redazione il torinese

Metro Bengasi, i lavoratori senza stipendio protestano

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I lavoratori del cantiere della metropolitana di piazza Bengasi, che riguarda i due chilometri di metro dal Lingotto alla piazza, hanno protestato davanti al cancello chiuso del cantiere. La manifestazione è stata organizzata dai sindacati Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil a fronte del mancato  pagamento degli stipendi e  per chiedere maggiori certezze sull’occupazione. Dopo il fallimento di diverse aziende impegnate nel cantiere, il  15 gennaio ai lavoratori, in tutto una quindicina, non sono stati pagati gli stipendi .  I lavori erano  iniziati nel 2012 ma non sono stati completati. L’apertura  era prevista per l’estate del 2020.

 

(foto archivio – il Torinese)

Per non dimenticare: 15 nuove pietre d’inciampo a Torino

La memoria della deportazione incisa nella pietra. Per il quinto anno saranno accolte a Torino le pietre d’inciampo (Stolpersteine) di Gunter Demnig. Martedì 22 gennaio dalle 9.30 alle 16 verranno posate 15 pietre in 10 luoghi diversi della città, dedicate ad altrettante vittime della deportazione nazista e fascista. Il presidente del Consiglio regionale e del Comitato Resistenza e Costituzione, Nino Boeti, parteciperà alla posa pubblica della pietra d’inciampo dedicata a Vittorio Staccione alle ore 12-12.15, in via San Donato 27 (Circoscrizione 4). Il progetto, patrocinato dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale, è promosso dal Museo Diffuso della Resistenza di Torino in collaborazione con la Comunità Ebraica di Torino, il Goethe Institut Turin e l’Associazione nazionale ex deportati (Aned) sezione Torino. Gli Stolpersteine sono un monumento diffuso e partecipato, ideato e realizzato dall’artista tedesco Gunter Demnig per ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista. L’artista produce piccole targhe di ottone poste su cubetti di pietra che sono poi incastonati nel selciato davanti all’ultima abitazione scelta dalla vittima. Ogni targa riporta “Qui abitava…”, il nome della vittima, data e luogo di nascita e di morte o scomparsa. In tutta Europa sono state posate più di sessantamila pietre; a Torino, con le pose di quest’anno, saranno presenti nel territorio cittadino 108 pietre.

Ingoia telefono cellulare e lo tiene per un mese nella pancia

DALLA CAMPANIA    Incredibile ma vero: per sfuggire ai controlli del carcere, un detenuto 40 enne di Poggioreale, a Napoli, in prigione per reati comuni, ha ingoiato un telefono cellulare di 8 centimetri per due, che ha tenuto nello stomaco per circa un mese. La notizia è stata data dal quotidiano partenopeo  Il Mattino. La scoperta del telefono è avvenuta durante i controlli effettuati in ospedale dove l’uomo era stato trasportato dopo un malore. Grazie a una laparoscopia il telefonino è stato asportato.

Accoltella il fratello per un’eredità

Ha colpito  il fratello con cinque coltellate,  una profonda lo ha ferito al polmone, e ha tentato di lasciare l’Italia a bordo di  un pullman FlixBus partito da Torino verso Bruxelles, ma è stato rintracciato e bloccato al confine con la Svizzera.  L’episodio è avvenuto a Cossato, nel Biellese. L’aggressore è un 42enne di origini marocchine, che ha accoltellato il fratello nel corso di  una lite probabilmente legata  questioni economiche per  un’eredità. La vittima, che ha avvisato i carabinieri,  è ricoverata in condizioni gravi all’ospedale.

Accoltella il fratello per un'eredità

Ha colpito  il fratello con cinque coltellate,  una profonda lo ha ferito al polmone, e ha tentato di lasciare l’Italia a bordo di  un pullman FlixBus partito da Torino verso Bruxelles, ma è stato rintracciato e bloccato al confine con la Svizzera.  L’episodio è avvenuto a Cossato, nel Biellese. L’aggressore è un 42enne di origini marocchine, che ha accoltellato il fratello nel corso di  una lite probabilmente legata  questioni economiche per  un’eredità. La vittima, che ha avvisato i carabinieri,  è ricoverata in condizioni gravi all’ospedale.

Rosso (FDI): “Grandi opere, lavoro e cultura per il futuro del Piemonte”

La decisione di Giorgia Meloni di far confluire Fratelli d’Italia nel raggruppamento europeo che comprendeva anche il movimento di Raffaele Fitto apre nuovi scenari, non solo a livello continentale ma anche in Italia ed in Piemonte”.  Roberto Rosso, consigliere comunale torinese ora confluito in Fdi, guarda con ottimismo alle sfide del prossimo futuro. A partire da quelle per il rinnovo del Consiglio regionale piemontese.

”È evidente che la nostra regione ha assoluta necessità di un cambiamento radicale. Che non parta dagli slogan gridati in piazza da qualche madamina in cerca di notorietà e di una candidatura, ma che arrivi alle grandi opere partendo dalla riscoperta dei nostri valori, della nostra identità “.  D’altronde con gli slogan non si costruisce nulla e non si scavano tunnel, mentre i risultati si ottengono quando si ha la consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si vuol fare.

”Il Piemonte è in crisi, cresce meno delle altre regioni del Nord. E questo perché si è affidato ad un sistema di potere che non funziona, che premia gli amici degli amici e non i migliori, i più competenti. Difficile crescere quando tutto viene gestito dai mediocri, ad ogni livello. Così la Tav diventa la foglia di fico dietro cui nascondere tutti gli errori commessi in questi anni”.

Rosso, da sempre, è favorevole alla tratta ferroviaria  ad alta velocità, “che non deve essere solo un’occasione per garantire commesse pubbliche ad aziende che impiegano manodopera straniera, ma deve essere lo strumento per valorizzare tutto il nostro territorio”.  A suo avviso, inoltre, la Tav deve essere messa in rete con una serie di altre opere non solo utili ma indispensabili. “Basti pensare al completamento della tangenziale di Torino che manca della tratta ad Est, o alla pedemontana che favorirebbe il rilancio del Canavese, ad un collegamento tra la Val Chisone e la Valle di Susa, alla Ceva-Albenga”. 

Grandi opere, grandi cantieri, nuova occupazione. Ma non basta. “Perché bisogna restituire un’anima alla nostra regione. Bisogna restituire l’orgoglio di essere piemontesi, occitani, francoprovenzali, walser. Senza dimenticare l’apporto degli italiani arrivati dalle altre regioni e valorizzando anche l’apporto di quegli stranieri che si sono integrati”.

Dunque la riscoperta della cultura come base per una nuova fase di crescita. “Ma una cultura aperta, non le solite manifestazioni a senso unico nel nome del politicamente corretto e del pensiero unico obbligatorio. Una cultura che possa spaziare dalla storia all’arte, dalla filosofia all’impresa. Perché nel Dna del Piemonte è presente la cultura del lavoro, dell’industria, della sana amministrazione. Nel nostro Pantheon ci sono Alfieri e Gozzano, ma anche Einaudi e Adriano Olivetti “.

Da qui occorre ripartire. E forse l’esperienza di Adriano Olivetti diventa l’esempio più utile “poiché unisce la visione del grande imprenditore che lancia la sfida agli Stati Uniti con quella del mecenate che porta ad Ivrea intellettuali ed artisti, senza dimenticare il filosofo ed il politico con il suo progetto di Comunità “.

Rosso (FDI): "Grandi opere, lavoro e cultura per il futuro del Piemonte"

La decisione di Giorgia Meloni di far confluire Fratelli d’Italia nel raggruppamento europeo che comprendeva anche il movimento di Raffaele Fitto apre nuovi scenari, non solo a livello continentale ma anche in Italia ed in Piemonte”.  Roberto Rosso, consigliere comunale torinese ora confluito in Fdi, guarda con ottimismo alle sfide del prossimo futuro. A partire da quelle per il rinnovo del Consiglio regionale piemontese.

”È evidente che la nostra regione ha assoluta necessità di un cambiamento radicale. Che non parta dagli slogan gridati in piazza da qualche madamina in cerca di notorietà e di una candidatura, ma che arrivi alle grandi opere partendo dalla riscoperta dei nostri valori, della nostra identità “.  D’altronde con gli slogan non si costruisce nulla e non si scavano tunnel, mentre i risultati si ottengono quando si ha la consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si vuol fare.

”Il Piemonte è in crisi, cresce meno delle altre regioni del Nord. E questo perché si è affidato ad un sistema di potere che non funziona, che premia gli amici degli amici e non i migliori, i più competenti. Difficile crescere quando tutto viene gestito dai mediocri, ad ogni livello. Così la Tav diventa la foglia di fico dietro cui nascondere tutti gli errori commessi in questi anni”.

Rosso, da sempre, è favorevole alla tratta ferroviaria  ad alta velocità, “che non deve essere solo un’occasione per garantire commesse pubbliche ad aziende che impiegano manodopera straniera, ma deve essere lo strumento per valorizzare tutto il nostro territorio”.  A suo avviso, inoltre, la Tav deve essere messa in rete con una serie di altre opere non solo utili ma indispensabili. “Basti pensare al completamento della tangenziale di Torino che manca della tratta ad Est, o alla pedemontana che favorirebbe il rilancio del Canavese, ad un collegamento tra la Val Chisone e la Valle di Susa, alla Ceva-Albenga”. 

Grandi opere, grandi cantieri, nuova occupazione. Ma non basta. “Perché bisogna restituire un’anima alla nostra regione. Bisogna restituire l’orgoglio di essere piemontesi, occitani, francoprovenzali, walser. Senza dimenticare l’apporto degli italiani arrivati dalle altre regioni e valorizzando anche l’apporto di quegli stranieri che si sono integrati”.

Dunque la riscoperta della cultura come base per una nuova fase di crescita. “Ma una cultura aperta, non le solite manifestazioni a senso unico nel nome del politicamente corretto e del pensiero unico obbligatorio. Una cultura che possa spaziare dalla storia all’arte, dalla filosofia all’impresa. Perché nel Dna del Piemonte è presente la cultura del lavoro, dell’industria, della sana amministrazione. Nel nostro Pantheon ci sono Alfieri e Gozzano, ma anche Einaudi e Adriano Olivetti “.

Da qui occorre ripartire. E forse l’esperienza di Adriano Olivetti diventa l’esempio più utile “poiché unisce la visione del grande imprenditore che lancia la sfida agli Stati Uniti con quella del mecenate che porta ad Ivrea intellettuali ed artisti, senza dimenticare il filosofo ed il politico con il suo progetto di Comunità “.

Un campo di patate

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È uno di quei modi di dire, insieme a maggioranza  bulgara,  tra i più popolari in Italia. Per i più giovani vale la pena di ricordare che, per quanto riguarda l’espressione “maggioranza bulgara” ci si riferisce a quando la Bulgaria era una repubblica popolare nell’orbita sovietica e le votazioni dei mitici e famosi comitati centrali dei partiti al potere nei paesi dell’est Europa avvenivano sempre all’unanimità. In quella parte d’Europa il mondo è cambiato, non sempre in meglio, ma il detto è rimasto . In verità anche per quanto riguarda il modo di dire :  è come un campo di patate , bisogna fare qualche precisazione. Il detto vale se ci si riferisce a dopo che i buoni  tuberi o se vogliamo chiamarli con il nome scientifico ” solanum tuberosum ” sono stati raccolti . Prima , se si guarda un campo coltivato di patate , è uno spettacolo di ordine e di rigogliosità bello a vedere e dove la natura ed il lavoro dell’uomo danno uno spettacolo straordinario. Ma tornando al nostrano modo di dire esso mi è ritornato in mente , con qualche imprecazione , nella giornata di venerdì mentre in parte a piedi ed in parte , come sempre , guidavo    la Vespa attraversavo  il centro di Torino. Una tristezza ed un pericolo. Le vie delle zone auliche della capitale sabauda ridotte come e peggio del famoso “campo di patate”. Piazza Castello, Piazza Carignano, Via Cesare Battisti e zone adiacenti disseminate di cubetti di porfido divelti e ampie macchie di catrame a deturpare la pavimentazione di quello che una volta si poteva definire il salotto di Torino.

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Per non parlare del tratto che da Via Giolitti porta a Piazza San Carlo e poi fiancheggiando la bella chiesa di Santa Cristina porta ad accedere alla Piazza CLN dove la pavimentazione era uno spettacolo , quasi un biliardo,  e che ora è una tristezza a guardarlo. E così girando per via Pietro Micca, Cernaia , Garibaldi, Po e tutte , dove più e dove meno, le altre. Non si salvano nemmeno le vie laterali , dove i cubetti di porfido, come tante piccoli satelliti viaggiano per conto loro sballottati dalle auto e dalle persone in un carambola brutta a vedersi ed in qualche caso pericolosa per i pedoni più distratti e per incauti ciclisti e motociclisti . Ogni tanto dopo giorni ed in alcuni casi settimane, nei casi più evidenti, a sistemare momentaneamente e a deturpare esteticamente arriva uno sconnesso manto di catrame che anticipa di mesi ed in qualche caso , purtroppo in via definitiva , la risistemazione originale . Incuriosito mi sono informato da alcuni amministratori di altri comuni che, con dovizia di informazioni, mi hanno spiegato che in questo modo , oltre a fare tardi e male, si spende di più . Prima per la sistemazione provvisoria e poi per quella definitiva che avviene su di un’area più ampia rispetto all’intervenire  subito ed in maniera definitiva appena uno o due cubetti di porfido oppure una losa  o una pietra si smuovono. Insomma si opera tardi e male e si spende di più. Così , tra una buca ed  un cubetto di porfido da evitare ed concerto delle pietre che sotto le ruote della Vespa si muovono , si circola per le vie del centro di Torino al tempo di ” Chiarabella” .

Pennette “risottate” in sugo di calamari

Un primo piatto di pesce per una gustosa cena da “gourmet”
La pasta viene cotta come se fosse un risotto, direttamente nel sugo. Questo tipo di cottura esalta il sapore degli ingredienti e conferisce alla pasta una irresistibile cremosita’. 



Ingredienti 

400gr. di calamari puliti 
300gr. di pennette integrali 
1 grosso pomodoro 
1/2 cipolla 
1 carota 
1 bicchiere di vino bianco secco 
Brodo vegetale q.b. 
2 filetti di acciuga sott’olio 
1 peperoncino 
Prezzemolo, olio, sale q.b. 

Tritare finemente la cipolla e la carota, soffriggere in poco olio in una larga padella. Aggiungere il pomodoro pelato e tagliato a dadini, lasciar cuocere qualche minuto poi, aggiungere i calamari precedentemente puliti e tagliati a tocchetti. Lasciar insaporire e sfumare con il vino bianco. Quando il vino sarà evaporato aggiungere la pasta e mescolare bene, salare poco e coprire con qualche mestolo di brodo caldo. Aggiungere i filetti di acciuga ed il peperoncino. Proseguire come si fa con il risotto, aggiungendo brodo sino a cottura. Prima di servire cospargere con prezzemolo tritato. Servire subito. 

Paperita Patty