LE TRAME DEI FILM
A cura di Elio Rabbione
Attacco al potere 2 – Azione. Regia di Babak Najafi con Gerald Butler, Aaron Eckhart e Angela Bassett. Mentre il capo della sicurezza personale del Presidente americano decide di dare le proprie dimissioni visto che sta per diventare padre, il premier britannico muore all’improvviso. Con il convergere a Londra dei più importanti capi di stato, l’Internazionale Terroristica di radice islamica ha programmato un attentato. All’insegna sfrontata del “déjà vu”, con Gerald Butler produttore e protagonista in vena di sparacchiate e imprese eroiche negate con un po’ di naturale giudizio a ogni altro essere umano. Consigliatissimo agli amanti del genere. Durata 99 minuti. (Massaua, The Space, Uci)
Ave, Cesare! – Commedia nera. Regia di Ethan e Joel Coen, con George Clooney, Josh Brolin, Scarlett Johansson e Ralph Finnies. Nella Hollywood degli anni Cinquanta, per conto dei grandi studios giorno e notte si muove Eddie Mannix a proteggere tutti quegli attori che per un motivo o per l’altro egli debba nascondere agli occhi dei divoratori di gossip: il caso più appetitoso e pericoloso diventa il rapimento di un imbranatissimo attore chiamato a ricoprire il ruolo di centurione in un film su Gesù. Durata 106 minuti. (Ambrosio sala 3, Centrale v.o., Due Giardini sala Ombrerosse, F.lli Marx sala Groucho, Reposi, Romano sala 1, The Space, Uci)

Brooklyn – Drammatico. Regia di John Crowley, con Saoirse Ronan, Emory Cohen e Domhnall Gleeson. All’inizio degli anni Cinquanta, Eilis lascia la propria terra, l’Irlanda, per andare in cerca di fortuna a New York, dove conosce la nostalgia e l’amore di un giovane italoamericano. Quando sarà costretta a tornare nel proprio paese dopo la morte della sorella, riconoscerà gli affetti per i luoghi e le persone con cui era vissuta e allora sarà difficile prendere la decisione se restare o ripartire per sempre. Dal romanzo di Colm Toìbin, la sceneggiatura e firmata da Nick Nornby. Durata 113 minuti. (Ambrosio sala 2, Classico, F.lli Marx sala Harpo)
Il caso Spotlight – Drammatico. Regia di Thomas McCarthy, con Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Michael Keaton e Lev Schreiber. Una serie d’articoli, un’inchiesta e un premio Pulitzer per un gruppo di giornalisti del “Globe” di Boston – a seguito dell’arrivo di un nuovo direttore, Marty Baron, pronto ad affrontare tematiche importanti e certo non comode – che tra il 2001 e il 2002 misero allo scoperto, dopo i tanti tentativi di insabbiamento da parte del clero e in primis delle alte gerarchie ecclesiastiche, i casi di pedofilia consumatisi in quella città e non soltanto. Oscar per il miglior film. Assolutamente consigliato. Durata 128 minuti. (Eliseo rosso, F.lli Marx sala Chico, Romano sala 3, Uci)
La corte – Comedia. Regia di Christian Vincent, con Fabrice Luchini e Sidse Babett Knudsen. Xavier Racine è definito il giudice “a due cifre” poiché non condanna mai a meno di dieci anni di reclusione. E’ chiamato a presiedere in tribunale un processo contro un uomo accusato di aver ucciso la figlia di sei mesi: è lì che rivede tra i giudici popolari Ditte, un’anestesista di origini danesi conosciuta anni prima. Miglior sceneggiatura e Coppa Volpi per l’interpretazione maschile alla Mostra di Venezia. Durata 98 minuti. (Centrale v.o., Eliseo blu, Massimo 1)
Deadpool – Fantasy. Regia di Tim Miller, con Ryan Reynolds. Tratto dal fumetto della Marvel Comics. Niente a che fare con l’eroe tradizionale, l’opposto del politicamente corretto, umorismo e parolacce, il tutto condito da una buona dose di cinismo. Un B-Movie che negli States è un grande successo ai botteghini nonostante il suo divieto ai minori. Durata 107 minuti. (Ideal, Massaua, Reposi, The Space, Uci)
Forever young – Commedia. Regia di Fausto Brizzi, con Sabrina Ferilli, Fabrizio Bentivoglio, Teo Teocoli e Lillo. Un gruppo di amici “finti giovani” nell’Italia di oggi che non voglioni invecchiare, dall’avvocato che non rinuncia alla maratona nonostante i problemi di cuore all’estetista divorziata che si ritrova coinvolta in una relazione con Luca, di vent’anni più giovane, da Diego dj ultracinquantenne che deve combattere con un agguerrito rivale a Giorgio, anche lui ha superato i cinquanta, fidanzato con una ventenne ma pronto a tradirla con una donna della sua età. Durata 95 minuti. (Greenwich sala 3, Ideal, Massaua, Reposi, The Space, Uci)
Fuocoammare – Documentario. Regia di Gianfranco Rosi. Gli sbarchi di Lampedusa visti con gli occhi del dodicenne Samuele. Orso d’oro al FilmFest di Berlino. Durata 107 minuti. (F.lli Marx sala Chico, Massimo 2)
Lo chiamavano Jeeg Robot – Fantasy. Regia di Gabriele Mainetti, con Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. Enzo è un ladruncolo romano che vive di espedienti. Una sera, inseguito dalla polizia, nelle acque del Tevere viene a contatto con un materiale radioattivo che gli conferisce sconosciuti ultrapoteri. Ad Alessia, appassionata di fumetti, piacerà considerarlo come un eroe dei suoi prediletti Manga nella lotta al male sempre in agguato, che questa volta ha le sembianze allucinate dello Zingaro. Opera prima. Durata 112 minuti. (Massimo 2, Reposi)
Kung Fu Panda 3 – Animazione. Regia di Jennifer Yuh Nelson e Alessandro Carloni. Po e suo padre raggiungono il paradiso segreto dei panda, facendo la conoscenza di nuovi personaggi. Ma il super-cattivo Kai minaccia e sconfigge tutti i maestri di kung fu. Dovrà essere Po a prendere in mano la disastrosa situazione e a passare al contrattacco. Durata 95 minuti. (Ideal, Lux sala 2, Massaua, Reposi, The Space, Uci)
Pedro galletto coraggioso – Animazione. Regia di Gabriel Riva Palacio Alatriste. Il sogno di Pedro, sin da quando era pulcino, è quello di battersi con un grande campione, Sylvester Pollone. Ma bisogna anche salvare la fattoria in cui vive dal disastro economico. Durata 98 minuti. (Uci)
Perfetti sconosciuti – Commedia. Regia di Paolo Genovese, con Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Kasia Smutniak, Alba Rohrwacher. Una cena tra amici, l’appuntamento è per un’eclisse di luna, la padrona di casa decide di mettere tutti i cellulari sul tavolo e di rispondere a telefonate e sms senza che nessuno nasconda qualcosa a nessuno. Un gioco pericoloso, di inevitabili confessioni, che verrebbe a sconquassare le vite che ognuno di noi possiede, quella pubblica, quella privata e, soprattutto, quella segreta. Alla fine della serata, torneranno ancora i conti come quando ci siamo messi a tavola? Durata 97 minuti. (Eliseo sala grande, Ideal, Lux sala 3, Massaua, Reposi, The Space, Uci)
Revenant – Avventuroso/drammatico. Regia di Alejandro Gonzales Iňàrritu, con Leonardo Di Caprio e Tom Hardy. Tratto da una storia vera. L’America dei grandi paesaggi e delle pianure sterminate, i pionieri alla ricerca di nuovi confini e delle pelli degli orsi. Uno di questi, Hugh Glass, nel 1823, viene attaccato da un grizzly mentre i suoi compagni lo abbandonano senza armi né cibo: il perfido Fitzgerald (Tom Hardy) gli uccide il figlio che ha avuto da una donna indiana. Di qui la sete di vendetta del protagonista, le imboscate, le uccisioni, gli stenti superati. Di Caprio, finalmente, in odore di Oscar, dopo essersi di recente già assicurato il Globe. Durata 156 minuti. (Greenwich sala 1)
Risorto – Risen – Storico. Regia di Kevin Reynolds, con Joseph Fiennes e Tom Felton. Il tribuno militare Clavio è incaricato da Pilato di condurre a morte quel Yeshua che si proclama re dei Giusei, poi di far luce sulla sparizione del corpo del condannato dopo che è stato deposto nella tomba. Forse quegli accadimenti avranno il potere di mettere Clavio nel dubbio e di spingerlo al cambiamento della propria vita. Il medesimo soggetto dell’”Inchiesta” di Damiani, a metà degli anni Ottanta. Durata 107 minuti. (Massaua, The Space, Uci)
Room – Drammatico. Regia di Lenny Abrahamson con Brie Larson. Jacob Tremblay e William H. Macy. Tratto dal libro di Emma Donoghue (anche sceneggiatrice) incentrato sulla recente storia dell’austriaco Josef Fritzl, condannato al carcere a vita, è la storia di Ma’ e Jack, madre e figlio segregate per anni in una stanza, senza alcun contatto con il mondo esterno. Una vita sotterranea, che Ma’ ha cercato d’inventare giorno dopo giorno, tra affetti e protezione. Un giorno gli rivelerà che al di là di quelle pareti esiste la vita, quella vera. Premio Oscar alla Larson come migliore interprete femminile. Durata 118 minuti. (Nazionale 2)
Suffragette – Drammatico. Regia di Sarah Gavron con Carey Mulligan, Helena Bonham Carter e Meryl Streep. Nella Londra di inizio Novecento, sono gli anni della Women’s Social and Political Union, la giovane Maud, fin da bambina al lavoro in una lavanderia, vittima di maltrattamenti e abusi, trovandosi un giorno a perorare la giusta causa dinanzi a Lloyd George in persona, prende coscienza della reale situazione in cui versano le donne e partecipa a scioperi e boicottaggi. Manganellate e arresti, nonché l’allontanamento dalla figlia che un marito insensibile e prepotente darà in adozione ad una coppia, non la distolgono dalla certezza di essere sulla strada giusta. Durata 106 minuti. (Due Giardini sala Nirvana, Romano sala 2)

The Danish girl – Biografico. Regia di Tom Hooper, con Eddie Redmayne e Alicia Vikander. Einar Wegener fu un pittore paesaggista nella Copenhagen degli anni Venti, felicemente sposato a Gerda, pure essa pittrice. Un giorno posa per la moglie, sostituendo la modella e andando incontro a una seconda vita nelle vesti di Lili Elbe. L’amore di una coppia, una donna che guiderà il marito alla scoperta della sua autentica identità sessuale. Wegener sarà il primo uomo a tentare un’operazione per il cambio di sesso. Alla Wikander l’Oscar quale migliore attrice non protagonista: mentre personalmente mi chiedo se in maniera doverosa l’Academy non dovesse bissare l’eccezionale bravura di Redmayne e lasciare ancora una volta Di Caprio, benché professionalmente ineccepibile, a mani vuote. Durata 120 minuti. (Greenwich sala 3, Reposi)
The divergent series: Allegiant – Fantascienza. Regia di Robert Schwentke, con Theo James e Shailene Woodley. Terzo capitolo della saga in una Chicago da incubo e postapocalittica. Tobias e Beatrice si avventurano in una parte di mondo a loro sconosciuta, dove molti segreti restano ancora da decifrare e dove sono presi in custodia da un misterioso Dipartimento di Sanità Genetica. In attesa del capitolo finale, “Ascendant”, previsto per l’aprile del prossimo anno. Durata 110 minuti. (Ideal, Lux sala 1, Massaua, Reposi, The Space, Uci)
The hateful eight – Western. Regia di Quentin Tarantino, con Kurt Russell, Samuel L. Jackson, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth. All’indomani della Guerra di Secessione, tra le montagne del Wyoming, una tempesta di neve blocca in una stazione di posta una diligenza e nove persone, un cacciatore di taglie con la sua prigioniera da condurre alla forca ed un collega di colore un tempo arruolato a servire la causa dell’Unione, un generale sudista, un boia e un cowboy, un messicano e il conduttore della diligenza, il nuovo sceriffo di Red Rock. Tensioni claustrofobiche mentre qualcuno non è chi dice di essere, sino alla violenza finale. Musiche di Ennio Morricone, vincitore del Globe e dell’Oscar. Durata 180 minuti. (Greenwich sala 2)
Tiramisù – Commedia. Regia di Fabio De Luigi, con Vittoria Puccini, Fabio De Luigi e Angelo Duro. Antonio è un grigio informatore medico che giorno dopo giorno tenta di vendere i propri prodotti senza un minimo di verve e di immaginazione. Vicino a lui l’amico idealista, il cognato che non bada a nulla pur di far la bella vita e una moglie paziente e rassegnata (ma non troppo) che prepara ottimi tiramisù per le public relations del consorte. Opera prima. Durata 95 minuti. (Uci)
Truth – Il prezzo della verità – Drammatico. Regia di James Vanderbilt, con Robert Redford, Cate Blanchett e Bruce Greenwood. Ancora un film di denuncia, come “Spotlight”, ancora un film a salvaguardare la voglia a raddrizzare i torti da parte di certo giornalismo americano. Mary Maper è la produttrice del programma “Sixty Minutes” per la Cbs e al suo fianco ha il celebre anchorman Dan Rather: insieme metteranno allo scoperto il passato di George W. Bush, allora (siamo nel 2005) presidente Usa, colpevole di essersi “rifugiato” anni prima nella Guardia Nazionale al fine di evitare la guerra in Vietnam. Bush venne rieletto e l’indagine, forse condotta in maniera non troppo approfondita, fece colare a picco chi l’aveva voluta e seguita. Durata 121 minuti. (Ambrosio sala 1, Reposi, The Space, Uci)
Weekend – Drammatico. Regia di Andrew Haigh, con Tom Cullen e Chris New. Un film datato 2011, precedente al successo di “45 anni”. Due trentenni, omosessuali, si conoscono in un locale di Nottingham e, fisicamente attratti l’uno dall’altro, passano la notte insieme. Un rapporto occasionale si trasforma in qualcosa di più profondo, sebbene esistano caratteri diversi, un diverso modo di intendere il rapporto con la propria omosessualità e la certezza che uno dei due dovrà partire di lì a pochi giorni per gli Stati Uniti e restarvi per un paio d’anni. Durata 97 minuti. (Nazionale 1)
Zootropolis – Animazione. Regia di Byron Howard, Rich Moore e Jared Bush. Le avventure della coniglietta Judy nella capitale del mondo animale, nelle vesti di fresca poliziotta. Con la volpe Nick, fino a quel momento disposta a campare di espedienti, dovrà affrontare chi ha sequestrato i 14 animali che tutta la città sta cercando. Durata 108 minuti. (Ideal, Lux sala 1, Massaua, Reposi, The Space, Uci)

E’ dalla penna di Fabio Santoro, avvocato, classe 1984 napoletano di nascita, e londinese d’adozione, che prendono vita le avventure di Paolo Mori.
E’ dalla penna di Fabio Santoro, avvocato, classe 1984 napoletano di nascita, e londinese d’adozione, che prendono vita le avventure di Paolo Mori. 
“Ecco, senti la sirena? E’ il Camoscio. Se stai attento t’accorgi che il suono è più cupo, più profondo di quello dell’Alpino. Da non confondersi con la sirena della Helvetia , un po’ meno cupa e un tantino singhiozzante”. Il bello è che aveva quasi sempre ragione
I battelli, Marta, li “sentiva”.Specialmente d’inverno, quando la nebbia lattiginosa impediva di vedere ad un palmo del naso e bisognava segnalare con le sirene ed il lampeggiante l’attracco dell’imbarcadero, lei era in grado di indovinare quale battello stesse per ormeggiare. “Ecco, senti la sirena? E’ il Camoscio. Se stai attento t’accorgi che il suono è più cupo, più profondo di quello dell’Alpino. Da non confondersi con la sirena della Helvetia , un po’ meno cupa e un tantino singhiozzante“. Il bello è che aveva quasi sempre ragione. L’errore era un eventualità piuttosto rara e, quando capitava, era del tutto venale. “Sentiva” i battelli soprattutto nelle prime ore del mattino, quando gli scafi iniziavano le loro corse di linea sulle rotte del lago, tra imbarcaderi ed attracchi sulle isole. “Zitto un attimo… Lo senti anche tu? E’ il vento che va a cavallo dell’onda. Sibila piano, a pelo dell’acqua. Guarda bene il filo della lenza del Peppo: l’aria la tende, dritta come un fuso e poi lascia che si rilassi, molle. E’ quello che mio padre chiamava al “veent cunt’el pàss balòss, quell che vöri mia tiram via da dòss”. Il vento un po’ bricconcello, dal passo svelto, che non si vuol togliere di dosso. Lui, mettendosi controvento qui sul molo, allargava le braccia. Lo annusava, lo abbracciava e diceva che gli prendeva i sospiri e gli portava indietro i sorrisi, dopo aver baciato le montagne d’inverno, quando queste avevano i capelli bianchi per le prime nevicate. Si riempiva i polmoni di quest’aria di lago. Un aria che pulisce la faccia, caccia via le ombre
e lascia sulla pelle una carezza prima di soffiar via su un’altra sponda“. L’udito l’aveva ereditato da suo padre, il Ruggero “Cavedano”, grande pescatore a canna fissa e frequentatore fisso del bar dell’Imbarcadero. Il vento, quando soffiava, dava una mano a ”sentire” i battelli. Era un amico, il vento, per Marta. A parte le bufere che, ululando, alzavano onde terribili e coprivano ogni rumore, tutti gli altri venti l’aiutavano a decifrare le imbarcazioni. Se uno specchio riflette la luce, l’aria del lago amplificava i suoni, i cigolii, il ronfare dei motori, lo sfregamento delle fiancate sui lunghi pali di legno degli attracchi. “Mio padre mi raccontava che, da giovane, sentiva il Torino quando si staccava dal molo dell’isola Pescatori. La motonave, quando i motori riprendevano fiato, aveva come un sussulto e lui – dal lungolago – lo percepiva anche se le ombra della sera inchiostravano il lago. Lo stesso difetto l’ho riconosciuto in altri due battelli: il Delfino e il Milano. Nel primo era uno strappo più secco, inconfondibile; nel secondo si doveva proprio avere un bell’orecchio perché era appena percepibile. Comunque, non mi sono mai sbagliata. Era tropo facile, invece, riconoscere il Roma. Era un bestione che poteva portare fino a 840 passeggeri ma, nonostante la sua mole, la sensazione che dava era di
agilità e di potenza. Lo sentivo quando si staccava da Pallanza perché aveva un motore che cantava come un tenore”. Rammenta bene il suono emetteva il Piemonte, l’ultimo grande piroscafo – costruito nel 1904 e varato inizialmente con il nome di “Regina Madre” – mentre solcava le onde di questo piccolo mare d’acqua dolce. I suoi viaggi, per un secolo, erano allietati dalle luci delle sue lampadine accese sul ponte principale, mentre suonava l’orchestrina a poppa e la mezza luna di levante rifletteva , vanitosa, la sua luce sul lago. Marta, appoggiata alla ringhiera vicino al molo, mi fa notare che anche stasera la scia di luce che la luna lascia sul pelo d’acqua non turba l’immobile calma del Maggiore. Persino le onde sonnecchiano e lo sciabordio è appena percepibile nel silenzio. Un silenzio che, accompagnato al buio, esalta i sensi, li estende a dismisura. Sul lago, le distanze tra le sponde si riducono, e terra, acqua e cielo sembrano parti di un’unica cosa. Solo l’aria, da una stagione all’altra, cambia. Tiepida, come una carezza vellutata in tarda primavera e d’estate; ghiacciata e carica di un infinità di piccoli aghi di neve nelle tempeste d’inverno, sfregando sulla pelle come carta vetrata. Questa sera di fine estate l’aria è particolarmente fresca ed offre, senza possibilità di scelta, un anticipo d’autunno. Marta mi ha dato appuntamento a quest’ora perché al largo passano i catamarani. Quale dei natanti lascerà scorgere il suo profilo? Il “Foscolo”, il “Pascoli” o lo “Stendhal”? Lei scommette che lo indovinerà prima ancora che sia visibile. Impresa tutt’altro che facile, ma lei è sicura. Si sente, mettendoci tutta l’attenzione del caso, un lievissimo ronzio in lontananza. Sul lago c’è una nebbiolina fine che non consente di vedere al largo. Lei mi guarda e sorridendo, dice: “E’ lo Stendhal. Ne sono certa”. E sorride. Io, perplesso, attendo che s’avvicini fino al punto di poterlo avvistare e, con stupore, vedo sulla fiancata che il nome corrisponde. “Ma come fai?”,
bugia: “Sai,Marco.. Finché si tratta di battelli e traghetti li sento bene ma i catamarani francamente non saprei riconoscerli. E poi lo Stendhal fa servizio tra Arona ed Angera. Questa sera è passato di qui perché è stato “dirottato” dalla navigazione a supplire un servizio nella parte svizzera, alle isole di Brissago. Per questo non avevo dubbi, vedi: lo sapevo in anticipo”. Rideva, rideva come una matta. Ed io feci finta di essere seccato ma la sua allegria era contagiosa e non potei resistere alla tentazione di sorridere anch’io. Bevemmo un tè al bar dell’Imbarcadero e ad un certo punto, alzando improvvisamente il capo, mi disse: “Aspetta un po’. Questo lo sento bene. E’ il Venezia. I motori sembrano avere l’asma. Cos’è successo?”.


culturale torinese.Per tutta la giornata, dalle ore 10 alle ore 16.15, varranno le consuete tariffe. Sabato 19 marzo il Museo sarà straordinariamente aperto dalle ore 10 fino alle ore 22.30 e per tutto il giorno offrirà l’ingresso a prezzo ridotto a soli 5 euro. Alle ore 15.30 e alle ore 18.30 verrà riproposta la visita guidata “I fili della storia: caratteristiche, idee, innovazione del percorso museale inaugurato il 18 marzo 2011”, al costo di 4 euro a persona da aggiungersi al prezzo del biglietto ridotto per un totale di 9 euro. Da vistare anche la mostra “Torino e la Grande guerra 1915-1918”, allestita nel corridoio monumentale della Camera dei deputati italiana, che attraverso fotografie, tempere, manifesti, giornali e cartelloni pubblicitari racconta la 
prima guerra mondiale vista da Torino. L’esposizione, realizzata in collaborazione con l’Archivio Storico della Città di Torino, descrive in particolare la propaganda bellica e l’assistenza umanitaria ai profughi e alle famiglie in difficoltà che la città seppe organizzare in quegli anni. Sempre sabato 19 marzo, alle ore 21 faranno tappa al Museo i giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù della Diocesi di Torino, che avrà come tema “Non passare oltre!” ricordando l’invito rivolto da papa Francesco all’apertura del Giubileo. L’evento ospitato si intitolerà “L’Italia, l’Europa, il creato: a quali responsabilità chiama la Misericordia?”. L’accoglienza dei giovani della GMG diocesana in occasione del quinto anniversario conferma quella che è la mission del Museo Nazionale del Risorgimento: da una parte la conservazione e l’esposizione della memoria collettiva della nazione; dall’altra la funzione educativa, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

interpretativo. Sono stati aggiunti tre aspetti essenziali: poiché questo è il Museo della Nazione, ne è stata rafforzata la dimensione italiana, sia dal punto di vista geografico, sia di tutte le anime e le forze in campo nel Risorgimento, vincitori e vinti. E’ poi aumentata la presenza della storia delle istituzioni, della società, della cultura, dell’arte, della tecnica, della mentalità, rispetto alla precedente esclusiva storia politica, militare e diplomatica. Ed infine è stata aggiunta ex-novo l’Europa: questo è l’unico museo di storia in Italia e uno dei pochissimi in tutto il continente a raccontare le vicende in una comparazione europea. 






“mormoratore”, subì intimidazioni e vessazioni , al punto da essere deferito alla commissione per il confinoed espulso dal Partito, cui era stato iscritto d’autorità in quanto dipendente statale, con grave pregiudizio per la sua carriera. Venne infatti “congelato nel grado e nello stipendio”. Si prese però la sua rivincita il 26 luglio 1943, alla caduta del fascismo, quando staccò dai muri del tribunale di Varese i ritratti del duce e li radunò nella gabbia degli imputati, esponendoli al ludibrio. Dopo l’8 settembre a trattenerlo dall’espatrio fu il timore di lasciare soli gli anziani genitori. Così descrisse quei giorni: “
quelle le “colpe” di cui si era macchiato. Nel verbale, infatti, Piero Chiara, dopo aver dichiarato di avere sempre nutrito sentimenti antifascisti, affermava, tra le altre cose, che dopo la caduta del fascismo si era impegnato, in quanto cancelliere, a “far sparire dal Tribunale di Giustizia di Varese tutti i ritratti di Mussolini” e di aver preso posizione contro “il giudice Michele Poddighe, membro del Tribunale fascista provinciale”. Pochi giorni dopo, grazie all’intervento del vescovo di Lugano, Chiara venne accettato come rifugiato dalla Confederazione. Ai primi di febbraio fu trasferito a Lugano e, successivamente, nel campo di Büsserach, nella Svizzera tedesca e ancora, a marzo, in quello di Tramelan, nella Svizzera francese: e fu lì che lo raggiunse la notizia della condanna, comminatagli in contumacia dal Tribunale speciale di Varese, a 15 anni di reclusione, “per aver, in epoca successiva al 26 luglio 1943, messo il ritratto del Duce nella gabbia degli imputati del Tribunale di Varese, esponendolo alla berlina, derisione e furore popolare”. Nell’agosto del ‘44, riconosciuto colpevole di aver promosso uno sciopero dalle attività lavorative tra gli internati, venne assegnato al campo di punizione di Granges-Lens. Nel settembre, scontata la pena, passò nella casa per rifugiati di Loverciano, ma ottenuta la liberazione, nel febbraio 1945, andò a Zug, al Knaben-Institut Montana, a
sostituire l’amico Giancarlo Vigorelli, come insegnante di lettere, fino alla fine dell’estate del 1945, quando fece ritorno in Italia. Nonostante queste vicissitudini, coerentemente al suo carattere e allo stile della sua narrativa, l’avversione di Piero Chiara al fascismo e a ciò che rappresentò non si espresse mai in un’invettiva forte, diretta, quanto piuttosto in una sottile ironia , dissacratoria e con una vena persino comica. Un esempio illuminante lo si trova nel racconto