Accadde oggi…
“Oh mama mama mama, lo sai perché mi batte il corason? Ho visto Maradona e innamorato son…”
Uno dei tanti cori dedicato alla leggenda, ormai mito, Diego Armando Maradona mancato esattamente 1 anno fa.Assieme al grande Pelé è stato il giocatore di calcio più forte del mondo di tutti i tempi.
Ha giocato come attaccante in Argentina, Spagna, in Italia nel Napoli ed in Messico.
Il fuoriclasse argentino ha iniziato la carriera nel 1979 nell’Argentinos Juniors e ha vinto il Pallone d’oro sudamericano. Si è poi trasferito al Boca Juniors, successivamente è andato al Barcellona. Poi, finalmente,in Italia per coronare il suo sogno dell’approdo italico.Magicamente con una grande mossa sportiva d’acquisto il presidente Ferlaino lo porta nella sua squadra:il Napoli! Con i partenopei Diego vince 2 scudetti una Coppa Italia, una Coppa Uefa e una supercoppa italiana. Ai Mondiali del 1986 El pibe de oro trascina l’Argentina alla vittoria della Coppa del Mondo, guadagnandosi il trofeo di miglior calciatore della rassegna iridata.
Nel 1995 riceve il Pallone d’oro alla carriera.
Nel 2004 Maradona viene inserito da Pelè nel Fifa 100,la classifica dei 100 migliori giocatori di calcio nel mondo di tutti i tempi.Nel frattempo diventa anche una star della Tv argentina con lo show La Noche.
Dal 2008 al 2010 è commissario tecnico della nazionale argentina, incarico dal quale è stato sollevato a seguito del risultato negativo conseguito nel campionato mondiale in Sudafrica.
Negli ultimi anni Maradona viene assalito da vari problemi di salute. Da ultimo viene operato al cervello in Argentina il 4 novembre 2020. Torna a casa in convalescenza e muore a Buenos Aires il 25 novembre 2020, lo stesso giorno del suo amico Fidel Castro, mancato nel 2016.
Il mito diventa leggenda.
In tutti i continenti del mondo ogni abitante sa chi è Maradona:con Pelé il più forte e magico calciatore di tutti i tempi.
Vincenzo Grassano
Si tratta di q
Animali, in gran numero, esotici e domestici. E autoritratti. Tanti. Disarmante e geniale nella ricerca di un’autoviolenza atroce e distruttiva é l’“Autoritratto con mosche” realizzato nel ’57 e di certo fra i più interessanti e dolorosamente amari nel gruppone di quelli posti in mostra. Il volto come sempre di sguincio, nessuna concessione alla benché minima positività, le mosche artigliate al collo e all’occhio destro che sembra trasudare sangue, il cranio malformato dal rachitismo sviluppato (insieme al “gozzo”) fin dall’infanzia, ogni singola imperfezione volutamente accentuata con pennellate di colore che calano sulla tela come sciabolate mortifere. In volo due corvacci, gracchianti dolorose cantilene foriere di oscuri presagi. Sofferenza. Dolore. Compagnia assidua di una vita disperata. Di un’infanzia negata. Di continue entrate e uscite dai manicomi.”Questo è il mio volto, se volete non ‘gradevole’, ma questo io sono” sembra dire l’artista, impegnato a rendersi ancor più “sgradevole”, autolesionista all’eccesso in una sorta di autoironica rappresentazione, esorcizzante forse il suo profondo malessere interiore. Antonio Ligabue, al secolo Laccabue (dal cognome del patrigno che egli rifiutò per tutta la vita) si trovava allora a Gualtieri, nel Reggiano, dov’era arrivato nel ’19, dopo aver aggredito la madre adottiva durante una lite. Arrivava dalla Svizzera (era nato a Zurigo, nel 1899) e aveva già conosciuto l’affidamento adottivo, la vita randagia, le case di cura.
A Guatieri dove visse come “straniero in terra straniera” era, per tutti o quasi, “Toni el matt”, nonostante in alcune opere come nel superbo “Autoritratto con cavalletto”, egli ami raffigurarsi vestito di tutto punto mentre en plein air dipinge un trionfante gallo. Un Toni quasi irriconoscibile, come i “normali” lo avrebbero voluto. Ampio spazio è dedicato in mostra anche alla scultura (oltre venti opere in bronzo, soprattutto di animali) cui l’artista iniziò a dedicarsi fin dai primi anni di attività usando al principio la creta del Po, resa più malleabile attraverso una lunga masticazione e solo più tardi ricorrendo alla cottura. E infine, altro filone ben narrato in mostra, quello dei paesaggi padani, dove sullo sfondo irrompono le raffigurazioni dei castelli e delle case, con le loro guglie e bandiere al vento, della natia e mai dimenticata Svizzera. Qui troviamo un velo di fanciullesca pittura “naive”. Ma solo un velo. Perché Ligabue fu soprattutto un grande “espressionista tragico” e, per certi versi, un “primitivo” alla Rousseau il Doganiere, pur se affascinato da van Gogh, non meno che da Klimt, dai “fauves” e dagli espressionisti tedeschi. Un artista diventato “mito”. Forse a sua insaputa. Mitizzato dall’attenzione dei rotocalchi degli anni Cinquanta fino a quella a lui ancor oggi riservata dal teatro (“Un bes” di Mario Perrotta) e dal cinema (dal recente “Volevo nascondermi”) di Giorgio Diritti. In mostra, a tal proposito, non mancano anche testimonianza dirette di autori, registi ed attori.