
La cultura non deve morire di Covid-19. Il lockdown ha chiuso i teatri, il cinema, i concerti e ogni altra forma di fruizione culturale.
Questa necessaria decisione governativa, se da un lato permette di contrastare più efficacemente il propagarsi del virus, sta mettendo in ginocchio gli operatori culturali e sta privando noi cittadini di una componente fondamentale della conoscenza. Una possibile risposta c’è! La Rai, che vive grazie al nostro canone televisivo, dedichi un canale solo alla produzione culturale, acquistando per tutto il 2021 spettacoli e concerti da registrare nei teatri, nei cinema, nei circoli e in ogni luogo delle nostre città. Mandare in onda ogni giorno, a tutte le ore, eventi culturali renderebbe il nostro “stare a casa”, per noi e per i nostri ragazzi, più sopportabile e aiuterebbe una categoria peofessionale che merita tutto il nostro sostegno. Perchè con la cultura non solo si mangia, ma con la cultura si vive!
L’insistere costantemente sulla morte in agguato certo non aiuta chi è già ossessionato dalla pandemia. E’ un modo sbagliato di affrontare il tema. Dalla Chiesa ci si attende altro, una comprensione umana sulla fragilità della vita che, in momenti tragici come questi, cerchi di dare un po’ di fiducia e di serenità. Non si chiede del facile ottimismo,che sarebbe impossibile oltre che falso, ma almeno qualche parola in più sarebbe doverosa. Mi capitò anni fa di partecipare a due funerali lo stesso giorno in uno stesso ospedale e ascoltai la medesima omelia con la sola sostituzione del nome del defunto. Una routine da impiegato di banca, non da sacerdote che celebra in un momento importante della vita di altri uomini. Ho avuto modo di ascoltare di recente il
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
A legarle è una profonda amicizia e il mutuo soccorso quando la vita si fa più pesante. Sono insieme per metabolizzare una perdita tra le più dolorose, difficile da affrontare in solitaria. Lasciano in attesa a Napoli lavoro, figli o amori, e si ritagliano uno spazio tutto per loro.
Ha qualche appiglio nell’attualità l’ultimo romanzo dello scrittore scozzese 52enne John Niven, che imbastisce una trama fantapolitica, dissacrante, satirica e a tratti spietata, ambientata in un futuribile 2026 a stelle e strisce.
Questa volta il pluripremiato scrittore irlandese indaga sul privato della famiglia reale inglese sullo sfondo di una pagina storica drammatica.
La scrittrice e architetto palestinese Suad Amiry affida alle pagine di questo romanzo la storia delle vite dell’ 84enne Shams e dell’86enne Subhi, che le hanno aperto i loro cuori e affidato le loro memorie. Due personaggi che sono l’emblema della tragica storia di un intero popolo e della catastrofe che segnò l’esproprio violento delle terre e delle proprietà dei palestinesi da parte dello stato di Israele. L’autrice dedica il libro a suo padre e a tutti quelli che sono morti nella diaspora palestinese degli anni 40.
