redazione il torinese

PUBBLICO E PRIVATO SI CONFRONTANO SU NORMATIVE SMART, ADEMPIMENTI BUROCRATICI E INCENTIVI FISCALI

GLI INTERVENTI Le attuali complessità delle normative Smart, degli adempimenti burocratici, degli incentivi fiscali e delle norme tecniche sulla sicurezza e sul risparmio energetico rendono sempre più difficile la gestione di un condominio.

Ape Confedilizia Torino ha dedicato ieri, per la seconda volta, un convegno presso la sala conferenze ATC per far chiarezza su queste tematiche, con la partecipazione e il confronto tra la proprietà, gli amministratori pubblici, i professionisti e gli operatori del settore, che hanno fornito interessanti indicazioni. Il presidente ATC Piemonte centrale, Marcello Mazzù, è intervenuto sull’edilizia popolare “Con un patrimonio per il 68% realizzato tra il 1950 -2000, per Atc la riqualificazione energetica deve essere un obiettivo prioritario. Lavorare sulle riqualificazioni energetiche, da un lato, e sull’educazione alla riduzione dei consumi dall’altro, significa perseguire l’obiettivo di una sensibile diminuzione dei consumi (e dei costi) per l’utenza. Tra gli interventi più recenti, non dimentichiamo che, con i fondi del Programma Operativo Regionale 2007/2013, la nostra Agenzia ha contribuito a riqualificare oltre 2mila appartamenti tra Torino e provincia.”

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Per Paola Pisano, Assessore all’Innovazione del Comune di Torino “La Città di Torino ha iniziato già da alcuni anni con i  progetti di  Revamping 1 e 2 per la sostituzione delle caldaie negli uffici pubblici. C’è molta attenzione che gli stabili pubblici consumino meno energia e ci siano meno sprechi. Si è attivato il tema dell’Energy management e il Comune si è dotato del software factotum per la gestione dello Smart building. Per fare  una città intelligente, bisogna curare i propri edifici. E questo convegno è un’occasione per fare un passo avanti nell’innovazione.”
Silvana Accossato, presidente della V Commissione della Regione Piemonte, ha evidenziato l’impegno diretto preso dall’Amministrazione e legato all’audizione di aprile con tutte le associazioni interessate, che hanno sollevato il problema della definizione dei criteri per l’eventuale  esenzione e il tema della sperequazione nella ripartizione delle spese. C’è stato un primo confronto con l’Assessorato, da cui è scaturita una mozione in cui si chiede che questo argomento venga portato in Conferenza Stato Regioni e al Ministero e anche un contatto con il Comitato tecnico.

Antonio Iaria, consigliere delegato della Città metropolitana, ha fatto il punto sulle buone pratiche nell’ambito della riqualificazione energetica dell’edilizia pubblica.

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Sono stati numerosi gli argomenti trattati e uno in particolare di stringente attualità, quello dell’automazione, contabilizzazione del calore e ripartizione spese, è stato affrontato da Massimiliano Magri, membro C.T.I. UNI10200 “Ciò che deve diventare Smart, sono le persone che abitano nel condominio. Quello che è Smart in questo momento sono i vari contatori dell’energia, infatti si parla molto di Smart Metering. Peccato che siano Smart solo per chi vende energia e non per l’utente finale, che non ha ben chiaro il perchè si facciano queste cose. L’automazione è fondamentale per programmare l’impianto di riscaldamento condominiale, in modo che sia coordinato e funzioni correttamente e si arrivi a risparmiare intorno al 30%. Non si deve puntare ai risparmi ma all’eliminazione degli sprechi.” Per rendere un edificio Smart, c’è anche la necessità di provvedere ad una valutazione della presenza di amianto nello stabile e la valutazione del possibile  rischio e individuare in base agli esiti  le azioni possibili. Paolo Picco tecnico dell’Asl To3, ha illustrato le linee guida “Il problema amianto è un tema decisamente sentito perchè la Legge 257/92 che impone una serie di obblighi, ha poi demandato al Decreto Ministeriale del 6 settembre 1994 sulle valutazioni tecniche, purtroppo disattese. Purtroppo, la mappatura dell’amianto negli stabili per la parte friabile non è stata fatta. E’ una grossa difficoltà perchè di fronte a lavori di manutenzione, non si sa dove sia l’amianto all’interno della struttura. Se esiste, occorre fare una valutazione, per capire se di matrice friabile o compatta e si deve realizzare un piano di mantenimento all’interno della struttura.

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Marco Rosso, Vice presidente Collegio Costruttori Ance, si è soffermato sulla sicurezza e prevenzione antisismica. Giuseppe Portolese, Energy Manager di ATC Piemonte, ha descritto la gestione dell’housing sociale.     Lorenzo Balsamelli di Ape Confedilizia Torino ha parlato di riqualificazione sostenibile con particolare riferimento al Protocollo G.B.C., di cui è Coordinatore nazionale. Domenico Italia, segretario AGIAI, è intervenuto sugli obblighi di sicurezza che incombono sull’amministratore, laddove si debba intervenire sulla copertura. Lorenzo Berta di Ape Confedilizia Torino ha illustrato gli incentivi fiscali differenziando tra il 2016 e quelli pervenuti per il 2017 con particolare attenzione alla manovrina di aprile. Stefano Grandi di FinPiemonte, ha evidenziato i fondi regionali disponibili  riguardo agli interventi in materia di risparmio energetico. Carlo Besostri e Giancarlo Carasso si sono confrontati sul Fascicolo del fabbricato. Aurelio Amerio presidente Fiaip Torino, ha puntato il focus sull’immobiliare e in particolare sulla casa domotica.

Il sorriso di Berlinguer

Le immagini, per lo più in bianco e nero, ci rimandano il suo viso scavato, il corpo minuto. Una velata malinconia nello sguardo , il timbro di una voce antica. Quella stessa voce che proponeva – con lucidità –  una visione del mondo nuova; la necessità di portarsi dietro tutti in scelte più avanzate, di cambiamento, dove impegnare i destini di un popolo che si diceva comunista, ma di un tipo del tutto originale, italiano e democratico, innervato nella Costituzione repubblicana. Quell’uomo che sembrava così  fragile, si chiamava Enrico Berlinguer. Gentile, riluttante, pacato, colto. Uomo di unità, affezionato alle speranze dei giovani, schivo e apparentemente inadatto alla leadership al punto che -come qualcuno disse –  stava male prima di ogni incontro televisivo.

Un uomo, secondo  Alfredo Reichlin ( morto quest’anno, con il quale ebbi l’onore di lavorare quand’era direttore de L’Unità, giornale glorioso che ora non c’è più)  che per conformazione fisica e psicologica “poteva fare il bibliotecario”, ma che si dimostrò un eccezionale e insostituibile “capo di un popolo”. Trentatre anni fa, l’11 giugno del 1984, Enrico Berlinguer moriva. Gli fu fatale l’ultimo comizio tenuto qualche giorno prima a Padova in vista dell’appuntamento elettorale. La folla che lo salutò in occasione dei funerali per le strade del centro di Roma fu la testimonianza più evidente dell’amore che il popolo italiano provava per questo uomo gracile e forte allo stesso tempo, partito dalla Sardegna non per fare la “carriera politica” ma per “impegnarsi” nella politica. Tra quei drammatici fotogrammi che accompagnano i suoi ultimi istanti in piazza della Frutta , ce n’è uno, quasi impercettibile a un osservatore poco attento: quello del suo ultimo sorriso alla folla, dopo aver pronunciato le sue ultime parole “..lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini”. Sta tutto in quel sorriso la bellezza di Berlinguer. La bellezza di chi ha scelto di occuparsi in maniera disinteressata degli altri; di avere uno scopo nella vita che va oltre se stessi. In quel sorriso è racchiuso un manifesto politico, troppo in fretta archiviato dopo la sua morte e troppo strumentalmente ritirato fuori per esigenze di propaganda. Il sorriso di un uomo che  è ancora tra noi perché le sue intuizioni politiche e culturali avevano scavato nel profondo della crisi italiana, ne avevano tirato fuori i nervi scoperti attraverso i quali si poteva vedere il futuro della nostra società e dell’Europa.  Un uomo, fatto passare per un conservatore e che, all’opposto, sapeva leggere con visionaria lucidità il cambiamento in corso, cercando di proporre una via d’uscita democratica, non populista.

 Berlinguer riuscì ad affrontare un tema ostico e da molti  mal digerito  come l’austerità che non aveva nulla a che vedere con le ricette neoliberiste e monetarie ma con l’idea di affrontare il tema dei consumi  e della produzione all’interno di una società più giusta, sobria, solidale, democratica, attraverso una migliore distribuzione dei redditi e una condivisa responsabilità tra le classi che esistevano (e esistono..) ancora. Un discorso che affascinò il cattolicesimo progressista e che confermò quella diversità dei comunisti italiani che si fondava non certo sulla purezza ideologica, ma sull’appartenenza a una comunità e a un’idea  della politica basata su una visione morale ( e non moralista), intesa  come servizio, studio, avanzamento e lotta democratica. Si dirà che il mondo è cambiato, è più veloce, ha altre esigenze, e che sono stati commessi tanti errori lungo il cammino. Nulla può essere più vero. Gi stessi che sostengono questo, tante volte, argomentano di come il nostro paese sia cambiato in peggio, per la crisi e per lo spazio esiguo che hanno le giovani generazioni, per l’assenza di futuro. Forse è cambiato in peggio anche perché, invece di contrastare alcune derive,  le abbiamo assecondate; perché si è stati troppo indulgenti nello sposare parole d’ordine, modi di essere, ideologie che non appartengono a una parte che si propone di essere la parte dei più deboli; perché così tanto impegnati a ricercare il futuro si è pensato, più volte in questi anni, di trovarlo gettando via le lezioni del passato. Ecco perché, senza nostalgie ma con il senso dell’attualità, riemerge potente l’insegnamento di Berlinguer. Perché non basta un tweet per “riempire la propria vita”, ma occorre riscoprire il pensiero lungo, quello che invita a guardare al mondo con realismo e creatività, innovazione e obiettivi proiettati nel futuro. Quel “pensiero lungo”, che non è ideologia arrugginita né fuga dalla realtà, manca molto alla politica di oggi. E Berlinguer questo “pensiero lungo” lo cercava nelle suggestioni che arrivavano dall’ambientalismo, dal pacifismo, dai movimenti delle donne. Con il sorriso di chi diceva “.. Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”. Parole dette con un sorriso, dolce e determinato. Parole di Enrico Berlinguer.

Marco Travaglini

 

“Omaggio a Morbelli”

Sabato 15 luglio, organizzata dagli Amis d’la Curma, avrà luogo la 13° edizione del concorso di pittura estemporaneo “ Omaggio a Morbelli”

Villa Maria, alla Colma di Rosignano, residenza estiva del grande divisionista, ospiterà gli artisti che saranno giudicati da una giuria di esperti, Laura Rossi, Gianpaolo Cavalli, Giorgio  Barberis, Pier Giorgio Panelli e dal presidente della giuria Giuliana Romano Bussola. Le tele verranno timbrate alle ore 9, la consegna delle opere è prevista alle 16,30. Ai vincitori sarà consegnato il premio acquisto pari a: € 500 al primo classificato, € 300 al secondo, € 200 al terzo, al 4° 5° e 6° € 150. Le opere premiate saranno proprietà degli Amis d’la Curma, le altre opere resteranno proprietà dell’autore. Dalle ore 15 sarà possibile visitare l’atelier di Morbelli.

 

Pomaretto “capitale” floreale

Pomaretto, comune della Città Metropolitana di Torino, candidato a rappresentare l’Italia, insieme a Faedo (Provincia autunoma di Trento) nel prestigioso concorso europeo Entente Florale, è stato visitato dalla giuria internazionale. Pomaretto si è preparata al maglio all’appuntamento mettendosi in gioco con l’aiuto di tutta la popolazione. Comune fiorito consolidato, con i 4 fiori acquisiti nel concorso “Comuni Fioriti” di Asproflor è stato visitato da una giuria composta da otto esperti di diversa nazionalità – Italia, Olanda, Germania, Ungheria, Repubblica Ceca, Irlanda, Austria e Belgio – con varie competenze operative quali architetti del paesaggio, esperti botanici ed in management turistico e della comunicazione. Il verdetto della giuria verrà reso noto il 14 settembre prossimo durante il Prize Giving Ceremony a Podcetrtek in Slovenia.

Massimo Iaretti

Addio a Mack Smith, il professore che non fu mai maestro

di Pier Franco Quaglieni

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E’ morto a 97 anni Denis Mack Smith celebre storico inglese che si occupò in modo sistematico di storia italiana risorgimentale e contemporanea. Dotato di grandi capacità  divulgative,riuscì ad avvincere il pubblico italiano che ne decretò il successo. Ad introdurlo in Italia fu Benedetto Croce che ne favorì gli studi e le ricerche


Croce aveva fondato l’Istituto italiano di studi storici a Napoli a palazzo Filomarino dove 
il filosofo abitava a Napoli. Una grande scelta a favore dei giovani:in quell’istituto si formò la migliore storiografia italiana del dopoguerra. In quell’ambito ci fu il contatto con Croce che lo introdusse anche presso Vito  Laterza che era l’editore la cui fama fu inizialmente dovuta proprio alla pubblicazione delle opere del  filosofo e storico napoletano. Ebbi modo di  conoscere Mack Smith  a Roma nei primi anni ’70.Me ne offrì l’opportunità, davvero straordinaria per un giovane ancora universitario, Nicolò Carandini che era stato ambasciatore  italiano a Londra dal 1944 al 1946 ed aveva riallacciato i rapporti  tra l’Italia  e l’Inghilterra ancora nel corso della II Guerra Mondiale.
Carandini era stato anche, insieme ad Arrigo Olivetti, editore del “Mondo” ed era uno dei primissimi soci del Centro “Pannunzio” che nella sua fase nascente aiutò molto con il suo prestigio e i suoi contributi economici. Carandini mi presentò Mack Smith che mi apparve il vero gentiluomo anglosasone ,paragonabile come stile,raffinatezza ed equilibrio allo stesso Carandini.
Io ero già in rapporti,sia pure allora molto timidi, con Rosario Romeo ,il grande storico di Cavour,che detestava lo storico inglese che mieteva tra il pubblico italiano molti consensi. Romeo l’aveva liquidato con poche battute,parlando del suo libro su Cavour come di un libello. Una volta mi disse che Mack Smith- che Romeo non considerava uno studioso serio- poteva essere paragonato ad Indro Montanelli. Forse fu troppo severo con l’inglese, anche se il gusto per la semplificazione e per l’aneddoto lo accomunava sicuramente  al giornalista italiano.

 

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Per altri versi, lo storico Ettore Passerin  d’Entrèves di estrazione cattolica (quindi totalmente diverso dallo zio Alessandro che invece era di matrice liberale, aveva insegnato a Londra  ed amava la cultura anglosassone )una volta non mi lasciò neppure finire una frase e mi disse perentorio: Mack Smith non è uno storico,è un semplice divulgatore. Se si confronta la monumentale biografia di Cavour scritta da  Romeo con il libro di Mack Smith sullo statista  si colgono -al di là delle valutazioni soggettive – l’abissale differenza tra la statura di gigante dello storico siciliano e la dimensione modesta dell’inglese che  si occupava di storia italiana senza neppure sfiorare la ricerca storica praticata da Romeo nel corso dei decenni. In un’altra occasione Romeo mi disse che Mack Smith ,forse inizialmente attratto emotivamente dall’Italia come molti inglesi che amavano trascorrervi le vacanze e  certo condizionato dal culto che Garibaldi ebbe nell’isola,era sostanzialmente  un antitaliano. Anche qui, forse, una definizione troppo netta,ma nella sostanza vera e difficilmente confutabile. L’inglese sottovalutò l’opera di Cavour,sopravvalutando Garibaldi. Anzi ,finì di vedere la corruzione politica italiana nel trasformismo spregiudicato,anzi corrotto e corruttore  del Conte.  Finì, più o meno consciamente, di ripetere la vulgata di Gobetti sul fascismo come autobiografia della nazione,individuando un nesso molto forte,anzi fatale, tra i ceti dirigenti risorgimentali e il fascismo. Alda Croce,figlia del filosofo che lo conobbe da vicino,essendo la più diretta collaboratrice del padre, mi disse che Mack  Smith era partito molto bene e poi, via via, finì di “italianizzarsi” nel senso di far propri certi schemi mentali della storiografia nostrana. In un suo libro del 1998 la “Storia manipolata” parlò del vizio-non capitale- di abbellire la storia,ma non fu capace di individuare i torbidi vizi dell’ ideologia insiti nella  storiografia nostrana che considerò  gli schemi gramsciani come oro colato. Raimondo Luraghi, lo storico che aveva a lungo insegnato negli Stati Uniti, disse”
che quando  la  politica  si infiltra nella storiografia è come un’iniezione di cianuro:finisce di ucciderla”. Nulla di paragonabile venne mai scritto da Mack Smith che pure proveniva da un scuola storica anglosassone abituata da sempre a diffidare dalle interpretazioni ideologiche.
Ed in effetti non si può dire che l’inglese avesse una matrice ideologica.

 

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I marxisti gli rimproveravano un eccesso di interesse per le classi dirigenti,per le biografie e un ‘insufficiente attenzione per le classi subalterne e il movimento operaio. C’ è chi lo definì un gran borghese,ma in effetti egli  finì per identificarsi con una  certa borghesia del nostro Paese 
che vive di simpatie e di antipatie,senza adeguati approfondimenti. Non si può certo dire che il suo punto di riferimento fosse la scuola storica liberale,sia pure in senso lato.Forse si può considerare espressione di certo radicalismo che in Italia si è identificato in certi giornali e in certe case editrici,oltre che in certo mondo accademico . Ebbe sicuramente più successo in Italia che non nella madre patria. La sua “Storia d’Italia dal 1861 al 1997”, che sarebbe il suo capolavoro ,era stata scritta per il pubblico inglese  :venne invece pubblicata in Italia  su iniziativa di Laterza nel 1959.
Inutilmente Federico Chabod e Gaetano Salvemini sconsigliarono l’autore di pubblicarla in Italia,senza adeguate revisioni. I lettori italiani decretarono il successo di Mach Smith, gli studiosi ne videro i limiti. C’è chi dice per invidia, anche  se le obiezioni avanzate erano più che fondate proprio sul piano scientifico. Bertrand Russell che ebbe grandi meriti ,ma prese anche molte cantonate,diceva che la storia di una nazione dovrebbe essere scritta da uno straniero perché l’amore per il proprio paese spesso impedisce l’imparzialità. Diceva una cosa sbagliata ,non foss’altro perché l’imparzialità è un’utopia e ciò che si richiede allo storico non è l’umanamente impossibile imparzialità,ma la ricerca costante di quella che a lui,in base alle fonti accertate con il necessario distacco,appare la verità. E ,proprio rispetto  al  durissimo lavoro di ricerca propedeutica alla scrittura l’opera dell’inglese,appariva lacunosa:le fonti apparivano prevalentemente,se non esclusivamente, di seconda mano. Inoltre l’edizione che si ferma al 1997 rivela un altro limite vistoso: Mack Smith non coglieva il  periodo che deve intercorrere tra la cronaca e la ricerca storica ,non potendo lo storico, per evidenti ragioni, essere uno storico del presente.Anche qui un’illusione inconsciamente gobettiana. Per scrivere di storia contemporanea occorre un periodo di sedimentazione critica.In ogni caso, il 1997 non rappresentò nessun momento di svolta,se non quello dell’uscita dell’edizione ampliata dell’opera che l’autore aveva già aggiornato al 1969 che poteva, invece, significare qualcosa,anche se il processo aperto dal’68 non era sicuramente concluso in quell’anno,come dimostreranno gli “anni di piombo”. Gli storici veri colgono i periodi di continuità e di frattura,specie nella storia contemporanea dove i tempi della storia sono fortemente accelerati e quindi più semplici da cogliere rispetto al passato.

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Anche Croce scrisse una Storia d’Italia dal 1871 al 1915.Sarebbe ingeneroso anche solo stabilire un confronto tra le due storie perché Croce attese il 1928 a pubblicare il suo”schizzo di una storia dell’Italia dopo la conseguita unità di Stato”,cogliendo nel 1915 un momento di svolta con l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra,evitando di inoltrarsi oltre perché le vicende belliche e  post-belliche non apparivano  storicizzabili. In Croce c’era il “senso della storia” di cui  parlava Omodeo,in Mach Smith quel senso appare quasi assente.   Lo storico inglese fu ingiusto nei confronti di Vittorio Emanuele II e troppo severo nei confronti di Casa Savoia. Un astio,direi tutto inglese.Al contrario, mise in eccessivo risalto il ruolo di Mazzini,trascurando quello non indifferente di Cattaneo.
Anche la sua biografia di Mussolini,se confrontata all’opera ciclopica di Renzo De Felice,finisce di essere ben poca cosa.De Felice venne accusato dall’inglese di aver eretto “un monumento al Duce” e di aver riabilitato il fascismo,un’accusa che si levò anche  da certi ambienti accademici italiani che si accanirono in modo anche vile nei confronti di quello che oggi appare un Maestro. In sintesi,si può dire che Mach Smith sia stato uno stimato professore di Oxford,ma  che non divenne mai un maestro neppure in patria. E’ del tutto indimostrabile la frase giornalistica che insegnò la storia agli italiani che ho appena letto.L’Encilopedia Treccani lo liquida sette righe. Franco Antonicelli,presentando Mack Smith a Torino, all’Unione Culturale, nel 1972,volle parlare di lui come una sorta di allievo di Croce “che ci aveva insegnato che il titolo di merito di un intellettuale è la ricerca della verità”. Peccato che, in primis, lo stesso Antinicelli che aveva frequentato Croce a Pollone durante le” vacanze operose” si fosse totalmente allontanato dal magistero crociano. Un certo moralismo manicheo fu forse il limite più vistoso dello storico inglese. Morale e politica non possono coincidere , ci insegnava Machiavelli e ci ripeteva Croce. Le regole della politica sono diverse e “distinte ” da quelle dell’etica. Se si crea confusione tra le due sfere anche la storiografia entra in corto circuito e ci impedisce di capire la grandezza politica e anche morale di Cavour del quale, non a caso, Narciso Nada-criticando sia pure indirettamente le tesi Mack Smith e di certa storiografia nostrana- evidenziava “una passione oserei dire furibonda,che in qualche momento lo portò sull’orlo del delirio e addirittura(…) a ventilare propositi di suicidio,secondo i più tipici ed eroici modelli della letteratura romantica”.

 

quaglieni@gmail.com

INFRASTRUTTURE, GIANNA GANCIA (LEGA): «IL PIEMONTE CENSISCA LO STATO DI PONTI E CAVALCAVIA»

La presidente del gruppo Lega Nord in Consiglio regionale del Piemonte, Gianna Gancia, ha interrogato l’assessore ai Trasporti del Piemonte, Francesco Balocco, sulla situazione di stabilità delle infrastrutture regionali, sollecitando un censimento che ne colga realmente lo stato di degrado per programmare, eventualmente in concerto con altri enti titolari di diritti e concessioni, i necessari interventi manutentivi per salvaguardare la sicurezza dei cittadini.

«Il crollo del viadotto della tangenziale di Fossano il 18 aprile scorso – osserva Gianna Gancia – impone, al di là dell’inchiesta sulle responsabilità civili e penali dell’evento, il massimo dell’attenzione della Regione sul piano del controllo e monitoraggio delle strade, per la presenza di numerose strutture analoghe, che potrebbero presentare seri rischi di stabilità».

Gianna Gancia ha preso atto delle risposte dell’assessore, che ha assicurato il suo impegno nell’applicazione di tutte le iniziative previste dal Piano regionale della sicurezza stradale, ricercando con i vari soggetti competenti le modalità operative per garantire gli interventi di manutenzione della rete, attraverso anche sistemi di monitoraggio e controllo.

In particolare, è stato chiesto all’Anas di verificare la sicurezza di tutte le strutture del Piemonte costruite con caratteristiche simili al viadotto di Fossano, in modo che venga fornita una ragionevole certezza che tali crolli, tanto più inaccettabili per costruzioni che hanno poco più di 25 anni di età, non abbiano più a ripetersi.

Sulla necessità di effettuare un censimento urgente sullo stato di ponti, viadotti e cavalcavia concorda anche la Commissione Trasporti della Camera dei deputati, che ha impegnato il Governo ad agire in tal senso, al fine di produrre entro un anno un sistema digitalizzato su base regionale che raccolga i dati delle infrastrutture viarie sospese.

Da Raffaello a Balla al forte di Bard

 

FINO AL 7 GENNAIO 2018

Bard (Aosta)

Da Raffaello a Balla. Si cavalcano cinque secoli di eccezionale storia dell’arte, visitando la mostra in corso al Forte di Bard ( certamente oggi fra i poli artistico-culturali più interessanti a livello nazionale, e non solo) fino al 7 gennaio del prossimo anno. Datate dal XVI al XX secolo, sono 115 le opere in rassegna concesse in prestito al Forte valdostano dall’Accademia Nazionale di San Luca, una delle più antiche e importanti istituzioni culturali italiane, fondata a Roma da Federico Zuccari nel 1593 e che vanta oggi oltre mille dipinti, trecento sculture, più di cinquemila disegni e stampe e medaglie raccolte nella sede di Palazzo Carpegna attraverso concorsi, doni e lasciti di accademici e collezionisti privati. Curata da Vittorio Sgarbi, Francesco Moschini e Gabriele Accornero, la rassegna è ospitata nelle sette sale delle “Cannoniere” (le più prestigiose dell’antica roccaforte sabauda) seguendo un andamento cronologico attraverso il quale si alternano oli su tela, tavole, bronzi, terrecotte e gessi di notevole interesse storico e artistico appartenenti soprattutto al Sei e Settecento. Mostra grandiosa, per la quantità – mai prima d’ora un corpus tanto ricco di opere aveva lasciato in un sol colpo Palazzo Carpegna – e la

 

“grandezza” dei pezzi esposti, capace di emozionare fin da subito, al via di un percorso che si apre con una replica frammentaria del “Putto reggifestone” (1511-1512) attribuito a Raffaello Sanzio e parte dell’affresco “Il Profeta Isaia”, il più michelangiolesco di Raffaello, commissionato all’Urbinate dal protonotaro apostolico Giovanni Goritz e conservato nella Basilica di Sant’Agostino a Roma. Capolavoro assoluto, insieme ad altri che documentano, fra Toscana e Veneto, i due centri rinascimentali d’eccellenza per quanto riguarda l’arte italiana, con opere del manierista fiorentino – nonché ritrattista ufficiale alla corte di Cosimo I de’ Medici – Agnolo Bronzino e del fiammingo (attivo soprattutto a Firenze) Giambologna, insieme ad altre firmate da Jacopo da Bassano e da Palma il Giovane. Dal Cinquecento al Seicento, il secolo del Barocco è rappresentato in tutto il suo esuberante splendore da opere del Guercino, dall’”Allegoria della Fortuna” con corona in mano, dipinto della maturità (1637) del bolognese Guido Reni e dal possente modello in terracotta per il “Leone” della Fontana dei Quattro Fiumi ( posta al centro di piazza Navona a Roma) realizzata da Gian Lorenzo Bernini nel 1651 su commissione di Papa Innocenzo X. Del Seicento, a Bard si possono ammirare anche capolavori di pittori fiamminghi e olandesi, fra i quali Peter Paul Rubens (“L’Abbondanza coronata dalle Ninfe”) e Anton Van Dyck con la sua simbolica “Vergine con angeli musicanti”, eseguita dal pittore durante uno dei suoi soggiorni romani fra il 1622 e il 1623. Il veneziano Giovan Battista Piazzetta e le splendide vedute archeologiche del piacentino Giovanni Paolo Pannini ben rappresentano la sezione dedicata al Settecento, che si chiude con il bellissimo olio di Angelica Kauffmann (nata in Svizzera, cresciuta in Austria e romana per scelta di vita), “L’Allegoria della speranza” che nel 1763 le spalancò le porte, a soli 23anni, dell’Accademia di San Luca. Sotto il segno del “ritratto” si snoda invece la sezione dell’Ottocento, con dipinti e sculture su cui primeggiano i gessi neoclassici del “nuovo Fidia” Antonio Canova e l’imponente “Atleta Trionfante” di Francesco Hayez, che nel 1859 realizzerà il famoso “Bacio”, conservato a Brera e considerato il manifesto dell’arte romantica italiana. A chiudere la rassegna, opere degli Scapigliati milanesi, da Tranquillo Cremona a Federico Faruffini, insieme a due oli, assai lontani dall’avventura futurista e così “magici” che non smetteresti mai di guardarli del torinese Giacomo Balla: il grande “Contadino” (di stampo divisionista) del 1902 e un intenso “Autoritratto” del 1950, perfino dolente con quella giovane figura femminile riflessa alle spalle che inesorabilmente accentua la distanza con l’immagine gravata dal tempo del vecchio artista.

Gianni Milani

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“I capolavori dell’Accademia Nazionale di San Luca. Da Raffaello a Balla”

Forte di Bard (Aosta), tel. 0125/833811 – www.fortedibard.it

Fino al 7 gennaio 2018

Orari: da mart. a ven. 10/18; sab. e dom. 10/19; dal 31 luglio al 3 settembre, da lun. a dom. 10/21

 

 

 

 

 

Le immagini:

– Raffaello: “Putto reggifestone”, affresco, 1511-1512
– Gian Lorenzo Bernini: “Leone”, terracotta, 1651
– Anton Van Dyck: ” Vergine con angeli musicanti”, olio su tela, 1622-1623
– Angelica Kauffmann: “Allegoria della speranza”, olio su tela, 1763
– Francesco Hayez: “Atleta trionfante”, olio su tela, 1813
– Giacomo Balla: “Autoritratto”, olio su tela, 1950

 

Grave donna trascinata dal Metrò

DAL LAZIO

Ha tentato di salire sul metro’ con le borse della spesa in mano, ma è rimasta incastrata tra le porte del convoglio ed è stata trascinata per alcuni metri. Si è sfiorata  la tragedia ieri sera a Roma alla fermata Termini della linea B  della metropolitana. La donna è una 43enne dell’Est Europa. Una volta soccorsa  è stata trasportata in ospedale in gravi condizioni, ma non rischierebbe la vita. In base a  quanto ricostruito finora dagli investigatori, verso  20.30 la donna avrebbe cercato di prendere ‘al volo’ la metro, quando le porte si sono richiuse ed è  rimasta incastrata. altri passeggeri hanno dato  l’allarme e  hanno tirato il freno d’emergenza evitando il peggio.

Venaria è “più difendibile”. E il Gruppo dei Sette rischia di lasciare Torino per Milano

Si apprende dai giornali che il G7 del lavoro e dell’industria già previsto a Torino dal 26 al 30 Settembre, che rispetto al Lingotto ha visto preferire la Reggia di Venaria come location per il vertice tra i ministri di Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Canada e Giappone perché “più difendibile”, rischia di slittare su Milano proprio per una questione di sicurezza.

In queste ultime ore da Roma, la Presidenza del Consiglio e il Ministero dello Sviluppo Economico non hanno nascosto preoccupazioni su ciò che potrebbe accadere, visti gli episodi manifestati ad Amburgo per il G20 e considerato appunto lo stato del bassissimo livello di sicurezza che ha raggiunto Torino e per il quale oggettivamente l’attuale amministrazione Cinque Stelle pare non saper (o voler) controllare. L’ennesima umiliazione per Torino. Qualche settimana fa, i capigruppo di tutto il Centrodestra torinese capitanati dal consigliere-notaio Alberto Morano avevano espresso preoccupazione e perplessità sullo svolgimento di un evento di tale portata e in particolare Morano aveva dichiarato attraverso un post su Facebook: “Le gravi minacce di Askatasuna riportate da La Stampa la contiguità tra alcuni esponenti della maggioranza Cinque Stelle ed il movimento Askatasuna, l’ambiguità del Sindaco Appendino che non ha il coraggio e la forza di prendere le distanze dai centri sociali e l’incapacità della Giunta in relazione al tema sicurezza, drammaticamente messa in evidenza dai fallimenti nell’ultimo mese, non lasciano adito a dubbi. Torino non può permettersi in alcun modo di diventare un’altra Genova e non si può chiedere ai Torinesi di vivere nella paura e nell’angoscia di un assedio dagli esiti imprevedibili.” Riflessioni che sembrano pervenire dalle premure del buon padre di famiglia per la salvaguardia dei cittadini e del patrimonio pubblico, benchè sarebbe l’ennesima ferita oltre che all’orgoglio sabaudo, all’immagine gravemente danneggiata della Città dopo la tragedia di Piazza San Carlo e le aggressioni in Piazza Santa Giulia per mano di alcuni individui dei centri sociali. Approccio diverso invece per il capogruppo del PD Stefano Lo Russo, sostenitore del G7 a Torino, che nell’ultima seduta di Consiglio Comunale ha chiesto chiarimenti in merito: “Da parte dell’amministrazione riscontriamo sul tema un’apatia che rischia di pregiudicare l’arrivo del G7 nella nostra città”. Ma nella maggioranza a Cinque Stelle c’è chi non nasconde la contrarietà ad ospitare il vertice a Torino come la consigliera Viviana Ferrero che apertamente prende posizione sul tema: “Torino deve per forza accettare questa ospitalità? Deve per forza chinare la testa ed essere teatro di contestazioni e repressioni? Io sono assolutamente contraria a che le città diventino teatro di scontro tra manifestanti e polizia. Riunitevi altrove”. Tutto bene, non fosse che il sepolcro imbiancato della maggioranza Pentastellata nella seduta di Consiglio Comunale del 26 Giugno scorso affermava: “E’ superficiale chiedere la chiusura dei centri sociali. Fanno parte della Città come gli ospedali”. Tutto bene quindi per chi vuole agire indisturbato contro ogni principio di legalità, supportato da chi invece dovrebbe garantirla. E sempre tutto bene, anche se non si contano più gli eventi che Torino ha perso nell’ultimo anno con tanto di turismo in calo e mancate ricadute economiche in tutti i settori, multe, tasse e tariffe schizzate alle stelle, (il tutto propagandato come un corso di educazione civica 2.0) una dignità svanita nel giro di pochi mesi e i violenti dei centri sociali alla ribalta. Ma andrà sempre tutto bene fintanto che cinismo, arroganza e incapacità avranno l’abito bon ton.

CV

STORIE DI CITTA’ di patrizio Tosetto

Sono letteralmente basito. Di fatto gli amministratori pentastellati hanno detto no alla proposta di fare il G7 su occupazione e lavoro. Pazzesco, con una sola motivazione: paura. Magari di fare una figuraccia. Di non essere all’altezza. Ed e’ vero che con questo  dimostrano di non essere all’ altezza. Scimmiottano i loro colleghi romani dopo il no alle Olimpiadi. Altro colpo inferto alla nostra martoriata Citta’. Addirittura c’e’ chi con supponenza ha detto: perché  dovremmo ospitarli? Credibilita’ internazionale o, per esempio Senso dello Stato, perché no. E poi per creare un’occasione per la nostra città. Tra le altre cose un G7 su lavoro e occupazione dice forse qualcosa ai nostri zelanti signor no? Una volta eravamo capitale del lavoro e oggi cerchiamo di salire la china tentando di crearlo, il lavoro.  Ma no, forse ho capito: e’ una questione ideologica, contro il g7 dei “padroni”. Poi con tutti gli antagonisti pronti nel menar le mani…  Chissà cosa penserà chi ha già ospitato ed ospiterà questi vertici. Ritengo  ignavia e codardia. Appunto, non siamo credibili. Ed ovviamente dividere tra Venaria e Milano non e’ immaginabile, con  una Milano pronta nel dire “non vi preoccupate, si faccia nella nostra città”. E come dargli torto. Qui siamo ad una presunta nuova classe dirigente che abdicando al suo ruolo politico di scegliere…sceglie di non scegliere.  Proprio perché ora non può o potra’ appellarsi al fatidico : la colpa è di chi ci ha preceduto. Povera nostra citta ‘. Un altro colpo pesante inferto. Sono terrorizzato che possa essere il definitivo.

 

Torino e Siviglia, linea diretta

Per la prima volta Torino e Siviglia sono facilmente raggiungibili grazie al nuovo collegamento aereo diretto operato dal Blue Air, la compagnia aerea che unisce la città della Mole con 20 destinazioni in Italia e in Europa grazie ai 5 aeromobili basati all’Aeroporto di Torino.

Dopo la presentazione della destinazione Torino a Siviglia – alla presenza degli operatori turistici e dei media locali – il 9 maggio al Palacio De Los Marqueses de la Algaba, oggi, mercoledì 12 luglio, è Siviglia che mostra le sue eccellenze nel capoluogo subalpino.

“La vocazione turistica della nostra città è ormai consolidata – sottolinea Alberto Sacco, Assessore al Turismo della Città -. Torino ha un grosso potenziale cha va sviluppato attraverso legami internazionali sempre più stretti. Con Siviglia ad esempio abbiamo avviato una partnership turistico-culturale che porterà a importanti collaborazioni. Siamo orgogliosi di accogliere qui da noi, oggi, gli amministratori della città andalusa di cui siamo stati ospiti qualche mese fa e con i quali stiamo già lavorando per incrementare i flussi turistici anche grazie alla nuova tratta aerea diretta inaugurata a giugno da Blue Air”.

Molte delle iniziative in programma nelle due città rientrano in un più ampio piano di collaborazione. I due centri, infatti, progetteranno azioni congiunte per dare una reciproca visibilità e incrementare i flussi di turistici di entrambi.

Incoraggiando la promozione turistica di Siviglia a Torino e viceversa, auspichiamo il miglioramento della frequenza dei voli – sottolinea Antonio Muñoz Delegado de Hábitat Urbano, Cultura y Turismo Ayuntamiento de Sevilla -. Oggi vi presentiamo Siviglia, com’è accaduto per la promozione di Torino lo scorso maggio nella cittadina andalusa, con l’obiettivo di rafforzare gli scambi fra le due città attraverso una partnership turistica – indica Muñoz -. Con Torino e il resto dell’Italia condividiamo la ricchezza del patrimonio, la passione per lo sport, lo sguardo ai rispettivi fiumi, il Po e il Guadalquivir, la gastronomia, la dieta mediterranea e, sottolineo, l’allegria. Siamo infatti due città e due Paesi che trasmettono gioia, un importante valore per i turisti che ci visitano”.

L’assessore Muñoz, inoltre, ha sottolineato che l’Italia è uno dei principali paesi da cui provengono i viaggiatori diretti a Siviglia.

In questi giorni alcuni giornalisti del centro andaluso visiteranno Torino e successivamente agenti di viaggio e organizzatori di congressi ed eventi piemontesi saranno ospitati a Siviglia.