Rubrica a cura di ScattoTorino
Laureato in Ingegneria Biomedica al Politecnico di Torino, Alberto Lazzaro è una persona illuminata che conosce la differenza tra essere imprenditore e fare l’imprenditore. Nel 2012 ha fondato la Twocare srl, startup che operava nella progettazione e nella produzione di impianti dentali in materiale ossidico ceramico grazie alla quale ha vinto il premio Talento per le idee indetto da Unicredit. Nel 2014 ha aperto gli ambulatori mono-specialistici odontoiatrici Cliniche Dentali My Dental Family srl che gli hanno consentito di avere una visione completa del mercato, dal produttore al consumatore finale, e che gli hanno permesso di avere un osservatorio privilegiato sulle novità del settore così da poter proporre ai clienti le migliori innovazioni tecnologiche. Oltre ai due ambulatori, Alberto Lazzaro è socio della Wisildent srl dal 2010, azienda certificata che progetta, produce e commercializza componentistiche e protesi customizzate per l’odontoiatria secondo dinamiche industriali e sistemi di produzione automatizzati. Lungimirante e attento al contesto socio-economico in cui opera, questo manager dalla visione innovativa nel 2012 è entrato a far parte del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino, nel 2016 ne è diventato Vice Presidente con delega all’Education e Cultura di Impresa e dal maggio dello scorso anno ne è alla guida.
Quali sono gli obiettivi del suo mandato, che terminerà nel 2021?
“Quando mi sono insediato ho fatto un discorso orientato sui temi della formazione, che per me ha quattro significati. C’è la formazione dell’imprenditore, che ha per obiettivo crescere come esperto sui temi dell’imprenditorialità, c’è la formazione per essere a disposizione del territorio, intesa come cultura di impresa per il territorio. Poi c’è la formazione imprenditoriale per i collaboratori, perché non siamo più nell’era dei dipendenti, ma abbiamo bisogno di persone che si formino e che ogni giorno siano imprenditori di loro stessi e del loro lavoro. Infine c’è la formazione legata alla parola, nel senso che forma e azione sono coerenti e fanno parte del modo di vivere e di essere di ciascuno di noi”.

Come Presidente, in questo periodo come è vicino ai Giovani Imprenditori?
“In uno scenario come questo in cui tutti siamo fermi a casa, ho chiesto di fare il contrario e di formarsi per se stessi e per la comunità. Tutti hanno accolto la mia proposta e hanno creato la Commissione Ripresa coordinata da Roberto Rosati, in cui ci sono progetti per valorizzare le imprese del territorio che sono state ferme, o che hanno avuto un calo di fatturato notevole, in modo da rilanciarsi più velocemente nel post Covid-19. Il pool di aziende che ha aderito in questo momento lavora pro bono, ma dopo potrà sviluppare delle sinergie concrete. Tutti i partecipanti hanno messo a disposizione i propri skills, dalla comunicazione all’IT, e si incontrano una volta alla settimana, rigorosamente online, per fare il punto della situazione. Da qui è nata anche un’altra campagna che verte sul tema della responsabilità, a prescindere che l’azienda sia aperta o chiusa”.
Responsabilità significa?
“Le imprese che in questo periodo sono aperte non lo fanno per profitto, ma per un senso di responsabilità e per il bene di chi sta a casa, perché offrono prodotti o servizi fondamentali per il territorio. Quando parliamo di aziende, bisogna ricordare che senza le persone sono soggetti giuridici vuoti e mai come in questa emergenza è chiaro che non esiste più la dicotomia tra imprenditore e collaboratore, ma tra chi è responsabile e chi non lo è. Forse il periodo aiuta a capire che lavoriamo tutti per il bene della comunità alla quale apparteniamo. Spero che decada la diatriba tra io contro di te, ma che la dicotomia sia tra onesti e disonesti. In questi giorni impegnativi i fornitori e i clienti parlano di più, si raccontano le difficoltà e c’è una maggiore collaborazione dettata dal senso di responsabilità. Quando si dice che esiste il lavoro a tempo indeterminato, dobbiamo ricordarci che c’è un contratto a tempo indeterminato solo se l’azienda è a tempo indeterminato. O impariamo a prenderci cura del bene dell’impresa oppure il sistema decadrà e questo non dipenderà dall’imprenditore e neppure dal collaboratore”.

Quali skills deve avere, secondo lei, l’imprenditore di oggi?
“L’imprenditore non ha, l’imprenditore è. Per me non è colui che ha una partita iva, ma una persona che pensa e agisce. Saper trovare la soluzione è il vero skill. Nel Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino, come anche a livello nazionale, siamo trasversali perché non viviamo la competizione, ma la condivisione e la collaborazione che fa crescere le persone. Vincenzo Boccia diceva che chi fa parte del Gruppo Giovani lo farà per sempre e spero che questo sia un collante per tutti”.
Ci presenta il Progetto Rientro da Covid-19?
“Il Dottor Pietro Stopponi, con gli alumni della University Chicago Booth School of Business, hanno studiato un progetto di contenimento del virus sull’esempio di quanto è stato fatto in Corea del Sud in cui c’è stato un utilizzo coordinato di tecnologie informatiche, tamponi e test validati, strumenti di analisi e diagnostica clinica, protocolli di azione e normative. Il Dottor Stopponi mi ha telefonato e mi ha detto che secondo lui le aziende il 4 maggio devono riaprire, ma seguendo dei protocolli di sicurezza. Quella che mi ha proposto è una metodologia integrata per la creazione di un sistema di monitoraggio in tempo reale delle persone: faremo un test pilota su mille individui che lavorano nelle aziende. Il sistema distinguerà i soggetti contagiati, quelli potenzialmente infetti e quelli negativi, permettendo così, in abbinamento con le altre misure governative, il riavvio delle imprese e il rientro graduale e controllato alle normali attività sociali. La Regione Piemonte e la Città di Torino ci appoggiano e questo ci fa capire che non ci sono più le vecchie divergenze di un tempo, ma è arrivato il momento dell’unità. Sto dialogando anche con i sindacalisti e stiamo trasformando il periodo in un’opportunità per cercare di risolvere il problema”.
In che modo il Gruppo Giovani Imprenditori utilizza il modello coreano per l’imprenditoria?
“Faremo da test con alcune aziende non solo del territorio, ma anche a livello nazionale, per questo progetto pilota che, se porterà risultati, verrà utilizzato da molti. Al momento tutti i progetti sono validi e possono funzionare perché danno sempre maggiori indicazioni alla scienza”.
Le istituzioni quali prospettive vedono per il tessuto aziendale cittadino?
“Sia la Città che la Regione vogliono tornare velocemente ad una situazione di nuova normalità. Tutti vedono il percorso da fare insieme e stanno collaborando per venirne fuori. Non esiste la soluzione, ma c’è la volontà di essere uniti. Spero che le persone si stringano intorno alle istituzioni perché ci vuole responsabilità da parte di tutti”.
Di cosa si occupa Wisildent, l’azienda della quale è socio?
“La nostra attività consiste nella produzione e nella commercializzazione di manufatti e protesi con macchinari di ultima generazione. In questo periodo siamo aperti per la gestione delle urgenze e abbiamo aumentato il nostro senso di responsabilità in modo da fornire quanto ci viene richiesto dai dentisti e dagli odontotecnici. I collaboratori di Wisildent hanno dimostrato una grande vicinanza all’impresa. Abbiamo una chat e tutti hanno postato ciò che hanno fatto a livello di formazione personale e di gruppo. Devo ringraziare i collaboratori perché potevano essere seccati per la cassa integrazione e invece hanno colto l’opportunità per essere ancora più uniti tra loro e con noi.
In Wisildent la trasparenza è importante e ogni anno ci incontriamo per fare il punto, capire dove andremo, evidenziare le difficoltà e i punti di forza. Per noi smart working vuol dire lavorare in modo flessibile e supportarsi e in azienda lo facevamo già prima del Covid-19 perché la collaborazione per noi è un requisito fondamentale. Anche se siamo in 12, utilizziamo le dinamiche delle grandi aziende e siamo suddivisi in business unit in cui il dialogo è la base per lavorare in armonia ed evolvere insieme. In 4 anni siamo cresciuti con una media del +20% annuo e speriamo che il virus non arresti la scalata che stiamo facendo grazie ai collaboratori”.
Torino per lei è?
“I miei genitori sono di Bronte, vicino a Catania, e si sono trasferiti al Nord quando erano giovani. Per me Torino è la città della rinascita perché da sempre è risorta da ogni gigantesco problema. Quando ha perso il ruolo di capitale d’Italia si è trasformata in capitale dell’industria e quando l’industria ha avuto problemi ha puntato sulla cultura e sugli eventi. Quando c’è un problema Torino sa rinnovarsi, per cui sono certo che il Covid-19 sarà per la città un momento di cambiamento e crescita. Come Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino siamo a disposizione di istituzioni e aziende per mettere a fattor comune le nostre capacità”.
Un ricordo legato alla città?
“Durante le Olimpiadi ero uno dei driver, oltre che interprete per la squadra di giornalisti canadesi. Ho lavorato per la TV CBC news che si occupava degli eventi in Piemonte e, sapendo bene l’inglese, spesso parlavo io. Ero orgoglioso di poter far conoscere Torino e la nostra regione al mondo e ancora oggi sono in contatto con il direttore di CBC news in Canada”.
Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Ph: Claudio Ferrero
Si tratta di scelte che meritano una riflessione. La prima riguarda più in generale il modo in cui oggi il fatto religioso è stato relegato ad elemento marginale, a cosa considerata a priori come opzionale, dimenticando totalmente le ragioni dei credenti. La scelta del governo sancisce questa percezione del fatto religioso in cui la Chiesa è messa sullo stesso piano di un museo o di un teatro. Le chiese nella storia dei popoli e dell’italiano in modo particolare, non sono solo dei locali magari artisticamente belli e storicamente importanti. Le chiese sono luoghi di culto di cui la Messa e l’Eucarestia sono il momento più alto e come tali vanno considerati. Quando si vedono d’estate turisti che vogliono entrare a visitare una chiesa in abbigliamento non idoneo abbiamo un’idea di come non si abbia più rispetto del luogo religioso, visto esclusivamente come uno scrigno d’arte. E’ certo indispensabile usare la mascherina e i guanti e mantenere le distanze di sicurezza anzi ,doveva essere fatto molto prima), ma privare i fedeli del conforto dei sacramenti viola lo stesso principio costituzionale della libertà di culto in modo ingiustificato.
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
sopportando più il dolore cha aveva attanagliato la sua famiglia.
Una è quella di Nadege, donna tormentata che ha lasciato senza più voltarsi indietro marito e tre figli piccoli; non tanto per seguire la passione travolgente per il figlio di amici che ha 15 anni meno di lei, quanto piuttosto per sfuggire a una vita che non sembra le appartenga e a un marito che trova noioso. Uno strappo netto e senza ritorno che lei spiegherà in un diario destinato alle figlie.
Questo è uno dei capolavori dimenticati della letteratura americana, pubblicato nel 1954 dal giornalista del New Yorker Hamilton Basso (nato a New Orleans nel 1904, morto nel Connecticut nel 1964), finalista al National Book Award dell’epoca, e diventato un film diretto dal regista Philip Dunne nel 1955. Davvero un peccato l’oblio per tanto tempo e un applauso all’editore Nutrimenti che ce lo riconsegna.
Anson Page è il brillante avvocato socio di uno studio newyorkese che rappresenta case editrici prestigiose, felicemente sposato e con due figli. Deve chiarire e chiudere una vertenza scottante: Lucy Wales, moglie del famoso scrittore Garvin Wales, ormai anziano e cieco, accusa lo scomparso e stimato editore Philip Greene di aver prelevato ingenti somme dai diritti d’autore del marito. I Wales vivono isolati dal resto del mondo su un’isola del South Carolina che Anson conosce bene perché è nato a due passi da lì. Eccolo tornare a Pompey’ Heard, in quel Sud da cui era scappato da giovane, disgustato dalla mentalità retrograda e razzista, che aveva visto cadere in disgrazia il padre per aver difeso un uomo di colore in un processo contro un illustre cittadino bianco. Deve incontrare la dispotica e diffidente Lucy Wales, strenua protettrice della privacy del marito che nessuno vede più da anni, e chiudere il caso. Sarà l’occasione per Anson di fare un complesso tuffo carpiato all’indietro, nelle amicizie e negli amori di un tempo, nelle contraddizioni di una terra bellissima, ma soffocata da pregiudizi, ottusità e pettegolezzi. Un romanzo corposo ed elegante, uno spaccato del Sud – forse più attuale di quello che pensiamo-che vi trascinerà per oltre 500 pagine fino a un epilogo emblematico.
Cambiamento climatico e migrazioni sono al centro dell’ultimo libro di uno dei più importanti scrittori indiani contemporanei, che veleggia tra saggio e romanzo. Narra la straordinaria avventura del commerciante di libri rari e oggetti di antiquariato Deen Datta, nato nel Bengala, che vive e lavora a Brooklyn.
cui si scontrano natura e profitto. La più grande foresta di mangrovie al mondo, brulicante di serpi e creature velenose, una delle aree più povere del pianeta, funestata da cicloni devastanti, cambiamenti climatici e classificata dal WWF come eco regione. E’ in questo scenario -perfetto per incarnare il disastro- che Amitav Gosh intreccia i suoi sogni, le sue ossessioni, cronaca e storia, simboli e metafore, ed incrocia vissuto personale con il futuro possibile del globo, tra cambi di scena ecologici e culturali.
Con il passare degli anni e con la naturale e fisiologica scomparsa dei protagonisti di quello straordinario periodo è sorto il problema di tramandare la loro esperienza e valori e di coinvolgere le giovani generazioni. Periodicamente abbiamo assistito a tentativi revisionistici da parte della destra neofascista o ex fascista e da qualche storico di sinistra o presunto tale. Anche quest’anno, perdendo l’occasione di dare un segno di maturità quanto mai necessario in una situazione emergenziale da destra è arrivata la proposta di dedicare il 25 aprile alle vittime del Corona Virus. Proposta tanto irricevibile quanto idiota. L’ipocrisia porta a non avere il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome.
elemento, spesso riproposto, quello degli esigui numeri dei partigiani, rammento che alla lotta di Liberazione hanno contribuito sicuramente le formazioni partigiane, i molti civili, ed, non si possono dimenticare e lo sono stati per troppo tempo, i seicentomila internati militari italiani (IMI) che rifiutarono di combattere per la repubblica di Salò e preferirono i campi di concentramento pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e privazioni. Tutto questo è la storia passata e recente ma la vera particolarità, che mi ha fatto riflettere, di questo 25 aprile è l’essere tutti “prigionieri” in casa da quasi due mesi. Festeggiare la Liberazione stando chiusi in casa, segregati quasi volontariamente, un ossimoro, per combattere un nemico invisibile e quindi più subdolo, non può che fare riflettere sul senso e sul valore della libertà. E’ proprio vero che una cosa l’apprezzi molto di più quando non ce l’hai, quasi, più o ti viene a mancare. Forse è per questo senso di privazione, di mancanza, che ci sono state un numero straordinario di manifestazioni e di iniziative con una partecipazione e condivisione che ci dà la percezione tangibile di essere liberi pur essendo “prigionieri” e segregati. La libertà e la democrazia sono, insieme alla Costituzione, i più importanti dei grandi “regali” che ci hanno portato la Resistenza e la lotta di liberazione.




Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
disuso….discarica per disertori da quattro soldi ricollocati e informatori allo sbando di infima categoria..” Ecco Nat alle prese con più problemi: oligarchi russi che nella city riciclano soldi sporchi, reclutamento di amanti di suddetti oligarchi, la moglie blasonata di uno dei capi dell’MI6 che intrallazza con i miliardari russi e mette i bastoni tra le ruote alle spie che cercano di incastrarli. Insomma gli elementi per una bella spy story ci sono tutti. Aggiungete personaggi interessanti come la giovane Florence (idealista che svetta a capo della scalcagnata squadra del Rifugio), la moglie paziente e la figlia ribelle di Nat, il ricercatore Ed (che odia la Brexit Trump e Putin). Collocateli tutti sullo sfondo di un’Inghilterra in cui non ci si riconosce più, ed avrete tutte le coordinate per un libro che trasuda anche una certa rabbia politica.
Protagonista di queste intese 205 pagine è Mangiaterra, ragazzina che scopre presto di avere un potere misterioso. Un dono che è anche una maledizione.
scritto e pubblicato nel 1991 da uno dei massimi scrittori argentini della seconda metà del 900, Juan José Saer (nato nel 1937, morto nel 2005), ora tradotto da Nuova Frontiera. Sulle sponde del Rio de la Plata -dove sorgono le metropoli di Buenos Aires e Montevideo- nel 1516 c’era l’assoluta desolazione.


