Abbiamo il piacere d’ospitare nella nostra rubrica dello Sport l’amico collega Danilo Gobetto,uno dei più importanti giornalisti piemontesi, tifoso granata, grande esperto di calcio nazionale ed internazionale.
Ecco il suo pezzo che racconta uno dei momenti più importanti della storia granata,paragonato a quanto accade oggi. “Quindici minuti. Un breve ma preciso lasso di tempo che può essere insignificante o sovvertire, nell’arco di una partita di calcio, l’esito di un incontro. Negli annali del Torino, il quarto d’ora assume due significati ben diversi. Ha una connotazione positiva ai tempi del Grande Torino – l’undici capace di polverizzare record nel decennio 1939-49 – e negativa ai giorni nostri, con la formazione granata in lotta per posizioni assai meno nobili della classifica.
Negli anni ‘40 si parla di ‘quarto d’ora granata’ per intendere un breve momento di grazia nel quale il gioco ossessivo del Torino trasformava le sorti della partita. A quella squadra bastavano quindici minuti di furia agonistica per assicurarsi o ribaltare il risultato. Era un fenomeno che aveva la sua massima espressione negli incontri casalinghi. A suonare la carica, ci pensava un tifoso dagli spalti: Oreste Bolmida, di mestiere capostazione, che sulle gradinate si presentava sempre con il suo inseparabile corno. Quando il Toro era in difficoltà soffiava nell’imboccatura e si faceva sentire da tutto lo stadio. Il pubblico del Filadelfia lo sapeva e anzi, attendeva questo momento con ansia. A quel punto il capitano granata, Valentino Mazzola, si rimboccava le maniche e tutto il gruppo in campo trovava nuove energie, arrivando a segnare fino a 4-6 gol, appunto, in quindici minuti. Memorabili due episodi. Torino-Alessandria, 2 maggio 1948: con un punteggio già assodato (4-0 nel primo tempo), i granata si limitavano a tenere il risultato sotto controllo, quando dalle tribune dello stadio si propagò il suono della cornetta e arrivarono altri sei gol segnati in meno di quindici minuti. La partita terminò con un 10-0 che rimane tuttora il risultato casalingo con il maggiore scarto nella storia della Serie A. E poi Torino-Lazio, 30 maggio 1948. Sotto di tre reti, Mazzola e compagni ribaltarono il match segnando quattro gol, sempre sotto la spinta propulsiva dell’immancabile cornetta.
Di contro, il quarto d’ora dei nostri giorni indica una pericolosa tendenza della squadra. Già da tre anni il Toro si smarrisce nella parte finale del match, subendo reti e rimonte che rischiano di costare caro ai fini dell’andamento generale in classifica. Nella stagione 2019/20, il Torino di Mazzarri e Longo (dal 4 febbraio 2020) lascia per strada nove punti. Clamoroso quanto accaduto a Verona, quando un vantaggio di 3-0 si trasforma in un pareggio all’84’. Nell’annata 2020/21, sotto la guida dei tecnici Giampaolo e Nicola (dal 18 gennaio in avanti), il Torino arriva a perdere 20 punti nell’ultimo quarto d’ora di gioco, salvandosi soltanto alla penultima giornata e concludendo la stagione al quartultimo posto, a quota 37.
Tra gli scempi della stagione spicca la partita contro la Lazio, quando il 3-2 per il Torino viene ribaltato da due reti biancocelesti al 95’ e al 98’. A Reggio Emilia contro il Sassuolo, il parziale di 1-3 viene vanificato in due minuti, con il portiere granata Sirigu beffato all’84’ e all’85’. A Milano contro l’Inter si passa dal pareggio 2-2 alla sconfitta per 4-2 (84’ e 90’). Nel derby contro la Juventus, il vantaggio (per 1-0) si tramuta in sconfitta (1-2), sempre negli ultimi quindici minuti di gara. (77’ e 89’).
Una tendenza che si sta replicando anche oggi. Nelle prime dieci giornate del cam-pionato in corso, i gol subiti dal 75° al 90° minuto dalla formazione granata sono stati sei, i punti persi in classifica sette. Nonostante il cambio di allenatore, anche quest’anno le amnesie difensive si sono ripresentate puntuali fin dall’inizio del cam-pionato. Che la china non fosse quella giusta, lo si è visto già dal debutto contro l’Atalanta. Proprio sul filo del triplice fischio arbitrale, uno svarione difensivo ha condannato la squadra alla sconfitta (1-2, Piccoli al 93′). Stesso copione dalla quinta all’ottava giornata, tutte caratterizzate dalla rimonta avversaria, con Lazio, Venezia, Juventus e Napoli che cambiano a loro favore il risultato negli ultimi quindici minuti. La Lazio rimonta l’1-0 granata al 91’ con rete di Immobile. A Venezia, Aramu conquista il pareggio al 78’; la Juventus vince il derby con Locatelli al 86’, mentre a Napoli Osimhen firma il gol della vittoria partenopea all’81’.
‘Questione di sfortuna’ smorza il tecnico croato Ivan Juric, che guarda al contesto dei novanta minuti di gioco. Problema di tenuta mentale e fisica, lamentano molti tifosi. Di certo agli svarioni difensivi contribuisce la scarsa qualità del pacchetto arretrato, mal supportato da un centrocampo con diverse pedine fuori ruolo e una rosa di quantità ma non di qualità, come evidenziato in più occasioni dallo stesso allenatore, il quale ha auspicato una maggiore sinergia con la dirigenza. Ci sono ancora tanti mesi da giocare e il compito di Juric, l’unico per ora non sotto attacco (a differenza di giocatori e Presidente), sarà quello di intensificare il lavoro tecnico in campo e tattico fuori, senza dimenticare l’aspetto psicologico. Se non per riportare il quarto d’ora granata agli antichi splendori, almeno per non buttare all’aria l’ennesima stagione”
Danilo Gobetto
(Enzo Grassano)

Forse da sempre, fin da quell’ormai lontano 1984 in cui si raggrupparono a compagnia, i Marcido (breviter per Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa) hanno pensato ad una messa in scena da Dostoevskij e adesso che l’autore/regista del gruppo, Marco Isidori, anzi l’Isidori, è stato “acchiappato” dal grande russo, adesso eccole lì, sul palcoscenico del Gobetti, repliche sino a domenica, per la stagione dello Stabile torinese, le “Memorie del sottosuolo”, datate 1864, lo sguardo rivolto totalmente alla prima parte, al lungo monologo del protagonista. Un alternarsi di esaltazione e di disperazione, le confessioni e le parole da sempre taciute, un urlo contro quel positivismo che costruiva sentieri ottimistici e ingannatori, incapace di giungere alla sempre sperata società del benessere, la consapevolezza di una sofferenza che l’uomo va ricercando, di un bel carico di autoumiliazione e di autodistruzione, l’afflizione di una incalzante accidia che lo rende ben lontano da quegli uomini d’azione che sono pronti a prefissarsi e a raggiungere certe precise mete. Un Uomo che si rispecchia in quanto di negativo c’è in lui ma che anche si definisce “evoluto”, un uomo che soffre della propria irrazionalità ma che sembra reclamarla, nella negazione di ogni certezza, semplificata dal prodotto 2 x 2 = 4 contrapposto nel 2 x 2 = 5 e dettato dall’imposizione della volontà individuale. Di fronte all’impianto negativo dell’Uomo, l’Isidori riconosce a “Dosto” – ormai c’è dimestichezza tra i due! – “un merito speciale”: “gli riuscì di calibrare il suo occhio d’artista in modo da penetrare al micron la misura dell’angoscia che ci spacca il petto allorquando comprendiamo che il punto della nostra posizione nel pelago esistenziale ci viene fornito soltanto, unicamente, diabolicamente, dal “male” che siamo in grado di portare in dote ai nostri simili”.
La ricca famiglia di commercianti proprietari di negozi e terreni possedeva nel 1649 un altare in giuspatronato nell’antica chiesa parrocchiale di S.Maria con diritto di sepoltura dei propri defunti nel cimitero annesso. I canonici della famiglia furono D.Giovanni Antonio nel 1666-71 a Serralunga di Crea,D.Giovanni Pietro nel 1710-22 a Vignale e Rosignano,D.Giovanni Antonio nel 1758 pievano a Ponzano.Illustre possidente dell’epoca era il nob.Carlo Francesco Gozzano(1605-1688)il quale per il battesimo di due dei dieci figli designò come padrini i cugini di Casale,il nob.Giovanni il giovane nel 1632 e madonna Maria nel 1644, moglie del nobile cugino Giovanni il vecchio, originari di Luzzogno.Nel 1712 il ricchissimo cugino Francesco Bernardino del notaio casalese Antonio da Luzzogno risiedeva a Cereseto dove possedeva l’area di S.Cassiano, tuttora proprietà della famiglia di Gozzano Vincenzo e Maria Cucco,poi a Serralunga di Crea con la moglie Brigida del causidico Giovanni Francesco Perracino. Si legge nel bellissimo diario di famiglia che si erano trasferiti in collina per sfuggire allo stress cittadino di Casale Monferrato. Fu l’ultimo proprietario della casa Gozzano venduta al comune di Luzzogno,atto rogato
Nel 1897 Ernesta Maria Gozzano (1874-1954) sposò a Cereseto Angelo Contin (*1873)di Beniamino e Luigia Brianza di S.Fidenzio (Parma),in origine conti di Castelseprio della sede comitale di Varese fin dal 1300.Diversi componenti della famiglia trasferita a Venezia e inserita in quel patriziato diedero lustro alla casata.Già Goffredo Contin era conte di palazzo di Ludovico II°e governatore di Pavia.Antonio procurò nel 1449 la dedizione di Crema alla Repubblica di Venezia, possedimento che si
Possedevano con i loro cinque figli una palazzina ai Parioli,una squadra di calcio,una Mercedes e un elicottero Agusta.Durante l’occupazione tedesca di Roma avvenuta il giorno 8-9-1943,definito il giorno della vergogna,la loro azienda fu sequestrata e trasferita in Germania.Nel 1930 Angelo ed Ernesta ebbero l’idea di accostare per la prima volta gli stemmi delle loro nobili casate, creando così una piccola ricerca genealogica poi conclusa e pubblicata nel 2018 da Armano Luigi Gozzano.