ilTorinese

OLTRE LA RETE, Ofelia Malinov si racconta

“Chieri? Una grande opportunità per me. Siamo un bel gruppo, anche fuori dal campo, sento che potremo toglierci delle belle soddisfazioni”

Sesta puntata della nuova stagione per l’ormai consolidato format giornalistico targato Reale Mutua Fenera Chieri ’76, “Oltre la rete”.

Conosceremo meglio le nostre nuove giocatrici, con interviste e approfondimenti dedicati alla loro vita quotidiana, alle loro origini, alle loro passioni.

Ecco la nostra palleggiatrice Ofelia Malinov. Classe 1996, con il numero 23, al suo primo anno a Chieri, anche Ofelia si racconta ‘oltre la rete’.

Ofelia, parliamo un po’ di te e della tua famiglia. Quali sono le tue origini?

Le mie origini sono bulgare perché entrambi i miei genitori sono nati lì. Ho tutti i parenti in Bulgaria.

Come ti sei avvicinata alla pallavolo?

Attraverso la mia famiglia, ho sempre respirato l’aria pallavolistica in casa. Mia mamma è stata una giocatrice di pallavolo, mentre mio papà allenava, quindi diciamo che è stato inevitabile arrivare a giocare. Devo dire, però, che non ho subìto la pressione di dover giocare per forza, anzi, sono stata io a chiedere a mio papà di iniziare seriamente questo percorso, è stata una scelta partita da me.

Cosa rappresenta per te essere entrata nella realtà di Chieri e come ti trovi?

Essere entrata in questa società è stata una grande opportunità per me, che ho colto subito e devo dire che mi trovo veramente bene. Chieri è un ambiente incredibile, adoro il pubblico, perché è caloroso e sempre vicino a noi. Questo ci dà una grande carica. Mi piace lo staff, non si vede tutto quello che fa, ma il suo lavoro è veramente incredibile. Dal punto di vista di squadra, penso che siamo proprio un bel gruppo, che sta bene insieme. Sento che potremo toglierci delle belle soddisfazioni.

La partita indimenticabile della tua carriera, dagli inizi ad oggi?

Bella domanda. Ce ne sono tante, in realtà. Credo e penso sempre che la partita più bella debba ancora arrivare. Se ne devo dire una, forse la semifinale vinta del mondiale 2018 contro la Cina.

Cosa fai oltre il campo con le tue compagne di squadra? C’è qualche attività che fate insieme nel tempo libero?

Devo dire che di tempo libero ne abbiamo poco, soprattutto in questo periodo. In generale, però, quando abbiamo tempo ci piace magari organizzare qualche cena insieme, di gruppo. Gruppo che è anche fuori dal campo, nel nostro caso.

Hai un rituale pre partita che sai che ti porta fortuna e che non dimentichi mai di fare?

Non ho un rituale ben preciso, ma mi piace fare determinate cose, come ad esempio giocare sempre con la stessa forcina, indossare il mio top della partita, farmi la treccia per entrare in campo.

Che cosa fai nel tempo libero? Sei fidanzata? Quali sono le tue passioni?

Mi piace molto leggere, fare shopping o andare a visitare posti nuovi, ma anche rilassarmi a casa e trascorrere del tempo con il mio fidanzato, Tommaso Ingrosso. Anche lui è uno sportivo, gioca a basket.

Che rapporto hai con lo studio? So che sei laureata in Scienze dei servizi giuridici

Sì, esatto e ora devo scrivere la tesi in Management dello sport e delle attività motorie per finire la Magistrale. Penso che sia molto importante riuscire a portare avanti sia lo sport che lo studio. Anche se è molto complesso, cerco di farlo sempre.

Un consiglio alle ragazze giovani che vorrebbero intraprendere il tuo percorso sportivo?

La prima cosa che mi viene in mente è di divertirsi, di inseguire i proprio sogni. Anche se possono sembrare assurdi, non smettere di crederci e provare, perché solo così si potranno avverare.

27 gennaio, l’indelebile memoria della Shoah

Con vibranti parole il presidente Mattarella celebrò lo scorso anno il Giorno della memoria. “Mai più!” scandì il capo dello Stato nel salone del Quirinale con alle spalle la foto dei bambini aggrappati al filo spinato di Auschwitz.

Una denuncia forte di fronte al diffuso riemergere dell’antisemitismo, dell’intolleranza, del razzismo e del negazionismo. Disse Mattarella: “Mai più a uno Stato che calpesta libertà e diritti. Mai più a una società che discrimina, divide, isola e perseguita. Mai più a una cultura o a una ideologia che inneggia alla superiorità razziale, all’intolleranza, al fanatismo “. Potremmo aggiungere, senza pericolo di smentita, come italiani: mai più fascismo. Quest’anno il giorno dell’abbattimento dei cancelli del lager di Auschwitz, ricordando la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia e la morte nei campi di sterminio nazisti sterminio, verrà celebrato per la seconda volta con un governo di destra al potere. Tira una brutta aria nel paese. L’estrema destra italiana ha varcato la soglia delle istituzioni senza davvero fare i conti con il passato. Un grumo di silenzi, omissioni, frasi apparentemente isolate come quelle sulla banda musicale di semi-pensionati di via Rasella, le braccia tese nei saluti romani di Acca Larentia, le aggressioni verbali e un linguaggio sempre più violento sui social.  Un clima che, in tempo segnato dai conflitti tra l’est europeo e il medio oriente, dalle stragi di innocenti e dai venti di guerra che soffiano impetuosi ai quattro angoli del globo, si avvelena ogni giorno di più. Oltretutto persiste, e si rafforza, il tentativo sistematico di delegittimare la Resistenza, per erodere le basi storiche, morali, culturali e politiche della repubblica. Con frasi provocatorie, volute mistificazioni e manipolazioni della verità storica si crea un contesto che porta diritto a un negazionismo subdolo, insidioso. I dirigenti della destra dovrebbero dire con molta semplicità: si è democratici perché si è antifascisti. Altrimenti sembra continuamente che ci sia da parte loro una specie di ignavia, di equidistanza tra fascismo e antifascismo. Va bene affermare che “il fascismo è stato archiviato e consegnato alla storia” ma questo non può esimere dal dare un giudizio storico e politico. Non è un tema accademico, ma di assoluta attualità, perché presuppone la visione del mondo e della società che si ha. E guardando alle politiche concrete che la destra propone è palese la visione che ne ispira le azioni e i progetti. Tornando a Mattarella non è casuale il suo insistere sul valore della memoria senza concedere spazi a tentazioni di assurde equiparazioni o pacificazioni. Mattarella, nei suoi vari interventi, ha esaltato i giusti che salvarono gli ebrei ricordando però che ci fu anche chi invece consegnò per denaro gli ebrei ai nazifascisti. La Repubblica di Salò, sorta dopo l’8 settembre, era nei fatti alleata e complice dell’occupante nazista e, come più volte sottolineato dal Presidente della Repubblica, non si possono “dimenticare le sofferenze patite dai nostri militari, internati nei campi di prigionia tedesca, dopo il rifiuto di passare nelle file della Repubblica di Salò”. O quel novembre 1938, quando entrò in vigore il decreto legge numero 1728 voluto dal fascismo: le famigerate leggi razziali. Una storia dolorosa che ha dei padri politici perché la storia non è neutra. Mattarella citò Bertolt Brecht: “Non incolpare il destino, o donna! Le potenze oscure che ti dilaniano hanno un nome, un indirizzo, un volto “. Parole chiarissime, indelebili, scolpite nel tempo. Ricordare e trasmettere la memoria è un impegno arduo, difficile quanto indispensabile. Particolarmente oggi, in una società che vive un perenne presente ed è dominata dalla velocità. Non bastano le parole tradizionali, le vecchie modalità di comunicare questi valori, la ripetitività e l’ossificazione di gesti rituali. Il rischio è che momenti così importanti non trovino risposte efficaci quando ci si trova di fronte al difficile compito di raccontare ai giovani e ai giovanissimi questa parte della storia, questo passato spesso percepito come distante, poco decifrabile. Qui è la sfida di un’intera comunità democratica che deve assumersi il carico di trasmettere la memoria, realtà indispensabile per orientarsi e compiere scelte decisive per l’oggi. Chi ha pubbliche responsabilità deve assumersi seriamente quest’onere ricordando che democrazia, libertà, antifascismo sono i valori fondanti della repubblica e appartengono non ad alcuni, ma a tutti gli italiani.

Marco Travaglini

Appalti digitalizzati: interviene Uncem

 TROPPO TEMPO PER OTTENERE CIG E CARICARE DATI SULLE PIATTAFORME. CHE SI BLOCCANO. COMUNI NEL CAOS. MA I CORSI A PAGAMENTO PROLIFERANO

Come spesso è successo negli ultimi anni, a fronte del grande caos che tocca gli Enti locali, con numerose fasi di picco, c’è sempre chi ne trae benefici. Non sorprende Uncem che di fronte al dramma che molti Comuni stanno vivendo per la mancanza di piattaforme veloci e semplici per la gestione degli appalti digitali, a causa dell’eliminazione dello smart cig e per le lungaggini burocratiche dovute a sistemi gestionali dei dati non adeguati, c’è chi ne trae benefici. In particolare le società che stanno offrendo corsi a pagamento sull’attuazione del nuovo codice dei contratti. Nessuna sorpresa per Uncem, ma la situazione non è certo la migliore e più efficace per dare servizi e muovere serenamente le macchine amministrative degli Enti locali. Si moltiplicano corsi a pagamento, destinate ai Comuni, per spiegare come funziona il nuovo MEPA Acquisti in rete e per dire come si fanno tutti i passaggi per ottenere il CIG. Certo ci sono anche corsi gratuiti, ma quelli a pagamento sono svariati. E il personale degli Enti, compresi i Sindaci che sono in prima fila nel prendere CIG e caricare dati, per mancanza di dipendenti, si adegua. Iscrivendosi e pagando i corsi. Sul CIG Uncem ripete: deve essere eliminato per affidamenti sotto i 5mila abitanti. Finora nessuna risposta da Ministeri e da ANAC. I Comuni e tutti gli Enti locali, tutta la PA restano bloccati. E questo invece sorprende Uncem, che avrebbe auspicato ben altri sistemi di transizione verso il digitale, per gli appalti e per tutto quanto riguarda le Autonomie territoriali. Disponibili e aperte, ma questa volta veramente amareggiate di fronte a quanto, alle loro spalle, nei cloud sparsi nel Paese dove sono appoggiati i sistemi informativi e le basi di dati, sta avvenendo. La Politica intervenga.

I cattolici e l’obiezione di coscienza

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Il nodo dell’obiezione di coscienza sui cosiddetti ‘temi sensibili’ all’interno dei vari partiti è un
aspetto politico di grande rilevanza che misura e certifica il rispetto del pluralismo culturale nelle
singole formazioni politiche. Ovvero, il rispetto delle diverse opinioni all’interno dei partiti plurali. È
di tutta evidenza che questo tema ha sempre avuto una forte cittadinanza ed attualità nei partiti
della sinistra storica rispetto a formazioni politiche che hanno avuto altre culture politiche e altre
tradizioni ideali. E questo per la semplice ragione che nei partiti dove prevale la componente
culturale di sinistra il rispetto, ad esempio, e la valorizzazione della cultura cattolico democratica o
popolare o sociale cambia a seconda delle diverse fasi storiche e politiche.
E la conferma arriva proprio dall’ultimo episodio che ha interessato il Consiglio Regionale del
Veneto sull’approvazione di un provvedimento che interessa il tema, sempre delicato e
complesso, del “fine vita”. Un episodio che ha registrato il dissenso di una consigliera regionale
del Pd, di matrice cattolica, che non condivideva l’opinione maggioritaria del partito su quel
determinato provvedimento. Ora, attorno al comportamento politico dell’esponente del Pd Anna
Maria Bigon che si è astenuta e non è uscita dall’aula come voleva il suo partito, si è aperto un
dibattito politico alquanto interessante.
Al di là delle dietrologie e delle strumentalizzazioni che ne sono scaturite, credo valga la pena
soffermarsi almeno su un aspetto che resta di straordinaria attualità e che è emerso in tutta la sua
virulenza in questa vicenda politica. Ovvero, e molto semplicemente, un partito plurale – nel caso
specifico il Pd – è credibile nella misura in cui esalta e non comprime il pluralismo culturale
interno. Come dicevo poc’anzi, questo elemento varia a seconda delle diverse fasi storiche e
politiche. Se ai tempi del Pci, grande partito popolare e di massa del passato ma con una chiara e
netta cultura politica che lo ispirava, i cosiddetti “cattolici indipendenti di sinistra” non erano
nient’altro che un modo per confermare, solo sul versante formale, la natura plurale di quel partito
– ma che non metteva affatto in discussione il profilo, la natura e il progetto politico e culturale del
Pci – nei partiti che sono succeduti al Pci il quadro non è cambiato granchè.
Ora, e per fermarsi all’attualità e all’ultima versione di quella storica esperienza partitica, cioè il
Pd, non possiamo non evidenziare un elemento. E cioè, sin quando la presenza dei Popolari e dei
cattolici democratici era forte, visibile, organizzata e strutturata, il pluralismo culturale interno era
un dato di fatto oggettivo. Quasi acquisito e anche riconosciuto. Ovvero, i tempi dove i leader
riconosciuti erano Marini, Bindi, Franceschini, Fioroni per ricordare i principali. Certo, le stagioni
politiche, come ovvio e scontato, scorrono rapidamente e il ‘nuovo corso’ della Schlein, per
fermarsi all’attualità, è profondamente diverso rispetto a quello del passato. Recente e meno
recente. È appena sufficiente ricordare che in un partito caratterizzato da un profilo politico,
culturale e sociale radicale, massimalista e ostentatamente libertario, il ruolo dei cattolici popolari
e sociali è ridotto, nella migliore delle ipotesi, ad essere puramente ornamentale. Una
considerazione che ha trovato il suo culmine quando recentemente l’indomito Castagnetti, e di
fronte alla segretaria del partito, ha dovuto mendicare almeno “un posto in segreteria per
riaffermare il ruolo dei Popolari” nell’attuale Pd. Detto con altri termini, per certificare che almeno
formalmente si fa parte di quel partito.
Ecco perchè, a volte, è sufficiente un singolo caso – nello specifico la polemica seguita alla
coraggiosa presa di posizione della Consigliera Regionale veneta Anna Maria Bigon – per arrivare
alla conclusione che non sempre i partiti sono plurali. Anche quando lo dichiarano ai quattro venti
per confermare, semplicemente, quello che non c’è più.

Torino Outlet Village investe sull’e-mobility

Con l’arrivo di 8 colonnine Supercharger Tesla V4 Torino Outlet Village è il più grande Charging Hub del Nord-Ovest. 24 ore su 24, 21 colonnine a disposizione di chi deve ricaricare la propria auto.

 

Sin dalla sua apertura nel 2018 Torino Outlet Village ha investito nella mobilità elettrica con l’installazione delle prime colonnine Duferco. Proprio in questi giorni verranno installate 8 colonnine Tesla Supercharger di nuova generazione adatte a qualsiasi vettura, anche per i clienti non Tesla. Si tratta, per la casa americana, del quarto Hub nel torinese, il primo installato in Piemonte dotato dei nuovi Supercharger V4 – l’ultima generazione della tecnologia Supercharger, da 250 kW, in grado di caricare la batteria di una vettura elettrica fino a 275 km in appena 15 minuti – e uno dei primi in Italia insieme a Milano, Genova e Roma.

“Si tratta di un importante investimento in termini di smart mobility – dichiara Luca Frigeri, direttore Torino Outlet Village – che, grazie alla recentissima installazione di 8 nuove colonnine Supercharger Tesla, rende il nostro outlet un punto di riferimento per tutti coloro che hanno una vettura elettrica. Il nostro obiettivo è posizionarci sempre più come un punto di riferimento per il territorio, non solo per lo shopping ma per tutti i servizi che il nostro outlet può offrire, ai torinesi e ai turisti. La nostra posizione strategica, a pochi passi dall’autostrada e dalla tangenziale, permette all’Outlet, che ha una forte vocazione turistica, di essere anche un hub molto importante per tutti i viaggiatori che hanno bisogno di ricaricare la propria vettura!”.

Gli appuntamenti che celebrano l’inaugurazione delle colonnine Supercharger Tesla saranno numerosi: dal 26 gennaio sul piano commerciale e fino al 16 febbraio ci saranno in esposizione la Model Y e la Model S e i clienti avranno già l’opportunità di prenotare il test drive; nel weekend del 10 e 11 febbraio Torino Outlet Village ospiterà i test drive Tesla e i clienti potranno provare Model Y, l’auto più venduta in assoluto in Europa nel 2023, e Model 3, la celebre berlina recentemente rinnovata.

www.torinooutletvillage.com

TORINO OUTLET VILLAGE

Via Torino 160. Settimo Torinese (TO)

 

 

Torino Outlet Village

Torino Outlet Village, il più recente tra i progetti di Arcus Real Estate, è un complesso di 20.000 mq distribuiti su un unico livello a cielo aperto. Attraversato da una promenade lunga 290 metri, accoglie negozi delle migliori marche e servizi di ospitalità pensati per offrire ai propri visitatori un’esperienza di shopping unica. Riconosciuto come una delle principali “shopping tourism destination” del nord Italia, il Village si trova a soli 10 minuti da Torino e a 50 minuti da Milano. Tra i servizi offerti anche l’Area Kids, la Nursery, l’Info Point multilingue, la possibilità di prenotare un personale shopper, il servizio “hands-free shopping” per un’esperienza senza l’ingombro degli acquisti effettuati e il servizio di navette che lo collega al centro cittadino. Il progetto architettonico è firmato dall’architetto Claudio Silvestrin, uno dei maggiori esponenti italiani dell’architettura contemporanea.

Arcus Real Estate

Arcus Real Estate è una società italiana della “galassia” Percassi fondata nel 2006 specializzata nella commercializzazione e gestione di progetti immobiliari per il retail di lusso, outlet e full price. Tra i progetti di successo della società vi sono Sicilia Outlet Village (2010) che conta oggi oltre 140 boutique dei marchi più prestigiosi, Torino Outlet Village (marzo 2017) che ha confermato ogni attesa di successo e Roma Outlet Village entrato recentemente nel portafoglio dei progetti dell’azienda ed attualmente oggetto di un restyling completo, oltre alla recente commercializzazione della terza fase di Orio Center che ha portato la presenza di marchi premium per la prima volta in un centro commerciale.

Confartigianato: stop Superbonus 110% e bonus “barriere architettoniche”, il 15% di cantieri a rischio di contenzioso

Con il Decreto Legge n. 212, entrato in vigore il 30 dicembre scorso, il Governo ha voluto porre la parola fine sul Superbonus 110%, ed ha tranciato, in maniera netta ed inattesa, le opportunità offerte dal bonus “barriere architettoniche” al 75%.

“Le nostre richieste di estendere l’utilizzo del Superbonus al 110% per i prossimi 3 mesi, necessari a completare i lavori nei condomini, non sono state accolte. La soluzione proposta dal Governo con il decreto “salva spese” non è sufficiente ad evitare le problematiche che investiranno le nostre imprese coinvolte nei lavori”. La dichiarazione è di Enzo Tanino, Presidente di Confartigianato Piemonte Edilizia.

“Il Decreto legge – continua Tanino – rappresenta una risposta inadeguata rispetto ad una situazione complessa che nel tempo ha accumulato problemi derivanti da una normativa priva di certezza e stabilità. Il persistente blocco delle cessioni, l’assenza di soluzioni per i crediti incagliati e la mancanza di una proroga per i condomini hanno gettato famiglie e imprese in un circolo vizioso, con la prospettiva molto concreta di assistere a un elevato contenzioso tra committenti e appaltatori di cui oggi è ancora difficile prevedere gli effetti.”

 Sulla base degli ultimi dati Enea, il rischio di contenziosi riguarda 6 miliardi di euro di investimenti per la riqualificazione dei condomini, ammessi a detrazione ma senza più opzione di cessione del credito e con beneficio dal 110% al 70%.

Confartigianato calcola che a livello piemontese i1 15% di cantieri Superbonus sia a rischio di contenzioso.

“I condomini che hanno avviato i lavori contando sul bonus al 90% oppure ancora al 110% – prosegue Tanino – con il decalage dell’agevolazione nel 2024, potrebbero trovarsi nella condizione di doversi auto-finanziare l’intervento. Per le imprese c’è il rischio di forti problemi finanziari per rientrare delle somme anticipate per l’avanzamento del cantiere se non è stato possibile presentare la certificazione di stato avanzamento lavori entro il 31 dicembre 2023 per centrare l’incentivazione competa, perché non è scontato che tutti i proprietari di casa abbiano risorse sufficienti per fronteggiare il 30% di quota di loro competenza, mentre il rischio per le imprese, è un’impennata degli stati d’insolvenza e di fallimento.”

 

Il testo del decreto, prevede poi un contributo a favore dei condòmini a basso reddito, si parla di un reddito “di riferimento” non superiore a 15.000 euro, per aiutarli a sostenere parte delle spese del 2024, poichè dal primo gennaio il superbonus è sceso al 70%. Ma solo su quei cantieri dove, al 31 dicembre 2023, si era già raggiunto almeno il 60% dei SAL previsti.

“Anche questa misura risolve pochissimo – continua Tanino – perché non vengono stanziate nuove risorse, quelle previste vengono ripescate dal precedente fondo creato già l’anno scorso dal decreto “aiuti quater” proprio in favore delle famiglie indigenti alle prese con i lavori del Superbonus.”

“Tuttavia, se dai proclami degli ultimi tempi si poteva intuire uno “stop” governativo rispetto ad ogni ipotesi di proroga del Superbonus, – incalza Tanino – ciò che lascia basiti è la stretta sul bonus “barriere architettoniche“, ossia, quella detrazione fiscale del 75% sui lavori volti ad eliminare le barriere architettoniche dagli edifici.  Infatti il decreto “salva spese” limita la possibilità di sfruttare questa detrazione concedendola solo per scale, rampe, ascensori, servoscala e piattaforme elevatrici. Inoltre, per quei pochi lavori per i quali si potrà ancora sfruttare la detrazione, è stato introdotto l’obbligo di una nuova certificazione che assicuri il rispetto dei requisiti previsti proprio da questa norma.”

 “Ciò che rattrista” – conclude Tanino – “è come questo provvedimento rappresenti una marcia indietro rispetto agli obiettivi di sostenibilità sociale che ormai sono imprescindibili. Ci auguriamo che nel testo definitivo del decreto legge vengano sciolti alcuni nodi che rischiano di creare ulteriori complicazioni applicative in una disciplina già tanto complessa.”

Sei auto coinvolte, tre feriti nell’incidente in tangenziale

Sono sei veicoli i coinvolti e tre persone ferite, trasportate in codice giallo all’ospedale Maria Vittoria, nell’incidente avvenuto nel pomeriggio in tangenziale a Torino tra le uscite di Venaria e corso Regina. Lunghe code e traffico rallentato in direzione sud.

Le gastroenteriti del gatto

IL TORINESE… CON LA CODA

Eccoci oggi a parlare delle gastroenteriti nel gatto. Come nel cane abbiamo accennato alle malattie virali che colpiscono l’apparato gastroenterico, così nel gatto ricordiamo che uno dei virus più pericolosi per il gattino, che cause forme di diarrea molto gravi, è il parvovirus, o virus della panleucopenia felina. E’ una malattia iperacuta, che determina abbattimento, anoressia, febbre, diarrea e un abbassamento drammatico dei globuli bianchi. L’intervento deve essere tempestivo.
Come già scritto nelle nostre prime rubriche, per questa malattia esiste la vaccinazione. Infatti il parvovirus è uno dei tre virus per cui si vaccinano i gattini, insieme al calicivirus ed all’herpesvirus, questi due invece responsabili di patologie respiratorie.
Esistono poi altri virus, responsabili di forme più lievi di gastroenteriti, tra questi vale la pena citare il virus della FIV ed  il coronavirus. Quest’ultimo  vive nell’intestino del 70% della popolazione mondiale felina,ed è appunto responsabile di blande forme di diarrea. Solo in alcuni casi, e non se ne conosce la ragione per cui questo avvenga, può mutare e diventare responsabile di una patologia molto grave: la peritonite infettiva felina,o FIP.
A questa malattia dedicheremo una rubrica apposta.
Come il cane, anche il gatto può soffrire di forme di intolleranze alimentari, forme infiammatorie, che possono esitare in linfomi intestinali, ed altre forme tumorali.
Anche nel gatto, esistono banali forme di dismicrobismo legate a fattori di stress, la cui unica cura è l’ausilio di probiotici intestinali.
In ogni caso, rivolgersi al proprio veterinario è sempre la scelta migliore.
Dott.ssa Federica Ferro
Dott. Stefano Bo

Gli appuntamenti culturali della Fondazione Torino Musei

26 gennaio – 1 febbraio 2024

 

 

VENERDI 26 GENNAIO

Venerdì 26 gennaio ore 14.30

UN NUOVO QUARTIERE AL POSTO DELLA CITTADELLA

Palazzo Madama – percorso guidato in città

Il percorso guidato, legato alla mostra Liberty. Torino Capitale, in corso a Palazzo Madama fino al 10 giugno 2024, intende presentare un’area della città fortemente caratterizzata da costruzioni sorte durante il periodo del Liberty con esempi di edifici destinati sia alla residenza che alla produzione e all’istruzione. Passeggiando lungo le strade sarà possibile cogliere esempi di architetture e decorazioni ispirate sia all’Art Nouveau floreale che ai modelli più geometrici tipici dello Jugendstil.

Dopo la demolizione della Cittadella, Torino vide una rapida espansione urbana nell’area prossima al Maschio salvato dalla distruzione; nel nuovo quartiere scuole e palazzi sorsero prima secondo il modello definito “Umbertino” e successivamente con spiccati riferimenti al Liberty.

Ritrovo ore 14.30 davanti al monumento di Pietro Micca in via Cernaia angolo corso Galileo Ferraris

Costo singolo itinerario: 14€ intero; 11€ ridotto (possessori di Abbonamento Musei e under 18); gratuito under 6

Durata: 2 ore

Pacchetto tre visite: 38€ intero; 29€ ridotto

Ai visitatori che parteciperanno alla visita guidata della mostra Liberty. Torino Capitale (in calendario ogni lunedì alle ore 11 e ogni venerdì, sabato e domenica alle ore 16.30) abbinata a uno o più percorsi tematici sul Liberty sarà riservata una tariffa speciale:

costo visita guidata mostra Liberty. Torino Capitale + itinerario singolo Liberty in città: 18€

costo visita guidata mostra Liberty. Torino Capitale + pacchetto itinerari Liberty in città: 36€

Info e prenotazioni: t. 011 5211788 (lun – dom 9 – 17.30); prenotazioniftm@arteintorino.com

 

Prossimi appuntamenti

Giovedì 1 febbraio ore 14.30: Palazzina Lafleur e la bizzarria del nuovo stile Liberty

Domenica 25 febbraio ore 10.30Un nuovo quartiere al posto della Cittadella

SABATO 27 GENNAIO

Sabato 27 e domenica 28 gennaio ore 10-13 e 14-17

LETTERE LIBERTY

Palazzo Madama – workshop di calligrafia con Massimo Polello

Questo workshop di due giorni vuole analizzare le lettere fluide, espressive e a volte idiosincratiche create da artisti e designer del Liberty dal 1890 fino ai primi anni del XX secolo.

Negli anni Novanta dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento artisti e designer di tutta Europa crearono un lettering che si distaccava dalle tradizionali aspettative di proporzioni classiche, di posizionamento prevedibile di spessori, di nozioni di equilibrio interno, di spaziatura coerente e di leggibilità. A volte le lettere si ondulavano, si gonfiavano o strisciavano per creare inaspettate contorsioni in sintonia con gli aspetti floreali e gusto del tempo. Il Liberty fu a tutti gli effetti un momento di gloriosa libertà per le lettere. Spesso le lettere erano viste come parte integrante del disegno, alla pari di illustrazioni e ornamenti. In effetti queste lettere sono effettivamente disegnate, distaccandosi nettamente dalla classica calligrafia. Assistiamo per la prima volta a quello che oggi chiamiamo “design del lettering” cioè una sorta di “font” dell’epoca.

I partecipanti saranno introdotti alla vasta gamma di lettere e forme del periodo Liberty; si analizzeranno ed esploreranno i metodi e le tecniche utilizzate da questi artisti e designer, concentrandoci sulle svariate possibilità di deformazioni per rendere le lettere eleganti e funzionali alla composizione estetica.

Si arriverà infine alla creazione e alla composizione del proprio monogramma, poi di semplici parole fino a composizioni decorative più complesse.

Questo corso è aperto a tutti i livelli e non richiede alcuna esperienza precedente con la calligrafia.

Il workshop della durata complessiva di 12 ore sarà accreditato per l’aggiornamento degli insegnanti (legge 170 del 21/03/2016 art. 1.5).

 

Materiale occorrente: matita HB o 5B, biro di qualsiasi tipo, roller, penne gel, matite colorate. Righe e/o squadre, gomma da cancellare, cutter, colla stick. Inoltre l’insegnante metterà a disposizione per il tempo del workshop: pennino e porta pennino per ciascun partecipante, inchiostro, blocchi di carta per schizzi esercizi Favini; fogli di carta della migliore qualità bianca e colorata.

 

Massimo Polello, graphic art-designer e artista, vive e lavora a Torino. Ha tenuto seminari presso la School of Visual Arts New York, Concordia University e UQUAM Montréal, Adobe di San Francisco ed è stato invitato alle Conferenze Internazionali di Type Designer a Mosca, Istanbul, San Paolo. È membro onorario di Letter Exchange di Londra ed ha collaborato con l’Università La Sapienza di Roma e Biblioteca Laurenziana di Firenze. Ha collaborato con Peter Greenaway e Luca Ronconi per l’allestimento e le calligrafie della mostra La Bella Italia, per il 150° dell’Unità di Italia.

Una delle sue ultime opere è un libro di pregio a edizione limitata per il RIJKS Museum di Amsterdam.

Attualmente è Presidente e insegnante presso l’Associazione Calligrafica di Torino “Dal Segno alla Scrittura”.

 

Costo: € 140 a persona

Prenotazione obbligatoria: tel. 011 4429629 e-mail: madamadidattica@fondazionetorinomusei.it

Sabato 27 gennaio dalle 14.30 alle 17.30

ARTE E TÈ IN ORIENTE

MAO – Visita guidata alla collezione cinese e workshop di preparazione del tè

A cura di Theatrum Sabaudiae in collaborazione con The Tea

L’evoluzione e la diffusione della cultura del tè in Cina e in Giappone incontra e influenza la storia della produzione ceramica traducendosi in un connubio artistico di grande raffinatezza. La visita guidata alla galleria del MAO dedicata alla Cina e incentrata sulle manifestazioni di arte funeraria, seppur in assenza di riferimenti direttamente riconducibili all’ambito del tè, si soffermerà su alcuni nuclei di opere della collezione esemplificativi di tecniche ed estetica della ceramica cinese, dalla terracotta al grès, in un arco temporale che spazia dal periodo neolitico alla dinastia Tang (618-907 d.C.). Ispirandoci alle sfumature dei tè protagonisti del laboratorio, seguiremo nelle sale l’intensità dei colori e la luminosità delle superfici invetriate che caratterizzano i manufatti in esposizione, in un suggestivo itinerario di scoperta di tradizioni e concezioni rivelate dai corredi funerari della Cina antica.

Workshop di preparazione del tè a cura di Claudia Carità (The Tea)

L’attività del T-LAB è un’occasione per avvicinarsi e conoscere i vari tipi di tè utilizzando lo strumento professionale universale e applicando le modalità di valutazione tecnica. Ogni tipo di tè sarà preparato con un set dedicato. Il set si compone di tazza, coperchio e coppetta in porcellana di colore bianco ed è l’accessorio utilizzato dalla figura professionale del tea tester durante la valutazione qualitativa dei tè. Ogni partecipante potrà così prendere familiarità con gli elementi necessari che lo guideranno per la corretta scelta e preparazione del tè. T-LAB Area CINA ABC del TÈ cinese: foglie di tè bianco, verde e rosso. In occasione di questa attività si valuteranno tè ottenuti con tre diverse ossidazioni delle foglie. Il laboratorio si concluderà con la preparazione di un quarto tè con gaiwan, ovvero una tazza priva di manico dotata di coperchio e piattino utilizzata per l’infusione del tè. È un accessorio che appartiene alla tradizione cinese le cui origini ci riportano alla dinastia Ming. L’utilizzo della gaiwan introdurrà anche la buona pratica di infondere il tè più volte, tempi e temperature adeguate.

Sintesi dell’attività di laboratorio: – preparazione di n.3 tè con Set Tea Taster (3 set per partecipante) – preparazione di wulong con gaiwan (1 per tavolo).

Ogni tè proposto sarà presentato e successivamente preparato da ogni partecipante in autonomia. Tutti i partecipanti potranno poi provare ad utilizzare la gaiwan sfruttando la possibilità di infondere più volte le stesse foglie di tè e offrendolo quindi ai partecipanti allo stesso tavolo. Il tè finale infuso con gaiwan sarà accompagnato da piccole dolcezze in abbinamento.

Prenotazione obbligatoria entro giovedì 25 gennaio, l’iniziativa verrà attivata al raggiungimento di un numero minimo di partecipanti, fino ad esaurimento posti disponibili.

Informazioni e prenotazioni: 011.5211788 – prenotazioniftm@arteintorino.com (da lunedì a domenica 9.30 – 17.30).

Costo: 24 € a persona.

Costi aggiuntivi: biglietto di ingresso al museo; ingresso gratuito per possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte.

Appuntamento 15 minuti prima dell’inizio

DOMENICA 28 GENNAIO

 

Domenica 28 gennaio ore 16

DIAMO FORMA ALL’ARGILLA

MAO – attività per famiglie

In visita alla mostra temporanea Tradu/izioni d’Eurasia, per osservare le preziose opere esposte: fiasche, piatti e brocche a forma di gallo forniranno lo spunto per il laboratorio di manipolazione. Durante l’attività l’argilla prenderà forma e ogni partecipante potrà realizzare il proprio oggetto.

Adatto a tutte le età

Prenotazione obbligatoria: 011.4436927/8 maodidattica@fondazionetorinomusei.it

Costo: bambini 7 €, adulti ingresso ridotto alla mostra

GIOVEDI 1 FEBBRAIO

 

Giovedì 1 febbraio ore 14.30

PALAZZINA LAFLEUR E LA BIZZARRIA DEL NUOVO STILE LIBERTY

Palazzo Madama – percorso guidato in città

Il percorso guidato, legato alla mostra Liberty. Torino Capitale, in corso a Palazzo Madama fino al 10 giugno 2024, intende presentare un’area della città fortemente caratterizzata da costruzioni sorte durante il periodo del Liberty con esempi di edifici destinati sia alla residenza che alla produzione e all’istruzione. Passeggiando lungo le strade sarà possibile cogliere esempi di architetture e decorazioni ispirate sia all’Art Nouveau floreale che ai modelli più geometrici tipici dello Jugendstil.

La zona intorno all’attuale Piazza Peyron e la parte terminale di corso Francia presentano una serie di edifici ispirati al nuovo stile del Novecento. Abitazioni e stabilimenti vennero costruiti secondo lo stile floreale che troverà nella fantasia di Pietro Fenoglio il suo principale interprete a Torino.

Ritrovo in piazza Amedeo Peyron angolo via Bagetti

Costo singolo itinerario: 14€ intero; 11€ ridotto (possessori di Abbonamento Musei e under 18); gratuito under 6

Durata: 2 ore

Pacchetto tre visite: 38€ intero; 29€ ridotto

Ai visitatori che parteciperanno alla visita guidata della mostra Liberty. Torino Capitale (in calendario ogni lunedì alle ore 11 e ogni venerdì, sabato e domenica alle ore 16.30) abbinata a uno o più percorsi tematici sul Liberty sarà riservata una tariffa speciale:

costo visita guidata mostra Liberty. Torino Capitale + itinerario singolo Liberty in città: 18€

costo visita guidata mostra Liberty. Torino Capitale + pacchetto itinerari Liberty in città: 36€

Info e prenotazioni: t. 011 5211788 (lun – dom 9 – 17.30); prenotazioniftm@arteintorino.com

 

Prossimi appuntamenti

Domenica 25 febbraio ore 10.30: Un nuovo quartiere al posto della Cittadella

Giovedì 14 marzo ore 14.30Liberty in Borgo Crimea

 


Theatrum Sabaudiae
 propone visite guidate in museo
alle collezioni e alle mostre di Palazzo Madama, GAM e MAO.
Per informazioni e prenotazioni: 011.52.11.788 – prenotazioniftm@arteintorino.com

https://www.arteintorino.com/visite-guidate/gam.html
https://www.arteintorino.com/visite-guidate/mao.html
https://www.arteintorino.com/visite-guidate/palazzo-madama.html

La felicità non è una meta

Se chiedessimo a dieci persone cosa sia la felicità o, peggio, se siano felici otterremmo sicuramente dieci risposte diverse ma, sicuramente, su un punto concorderebbero quasi tutti: se non hanno già raggiunto la felicità la raggiungeranno facendo questo o diventando quello o acquistando una certa cosa.

Nell’accezione originale del termine la felicità è un sentimento, positivo, quando raggiungiamo un obiettivo, o, come dice wikipedia, quando riteniamo soddisfatti i nostri desideri.

E’ evidente che se così fosse noi saremmo soddisfatti per il tempo necessario a godere l’oggetto acquistato (o regalato), il traguardo di studi o lavorativo raggiunto ma subito dopo, per una caratteristica tutta umana, subentrerebbe nuovamente l’insoddisfazione; questo è tanto più valido quanto più la nostra civiltà è industrializzata, moderna, tecnologica.

Chi di noi sia stato in Paesi meno agiati, come la Repubblica Dominicana, il Kenya, la Costa d’Avorio o Capo Verde, per citarne solo alcuni, avrà notato come gli indigeni siano sempre allegri, felici pur non disponendo di nulla, né abitazioni che da noi sarebbero normali, né soldi, né automobili di lusso e talvolta neppure la salute; hanno, però, una filosofia di vita che li porta a considerare positivamente ciò che incontrano quotidianamente:  la natura, un mare stupendo, la salute per cagionevole che sia, il lavoro, i figli, essere vivi.

Dall’altra parte del pianeta, invece, riteniamo di essere più fortunati, tecnologici, moderni e, quel che è peggio, civilizzati ma abbiamo perso il vero benessere, la felicità, la gioia.

Inseguendo la felicità ci ispiriamo al vicino di casa che saltella di gioia ammirando l’auto nuova per la quale ha rinunciato a qualche anno di ferie o al collega che brinda alla promozione ottenuta: siamo sicuri che siano realmente felici? E ora che uno soffrirà ogni volta che compare una riga sulla carrozzeria o trova un’ammaccatura, anche lieve, da parcheggio e l’altro sentirà il peso delle maggiori responsabilità e dovrà fermarsi di più in ufficio saranno ancora felici? Io dico di no, perché hanno idealizzato il concetto di felicità considerandolo una meta, un obiettivo da raggiungere anziché un sentimento da provare, da sentire mentre raggiungi quotidianamente la meta prefissata.

C’è chi subordina la propria felicità all’incontro con la propria anima gemella: nobile intento vanificato però dalle numerose insidie che ogni giorno, accoppiati e singoli, incontrano sul loro percorso: stress, scadenze, malattie cosicché, dopo un tempo più o meno lungo, occorre cercare nuovamente la felicità.

Appare quindi evidente come la felicità non possa e non debba essere considerata come una meta da raggiungere ma come uno stato d’animo che deve accompagnarci durante il conseguimento di ogni obiettivo, sia esso lavorativo, sentimentale, familiare, personale, ecc.

Soprattutto non dobbiamo in alcun modo pensare che ciò che rende felice qualcuno possa rendere felice, ipso facto, anche noi;in primis perché non siamo sicuri che tizio sia realmente felice, poiché spesso le persone fingono una soddisfazione che non hanno, un risultato che è fasullo solo per generare invidia, per non ammettere il proprio fallimento. In secondo luogo, perché ogni persona è diversa da un’altra per carattere, educazione, gusti personali, cultura e così via e ciò che ad una persona provoca gioia, felicità ad un’altra può essere indifferente o addiritturafastidiosa.

Molti miei amici amano la barca, trascorrere una vacanza in navigazione, soprattutto in barca a vela: io provai quarant’anni fa a conseguire la patente nautica ma trascorsi l’intera giornata spalmato sul fondo della barca a causa del mal di mare; è evidente che non potrei mai essere felice in quella circostanza, né al pensiero di aderire ad un viaggio simile.

Da quando mi occupo di coaching mi scontro, idealmente, con le tesi propugnate da alcuni colleghi che ti invitano a indagare sui motivi per cui non si è felice, a diventare padrone di sé stessi, a eliminare ogni causa di insoddisfazione con un generico corso o training, uguale per tutti, che ti farà recuperare gli anni persi.

Non entro nel merito della metodica, ma mi permetto di obiettare che, essendo ognuno di noi diverso dagli altri, e credendo io nella dottrina olistica (dal greco ὅλος = tutto, intero) non si può pensare di aiutare una persona a incontrare la felicità e condurla con sé  mentre viaggia alla ricerca di questo o quello se non si valutal’insieme di sentimenti, emozioni, problemi, esperienze e limiti mentali che un individuo porta con sé.

Anni fa il mio amico Gaetano Capitano scrisse per i cantanti Fabi, Silvestri e Gazzé, la canzone “Il Dio delle piccole cose”: ecco, io credo che anche nelle piccole cose si possa trovare il divino, che anche da esse si possa partire con la felicità come compagna di viaggio all’inseguimento dei propri obiettivi.

Quando ci apprestiamo a fare un viaggio con un amico o un parente verso un certo luogo, questi sono i nostri compagni di viaggio mentre la meta è il luogo dove ci stiamo dirigendo; allo stesso modo la felicità sarà la nostra compagna di viaggio (e se siamo intelligenti viaggeremo sempre con lei) mentre il luogo sarà ciò che vogliamo raggiungere in sua compagnia.

Perciò mi sento di suggerire a tutti di trovare la felicità nella quotidianità, in ciò che a noi fa stare bene; chi di noi si pone la tristezza o l’infelicità come obiettivo? Credo nessuno: al massimo è un sentimento, però negativo; perché allora non cerchiamo la felicità e, con essa, proseguire il nostro cammino?

Sergio Motta