russell; Giampiero Tonon, del sito www.Literary.it;Mons. prof. Franco Buzzi, ex Prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano; Prof. Francesco Diciaccia, scrittore e critico. L’incontro sarà coordinato dal poeta e saggista torinese Sandro Gros-Pietro. Peter Russell, influenzato dalla poetica di Yeats e grande amico di Thomas Stearns Eliot e Ezra Pound, fu tra i primi a curare le traduzioni in inglese di Mandel’štam, Pasternak e Jorge Luis Borges. Una vita intensa e prolifica, riassunta puntualmente  l’imponente  volume di oltre ottocento pagine, curato dalla poetessa e scrittrice Wilma Minotti Cerini, nata a Milano e oggi residente sul lago Maggiore. Un libro fondamentale per conoscere uno dei principali protagonisti della scena culturale inglese degli anni ’50 che frequentò a Firenze il Caffè Letterario Le Giubbe Rosse dove conobbe Montale, Quasimodo, Landolfi e Ungaretti. Dopo una serie di vicissitudini personali e un breve soggiorno a Berlino, nel 1964 si trasferì a Venezia per restare accanto a Pound fino alla morte di quest’ultimo avvenuta nella città della Serenissima il 1 novembre 1972. Nei primi anni ’80 Russell 1983 si trasferì definitivamente in Toscana, al confine tra il Valdarno fiorentino e quello aretino. A Pian di Scò trasformò un vecchio mulino nella sua casa-biblioteca dove visse e lavorò fino al gennaio del 2002 quando, poco prima di morire, donò tutto il suo patrimonio librario e documentaristico al comune toscano. La serata torinese, a poco più di cent’anni dalla nascita (Russel era originario di Bristol, nell’Inghilterra sud-occidentale, dove nacque il 16 settembre del 1921) offrirà l’occasione di ripensare a questo intellettuale irregolare, innamorato  delle sue idee su poesia, bellezza e libertà.

Marco Travaglini

Steve Della Casa racconta Dario Argento

È un percorso individuale e soggettivo la visione di un film e parallelamente lo è ancor di più la visita a una mostra, che penso presto diverrà anche parte integrante, con alcune sue componenti, del più vasto Museo che attualmente la ospita. Una mostra sull’opera di Dario Argento, nella sua amata Torino, al Museo Nazionale del Cinema.

Posticipata per la pandemia. Durata quattro anni per allestirla. Un unicum per un regista italiano. Per di più nella cornice dei luoghi delle riprese, che da torinese ho scoperto visivamente interessanti nella loro ordinarietà, ma che conoscevo solo superficialmente e non apprezzavo sufficientemente, nel loro valore fotografico e di scena prima di apprezzare il suo cinema.
Che poi si dica, che proprio i torinesi conoscono poco la loro città lo si pensi, va tutto bene. Nella esposizione temporanea, che mi ha visto girare tra stand, memorabilia, manifesti, video e reminiscenze d’umori adolescenziali, tutto sortisce un effetto alla ” mi ritorni in mente”. Il critico Steve Della Casa con ” Dario Argento, due o tre cose che sappiamo di lui” ( Electa Cinecittà , pag. 159, 2021, €. 26,60) ce lo restituisce in un ritratto a tutto tondo. Opera di lettura e consultazione, con il raro dono della sintesi. Per chi è digiuno di tutto e vuole solo sapere qualcosa dell’ autore o è agito dalla passione smisurata per l’argentologia. Per chi ha già visitato la mostra, la deve ancora visitare o non la vedrà mai.
Per noi tifosi granata che come Steve, nel 1976 fummo Campioni d’Italia e si era a un anno dall’uscita nelle sale italiane de ”La tigre dai denti a sciabola” (cambiato nel definitivo Profondo Rosso) è associare poeticamente il calcio alla cinefilia.
Si dice (o almeno si mormora) che il titolo divenne tale dal nome del gruppo rock inglese dei Deep Purple, all’ epoca in trattativa con la produzione per la composizione della colonna sonora del capolavoro argentiano, ma a giochi quasi fatti sul filo di lana, la spuntò la band italiana prog dei Goblin, più adatti con le loro sonorità, alle necessità dell’autore. Un libro tutto di aneddoti, interviste, contributi critici e rarità di foto di scena. Tutto da scoprire. Come Argento che più racconta di se, più ha da raccontare. Il genere giallo dei primordi muta in seguito più marcatamente nel gore e nell’ horror con il thrilling come costante, come vuole sottolineare la traccia semantica del percorso espositivo della Mole Antonelliana. Dario ha sdoganato in Italia concetti psicoanalitici e culturali come rimozione del trauma, complesso d’Edipo e d’Elettra o inconscio filmico. In un Paese di impronta idealistico crociana e gentiliana, dove ancora oggi Sigmund Freud e le sue teorie sono viste come il fumo negli occhi, con le dovute eccezioni, anche dalla critica più engagé Argento ha dimostrato grande coerenza e originalità intellettuale.
Si narra che ha sublimato i bollori giovanili della lotta di classe, nella violenza delle scene delle sue opere. Che fu accusato per contro di fascismo, misoginia e pornografia emotiva. Ma lui resta in piedi piaccia o no tra i grandi del cinema italiano e mondiale nel suo genere, come i suoi amici e omologhi d’oltreoceano, John Carpenter, Wes Craven, David Cronenberg o Sam Raimi, alla faccia di tutti i censori morali e reali. A più di ottant’anni finito il lockdown pandemico, ha partecipato da attore per l’argentino naturalizzato francese Gaspar Noé in ” Vortex” e girato un film subito dopo, ”Occhiali neri ”. Progetto da tempo abbandonato nel cassetto. Spronato dalla figlia Asia, in un ritorno alle riprese nella capitale. Le location dei film argentiani europee o americane che siano (tra gli altri Suspiria, Opera, Phenomena ) divengono un non luogo cognitivo per lo spettatore. E lui nel 1999 si fa intervistare con John Carpenter al cinema Reposi per il Film Festival. La Rosa Purpurea di Torino. Tutto riportato dal testimone oculare Stefano Della Casa.

Aldo Colonna

Libri: “Caleidoteratoscopio. Torto e ragione del frammento”

Nella meravigliosa Sala Biblioteca del Circolo dei Lettori  di Torino, venerdì  6 maggio prossimo la Società  Dante Alighieri presenterà il libro di Mario Marchisio “Caleidoteratoscopio. Torto e ragione del frammento”

 

Venerdì  6 maggio prossimo, alle 18, nella suggestiva Bibliotecadel Circolo dei Lettori la Società Dante Alighieri presenterà  il libro Caleidoteratoscopio. Torto e ragione di un frammento “, di Mario Marchisio, accompagnato da un saggio di Daniele Caroppo e edito da Puntoacapo Editrice.

Il volume sarà  presentato dal Presidente della Società DanteAlighieri torinese, Giovanni Saccani, e rappresenta una raccolta di aforismi che, egli stesso,  definisce  un “laborioso coacervo di frammenti “.

“Siamo in presenza –  specifica  Daniele  Caroppo nel suo saggio – di una sorta di dilagante summa, di un singolare oggetto di parole, che sarà  anche un acervatio caotica di pensieri e immagini come piace all’autore, ma fatta anche di frammenti che, come appunto accade nel caleidoscopio, il gioco delle speculari simmetrie aggrega subito nel disegno di una discorde armonia”.

Mario Marchisio è  poeta e saggista e, fra i suoi libri, ha presentato “I dialoghi  di Incmaro”, “Il viandante. Poesie d’amore “, “La falena sulla palpebra. Poesie gotiche”, “Mimesis”, “Elogio della pittura” e altri.

L’incontro è organizzato nel rispetto delle normative anticovid e fino a esaurimento dei posti disponibili.

Mara Martellotta