Domenica 26 luglio sono stati celebrati i 150 anni della ferrovia Torino-Lanzo, uno dei simboli della storia ferroviaria piemontese e il legame tra il territorio e il suo patrimonio.
In mattinata è partito da Torino Porta Nuova un treno storico, tutto esaurito, che ha raggiunto Lanzo, dove si è svolta l’inaugurazione istituzionale con una breve rievocazione, seguita nella stazione ferroviaria da una mostra di mirabilia e dall’esposizione statica del locomotore. A seguire visite guidate di Lanzo, spettacoli e intrattenimenti vari.
L’assessore regionale al Patrimonio Gian Luca Vignale ha rilevato che “abbiamo voluto fortemente questa iniziativa per due motivi principali: in primo luogo perché questa ferrovia rappresenta un patrimonio straordinario non soltanto per la storia dei trasporti, ma anche per l’identità culturale del Piemonte; in secondo luogo, perché la Torino-Ceres, con le sue stazioni, è a tutti gli effetti un patrimonio di proprietà della Regione Piemonte. Il nostro preciso dovere è quello di tutelare e valorizzare i beni regionali. Credo che la giornata, che ha visto quasi 300 persone a bordo del treno storico, migliaia di visitatori arrivati per ammirare il convoglio e le numerose iniziative allestite a Lanzo, sia la dimostrazione concreta che valorizzare il patrimonio pubblico significa far crescere e dare valore all’intero territorio”.

d’ormeggio perché era stata annunciata la visita di un pezzo grosso all’hotel Beau Rivage. L’Hotel era proprio lì, dall’altra parte della strada che attraversava il paese. Olimpo, scalpellino nella cava di granito rosa, era finito ai ferri perché reo di aver canticchiato in un’osteria un motivetto che il Podestà aveva giudicato offensivo nei confronti del regime e del Regno. In realtà, il povero tagliapietre – un po’ brillo – aveva improvvisato un’innocua e vecchia tiritera che più o meno suonava così: “Viva il Re, viva la regina e viva la capra della Bettina”, animale reso famoso dall’eccellente e copiosa produzione di latte. Uno scioglilingua che però era stato mal interpretato e così, ai soliti due reprobi si aggiunse pure il terzo. Il problema derivò dal maltempo. Una forte perturbazione stava imperversando tra il lago e le alture del Mottarone e, in poco tempo, le onde s’ingrossarono trasformandosi in schiumosi cavalloni che s’infrangevano sulla massicciata ricavata dalla passeggiata del lungolago. Immaginarsi che inferno anche là sotto, per i tre prigionieri. A tratti le onde li sommergevano per poi ritirarsi, lasciandoli infreddoliti e in balia di altri, gelidi, schiaffi d’acqua. Tutti e tre furono costretti, loro malgrado, a bere quell’acqua dal cattivo sapore. Soprattutto Lucio che, una volta liberato, giurò di non toccar più una goccia di quel liquido tremendo, limitandosi – pur nelle restrizioni dell’epoca – a sorseggiare soltanto vino, compreso quello aspro e ruvido, che legava in bocca, spillato dalla botte dell’osteria della Miniera, su in Tranquilla.