“West Side Story”, eccellente rivisitazione, oggi sugli schermi
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
C’è una scritta sul finale del film, “For Dad”. “West Side Story” nasce oggi con questo ricordo, è dedicato a un padre che è scomparso durante le riprese e che fece conoscere al suo Steven, allora quindicenne, la colonna sonora della prima edizione, quella firmata dall’accoppiata Robert Wise/Jerome Robbins, e Spielberg a innamorarsene e a cantarla ininterrottamente attraverso le stanze della casa, ad ogni ora del giorno. Quella storia e quelle musiche il regista, oggi settantacinquenne, se le è portate dentro per una vita intera, ha attraversato il risveglio di mostri preistorici e marini o l’incontro con creature venute da altri mondi, le avventure di archeologi alle prese con nazisti feroci o quelle di un tranquillo americano che se la deve vedere con le spie della guerra fredda e tanto altro ancora. Un musical mai, con quelle musiche a girargli tutto il giorno in testa il musical no, non gli andava, non arrivava mai il momento giusto. Alla fine s’è detto che proprio quel “West Side Story” che aveva fatto innamorare un ragazzino poteva essere il titolo giusto.

Non ha fatto un’operazione copia/incolla che sarebbe stata povera e inaccettabile cosa (chi ricorda più l’anonimo sfacelo di Gus van Sant con l’hitchcokiano “Psyco”, ricercato in ogni inquadratura?), ha affidato la sceneggiatura a Tony Kushner, già suo collaboratore per “Munich” e “Lincoln”, autore di quel capolavoro teatrale che è “Angels in America”, ha costruito un film che non poggia a tutti i costi su un terreno di nostalgia ma che, pur avendo ben presente la “classicità” del lavoro, s’aggiorna da solo là dove lo spettatore ripensi alle vicende che gli States stanno vivendo giorno dopo giorno. Chiamiamola rivisitazione o come ci pare, con grande rispetto, rimettendo a tratti un ordine fra le canzoni, “I feel Pretty”, ad esempio, tornata al proprio posto originale, come da partitura teatrale, Spielberg ha richiamato a sé, a distanza di sessant’anni esatti, le coreografie di Jerome Robbins, le musiche di Leonard Bernstein e le liriche di Stephen Sondheim (scomparso poche settimane fa), che avevano reso assai più grande e forte un genere che fu tra le glorie di Hollywood. Nelle mani di Spielberg tutto si anima, diventa pieno di vibrazioni sino all’inverosimile, il ritmo si fa sempre più incalzante, la fotografia di Janusz Kaminski ariosa e piena di luce negli esterni o più calda e raccolta all’interno delle camere dei protagonisti ambienta egregiamente la vicenda e segue vorticosamente ogni movimento di questo “Romeo e Giulietta” shakespeariano trasportato ai giorni nostri.
Nel 1957 (proprio l’anno della prima rappresentazione teatrale), in una New York che vede la ricerca continua del proprio ammodernamento (i luoghi della vicenda saranno cancellati dal Lincoln Center), e cede alla demolizione di vecchi quartieri, tra caseggiati che cadono e grattacieli che nasceranno, due gruppi, due gang, come nel film feroce di Scorsese, a darsi battaglia per mantenere quegli stessi territori. I Jets, ad affermare la supremazia dei bianchi, e gli Sharks, di origine portoricana, da troppo poco tempo sbarcati in città. Sin dalle prime immagini è un miracolo di riprese, di macchina da presa in perenne movimento, di un montaggio indiavolato che invade zuffe raccontate con tracotanza e altrettanta ferocia, ma anche con una buona dose di humour (gli interventi dei poliziotti). A seguire l’intreccio del grande inglese, ogni cosa s’aggrava con la festa, con gli sguardi tra Maria e Tony, lei è la sorella di Bernardo che guida i portoricani, lui ha dato vita con Riff ai Jets e cerca di starsene fuori delle mischie a espiare un anno di prigione, tranquillo impiegato nel negozio di Valentina, una bravissima Rita Moreno che già aveva rivestito gli abiti di Anita e si era portata via un Oscar quale migliore attrice non protagonista (ricordiamo che il film di Wise di statuette ne raccolse dieci); la voglia di rivedersi, l’appuntamento per il giorno dopo fissato tra le griglie e le scale saliscendi di un vecchio caseggiato, proprio mentre Bernardo dall’interno chiama severo, proprio come in antico avrebbe fatto la vecchia nutrice. Ma le lame dei coltelli sono lì a luccicare, lo scontro è inevitabile e Tony deve tornare per le vecchie strade per un’ultima resa dei conti.

C’è vitalità, c’è energia, c’è la consacrazione irruente di un sogno a lungo e inconsapevolmente accarezzato. Mentre l’interpretazione di Ansel Elgort (Romeo) è più “tranquilla” se immersa nel panorama fuori controllo dell’intera vicenda e nell’intelligente caos orchestrato da Spielberg, la vera sorpresa è Rachel Zegler, una Maria dagli occhi neri e profondi, un inno alla vita e alla distruzione di ogni pregiudizio, un simbolo di innocenza e di felicità cancellata e di naturalezza interpretativa come di rado se ne sono visti al cinema, qui alla sua prima prova, capace di farci dimenticare i sentimenti e i sospiri di Natalie Wood, cui anche chi scrive è stato da sempre attaccato, come Spielberg al proprio sogno sempre rinviato.
Con e dopo il processo l’avrebbero definita “la vedova nera”, Patrizia Reggiani, la pietra angolare di una storia di “assassinio, follia, fascino e avidità”, se vogliamo prendere a prestito il sottotitolo del libro di Sarah Gay Forden, “House of Gucci”, da cui Ridley Scott è partito per dare vita ad una “Dinasty” della Milano più che bene e tutta da bere degli ultimi decenni del secolo scorso. Prima, umili origini, una nascita nella piana modenese, a Vignola il paese delle ciliegie, un padre biologico mai conosciuto, la madre che ricostruisce una vita per sé e per la figlia sistemandosi nel piccolo impero di un trasportatore, un bel numero di camion e di dipendenti, l’adozione e la tranquillità economica. Certo però che imbattersi, ventiduenne, nel rampollo Maurizio Gucci ad una festa, scambiandolo per il barman di turno, è un affare di tutt’altro tono e mica da tutti i giorni: il nome alletta anche se il bel Maurizio è al momento in rotta con il padre Rodolfo (un passato di attore, con vari film in curriculum, che nel cinema trovò pure una moglie) e del marchio con la doppia G non sa che farsene. Per il momento. Ma il nome alletta, certo, e Patrizia amerà travestirsi da gatta spregiudicata, innamorata, chi glielo nega? ma pur sempre inevitabile arrivista – femme fatale, a metà strada tra Cenerentola e Lady Macbeth -, per festeggiare un matrimonio osteggiato e un ravvicinamento, la nascita delle figlie soprattutto, per sfoderare, una volta messo il naso in azienda, tutta la spietata freddezza, come l’appoggio ad un marito piuttosto debole e inconcludente, sempre da spingere, sempre da consigliare, per ambientarsi assai facilmente nell’attico newyorkese e tra i nuovi amici come Jacqueline Kennedy Onassis, tra i disegni inconfondibili degli abiti, tra i conti bancari e le proprietà, tra i giochi al massacro che serpeggiano in quel covo di vipere, da cui nessuno è escluso. Figli contro padri, cugini contro cugini, zii contro nipoti, tutta una enorme lotta per porsi alla cima della piramide dei luccicanti quattrini (che tornano a circolare, italianissimi, e a scricchiolare amaramente, nella filmografia del più che ottantenne Scott, dopo “Tutti i soldi del mondo” sul rapimento del giovane Getty).
