Senza dubbio, se si trattasse di un gioco con le macchinine, potremmo pensare che sarebbe fantastico poter sperimentare come tali giocattoli possano muoversi di più e meglio a seconda del carburante che provvediamo a fornir loro. Particolarmente gradevole potrebbe apparire vedere mutare nel tempo le carrozzerie di tali strumenti, da agili e affusolati a forti e imponenti nel giro di pochi istanti di tempo; da pesanti oggetti ricoperti di morbida gommapiuma a consistenti manufatti tirati a lucido… Eppure, questo fantastico mondo esiste, esiste da tempo, ma non ha molto a che vedere con piccole macchinine inanimate, ma, usualmente, con la macchina uomo.
E’ un mondo impressionante, che turba le coscienze e che a volte ci fa preferire immaginare che non sia vero, che sia tutto una invenzione dei nemici del nostro o di quell’altro sport, che, invidiosi del successo ottenuto, come un bambino livido dalla rabbia e dal fastidio, raccontano che chi vince è un baro…
Eppure è un cosmo che si autoalimenta di leggende al limite della follia sia soggettiva che intorno alle persone che lo vivono. Ci si immagina un mondo fatto di strani maghi che all’interno di antri popolati da elfi e gnomi elaborano sostanze che come filtri d’amore risolvano problemi che salvano i cuori dei poveri atleti che, innamorati del loro sport, dedicano a lui la loro vita.
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E invece il panorama che si presenterebbe ai nostri occhi sarebbe un po’ tanto differente da romantiche suggestioni eroiche. Non è una guerra in cui per salvarsi è lecito ricorrere ad ogni tipo di sostanza per superare una giungla o resistere in un deserto. Non è una corsa in montagna per salvare la fanciulla dal drago e scalare il torrione del suo isolamento. E’ altro.Togliamo fin da subito una falsa illusione: chi si dopa non vince. Non è vero. Doparsi bene (e non è facile) migliora le prestazioni di chiunque, anche se un asino non diventerà mai un cavallo. Doparsi per vincere il Gran Premio del Pianerottolo (situazione così non infrequente, purtroppo…) è oltremodo stupido, inutile oltreché dannoso per la salute. In ogni modo il doping accelera i risultati e permette di raggiungere mete altrimenti lontane, non si deve negare l’evidenza. Le sostanze che si utilizzano sono normalmente quelle che in situazioni estreme di salute servono a salvare la vita delle persone che ne hanno bisogno; in condizioni di supplementazione su persone “sane” (forse non dal punto di vista mentale) fisicamente hanno sviluppi abnormi consentendo prestazioni eccezionali. Si migliora, ma si è placcati oro, non si è oro… E il “placcato” prima o dopo si stacca e scrosta la superficie e rovina l’oggetto che di solito poi si butta o lo si “riplacca” fino a quando lo si scaraventa via in malo modo.

Non sarà questa la sede per un dibattito troppo lungo su una questione etica del doping, ma ci soffermiamo un attimo sulle motivazioni che spingono al doping e valuteremo un istante il perché e come mai…ci si perda in rivoli di momenti folli per pochi istanti di gloria: il doping dei poveri.
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Eliminiamo le Olimpiadi, togliamo i mondiali, evitiamo gli europei, cancelliamo i campionati Italiani, e voliamo direttamente alle gare amatoriali, quelle di campagna, quelle tra amici, quelle dove lo sport si dice più puro, dove il glorioso spirito decoubertiniano (se mai è esistito, visto che sembra essere un falso storico) è ancora presente… In questi contesti langue temibile il morbo della superba volontà di prevalere a tutti i costi; quella curiosa vanità di sentirsi migliori del vicino di casa solo perché si corre più veloce di lui a piedi o con un oggetto, dimenticandosi altri valori più importanti.Nasce il doping mentale: la necessità di farcela, di aiutarsi perché la natura non è stata buona e quindi come per Robin Hood non era reato riprendersi ciò che altri hanno in più, per costoro diventa legittimo appropriarsi di qualità non proprie attraverso strumenti diversi. Ci si allena, a volte bene e a volte male, seguendo consigli di “uno che ne sa” o leggendo riviste specializzate che danno ammaestramenti generalizzati non applicabili ai singoli individui così come vengono presentati. E poi, tra le righe dei fogli dell’inganno, si intravede la luce nera di un passaggio che “permetterebbe di potercela fare”. Si inizia con la supplementazione alimentare, ingerendo sostanze di cui non si ha bisogno perché magari sono già presenti in abbondanza nel nostro organismo, o si assumono pastiglie ripiene di cose che usualmente divorariamo con la normale alimentazione senza saperlo. E tutto questo senza andare neanche dal medico di fiducia, senza consulti sani e competenti. L’amico lo sa, l’atleta bravo non può sbagliare. E se non lo sapesse, e se sbagliasse?

A volte non importa, a volte la riconoscenza del mondo esterno è più importante. Poter dire di aver fatto un tempo che nessuno si aspettava può forse dare grande importanza (?) ma il segreto che si ha dentro può giustificarlo?
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Il doping fa vincere? Forse, se sei bravo, sì. Ma il doping fa male? Banale, ma sì. E tanto. Recarsi ogni tanto a vedere cosa succede a chi ne ha abusato può e dovrebbe far bene. Ma è tutto nascosto. C’è gente in ospedale, ci sono persone che rischiano malattie degenerative mortali, ci sono complicazioni al fegato, al cervello, al sangue, e non si esaurirebbe qui l’elenco, ma non si riesce in poco a scrivere tutto.E allora, quando nasce la competizione, sono gli amici il primo problema, quando si vuole vincere per far valere la vecchia legge della Jungla. Siamo noi quando prendiamo in giro chi non vince a spronare il doping. Siamo noi quando non sappiamo apprezzare lo sforzo di qualcuno nel raggiungere la propria meta, denigrandolo con altri che hanno fatto di più, a far cercare “appoggi ulteriori”. Siamo noi che non incoraggiamo un ragazzino che perde o che esaltiamo troppo uno che vince a spingerlo a cercare di superare le regole. Se vinco mi vogliono bene, se perdo mi abbandonano: cosa fareste voi se foste giovani e in queste condizioni socio-sportive? Il doping è tra noi e vive grazie a noi. Ignoriamo per un istante le motivazioni economiche dei grandi eventi, e pensiamo che se la paura del dolore e della morte non è sufficiente a scoraggiarlo, vuol dire che c’è qualcosa di molto più profondo. E’ la nostra cultura del vincente di successo e del secondo che non è più nessuno a uccidere lo sport e la corretta visione dell’attività ludica e sportiva.
.Proviamo a spingerci oltre e con il fuoco dell’indifferenza verso chi “trassa” (oltre che con gli strali della giustizia) “eliminiamo” la loro presenza: non esaltiamoli perché hanno fatto una cosa che facevano tutti (doparsi) e non potevano evitarlo e quindi oltre che eroi escludiamo che divengano pure martiri. Celebriamo il semplice comune sforzo di essere se stessi e tirare fuori dal proprio complesso agglomerato di cellule che è il nostro corpo il massimo che possiamo fare ad una certa età e con le qualità che dall’alto ci sono state donate. Incoraggiamo e istighiamo al buon lavoro finalizzato allo sforzo positivo. La tv non è buona maestra, talvolta. Loda i forti e denigra i meno forti. Il successo di oggi è già in discussione con la possibile sconfitta di domani. Che futuro è se non ha un presente? Coraggio, signori e signore: il doping siamo noi quando vogliamo di più da chi ha già dato tutto. Di più, di solito è la salute che non ci sarà più, un sorriso spento nel cuore di chi gioiva e di chi sognava un futuro sportivo. Mettiamo in un angolo chi denigra. C’è gente che lavora e si spezza la schiena tutti i giorni per salvaguardare il futuro dei figli e delle persone intorno a sè: non lasciamoli soli a pensare che ingannare il prossimo sia il rifugio sicuro dei più furbi.
Paolo Michieletto

Nei giorni scorsi, durante la presentazione di questa 68ma edizione avvenuta nelle sale del Circolo degli Ufficiali di Torino alla presenza tra gli altri di Giorgio Ferrero, Assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte, della Vice Presidente del Consiglio Regionale Daniela Ruffino e della Consigliera delegata al turismo della Città Metropolitana di Torino Anna Merlin, il Sindaco di Carmagnola Ivana Gaveglio ha sottolineato come “molti visitatori giungono da molte parti d’Italia, ogni anno più numerosi, anche perché la Fiera è la porta d’accesso ad un mondo di tradizioni, valori, sapori e conoscenze che compongono la vasta cultura del territorio carmagnolese”; e ancora un’affluenza che è il risultato di “una qualità che non si improvvisa, unita ad un’onestà creativa e all’opera intelligente che contraddistingue gli operatori, gli imprenditori, le associazioni tutte di categoria”.
Una rete di lavoro e di iniziative cui l’assessore Ferrero aggiunge il termine “innovazione”, senza la quale sarebbe impensabile determinare ogni anno quel successo che oggi è davanti agli occhi di tutti. Questo anche grazie alle risorse culturali della città, a quei molti eventi, allestimenti e mostre (tra i vari appuntamenti quella sull’acquerello, “L’arte dell’acqua”, che vedrà allinearsi all’interno delle sale del quattrocentesco palazzo Lomellini esempi, non soltanto italiani, dell’Ottocento e del Novecento proposti dalla Galleria Celeghini, un ricordo di quel grande maestro che fu Guido Bertello, la presenza dei nomi più famosi dell’acquerello contemporaneo, da Luciano Spessot ad Adelma Mapelli, da Lia Laterza a Roberto Andreoli, Ines Daniela Bertolino, Anna Lequio, Maurizio Rossi e Paolo Brencella) che puntano a far conoscere e a valorizzare un grande patrimonio, dal Castello del secolo XII oggi sede del Comune, al Ghetto Ebraico e alla Sinagoga, alla Casa Cavassa legato ai ricordi di Francesco Bussone, all’Abbazia di Casanova, al Museo Navale che ricorda il passato antico del territorio, all’Ecomuseo della Canapa, al Museo Tipografico Rondani. Una valorizzazione non legata esclusivamente alla città ma a quell’intero territorio che a Carmagnola guarda come ad un punto di riferimento. Infatti quest’anno, per la prima volta, durante l’ultima domenica della manifestazione, verrà creato un apposito spazio nel quale i Comuni che con la Città del Peperone “condividono una forte identità fondata sull’eccellenza agroalimentare, sulla valorizzazione del paesaggio e di un patrimonio culturale e architettonico comune”, avranno la possibilità di presentarsi e promuoversi.
Quest’anno – con un “biglietto da visita” che per il terzo anno è stato scelto da un concorso indetto in collaborazione con La Stampa e che vede vincitrice Gabriela Sizue Dos Santos Zukeram, studentessa ventiduenne di graphic design, brasiliana di origine giapponese: una nuova veste che sintetizza simbolicamente la forma e gli elementi caratteristici del francobollo, ricordo e rimando a viaggi lontani con l’immancabile Re Peperone e alcuni edifici storici carmagnolesi stilizzati: “Il tema principale che mi ha ispirato è il “viaggio”, inteso come spostarsi, muoversi, mettersi in movimento verso una meta nuova, diversa, inaspettata”, ha detto la giovane vincitrice – da non perdere assolutamente le canzoni e la musica di Bianca Atzei, i talk show condotti da Paolo Massobrio, gli spettacoli di cabaret proposti dal torinese Cab41, il concorso di diverse scuole di danza che coinvolge il Gary Gordon “Garrison” Rochelle di “Amici” e per un gran finale la “Dominici’s Fontane Danzanti”, magiche combinazioni di giochi d’acqua, fuoco, musica, luci e colori. La grande manifestazione vede l’organizzazione del Comune con la collaborazione di Ascom, Pro Loco e Coldiretti, con la vasta rete di volontari, ha il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, della Regione Piemonte, della Città Metropolitana di Torino e della Camera di Commercio, tra gli altri principali sponsor la BCC Casalgrasso e Sant’Albano Stura, Pasta Berruto, Biraghi, Di Vita, Molecola.
di Pier Franco Quaglieni
guastarono un settennato non privo di dignità. Era un sardo con un carattere caparbio e un coraggio capace di fronteggiare tutte le situazioni. Intuì le degenerazioni del CSM che affrontò secondo modalità non proprio ortodosse,pur di denunciare le cose che incominciavano a delinearsi. Capì che la I Repubblica stava morendo e lui stesso finì di dargli il colpo di grazia. Lasciò il Quirinale, lui di profondi sentimenti repubblicani,al suono dell’Inno Sardo. Venne una volta a visitare una mostra da me organizzata alla Biblioteca Nazionale Universitaria su “Cavour nella caricatura”che gli piacque e di cui volle ricevere al Quirinale qualche vignetta. Assediato dai giornalisti,si lasciò trascinare nelle solite “esternazioni” che ridussero i servizi televisivi della visita a poche immagini.Ci rimasi male,Mario Soldati,intuendo la cosa andò a cena con il Presidente la sera precedente ,ma preferì non trovarsi all’appuntamento. Fui costretto a riceverlo io,aiutato all’ultima ora dal capo del cerimoniale del Quirinale.Mi scrisse lettere e messaggi bellissimi che ,a volte, rileggo.Solo Ciampi fu più benevolo ed amico di lui. Una volta mi invitò a cena alla prefettura di Torino insieme a Bobbio ,Galante Garrone e pochi altri. “Repubblica” intitolò l’articolo “Una cena tra amici”. Si parlò di tutto e di tutti,senza seguire cerimoniali. Bobbio

Salgàri riscoperto a Milano
Un grill sull’autostrada Savona – Torino
Montale nella poesia, ha incarnato il dramma esistenziale dell’uomo moderno e anche in un periodo post -moderno la sua opera continua ad interessare. Fu acuto indagatore della crisi post -risorgimentale,così come ebbe una caduta che spesso viene sottaciuta: nel 1924 ,all’indomani del delitto Matteotti chiese a Mussolini “l’onore” di entrare nel partito fascista. In effetti fu un fascista molto atipico che omaggiò il regime molto meno di tanti altri che poi si rifecero una sorta di verginità antifascista,se non addirittura resistenziale. Spiace ricordarlo, Ungaretti,sommo poeta,su fascistissimo. Per i 150 anni anche in Piemonte si sono svolte e si svolgeranno molte manifestazioni che meriterebbero di essere citate.“Il Torinese” ne ha già scritto e ne scriverà. Nel 1901 Pirandello trascorse un periodo di vacanza a Coazze ospite della sorella e rimase entusiasta di quei luoghi.Ne scrisse in un quadernetto dedicato a Coazze che nel 2001 ha dedicato sontuosi festeggiamenti al centenario della vacanza di Pirandello il quale rimase colpito da una scritta a caratteri cubitali sul campanile della chiesa : “Ciascuno a suo modo”. Un’orribile scritta di fine ‘800 che però trasmette un messaggio rispettoso di tutti,direi quasi un messaggio laico-liberale. Quasi un ossimoro, se pensiamo il luogo dove venne scritto.Ma quella scritta sottintende anche una sorta relativismo ante litteram insito nello stesso Pirandello che riteneva la verità impossibile da trovare:Uno,nessuno centomila,per dirla con un suo titolo di successo.Lo stesso drammaturgo parlerà di “tante maschere e pochi volti”.Sta di fatto che quella frase sul campanile di Coazze divenne a sua volta il titolo di un suo dramma.Un vecchio giavenese mi raccontava che era stato il parroco a far scrivere sul campanile il titolo del dramma pirandelliano come omaggio all’illustre ospite,ma non era la verità,anzi la sovvertiva. Il racconto spiega però il culto che Pirandello continua ad avere in tutta la Val Sangone per appena due mesi di vacanza nel 1901.
LETTERE
operaie, borghesia e “aristocrazia” imprenditoriale e un dialogo inter-religioso che coinvolgeva i sacerdoti insieme a laici, agnostici e spiriti di ogni credenza e convinzione con la stessa sensibilità – un “senso della dignità” che oggi sembra svanito, evaporato e disperso, come “andato in fumo” perché, appunto, bruciato insieme a una pioggia torrenziale di soldi spesi in grandi, colossali opere e “macchine” culturali… Eppure, come nella “Milano da bere” degli anni ’90, quando invece che frequentare i circoli intellettuali del centro-città stavo in periferia e mi davo da fare con chi non si preoccupava degli affari di “mani pulite” perché soldi da “maneggiare” non ne aveva, non li aveva mai avuti e non li avrebbe mai ricevuti, anche in questi anni a Torino e in Piemonte ho incontrato persone che agiscono con competenza, che hanno fatto esperienze edificanti in una gavetta di cui i giornalisti parlano poco perché una sostanza che non fa clamore e “cassetta”! Sotto le ceneri dei trionfanti fuochi artificiali esplosi con dispendio di soldi “bruciati” dagli ingordi covano le scintille – sempre accese! – di chi ha fame perché non mangia e sa bene che con il fumo degli arrosti altrui non ci si riempie la pancia… Non disperi e continui, per favore, a dire la verità sui “re nudi” e le loro “corti dei miracoli”.


L’esperienza digitale proposta ai clienti del Gruppo Intesa Sanpaolo considera sempre più lo smartphone come porta di accesso a nuovi servizi evoluti, primo tra tutti il pagamento senza contanti
ogni momento supporto immediato. Il mondo dei pagamenti digitali di Intesa Sanpaolo è in continua evoluzione e propone servizi all’avanguardia che puntano sempre più sull’utilizzo dello smartphone che ognuno ha sempre con sé, al posto dei tradizionali contanti. PAyGO è il servizio di mobile payment di Intesa Sanpaolo, abilitato sugli smartphone Android e basato su tecnologia NFC (Near Field Communication) HCE (cloud-based, quindi indipendente dall’operatore telefonico prescelto per il cellulare). Anche per i possessori di carte Intesa Sanpaolo-Mastercard è ora disponibile nella versione aggiornata, grazie alla quale il cliente può pagare avvicinando al POS Contactless il telefono a schermo sbloccato (open app to pay). Solo per importi superiori ai 25 euro, il pagamento si autorizza con impronta digitale o PIN. JiffyPay, basato sul servizio sviluppato da SIA, oggi conta oltre 4,2 milioni di clienti abilitati al trasferimento di denaro tra privati “P2P” (“person to person”), che consente appunto di inviare e ricevere piccole somme di denaro via cellulare in tempo reale. Il Gruppo Intesa Sanpaolo è stato tra i primi ad averlo attivato, nel 2015. La vera svolta in questa modalità di pagamento in mobilità, però, è nel “P2B”, ovvero la modalità di trasferimento di denaro “person to business”. A partire da maggio, Intesa Sanpaolo ha reso disponibile una soluzione integrata nell’app Intesa Sanpaolo Mobile, che consente l’utilizzo di JiffyPay anche per pagare rapidamente e in totale sicurezza gli acquisti presso gli esercizi convenzionati, con un’esperienza del tutto analoga, per semplicità e rapidità, a quella già nota per l’invio di denaro tra privati. 2 Entrambi i servizi, se adeguatamente diffusi, potrebbero realmente consentire di affrontare le spese di tutti i giorni – acquistare il caffè al bar, il giornale
all’edicola, pagare una corsa in taxi o fare la spesa al supermercato sotto casa – senza mettere mano al portafoglio. La strategia per il futuro di Intesa Sanpaolo mira ad ampliare il servizio a sempre maggiori partnership, per aumentare l’accettazione e la diffusione dei pagamenti digitali. «Le nuove soluzioni sono disegnate con un unico obiettivo, semplificare il più possibile i servizi di pagamento compiuti con sempre maggiore frequenza in mobilità. – dichiara Massimo Tessitore, responsabile Direzione Multicanalità Integrata Intesa Sanpaolo – A tendere, potranno essere convertiti tutti i micro pagamenti che oggi vengono effettuati con il contante, senza doversi munirsi di soluzioni aggiuntive, rispetto all’utilizzo di app tramite smartphone, e/o sfruttando i POS già in dotazione. Per incentivare la cultura dei pagamenti senza denaro, è importante coinvolgere tanto i clienti quanto gli esercenti: ed è questo il senso di iniziative come quella in corso a Torino, Milano e Roma in questi giorni, che consentono di toccare con mano la convenienza e la semplicità delle nuove soluzioni.»
Un call center sarà attivo tutti i giorni 24 ore su 24 oltre all’ assistenza a domicilio da parte di una squadra di associazioni di volontariato e cooperative di operatori sociosanitari.

Da quarantasei anni, tra la festa di San Giovanni e quella dei Santi Pietro e Paolo, si verifica puntuale un evento bibliografico, la pubblicazione del primo fascicolo semestrale di «Studi Piemontesi», la rivista di storia, arti, lettere e varia umanità edita dal Centro Studi Piemontesi.