Pianeta Cinema a cura di Elio Rabbione Due uomini, un’amicizia e lo spettro della malattia
Una lacrima e un sorriso, è sufficiente calibrare bene le due cose. E i nostri cugini d’Oltralpe sono solitamente dei maestri nell’affrontare il lato buio e quello solare dell’esistenza, sanno preparare con saggezza gli ingredienti e dare il giusto sapore alle loro salse (cinematografiche), i momenti di riflessione e di tristi consapevolezze si insinuano con un giusto peso in quello che è un generale tessuto di divertimento.
Nomi e titoli non mancherebbero, anche il binomio amicizia maschile/malattia segnerebbe i suoi esempi ad effetto (Quasi amici insegna, lo spagnolo Truman si assesta nella zona dei piccoli capolavori). Tra quanti concorrono al successo, la coppia Matthieu Delaporte e Alexandre De La Patelière, gli autori di Le prénom, da noi Cena tra amici che Francesca Archibugi rifece italianamente come Il nome del figlio. Bersagli pieni, felicissimi di interpretazione e regia. Oggi sfornano Il meglio deve ancora venire, dove mi sa che hanno sbagliato qualcosa nell’impianto generale, nella scrittura non sempre all’altezza, nelle scelte tragiche o di commedia cui affidarsi.

Arthur e César si conoscono dai tempi della scuola, un’amicizia che dura da una vita intera, al di là delle scelte, degli stili, dei caratteri completamente diversi e forse complementari (pensate, in campo buddy movie, i campioni Jack Lemmon e Walter Matthau): tanto il primo, ricercatore medico, è metodico, attento alle più piccole pieghe delle sue giornate, uno sguardo continuo ai dettagli, divorziato dalla moglie e con una figlia che mal lo sopporta quanto l’altro vive della sua etichetta di tombeur de femmes, scavezzacollo ed eccessivo, ogni giornata da reinventare e stravivere, felice e leggero come pochi al mondo. Un giorno una radiografia al torace da parte di César denuncia una grave malattia, pochi mesi di vita, la morte: ma, per uno sfacciato e clamoroso equivoco, uno scambio di nomi sulla cartella clinica, César “sa” che il malato terminale è Arthur. A poco a poco nasce una verità sempre da confessare, ma pure momenti che lo impediscono, l’arrivo di questo o di quello, un appuntamento cui è impossibile dire di no, una cosa qualunque che reclama la propria importanza. Ma l’amicizia è forte (“quel che definisce l’amicizia e che manca all’amore è la certezza” si scolpisce ad un certo punto) e César decide di trascorrere più tempo che può con l’amico. I desideri, gli ultimi forse, vanno esauditi, un viaggio si può ben fare, un consulto ad un luminare lontanissimo anche, il rapporto con un padre, muto e logoro, va aggiustato prima che sia troppo tardi. Nella lunga catena dei malintesi che scena dopo scena si viene formando – sempre al riparo da ogni pietismo -, soprattutto nella prima parte del film, qualcosa si sfilaccia, si perde tra una frase e l’altra, tra un’invenzione (poco felice e pasticciata) e la successiva, non sempre la scrittura rende giustizia all’idea che dovrebbe attraversare la storia intera, rischiando l’appiattimento e pure una noia inaspettata, caricandosi altresì di una lunghezza che andrebbe decisamente sfrondata. Magari cancellando quell’aria di sovrappeso dei due protagonisti (Fabrice Luchini e Patrick Bruel, che si giocano il film sempre sullo stesso tono, simpatico sì ma tiepidamente lineare e che ricordiamo in altre occasioni ben più brillanti e convincenti, mentre le apparizioni femminili stanno lì a dire tutto e niente, senza svolgimento). Imboccando la storia la via del dramma, e tentando di risistemarsi, mentre si corre verso il finale, quando l’infelice verità viene a galla e rischia di rovinare la lunga amicizia.
Basterebbero la scrittura cinematografica di My beautiful laundrette (1985), con l’applaudita colonna sonora di David Bowie, e di Sammy e Rosie vanno a letto (tre anni dopo), entrambi affidati alla regia di Stephen Frears o l’eco del romanzo Il Budda delle periferie per dire del suo successo. Grazie al felice rapporto che lo lega a Monica Capuani, che ne curerà la traduzione, ha affidato la prima mondiale della sua opera più recente, The spank, allo Stabile (debutto 8 dicembre al Carignano), interpreti Valerio Binasco e Filippo Dini, quest’ultimo anche in veste di regista. La storia di Sonny, dentista, e Vargas, farmacista, figli di immigrati, il raggiungimento di un successo professionale, la loro lunga amicizia fatta di confidenze e conversazioni, di chiacchiere al pub tra una birra e l’altra: poi un giorno qualcosa si incrina, si guasta, un insignificante incidente, un litigio per una donna e tra umorismo e piccoli drammi nulla sarà più come prima. Dice Kureishi: “Non mi interessa sentire degli attori recitare in una lingua che non è quella in cui io ho scritto il testo, mi interessano al contrario le reazioni di un pubblico nuovo, soltanto quando un’opera è recitata io la considero veramente completa”.
Una prima parte di stagione che poggia con sicurezza anche sulle ventimila presenze raccolte in estate grazie alle iniziative di “Summer Plays” (organizzata con la Fondazione Tpe) e Blu Oltremare (presenze soprattutto di abbonati che hanno tra l’altro rinunciato al rimborso per gli spettacoli saltati, costruendo così un quantum che ha permesso allo Stabile di stabilire un bilancio in pareggio) e che vede 163 alzate di sipario, con 32 titoli programmati di cui 9 produzioni (3 nuove produzioni esecutive, 3 nuove coproduzioni e 3 riprese, con 10 spettacoli ospiti, per la riapertura in tutta sicurezza, con presenze ridotte, di Carignano, Gobetti e Fonderie Limone. The spank è uno di quei titoli chiamati a formare un calendario definito “Diversamente classico”, una rivisitazione dei classici alla luce della drammaturgia contemporanea. Uno sguardo che si riversa ancor maggiormente in apertura di stagione (5 ottobre, ancora al Carignano) quando finalmente Binasco, portate a termine le prove che oggi fervono alle Fonderie di Moncalieri (“in questi giorni abbiamo un maestro guida, Elia Kazan”, confessa il regista e interprete mentre si chiede ancora: “perché per quest’opera non potremmo parlare di “diversamente contemporaneo”?) e che erano state interrotte con l’arrivo del lockdown, potrà debuttare con Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller, un classico sapore di tragedia greca trasposto tra gli immigrati irregolari nella Brooklyn di metà anni Cinquanta, un dramma familiare soffocato “tra i confini insopportabilmente ristretti della famiglia”. Altri interpreti Vanessa Scalera (eccezionale procuratore Imma Tataranni in tivù), Deniz Özdogan, Dario e Emmanuele Aita. Altro debutto cancellato nei mesi scorsi che vede finalmente la luce è quello di La casa di Bernarda Alba di Federico Garcìa Lorca, interpretazioni tutte al femminile (tra le altre, Orietta Notari, Francesca Mazza e Francesca Bracchino), la regia è affidata al giovane (trentaduenne) ma già affermato Leonardo Lidi, cresciuto alla scuola dello Stabile, un testo di chiusura ma anche di ricerca spasmodica di
libertà e felicità, “una tragedia in cui si scontrano il conflitto tra morale autoritaria e desiderio di libertà, dominata dalla figura della madre-padrona del titolo”.
I fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio hanno iniziato il tour nei cinema italiani della loro ultima opera Spaccapietre. Il film, accolto con calore pochi giorni fa al Festival del Cinema di Venezia in concorso alle “Giornate degli Autori”, è stato presentato in anteprima mercoledì scorso ai Due Giardini e al Cinema Massimo.
È una storia archetipica, quella di un padre e di un figlio che scendono nelle viscere dell’inferno, insieme ad altri malcapitati, e che cercano comunque un riscatto, segnali di umanità. Questa ricerca, necessaria per mantenere la lucidità e non perdere la speranza nella salvezza, è evidente negli oggetti scelti che si sono portati dietro dalla casa che hanno dovuto abbandonare. Il loro disporli nell’ambiente degradato della baracca come simboli che rimandano ad un’altra vita possibile, con una ritualità quasi liturgica, sembra un tentativo di rimettere insieme i pezzi di un mondo danneggiato, andato in frantumi. Nel sogno di Antò di diventare archeologo in fondo c’è la caparbietà di rintracciare tesori e bellezza sotto la crosta dura della vita, nonostante tutto, e la madre che il padre, contro ogni logica, gli ha promesso. E Antò ci crede, come solo i bambini possono fare. Addirittura è convinto che l’occhio del padre, danneggiato dal lavoro e che lui cura amorevolmente ogni sera, sia il segno di qualche super potere.
Il crescendo del film è giocato sulle allusioni a brutalità e umiliazioni inflitte dai caporali alle loro vittime, trattate come bestie al macello e in questo l’iconografia è molto esplicita. Ma si sa che le allusioni scatenano l’immaginazione più di quanto riesca a fare una realtà esibita e in questo caso spingono lo spettatore a confrontarsi con crudeltà così indicibili che mostrarle, sembrano volerci suggerire i registi, equivarrebbe a regalargli una ragion d’essere che non meritano. Il realismo qui è sapientemente mescolato con un certo noir alla Tarantino, che non vuole essere una vuota citazione fine a se stessa, ma è il tocco di chi il cinema non solo lo conosce, ma lo sa fare. E lo si capisce dal fatto che si esce dal cinema con un certo malessere fisico e tante domande nella testa.

