ilTorinese

Entra in chiesa, danneggia un quadro, ruba calici in oro

A Chivasso un senzatetto ha forzato la porta sul retro del Duomo di Santa Maria Collegiata e ha danneggiato un quadro e ha messo sottosopra i contenuti dei cassetti e ha rubato  4  calici in oro, i paramenti sacri e le candele.

 E’ successo lunedì pomeriggio. Un passante ha visto l’uomo sfondare la porta del retro della chiesa e ha chiamato il 112. L’immediato intervento dei carabinieri ha permesso di bloccare il ladro e di recuperare la refurtiva. Si tratta di un italiano di 34 anni, senza fissa dimora, che è stato arrestato per furto e danneggiamento. L’uomo è recidivo, perché la settimana scorsa era già stato fermato fuori dal Duomo e denunciato per aver danneggiato alcuni arredi.

Alzabandiera alla Scuola di Applicazione dell’Esercito

Cerimonia dell’alzabandiera in forma ridotta, a causa delle restrizioni sanitarie, questa mattina, nel cortile d’onore di Palazzo Arsenale, sede della scuola d’Applicazione militare. Presenti tra le autorità la sindaca Appendino, il governatore Cirio, prefetto e questore di Torino. La foto è di Spazio Torino.

2 Giugno in piazza per il centrodestra

In piazza Castello a Torino il 2 giugno alternativo del centrodestra piemontese.

A manifestare parlamentari, consiglieri regionali e militanti di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

“Oggi siamo scesi in piazza sì, ma non per festeggiare il 2 giugno, bensì per dimostrare il nostro dissenso verso un Governo che sta fallendo in un momento storico dove non è possibile fallire. Lo facciamo in modo composto, rispettando le disposizioni che impongono di evitare le grandi manifestazioni, ma questo approccio non deve far venire meno il messaggio che siamo arrabbiati verso chi ha abbandonato migliaia di italiani a loro stessi, non sostenendoli in uno dei passaggi più delicati della storia della Repubblica italiani.” Così gli esponenti del centrodestra che aggiungono: ” Il Governo Conte ha scelto di decidere da solo, senza chiamare alla collaborazione le forze di opposizione di centrodestra, e da solo si deve assumere la responsabilità del tracollo economico al quale stiamo assistendo. Oggi siamo in piazza per dire agli italiani, come centrodestra unito, che noi ci siamo e saremo sempre al loro fianco”.

Easy Jet riparte da Caselle per Napoli

Riprendono dal 1° luglio 2020 le operazioni di easyJet dall’Aeroporto di Torino. La compagnia aerea torna a volare dallo scalo piemontese, ripartendo dal collegamento Torino-Napoli, con sei frequenze a settimana.

 

Il volo verso il capoluogo campano aumenterà poi a partire dal prossimo 1° settembre 2020, arrivando a tredici frequenze settimanali.

 

Andrea Andorno, Amministratore Delegato di Torino Airport, ha dichiarato: “Siamo soddisfatti che anche easyJet riprenda da luglio le operazioni da Torino. Napoli rappresenta una delle rotte più strategiche per il nostro Aeroporto e il riavvio dei collegamenti del vettore a partire da questa tratta confermano il fatto che la ripartenza del trasporto aereo comincia proprio dal mercato domestico. La domanda di viaggio si sta gradualmente riprendendo e noi non vediamo l’ora di tornare a far volare i passeggeri nella massima sicurezza”.

 

Lorenzo Lagorio, country manager easyJet in Italia, ha commentato: “Siamo davvero contenti di poter finalmente ripristinare la maggior parte delle nostre rotte estive dagli aeroporti italiani dando la possibilità agli italiani di programmare la loro estate. Ora che le restrizioni vengono allentate e la domanda di viaggio sta aumentando, abbiamo pensato non ci fosse momento migliore per festeggiare il nostro ritorno mettendo a disposizione un milione di posti a soli 29.99 euro”.

Nasce “Liberi elettori Piemont”

Il Comitato Autonomia Piemont, nato alla fine del 2018 con l’obiettivo di promuovere l’autonomia e l’autogoverno del Piemonte, ritenendo che ormai è maturata la sua ‘mission’ ha deciso di cambiare la propria denominazione in ‘Liberi Elettori Piemont’.

“La nostra non è semplicemente una modifica alla denominazione  – spiega Emiliano Racca, segretario dell’organismo – ma la conseguenza di una maturazione del percorso compiuto lungo un anno che ha visto il Comitato impegnato nell’affrontare alcune problematiche concrete del territorio piemontese, come le richieste rivolte alla Regione Piemonte per modificare una legge illiberale e verticistica sulle fusioni di Comuni o il percorso appena iniziato (ed interrotto solo momentaneamente dall’emergenza sanitaria da Coronavirus) perché sia istituita una ‘Giornata della lingue e della lingua piemontese”.

Racca verrà affiancato da Massimo Iaretti come portavoce e da Carlo Comoli come responsabile degli enti locali.

I Liberi Elettori lavoreranno per costruire una Comunità che sia Civica e Piemontese ed abbia come prioritari i valori dell’autogoverno del Piemonte e della salvaguardia delle tradizioni, delle culture e delle lingue del Piemonte e l’istituzione di una democrazia diretta sul modello elvetico.

 

Liberi Elettori Piemont

Per info: cell. 370 3017529

Bonomi accusa il governo (e fa bene). Ma non offre alternative

COMMENTARII  di Augusto Grandi / Carlo Bonomi, neo presidente di Confindustria, marca il territorio. Ed accusa il governo di provocare danni peggiori di quelli del virus. Difficile dargli torto anche se il pessimo Gualtieri considera “ingenerose” le dichiarazioni del numero 1 di viale Astronomia.

Non è che il ministro abbia tutti i torti, a patto di considerare le promesse come fatti concreti. Il che non è.

Il lìder minimo ed i suoi dittatorelli hanno distribuito miliardi a pioggia, provocando una voragine nei conti pubblici ma senza creare la benché minima premessa per il rilancio del Paese…

… continua a leggere:

Bonomi accusa il governo (e fa bene) ma non offre alternative

Tari, approvate le nuove scadenze 2020

Nella seduta del 1° giugno 2020, il Consiglio Comunale di Torino ha approvato all’unanimità (32 voti favorevoli su 32 consiglieri presenti) una deliberazione che definisce nuove scadenze per il pagamento della Tari 2020.

Il documento – proposto dall’assessore al Bilancio Sergio Rolando e discusso in una seduta di Commissione del 29 maggio 2020 – prevede uno spostamento delle date inizialmente previste per il pagamento della tassa comunale dei rifiuti, per venire incontro a cittadine, cittadini e imprese torinesi in questo periodo emergenziale.

Le nuove scadenze per le utenze domestiche (acconto 55%) sono il 10 luglio, 5 agosto e 4 settembre 2020; saldo entro il 9 dicembre 2020.

Per le utenze non domestiche l’acconto (85%) può essere pagato entro il 15 luglio 2020; saldo entro il 16 dicembre 2020.

Sia per le utenze domestiche che per quelle non domestiche, non sono previsti sanzioni e interessi per chi non paga l’acconto, ma paga solamente il totale dell’importo dovuto entro la scadenza del saldo.

Il dibattito in Sala Rossa

Nel dibattito in Consiglio Comunale, la consigliera Maria Grazia Grippo (PD), nell’annunciare il voto favorevole sul provvedimento, ha auspicato interventi più coraggiosi da parte dell’Amministrazione per introdurre ulteriori agevolazioni e riduzioni per le attività rimaste chiuse nell’ultimo periodo e che quindi non hanno inquinato.

Il consigliere Federico Mensio (M5S) ha ribadito l’utilità della misura proposta dall’assessore al Bilancio e, data la diminuzione dei rifiuti nel periodo emergenziale, ha chiesto di rivedere il contratto di servizio e il piano di lavoro di Amiat, e di utilizzare eventuali risparmi sullo smaltimento dei rifiuti durante l’emergenza Covid per offrire agevolazioni sulla Tari ai cittadini, alle imprese e alle associazioni culturali che gestiscono locali della Città.

Aldo Curatella (Misto di Minoranza), nel giudicare positivamente la deliberazione, ha chiesto di iniziare a valutare quali attività siano rimaste sospese durante il lockdown e di prevedere per queste riduzioni sulla Tari.

Il capogruppo dei Moderati Silvio Magliano ha invitato a porre attenzione alle spese sostenute dai condomini e ha chiesto di considerare quanto oggettivamente i torinesi potranno versare per il pagamento della Tari e quindi quanto potrà incassare effettivamente il Comune.

La consigliera Federica Scanderebech (Rinascita Torino), nel condividere i contenuti delle delibera, ha sottolineato la necessità di prevedere altri sgravi o rimborsi su quanto già pagato per un servizio di cui non si è usufruito durante l’emergenza Covid.

Non basta offrire dilazioni di pagamento, secondo Raffaele Petrarulo (Lista civica Sicurezza e Legalità): occorrono anche riduzioni. Servono però – ha aggiunto – risorse da Regione e Governo per evitare un disavanzo nel bilancio comunale. Ha quindi annunciato il suo voto favorevole alla deliberazione.

Come nacque la Repubblica il 2 Giugno 1946

Di Pier Franco Quaglieni / Voglio ricordare il 2 giugno  rileggendo un grande libro dello storico Gianni Oliva dopo aver ricordato che in quella data nel 1946 si celebrò in Italia  una grande partecipazione popolare e democratico con il suffragio universale allargato per la prima volta al voto femminile

 

Gianni Oliva ricostruisce nel suo libro – Gli ultimi giorni della Monarchia  (Mondadori) – con assoluto rigore storico i mesi tra maggio e giugno 1946, quando si tenne la campagna elettorale e si concluse il referendum tra Monarchia e Repubblica che divise il Paese in due blocchi: 12.700.000 italiani favorevoli alla Repubblica contro poco meno di 11.000.000 che si pronunciarono per la Monarchia,come annunciò il Ministro degli Interni di allora, Giuseppe Romita. L’autore, che aveva già al suo attivo una pregevole biografia di Umberto II, mette in risalto il ruolo decisivo avuto da quello che con dileggio venne chiamato il “re di maggio”, anche se come luogotenente generale del Regno, dalla liberazione di Roma nel giugno 1944, Umberto aveva esercitato le funzioni di re per circa un anno.

Anche se lo storico non rinuncia ad una profonda convinzione repubblicana, un lettore che non conoscesse la sua storia politica, non la coglierebbe, come invece era accaduto in passato leggendo i libri di chi si era cimentato a raccontare quella vicenda. Come fa giustizia di certe vulgate repubblicane, spazza via anche certe vulgate monarchiche che sui risultati del referendum hanno sciupato troppo inchiostro. Se si poteva capire il Libro azzurro sul referendum scritto da Nicolò Rodolico e Vittorio Prunas Tola negli anni immediatamente successivi al referendum, si fa difficoltà a comprendere i lavoricchi pseudo-storici di chi in questi ultimi anni ha raffazzonato le tesi monarchiche sul referendum, non tanto per analizzare storicamente la fine della Monarchia quanto piuttosto per sostenere i  presunti diritti dinastici del ramo Aosta della dinastia sabauda.

Lo storico torinese non tralascia di citare i toni polemici fortemente esagitati della parte repubblicana che finiva per coincidere con il governo di allora – se si escludono i ministri liberali -, anche se Alcide De Gasperi cercò di mantenere un minimo di apparente equidistanza tra le due parti. La verità che emerge dal libro di Oliva è che l’Italia andò al referendum, mancando dei presupposti necessari ad affrontarlo nel modo migliore. Nel giugno 1946 non era possibile fare diversamente e il ruolo del ministro Romita fu determinante: indisse elezioni  amministrative poco tempo prima del referendum in città repubblicane come Milano e Bologna, ma non le indisse in città monarchiche come Napoli e Catania per condizionare l’opinione pubblica nazionale. Cercò di affrettare la data del referendum, consapevole che il luogotenente del Regno e nuovo re Umberto II stava conquistando il consenso di tanti italiani, senza mai entrare in una campagna elettorale che ritenne non compatibile con il suo ruolo super partes.

In Italia non si votava liberamente da tanti decenni perché già le elezioni del 1924 – i cui brogli erano stati denunciati da Giacomo Matteotti – erano state manipolate dai fascisti anche attraverso il sistema elettorale, assai poco democratico, adottato con la Legge Acerbo. Nel 1946 c’erano quindi tantissimi italiani non abituati a votare in una libera democrazia. Al di là del dubbio dei brogli da parte monarchica, mai documentati in modo convincente, Oliva mette in risalto che se errori, manchevolezze o altro ci furono, ciò fu dovuto anche ad una macchina elettorale non pronta a misurarsi con un referendum: ci fu chi segnalò che cittadini avevano votato due volte, chi lamentò di non aver ricevuto il certificato elettorale, ci fu chi, pur avendolo ricevuto, non poté votare perché non registrato al seggio e chi mise in dubbio l’imparzialità di qualche presidente di seggio.

Luigi Barzini junior, amico personale di Umberto – ricorda Oliva -, lasciò scritto con obiettività  che «erano irregolarità monarchiche dove la maggioranza era monarchica ed erano irregolarità repubblicane dove la maggioranza era repubblicana». Va invece anche detto che Giuseppe Romita, considerato non a torto il padre della Repubblica, non esercitò con la dovuta imparzialità la sua funzione di Ministro degli Interni, facendo nettamente prevalere quasi in ogni atto, in primis la data del referendum, la sua forte passione repubblicana.

La stessa campagna elettorale si svolse in modo non sereno, almeno in alcune zone del Nord come Torino. La giovane contessa Buffa di Perrero venne percossa selvaggiamente  mentre attaccava dei manifesti  monarchici nella città sabauda: un’aggressione che le provocò un’invalidità permanente. I leader monarchici in tante città del Nord non ebbero modo di parlare. I giornali erano tutti schierati per la Repubblica: solo la Nuova Stampa diretta da Filippo Burzio alternava gli articoli filomonarchici del suo direttore con quelli repubblicani di Luigi Salvatorelli.

Le responsabilità della Monarchia relative al fascismo, alle leggi razziali, alla cosiddetta fuga di Pescara l’8 settembre 1943,  avevano lasciato un segno indelebile e il clima che si respirava nel Centro-Nord era di odio e di assoluto rifiuto nei confronti dell’istituzione monarchica rappresentata da Casa Savoia. Si trattava di colpe che vennero gettate sulle spalle di Umberto, anche se a lui nulla di grave si poteva imputare. Se non si fece paracadutare al Nord durante la Resistenza (cosa che gli angloamericani non gli avrebbero consentito), partecipò in prima persona alle operazioni militari del risorto esercito italiano del Regno del Sud che contribuì significativamente alla Guerra di Liberazione. Oliva ricostruisce la figura di Umberto, riconoscendo il suo equilibrio e la sua assoluta correttezza istituzionale nell’anno in cui, di fatto, fu re.

Il deputato monarchico Enzo Selvaggi (recentemente tornato all’attenzione degli storici perché avrebbe tradito sotto tortura il colonnello Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo, capo

Falcone Lucifero

del fronte clandestino a Roma durante la Resistenza, ammazzato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine), come ricorda Oliva, presentò un ricorso sull’esito del referendum, appellandosi alla Corte di Cassazione cui spettava la proclamazione dell’esito referendario: il decreto istitutivo del referendum parlava di vittoria, ricorda Oliva, dello schieramento che avesse ottenuto «la maggioranza degli elettori votanti» e non della «maggioranza dei voti validi». Nel guazzabuglio di quel momento (nel quale furono esclusi dal voto gli interi territori delle province di Bolzano, Gorizia e Trieste e i prigionieri di guerra non rimpatriati) aveva un senso sollevare dei dubbi sull’esito elettorale perché il ministro Romita non aveva fornito indicazioni sulle schede bianche e nulle.  Ma il ricorso alla Corte di Cassazione, di fatto, non venne mai discusso perché il governo, il 12 giugno, decise unilateralmente di nominare il presidente del Consiglio De Gasperi, Capo provvisorio dello Stato. In tutta la vicenda del referendum giocarono anche un ruolo di fondamentale importanza gli Alleati con l’Ammiraglio Stone.

Il Re venne posto di fronte ad una scelta: o accettare l’atto del governo o reagire, facendo scorrere altro sangue in una probabile, nuova guerra civile. Umberto II – al di là delle pressioni di alcuni suoi consiglieri che spesso si rivelarono poco avveduti politicamente e che invitavano il Re a resistere ricorrendo alle armi – scelse la via del volontario esilio, partendo per il Portogallo il 13 giugno 1946 dopo aver sciolto dal giuramento prestato al Re «coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso durissime prove». Nelle parole del proclama di Umberto lanciato agli italiani si denunciava il “gesto rivoluzionario del governo”, ma si evitarono i toni concitati. Il Re ascoltò soprattutto un magistrato torinese, Giovanni Colli, monarchico e uomo della Resistenza. Non diede ascolto invece ad altri che hanno poi vantato ruoli che in effetti non ebbero come Edgardo Sogno.

Una funzione  determinante in tutto il periodo di regno di Umberto lo ebbe il Ministro della Real Casa: Falcone Lucifero, socialista matteottiano in gioventù, avvocato e Ministro dell’Agricoltura nel ministero Badoglio. Oliva mette in evidenza il lavoro diuturno compiuto da Lucifero tra il ’44 e il ’46. Lucifero per le sue origini socialiste non piacque a gran parte dei monarchici che scelsero, dopo il referendum, di collocarsi con Alfredo Covelli a destra dello schieramento politico repubblicano. Sta di fatto che la proclamazione vera e propria della Repubblica non avvenne mai perché il presidente della Cassazione Pagano si limitò il 10 giugno 1946 a leggere «tra lo sconcerto dei presenti», precisa Oliva, collegio per collegio i dati forniti dal Ministero degli Interni.

Scrive lo storico torinese: «La Repubblica nasce così tra ricorsi, sospetti, cavilli e pressioni, con la debolezza della politica da una parte e, dall’altra, la magistratura chiamata ad un ruolo improprio di supplenza». Come scrisse Vittorio Gorresio, allora capocronista del Risorgimento Liberale di Mario Pannunzio, «la folla in piazza Montecitorio chiedeva la bandiera, ma non ne fu esposta nessuna perché non si sapeva quale». La Repubblica nacque quindi nel peggiore dei modi possibili ed ebbe buon gioco il monarchico Giovannino Guareschi a scrivere di «Repubblica provvisoria» anche se alla prova dei fatti le sue origini si riscattarono ampiamente con l’Assemblea Costituente e la redazione di una Carta Costituzionale che ha garantito quasi 70 anni di libertà e di democrazia. Lo stesso Covelli che fu deputato alla Costituente e in molte legislature successive lo riconobbe.  Il dato incontestabile è però che una Monarchia non avrebbe potuto reggersi con il consenso di poco più del 50 per cento degli italiani. La Dinastia che aveva fatto il Risorgimento e aveva ceduto (o era stata costretta a cedere) di fronte al fascismo scelse la via dell’esilio.

Oliva descrive con precisione le ultime ore romane di Umberto e la sua lucida pacatezza velata da qualche dubbio: con la partenza egli evitò lo scorrimento del sangue e questo resta un merito che gli va riconosciuto da tutti. Lo storico infatti riconosce esplicitamente al Re la sua scelta che lo portò a sacrificare le ragioni dinastiche rispetto a quelle relative alla nazione italiana che aveva bisogno di pace interna per affrontare la durissima ricostruzione dopo una guerra disastrosa durata cinque anni.

Gianni Oliva è stato da sempre lo storico che si è misurato sui temi più controversi o trascurati come le foibe e l’esodo giuliano-dalmata o la storia del Regno di Napoli. È un pesce che ha sempre nuotato controcorrente senza mai scadere nel  banale revisionismo che tenta di negare realtà anche assai evidenti e ha cercato di “sdoganare” il fascismo, ma non ha mai speso una parola per i Savoia. È uno storico che con questa opera rivela la sua maturità di studioso, così lontana dalle impostazioni ideologiche di un Quazza e di un Rochat. Quand’era un politico seppe portare nella politica l’equilibrio dello storico e, scrivendo di storia, non si è mai lasciato sedurre dalle sirene delle ideologie che Raimondo Luraghi considerava  il veleno letale per la storiografia. Rileggere il suo libro sul referendum del 2 giugno e la fine della Monarchia è il modo migliore per ricordare un fatto storico senza enfasi e polemiche che oggi appiaono superate,ma divisero in due  i nostri padri e i nostri nonni.

 

Scrivere a quaglieni@gmail.com

 

 

E dopo quasi tre mesi riapre anche il Museo del Risorgimento

Dopo quasi tre mesi di chiusura, martedì 2 giugno riapre a Torino il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano

Fino al prossimo mese di agosto, ingresso gratuito per gli operatori sanitari impegnati nei reparti Covid di tutta ItaliaLi hanno definiti “eroi”. E certo la definizione appare assolutamente adeguata, se si pensa all’impegno e al coraggio – insieme alle competenze e alla quotidiana pervicacia – con cui hanno combattuto “in trincea” ( fino al sacrificio per molti – troppi della loro stessa vita) contro la ferocia di una pandemia – “nemico invisibile” che ha lasciato sul campo, in tutto il pianeta, centinaia di migliaia di vite umane. Per questa ragione, in segno di una più che mai dovuta gratitudine, a tutti i medici, infermieri e OOSS che hanno lavorato e continuano a lavorare nei reparti Covid di tutta Italia, il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino offre l’ingresso gratuito, esteso anche ai loro accompagnatori, nei prossimi mesi di giugno, luglio ed agosto. Un bel modo, non c’è che dire, per il Museo di Palazzo Carignano (via Accademia delle Scienze, 5) per tornare a riaprire i battenti dopo il necessario lockdown imposto dall’emergenza Coronavirus. Cosa che accadrà il prossimo  martedì 2  giugno, così come richiesto dalla Città di Torino a tutti i musei con l’intento di creare una giornata che sia  una grande festa della cultura.
E siccome il 2 giugno, si celebra anche la Festa della Repubblica,  dalle 14.30 alle 17.30, verrà offerta al pubblico la possibilità di approfondire l’importante tema delle Costituzioni e dei diritti e doveri dei cittadini. Accompagnati dalle guide del Museo in un percorso diffuso nelle varie sale, i visitatori potranno conoscere e confrontare i codici napoleonici, quelli del Regno d’Italia,  lo Statuto Albertino del 1848 e la Costituzione della Repubblica Italiana del 1947. Sarà inoltre possibile visitare la mostra “TRANSMISSIONS people-to-people. Fotografie di Tiziana e Gianni Baldizzone”, allestita nel corridoio monumentale della Camera dei deputati del Parlamento italiano. “L’attuale situazione di emergenza sanitaria – sottolineano dal Museo – impone il rispetto di precise norme che possano garantire la visita in totale sicurezza. Per  accedere alle sale  sarà dunque obbligatorio indossare una mascherina a copertura di naso e bocca. All’ingresso saranno inoltre disposti dispenser con i disinfettanti per le mani. Ciascun visitatore sarà sottoposto al controllo della  temperatura corporea che non dovrà superare i 37,5° C. e  occorrerà rigorosamente mantenere la distanza interpersonale di oltre un metro al fine di evitare assembramenti”.   Per i gruppi superiori alle cinque persone è possibile prenotare scrivendo una mail a info@museorisorgimentotorino.it

.
Per ulteriori info: Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, via Accademia delle Scienze 5, Torino, tel. 011/562.11.47 o www.museorisorgimentotorino.it

g. m.