FINO AL 14 APRILE
Scriveva in “Viaggi e altri viaggi” (Feltrinelli, 2010), il grande pisano Antonio Tabucchi, scomparso a Lisbona nel 2012 e sicuramente il maggior conoscitore e traduttore di Ferdinando Pessoa: “Un luogo non è mai solo ‘quel luogo’: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati”. Ora, non so se sia stato il caso o cos’altro a portare, nelle vacanze estive di quasi quarant’anni fa, Elena Saraceno fra le scogliere di Tentizzos e Torre Argentina (nella costa occidentale del centro-nord della Sardegna) e a farla invaghire così tanto della coloratissima Bosa, antico borgo della provincia di Oristano, magico “presepe” dalle case tutte colorate e abitato fin dall’epoca fenicia; fatto è che le parole di Tabucchi ci paiono proprio calzare alla perfezione nel caso particolare dell’ombelicale liaison che unisce l’artista torinese alla città (titolo conferitole durante la dominazione aragonese) di Bosa, oggi principale centro abitato della Planargia. “Proprio lì – ci racconta la Saraceno, che a Torino ha insegnato per più di trent’anni Educazione Artistica, dopo aver frequentato la Facoltà di
Architettura e seguito i corsi di incisione alla Libera Scuola di Nudo dell’Accademia Albertina– ho cominciato a dipingere e a disegnare sistematicamente e con ferma convinzione”. E proprio lì, la pittrice compra casa negli anni Ottanta. A Sa Costa, nella parte più antica della città. Il posto del cuore, in assoluto, dove ritorna ogni estate, “di cui mi sono innamorata e che ho cominciato a dipingere, osservandone i mille aspetti diversi, i suoi angoli, la sua luce, le sue ombre, i suoi colori, perfino i suoi rumori o i suoi silenzi. Ma a modo mio, vedendola sempre uguale e sempre diversa”. Nella sua casa di origini medioevali, una delle tante coloratissime edificate con pietre di trachite rosa e attaccate l’una all’altra, a baciarsi muro a muro – lungo strade parallele unite da verticali scalette – e dominate dal Castello dei Malaspina (XII-XIII secolo), nasce la maggior parte delle sue opere, già esposte in mostre personali e collettive, ma anche un libro-diario, un “carnet
de voyage”, dal titolo “Bosa e i suoi colori” pubblicato nel 2007 dall’editrice “Inchiostro Rosso”, in cui la Saraceno illustra i luoghi per immagini e parole manoscritte “con lo sguardo attento e paziente di un’esploratrice che ha preferito ascoltare piuttosto che parlare”. Un gesto d’amore per la “sua” città d’adozione.
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Sono quadri di colore, soprattutto, quelli realizzati dall’artista. Cromie multiformi e materiche che s’attaccano con forza alla tela e creano i muri delle case, i volti e le figure della gente che ci vive, quell’arcobaleno di magica suggestione che dà vita alla roccia del sovrastante Colle di Serravalle e che, qualche anno fa, ha fatto aggiudicare proprio a Bosa il secondo posto come “Borgo più bello d’Italia”, dopo la siciliana Gangi. In questa mostra personale, ospitata nei locali dell’Associazione Culturale “TeArt” di via Giotto a Torino, troviamo una decina di acrilici su tela, tutti recenti o recentissimi, di medie dimensioni, dedicati alle ombre, ai misteri e alle suggestioni delle notte; di quei “Notturni bosani”, dove il silenzio è voce assordante dell’anima e dove i geometrici “giganti” della struttura urbana raccontano di tempi che appartengono a memorie lontane, impreziosite dal fascino di un fare poesia che solo il vero artista riesce a creare
e a dominare. Strade, viottoli e vicoli, interni di cortile con i resti di una serata fra amici o in famiglia, un tavolino una bottiglia due bicchieri e una testa in pietra sul muretto dove due mici paiono dialogare al chiar di luna, ancora lontani dal sonno a venire. I colori fanno breccia a fatica fra il nero del cielo e quello dei primi piani e delle quinte teatrali che hanno la sagoma di scure e larghe chiome appartenenti ad alberi secolari. Assente l’uomo. Di lui c’è silente traccia dietro quelle finestre chiuse e contornate di pietre di trachite, su cui s’abbattono con magnifica violenza larghe sciabolate di luce che danno calore e sagoma di racconto alla fitta oscurità della notte. Luoghi particolari. Che solo lì sembrano trovar ragione di esistere. Un po’ come per la collina raccontata da Cesare Pavese, non “un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”. Così è anche per la Bosa di Elena Saraceno, che racconta: “La cosa che continua a ispirarmi è questo miracolo naturale e architettonico ancora intatto nonostante gli anni di grande cambiamento che abbiamo vissuto. Se vai a Tentizzos o ti fai un giro nell’entroterra ti rendi conto che il territorio è ancora integro o se ti fai una passeggiata lungo i vicoli di Sa Costa si respira un’atmosfera eterna e sembra che la modernità abbia voluto risparmiare ‘Bosa e i suoi colori’”.
Gianni Milani
“Notturni bosani”
Associazione Culturale “TeArt”, via Giotto 14, Torino; tel. 011/6966422
Fino al 14 aprile – Orari: mart. – sab. 17/19
Operart – Via della Rocca 12, Torino 

Padiglione 10 Stand Q3
identificabili come prodotti di forte personalità e spiccata riconoscibilità per l’intensità della freschezza floreale e speziata dei profumi e per la ricchezza dei sapori. La Riserva di Cocchi è la summa di questo stile che privilegia la ricchezza e la densità aromatica delle spezie dopo un affinamento di sei mesi in bottiglia. “Riserva” non significa invecchiamento in botte, che intaccherebbe il complesso equilibrio aromatico a favore di ossidazione e componenti tanniche, ma valorizzazione della formula e del savoir faire nella lavorazione. Come per lo Storico Vermouth di Torino Cocchi, il vino usato è un moscato secco aromatizzato con una formula particolarmente ricca di artemisie, rabarbaro, erbe alpine e un tocco di menta piemontese. Ciò accentua il piacevole effetto balsamico e conferisce una freschezza sorprendente al punto da connotare questo prodotto anche come Vermouth da miscelare con Rye e Bourbon particolarmente invecchiati. Scuro, ma senza caramello, è dolce quanto basta per essere un gradevolissimo bicerin da bere con ghiaccio e scorzetta di limone o puro dopo cena.
Il tasso di disoccupazione giovanile a Torino nel 2017 era al 24,9%, quasi 10 punti percentuali in più rispetto a Milano.
E’ morto alle Molinette il giornalista Mauro Pianta, di 47 anni. Dopo la gastroscopia alla quale si era sottoposto in sedazione totale, al risveglio è stato colpito da infarto. 

Giovedì 5 aprile, alle 10, al Sacrario del Martinetto di Torino – nella IV Circoscrizione, in corso Svizzera angolo corso Appio Claudio – il vice Presidente Nino Boeti presenzierà alla cerimonia di commemorazione del 74° anniversario del sacrificio dei Componenti il Primo Comitato Militare Regionale del CLN Piemontese
catturati il 31 marzo durante una riunione clandestina nella sacrestia della chiesa di San Giovanni, a Torino. Il 5 aprile Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Braccini, Errico Giachino, Eusebio Giambone, Massimo Montano e Giuseppe Perotti vennero portati al poligono di tiro del Martinetto e fucilati da un plotone di militi fascisti della Guardia Nazionale Repubblicana. Il Comando militare era stato costituito clandestinamente a Torino nell’ottobre del 1943, come organo del Comitato di Liberazione Nazionale, con il compito di coordinare le azioni delle bande partigiane già esistenti. Al Martinetto furono uccisi un gran numero di antifascisti e resistenti nei venti mesi che trascorsero tra l’8 settembre 1943 e la Liberazione dell’ aprile 1945.