L’introduzione dal primo marzo della ricetta dematerializzata (DEMA) nei servizi territoriali ad accesso diretto (Salute Mentale, Dipendenze, Neuro Psichiatria Infantile) ha generato confusione e criticità amministrative.
Come avevo già segnalato il 21 aprile scorso, in sede di discussione di un mio Question time in Consiglio regionale, la Giunta Cirio, nel gestire l’introduzione della ricetta dematerializzata DEMA, ha dimenticato le peculiarità organizzative e normative dei servizi territoriali ad accesso diretto delle dipendenze (SERD), salute mentale (CSM) e neuro psichiatria infantile (NPI), che rispondono a modelli organizzativi e informativi differenti rispetto alla specialistica ambulatoriale tradizionale, essendo fondati su percorsi di presa in carico continuativa, spesso multiprofessionali, e non su singole prestazioni isolate su prescrizione.
La DEMA mette anche a rischio la tutela della riservatezza, in particolare nell’ambito delle dipendenze patologiche, dove il tema dell’anonimato costituisce un elemento strutturale del sistema di cura.
I servizi territoriali continuano a navigare a vista, mancando tutt’ora un’indicazione della Regione alle Direzioni aziendali.
A decorrere dal 1° marzo 2026, l’auto-impegnativa aziendale avrebbe dovuto essere sostituita dalla ricetta dematerializzata (DEMA) anche nei servizi territoriali ad accesso diretto, ma questi ultimi, in assenza di disposizioni regionali che riconoscano la loro specificità organizzativa, legale e clinica, hanno derogato in autonomia, riuscendo a proseguire la presa in carico continuativa dei loro pazienti con l’auto impegnativa. Ora, però, i nodi stanno venendo al pettine: la Regione ha mantenuto negli obiettivi aziendali il numero di prestazioni dei servizi ad accesso diretto, ma questi non riescono a caricare le prestazioni sulle piattaforme informatiche, non essendo supportate dalla ricetta dematerializzata.
C’è un problema di rendicontazione. Da quando è stata introdotta la DEMA, infatti, sono sorti ostacoli per la corretta e completa registrazione delle attività svolte, con potenziali ricadute sui flussi informativi e sul debito/credito amministrativo.
Nel rispondere al mio Question time di aprile, l’assessore Riboldi aveva negato che la DEMA fosse stata introdotta per le attività sanitarie territoriali ad accesso diretto e che le criticità relative agli applicativi fossero già state superate. Purtroppo non è così.
Occorre dare indicazioni chiare alle ASL, al più presto.
Monica CANALIS – Consigliera regionale PD
Ribadisco il concetto che l’arte vada insegnata nel modo più concreto possibile, invitando i ragazzi a guardare le architetture dal vivo -nel limite del possibile ovviamente- e non solo sulle pagine dei libri o attraverso la LIM, convincendoli a toccare colori e materiali, e se anche se ci si sporca un po’ non è un problema. È così che mi piacerebbe poter spiegare alle mie classi il “Barocco”, portando i ragazzi a passeggiare per le vie del centro, fermandoci a commentare e a chiacchierare tra piazza Castello e Piazza Vittorio, desidererei poterli condurre alla Palazzina di Caccia di Stupinigi o alla Basilica di Superga, rendendo loro lo studio un’esperienza concreta e trasformando delle nozioni prettamente storico-artistiche in un autentico ricordo di vita.
Immaginiamo ora di prendere un pullman e di allontanarci dei rumori della città. La nostra direzione è la verdeggiante collina torinese, dove ci aspetta uno dei simboli della città subalpina. La Basilica di Superga, edificata tra il 1717 e il 1731, svolge una duplice funzione, essa è sia mausoleo della famiglia Savoia, sia edificio celebrativo dedicato alla vittoria ottenuta contro l’esercito francese nel 1706. L’edificio svetta su un’altura, la posizione è tipica dei santuari tardobarocchi, soprattutto di area tedesca. L’impianto centralizzato con pronao ricorda il Pantheon, la cupola inquadrata da campanili borrominiani, invece, si ispira a Michelangelo. Nonostante i modelli di riferimento, sono del tutto assenti quelle tensioni tipiche del Buonarroti o dell’arte barocca: il nucleo centrale ottagonale si dilata nello spazio definito dal perimetro circolare del cilindro esterno, perno di tutto l’edificio; da qui si protendono con uguale lunghezza il pronao arioso e le due ali simmetriche su cui si innestano i campanili. Quest’ultima parte è in realtà la facciata del monastero addossato alla chiesa che su uno dei lati corti fa corpo con essa. L’edificio si estende nello spazio e asseconda l’andamento della collina, e diventa un nuovo e interessante punto di osservazione per chi si trova a guardare verso le alture torinesi.






