Rosso (FDI): "Grandi opere, lavoro e cultura per il futuro del Piemonte"

La decisione di Giorgia Meloni di far confluire Fratelli d’Italia nel raggruppamento europeo che comprendeva anche il movimento di Raffaele Fitto apre nuovi scenari, non solo a livello continentale ma anche in Italia ed in Piemonte”.  Roberto Rosso, consigliere comunale torinese ora confluito in Fdi, guarda con ottimismo alle sfide del prossimo futuro. A partire da quelle per il rinnovo del Consiglio regionale piemontese.

”È evidente che la nostra regione ha assoluta necessità di un cambiamento radicale. Che non parta dagli slogan gridati in piazza da qualche madamina in cerca di notorietà e di una candidatura, ma che arrivi alle grandi opere partendo dalla riscoperta dei nostri valori, della nostra identità “.  D’altronde con gli slogan non si costruisce nulla e non si scavano tunnel, mentre i risultati si ottengono quando si ha la consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si vuol fare.

”Il Piemonte è in crisi, cresce meno delle altre regioni del Nord. E questo perché si è affidato ad un sistema di potere che non funziona, che premia gli amici degli amici e non i migliori, i più competenti. Difficile crescere quando tutto viene gestito dai mediocri, ad ogni livello. Così la Tav diventa la foglia di fico dietro cui nascondere tutti gli errori commessi in questi anni”.

Rosso, da sempre, è favorevole alla tratta ferroviaria  ad alta velocità, “che non deve essere solo un’occasione per garantire commesse pubbliche ad aziende che impiegano manodopera straniera, ma deve essere lo strumento per valorizzare tutto il nostro territorio”.  A suo avviso, inoltre, la Tav deve essere messa in rete con una serie di altre opere non solo utili ma indispensabili. “Basti pensare al completamento della tangenziale di Torino che manca della tratta ad Est, o alla pedemontana che favorirebbe il rilancio del Canavese, ad un collegamento tra la Val Chisone e la Valle di Susa, alla Ceva-Albenga”. 

Grandi opere, grandi cantieri, nuova occupazione. Ma non basta. “Perché bisogna restituire un’anima alla nostra regione. Bisogna restituire l’orgoglio di essere piemontesi, occitani, francoprovenzali, walser. Senza dimenticare l’apporto degli italiani arrivati dalle altre regioni e valorizzando anche l’apporto di quegli stranieri che si sono integrati”.

Dunque la riscoperta della cultura come base per una nuova fase di crescita. “Ma una cultura aperta, non le solite manifestazioni a senso unico nel nome del politicamente corretto e del pensiero unico obbligatorio. Una cultura che possa spaziare dalla storia all’arte, dalla filosofia all’impresa. Perché nel Dna del Piemonte è presente la cultura del lavoro, dell’industria, della sana amministrazione. Nel nostro Pantheon ci sono Alfieri e Gozzano, ma anche Einaudi e Adriano Olivetti “.

Da qui occorre ripartire. E forse l’esperienza di Adriano Olivetti diventa l’esempio più utile “poiché unisce la visione del grande imprenditore che lancia la sfida agli Stati Uniti con quella del mecenate che porta ad Ivrea intellettuali ed artisti, senza dimenticare il filosofo ed il politico con il suo progetto di Comunità “.

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