Dalla fine del cinquecento, il complesso religioso dedicato a San Francesco, proprio grazie a questa sua specificità – l’essere dedicato ad un santo anziché alla vita di Cristo o di Maria – si differenzia nettamente dagli altri Sacri Monti
Questa notte, diciassette novembre, il cielo verrà illuminato dalle Leonidi, le “lacrime del leone”, stelle cadenti d’inverno. Il cielo è terso e si vedranno bene, qui dal Sacro Monte d’Orta. Chissà se sarà come due anni fa, quando all’improvviso lo sciame di luminoso fece irruzione nel cielo e migliaia di stelle caddero a briciole, ardendo in volo fino a dare l’impressione di spegnersi nei boschi che dominano le due sponde del lago. Come lucciole d’estate, belle ed effimere. Il lago è immobile, liscio, senza rughe. Pare un volto di ragazza. Non c’è vento e in cielo appaiono immobili quelle rare nuvole, di cui s’intuisce a malapena il color fuliggine. Né scure,né chiare. Sembrano le lenzuola della signora Beatrice quando, fresche di bucato, vengono lasciate stese dal Nando, suo marito, dalla parte sbagliata della casa; non sulla facciata che dà sul piccolo frutteto ma su quella opposta, a pochi metri
dalla ferrovia. Cammino e sento un peso in me, quasi portassi una croce. Forse perché sale ripida quest’antica via che da piazza Motta porta al bivio tra il viale del Sacro Monte e, sulla destra, il piccolo cimitero del paese. I miei passi risuonano appena sull’acciottolato , quasi che le foglie ingiallite fossero state sparse da una mano discreta per soffocare i rumori e non disturbare questo silenzio che avvolge e ovatta ogni cosa. Tra belle ville e case di pietra, in poco tempo guadagno qualche centinaia di metri di questa salita . Mantengo un buon passo, nonostante la sensazione – non piacevole – che qualcosa non stia andando per il verso giusto. Più un fastidio che un male vero e proprio. Dev’essere la pressione che mi provoca lievi vertigini. Poca cosa, solo un accenno. Molto meno di quelle che si provano uscendo dall’osteria della Maria , in quelle sere d’inizio autunno quando i bicchieri si riempiono di quel vino novello fatto con l’uva americana. Asprigno e dolciastro,al tempo stesso; è un vino di contrasti e di piaceri. Ma, soprattutto, è un vino che tradisce chi lo beve. Non serve abusarne per farti segare le gambe e portarti, leggero come una piuma, a immaginare di toccare le nuvole. E’ “il vino degli aviatori”, come lo chiama Ludovico, l’usciere della Pretura che frequenta – pure lui – l’Osteria dei Gabbiani quando sente il bisogno “ di un buon bicchiere per cacciar via dalla gola tutta la polvere dei faldoni delle udienze”. Scaccio quest’ immagine dalla testa
che mi gira. M’appoggio al vecchio muro, tirando il fiato. Non l’ho mai trovata così lunga questa strada a salire. Nemmeno d’estate quando il caldo è soffocante o, nei giorni più freddi dell’anno, a gennaio, quando respirando a bocca aperta si prova la sensazione spiacevole dei polmoni che prendono fuoco , arsi dall’aria ghiaccia. Riprendo a salire, senza fretta e finalmente arrivo al Sacro Monte. L’insieme delle cappelle sembra protendersi sul lago, sovrastando l’abitato di Orta. Dalla fine del cinquecento, il complesso religioso dedicato a San Francesco, proprio grazie a questa sua specificità – l’essere dedicato ad un santo anziché alla vita di Cristo o di Maria – si differenzia nettamente dagli altri Sacri Monti. E’, come dire, più popolare, alla portata di tutti, credenti e non credenti. Senza voler togliere nulla agli altri Sacri Monti, per carità. Però questo di Orta ha un qualcosa in più che non saprei spiegarvi ma che si sente, si vede e quasi si può toccare. Il portone della chiesa è chiuso ma sento distintamente il canto dei vespri. Frate Gioacchino mi ha spiegato che sono la preghiera del tramonto , cioè una delle maggiori ore canoniche della Chiesa. Sono divisi in due parti: la salmodia, cioè il canto dei salmi, e una seconda parte con preghiere varie. Tra i canti, lo sento bene, s’erge poderoso il Magnificat. “Magnificat anima mea Dominum,et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo.Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto, sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula saeculorum. Amen”. Non sono un credente. Anzi, forse credo a modo mio, al di fuori dagli schemi e
dalle logiche di chi afferma di esserlo e lo fa sapere ai quattro venti. Io ho sempre creduto nel riserbo e nella misura. E comunque non è questo che conta o che possa interessarvi. Ascolto i canti ma non oso aprire il portone e varcare la soglia della chiesa. Restò lì, esposto all’alito freddo del vento. Mi vengono in mente tante cose. Ad esempio la frase del Cantico delle Creature di San Francesco che ho visto al Convento del Monte Mesma, non molto distante da quassù, ad Ameno: “Laudate sie mi Signore, per sora acqua, la quale è molto hutile, et humile et preziosa et casta”. Quanto sia utile e preziosa l’acqua lo sanno bene i frati del Mesma. “Il fontanino” è l’unica sorgente naturale sul Monte e sebbene povera d’acqua, non è mai capitato che si prosciugasse completamente. I frati ,per sopperire alla mancanza d’acqua, già secoli or sono pensarono di utilizzare l’acqua piovana, quella che “la provvidenza regala generosamente ai buoni e ai cattivi”. L’ingegno, ai francescani, non mancava. L’acqua piovana, da allora, è raccolta con appositi canali nel primo chiostro. Da qui, passando attraverso a filtri di sabbia e di carbone, giunge purificata nel secondo chiostro in una cisterna che termina con una caratteristica costruzione a forma di tempietto. Un’opera , quella dei due chiostri, ultimata nella prima metà del ‘600 e utilissima nei secoli a venire, con il pluviometro per la raccolta dei dati utili alle statistiche sulle precipitazioni in tutto il bacino del Cusio. Non so perché mi è venuto in mente questo fatto ma adesso sento che il freddo mi intorpidisce. Guardo giù verso il lago. E’ buio e si notano le luci nelle case e nelle vie. Paiono fiammelle tremolanti. Improvvisamente il cielo s’illumina al passaggio di due, tre, quattro stelle cadenti che, rapidissime, disegnano un arco che attraversa da parte a parte il lago. E poi altre, in sequenza, come quando scoppiano i fuochi di San Vito a Omegna. E’ uno spettacolo che lascia senza fiato: le “lacrime del leone”, al loro passaggio, arabescano il cielo. Anche quest’anno non mi hanno tradito. La fatica che ho fatto per arrivare quassù, per non mancare all’appuntamento, è stata ripagata.
Marco Travaglini
Sarà il tempo a decidere se Diem 25 potrà modificare l’Europa e, con essa, la storia dei prossimi anni. Al momento, però, questo vento di cambiamento sembra dare risposte a chi si sentiva sperduto e deluso, regalando un nuovo sogno, una via diversa da percorrere
senza uno spirito democratico, in cui il demos è privato dei propri diritti e in cui sono un gruppo di tecnocrati a prendere le decisioni. Il manifesto sul quale si fonda Diem 25 parte dalla considerazione che i popoli europei hanno il diritto e il dovere di riprendere il controllo della loro Europa, basandosi su quattro fondamentali principi: nessun popolo europeo può essere libero se la democrazia di un altro viene violata; nessun popolo europeo può vivere nella dignità finché un altro ne è privato; nessun popolo europeo può sperare di avere prosperità se è precipitato nell’insolvibilita’ e nella depressione permanenti; nessun popolo europeo può svilupparsi senza impegni mentali per i suoi cittadini più modesti, senza sviluppo umano, equilibrio ecologico e determinazione a svincolarsi totalmente dalle energie fossili, in un mondo che cambia i suoi modi di funzionamento e non il clima del pianeta.
regalato al mondo intero la filosofia, la politica, la retorica, l’epica, la poesis, l’arte e la mitologia, da quella terra di dei, eroi e grandi ideali che ha insegnato al mondo che, liberati tutti i mali, sul fondo del vaso di Pandora rimase la consolazione più grande: la speranza.
Michele Riondino e il Comitato di cittadini e lavoratori liberi e pensanti di Taranto hanno ricevuto domenica 20 marzo al Teatro Fassino di Avigliana il Premio Bruno Carli. Riondino, il “Giovane Montalbano” televisivo da anni fa parte del Comitato tarantino. Il Valsusa Filmfest, di cui si è celerata un’anteprima, in ogni edizione ricorda la figura di Bruno Carli, partigiano e presidente dell’associazione Valsusa Filmfest fino al 2002, con l’omonimo premio che viene destinato ad esponenti di realtà impegnate in difesa dei diritti e dell’ambiente. Dietro richiesta dello stesso Riondino, alcuni esponenti del Valsusa Filmfest gli riconsegneranno il Premio anche sul palco del concertone del 1 Maggio tarantino, di cui Riondino è direttore artistico. Dopo la premiazione e l’incontro con Michele Riondino è stato proiettato il film “Con il fiato sospeso” di Costanza Quatriglio, ispirato a una storia vera, narrata nel diario di Emanuele Patané, interpretato da Michele Riondino, un dottorando di ricerca nel Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università di Catania, morto di tumore al polmone nel 2003. Il Valsusa Filmfest si svolgerà dal 9 aprile all’8 maggio prossimi e si svolgerà in otto comuni della Valle, Almese, Avigliana, Bardonecchia, Bussoleno, Caprie, Condove, Mattie, Torino, Venaus, oltre che a Giaveno e a Torino.

abbreviato CDV ? 

“Trovare una soluzione che unisca tutto il centrodestra non deve essere un’opzione“ – conclude il leader di Forza Italia – “ma un dovere nei confronti di tutti i nostri elettori”


Venaria’. Lunedì 28 marzo, giorno di Pasquetta e poi dal 24 aprile, lo spettacolo del Teatro d’Acqua della Fontana del Cervo nella Corte d’onore, il tour nel parco basso con il trenino ‘La Freccia di Diana’, la navigazione nella Peschiera con la gondola della Reggia, il giro dal Gran Parterre con la Carrozza a cavalli. E ogni domenica e nei giorni festivi i Giardini propongono gli spettacoli delle Giornate da Re: domenica 20 marzo il Roero Days 2016, una esposizione e libera degustazione dei vini Roero Docg, alla Cascina Medici del Vascello nei Giardini. Dal primo maggio, ogni giorno festivo la Venaria tornerà a ospitare ‘Musica a Corte – I Concerti di Mezzogiorno’.