Rubriche

Rock Jazz e dintorni a Torino. Frankie Hi-Nrg MC e i Wes Banderson

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Martedi Al Blah Blah suonano i Moun Sleep.Mercoledì. All’Hiroshima Mon Amour si esibiscono i Le Feste Antonacci.Giovedì. All’Hiroshima la band Wes Banderson, propone in concerto le colonne sonore dei film diWes Anderson. Al Blah Blah si esibiscono i Little Less Pain e i Flowers of Myra. Al Maglio RockHouse Restaurant, suonano i Neon Strays + Portal Minds.Venerdì. All’Hiroshima Mon Amour è di scena Frankie Hi-Nrg MC. Al Circolino suona il Wild FlowersJazz Trio. Alla Divina Commedia si esibisce la Marconi Blues Band. Al Magazzino sul Po suonano i Bakir.Al Maglio sono di scena gli Yourmother. Al Blah Blah si esibiscono i Cnogx + The Snuffers.Sabato. Al Maglio suonano i Der Meiter. Al Blah Blah sono di scena i Lleroy. Alla Divina Commediasuona la Phoenix Blues Band. Al Cafè Neruda si esibisce la Terry Blues Band.Pier Luigi Fuggetta

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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Sommario: Una netta distinzione – L’8 settembre – Ad Agliè c’è un affascinante luogo gozzaniano che merita di essere conosciuto – Farinetti in tv – Lettere

Una netta distinzione

Le polemiche aspre che turbano il confronto politico, portandolo fuori dal perimetro della democrazia obbligano a piantare dei paletti. Il primo è quello volto a ribadire che il Nazionalismo non va confuso con il patriottismo. L’idea di Nazione è quella definita da Federico Chabod sull’onda del Risorgimento. Il Nazionalismo è una concezione sbagliata di Nazione. Per troppo tempo molti hanno ridotto tutto a Paese, mentre l’idea di Nazione è ben altro. Ma andare oltre nel concepire presunte superiorità nazionali è proprio dei fascismi e può condurre alla guerra. Chi riscopre la retorica del Ventennio in un clima normale sarebbe ridicolo, ma oggi può essere una minaccia. Ogni estremismo va combattuto sul piano delle idee e vinto sul terreno del voto. Basta alle crociate e anti crociate che ricacciano l’Italia indietro nella storia di un passato negativo.

L’8 settembre

L’8 settembre è una data nera della storia d’Italia perché segnò la morte della Patria, come disse Galli della Loggia. Troppi errori, troppe viltà, ma anche qualche eroe nel momento più tragico: ricordo l’ammiraglio Bergamini ed altri che non si misero in borghese per tornare a casa.

Quest’anno sui social l’8 settembre viene rievocato anche da chi ha una folle nostalgia della Repubblica sociale che causò la guerra civile tra Italiani. Ogni colpa è attribuita al Re e a Badoglio che scapparono a Brindisi. Non fu una pagina gloriosa, ma la fuga a Brindisi consentì di salvare Roma dalla sua distruzione e soprattutto di trasferire la sede del governo italiano in un territorio libero. Il regno del Sud fu una pagina importante per il riscatto dell’onore perduto.

Gran parte degli errori e delle omissioni è da attribuire a Badoglio che non si rivelò all’altezza del compito e dei tempi calamitosi. Anche gli Alti comandi ebbero gravissime responsabilità. Ma sostenere la tesi del tradimento nei confronti dell’alleato tedesco è prova di malafede e di ignoranza. Dopo la data nefasta ci furono i Martini – Mauri e i Sogno, i Montezemolo, i comunisti, i socialisti, i cattolici, i liberali, i repubblicani, gli anarchici, i senza- partito a rialzare il tricolore caduto nella polvere. Per non parlare degli IMI, gli internati militari in Germania di cui Guareschi ci ha narrato la storia. La storia è sempre complessa e chi cerca di vedere solo una pagina per tornaconto politico si rivela ingenuo, per dire cretino. Di fessacchiotti così ne conobbi anche tra i miei allievi ed alcuni contribuii a “salvarli” dalle ingenuità instillate dai padri o dai nonni che erano stati e continuavano ad essere fascisti.

Ad Agliè c’è un affascinante luogo gozzaniano che merita di essere conosciuto

È l’affascinante dimora storica, composta da tre corpi,- uno settecentesco, l’altro ottocentesco e l’ultimo risalente al 1926- che è stata ereditata da uno dei due figli di Giovanni Cordero, Jacopo- e da Annabella Parenzo, madrina e zia acquisita di Jacopo.

Annabella, donna di grande stile e raffinatezza, buyer di Fiorucci negli Stati Uniti e collezionista d’arte, ogni estate lasciava Nizza, dove viveva, per tornare in questa dimora avvolta nelle atmosfere crepuscolari, una volta frequentata da Guido Gozzano, che amava scrivere sulla panchina del suggestivo giardino, dove domenica 27 settembre si terrà la presentazione di Certe donne, a Torino- Incontri ravvicinati con figure straordinarie, opera di una delle scrittrici d’oggi più interessanti, Marina Rota. Andrò ad ascoltarla. E spero di tornarci a fare io una conferenza. Gozzano morì nel 1916, quindi quest’anno c’è un anniversario da ricordare.

Farinetti in tv

Qualche rara volta vado da Eataly in via Nizza. L’ultima volta sono stato a comprare dell’ottimo Pata Negra, simile a quello che mangio da Botin a Madrid.

Ma l’ultima apparizione di Oscar Farinetti a Rete 4 mi ha schoccato. L’ennesimo libretto di Oscar niente meno che su Omero e con l’intento di redifinire i concetti di antifascismo e di democrazia. Un intruglio neppure ben amalgamato che mescola Omero alla attualità contemporanea. Un pasticcio. Solo gente palesemente incolta farebbe accostamenti così arditi. Farinetti è un uomo d’affari, per tanti anni renziano, rimasto sempre di sinistra. Con il suo accento langarolo e i suoi baffetti dovrebbe evitare di andare in televisione. Ma la scrittura soprattutto non è il suo mestiere. Non ha le qualità minime dello scrittore, neppure dello scrittorello di provincia. Ad Alba ci fu Fenoglio, adesso si è insediato Farinetti. Un segno dei tempi di oggi.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Addio a Bonino e Costa

Sembra una coincidenza che due politici siano mancati quasi contemporaneamente: Emma Bonino e Raffaele Costa. Due cuneesi, anche se la famiglia di Costa era di origini meridionali. So che lei li ha conosciuti, cosa ne pensa?  Tonio Filippini

 

La morte impone sempre rispetto e quindi mi trattengo da giudizi storici troppo severi. Sono stati due politici di successo che furono anche ministri, deputati, parlamentari europei e tanto altro. Non godettero mai della mia simpatia se non in alcune occasioni. Bonino era collaboratrice fedele di Pannella, quando volle far da sé, commise errori. Passò ad un esagerato liberismo, per poi ritornare su posizioni di sinistra dopo la morte di Pannella. Ricordo che una volta mi telefonò dal ministero un sabato pomeriggio: mi stupii per lo zelo. Era più sessantottina che liberale. Il liberalismo non le era congeniale, un certo estremismo sì. Il partitino + Europa è detestabile. Ma io per far piacere ad Alda Croce la premiai al centro Pannunzio nel 1999, invece di premiare Pannella con cui divenni amico. Andammo anche a cena al “Cambio” dove Emma si trovò a disagio.

Costa è una mia vecchia conoscenza. Lo conobbi nel 1964 quando era segretario di Cuneo del PDIUM che alleò ai missini, distruggendo il partito monarchico a Cuneo. Lo ricordo nel 1965 quando ad Asti non volle parlare insieme all’avvocato Nela che ricordava i partigiani azzurri di Mauri. Rimasi allibito. Poi l’ho risentito quando era uno dei leaders liberali, ma io ero troppo amico di Badini Confalonieri per apprezzarlo. Il suo era un liberalismo abbastanza privo di cultura, volto a cogliere la polemica spicciola, se non il qualunquismo. Il mio amico Giorgio Cavallo promosse più incontri con lui, ma non ne uscii convinto. Era meglio Zanone che non era ancora così sinistro come poi divenne. Io avevo lasciato la tessera del PLI nel 1969 e quindi da allora ero e sono un cane sciolto. Provo piacere nel rifiutare collari e non scodinzolare a favore di nessuno. Costa ebbe però una colpa che io non ho il diritto di dargliela perché non ero un militante del PLI: chiudere il PLI in modo poco degno anche al fine di ottenere un seggio da Berlusconi. Venne gettato anche l’archivio storico del partito, quando vennero gli ufficiali giudiziari a pignorare i mobili in via Frattina, sede nazionale di quel partito. Ma nello squallore della classe politica italiana d’oggi ambedue, Bonino e Costa, giganteggiano. Pace alla loro anima, anche se molti più che onorarli li strumentalizzano.

 

La nuova via Roma

È stato visto all’inaugurazione di via Roma nuova. Lei ne era critico e i festeggiamenti solenni creati per fare un’apoteosi alla Giunta mi sono sembrati pacchiani. E poi citare Hermès nell’invito mi è sembrata una esagerazione. Ci sono problemi fermi che marciscono come il mancato sottopasso di largo Maroncelli. Questa è una giunta con troppi assessori incapaci e faziosi.

Felice Ghio

Sono stato perché invitato dal sindaco con cui ho un buon rapporto personale fatto di reciproco rispetto. Ero anche curioso di vedere. Non so se meritasse una festa così la nuova via Roma. Neanche quando la fece, abbattendo quella vecchia, il regime fece una festa così. Ma erano altri anni, anche se il regime non mancava certo nella capacità di onorare i suoi successi.

Lidia Poët

Cosa pensa dello sceneggiato televisivo dedicato all’ avvocato Lidia Poet ? Non mi ha suscitato finora entusiasmo, anzi mi ha deluso.    Gianna Casula

Ho visto due puntate. L’argomento è interessante e certe immagini torinesi – forse non troppo fedeli – le ho gradite. Io sono stato amico del senatore e notaio di Pinerolo Luigi  Poët e la cosa mi incuriosiva. Debbo dire che lo sceneggiato è mal recitato e l’interprete femminile sembra ad una suffragetta. Fuori luogo un linguaggio con termini volgari e sconci sulla bocca di Lidia. Il turpiloquio femminile nell’ 800 penso che esistesse solo nelle donne di bordelli o da strada. E’ una mia impressione ovviamente perché ho mai dedicato studi a questi temi.
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Gava e Lauro
Ho notato che la “La stampa”  ha pubblicato la fotografia del vecchio  caporione Dc  napoletano Gava – padre del ministro – invece di quella del sindaco  monarchico di  Napoli Achille Lauro . Un errore grossolano.   Susanna Liegi
Sono cose che nei giornali succedono. La fretta è sempre cattiva consigliera anche quando sceglie di omettere notizie. “La Stampa” è ancora un giornale in crisi  con tirature basse che  superano di poco le 50 mila copie  giornaliere. E sta perdendo ancora  copie. La fotografia errata è un peccato veniale.

Voto: diritto o dovere?

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Il diritto al voto è stato conquistato con sacrifici e lotte da parte delle generazioni che ci hanno preceduto.

Se pensiamo che il suffragio universale, cioè il voto consentito a tutti i cittadini maggiorenni, di entrambi i generi, ha fatto la sua comparsa in Italia in concomitanza con il referendum del 2 giugno 1946, ci rendiamo conto di quanto sia recente quella conquista.

Per motivi che la sociologia, troppo impegnata a redigere statistiche di nessun valore, ancora non comprende, i cittadini italiani si sono disaffezionati dal voto, tanto alle elezioni politiche quanto a quelle amministrative o regionali, forse un po’ meno ai referendum abrogativi dove il quorum è uno sbarramento, al punto che chiunque vinca viene accusato di aver riscosso il successo grazie ad una minoranza degli aventi diritto al voto.

Considerando il costo di ogni tornata elettorale dove, tra emolumenti ai componenti del seggio, stampa delle schede e dei manifesti, straordinari del personale impegnato nella consegna e nel ritiro del materiale elettorale, stipendio degli addetti alla sorveglianza dei plessi scolastici ove si vota, illuminazione delle sezioni elettorali che deve rimanere accesa durante l’intera notte, va da sé che un’affluenza scarsa rende quasi sproporzionata l’intera macchina burocratica a fronte dell’esiguo interesse mostrato dagli aventi diritto al voto.

Non è la prima volta che parlo dello scarso interesse civico che gli italiani mostrano in svariate occasioni, voto compreso.

Ma se nel caso di una elezione, di qualsiasi natura, il risultato è comunque salvo, avesse votato anche un solo italiano sui 45 milioni che votano sul territorio nazionale, nel caso di un referendum abrogativo i numeri sono determimanti.

Secondo la nostra Costituzione (art, 75, comma 4°) una consultazione referendaria che intenda abrogare una norma è valida solo che se almeno il 50% più 1 degli aventi diritto si reca alle urne.

Va da sé che se non si raggiunge il c.d. quorum si sarà sprecato inutilmente il denaro pubblico, le scuole avranno chiuso inutilmente e si sarà vanificata un’opportunità di democrazia diretta.

Tutti coloro che, come leoni da tastiera sui social, o al bar, o sui luoghi di lavoro si lamentano che lo Stato spreca soldi per questa o quella cosa, che i politici sono pagati troppo (ma chissà perché pochi vogliono candidarsi) dovrebbero fare un esame di coscienza e vedere se si siano recati alle urne tutte le volte che si sono svolte elezioni o referendum di qualsiasi natura; se abbiano rinunciato ad una gita al mare proprio nella domenica in cui hanno luogo le elezioni, se abbiano espresso civilmente il voto o, come è successo di trovare a me in una delle innumerevoli volte in cui sono stato scrutatore, non abbiano messo una fettina di salame nella scheda piegata e infilata nell’urna anziché esprimere una scelta, cosa che persino le scimmie sanno fare.

Solo quando acquisiremo questa forma di maturità civica potremo criticare gli altri, obiettare che “gli altri” siano incivili, privi di senso civico, ecc.

Fino ad allora salviamo fingiamo almeno di essere corretti: pensiamo alle nostre colpe e, solo molto dopo, critichiamo lo Stato a prescindere.

E se non siamo andati a votare, non abbiamo diritto di criticare chi ci governa.

Sergio Motta

Dantès e l’Olivetti

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All’inizio degli anni ’50 un vivace yorkshire terrier di nome Dantès viveva a Ivrea, capoluogo del canavese. La “città delle rosse torri” era conosciuta in ogni angolo del mondo grazie all’Olivetti, la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, fondata nel 1908 e destinata a diventare leader nel settore dei materiali per ufficio e poi in strumenti elettronici all’avanguardia, dalle telescriventi alle prime macchine da calcolo meccaniche. Dantès era il compagno inseparabile di un giovane ingegnere che lavorava alle Officine ICO, uno dei luoghi produttivi della Olivetti più innovativi e all’avanguardia, esempio unico per lo spirito imprenditoriale che l’animava grazie alla visione illuminata di Adriano Olivetti.

Dantès era un cane molto intelligente, tanto curioso e intraprendente quanto dotato di uno spirito avventuroso. Ogni giorno accompagnava il suo padrone in ufficio dove l’ingegnere e i suoi collaboratori erano impegnati a progettare e costruire macchine da scrivere e calcolatrici. La fabbrica in quegli anni era un luogo vibrante e pieno di idee innovative, e Dantès guardava quel fermento accoccolato sulla sedia vicino alla scrivania ricevendo coccole dagli operai che passavano di lì e anche qualche bocconcino che dimostrava di gradire molto. Una mattina, mentre il suo padrone era immerso nei progetti, Dantès decise di esplorare il vasto complesso dell’Olivetti. Si allontanò dalla scrivania e si avventurò nei corridoi tra le macchine e i tavoli da lavoro. La sua curiosità lo portò in una grande sala dove si stava stavano discutendo animatamente su un nuovo modello di macchina da scrivere. Dantès attratto dalle voci si avvicinò silenziosamente. Stavano parlando della Lettera 22, macchina da scrivere portatile che avrebbe rivoluzionato il modo di scrivere diventando la preferita dei più grandi giornalisti italiani. Ormai era pronta per essere messa in produzione nello stabilimento di Aglié. Progettata da Giuseppe Beccio e disegnata da Marcello Nizzoli, rappresentava al meglio l’estetica olivettiana. I suoi pregi erano la leggerezza (tre chili di peso) e la maneggevolezza ma anche le caratteristiche tecniche erano destinate a renderla unica e amatissima fino al punto di diventare un’icona, un oggetto di culto. Con grande sorpresa il piccolo terrier notò che Adriano Olivetti era presente. L’uomo, con il suo carisma e la sua visione lungimirante, stava parlando di come la tecnologia dovesse essere al servizio dell’umanità, migliorando la vita delle persone. Dantès, colpito da quelle parole, si accucciò ai piedi di Adriano, ascoltando attentamente. Il proprietario dell’Olivetti, notando il piccolo cane, sorrise e si chinò per accarezzarlo. “Ecco un piccolo compagno che sembra capire l’importanza del nostro lavoro” disse, suscitando le risate dei presenti.

Dantès scodinzolò felice, sentendosi parte di quel mondo straordinario. Da quel giorno divenne una vera e propria mascotte per l’azienda eporediese.  Ogni volta che Adriano Olivetti visitava il reparto il piccolo yorkshire era sempre lì, pronto a ricevere coccole e a portare un sorriso sul volto di tutti. La sua presenza non solo era gradita ma offriva quasi un senso di leggerezza e di gioia rammentando che, oltre ai progetti e ai macchinari, c’era spazio per l’amore e l’amicizia. La fabbrica a misura d’uomo era il sogno di Olivetti che la immaginava non solo come un luogo di produzione da cui trarre il maggior profitto possibile, ma il centro dello sviluppo della società e dell’economia. Un luogo di socializzazione in cui si dovevano produrre oltre che beni, anche idee e sviluppo della persona seguendo la logica che attribuiva all’attività lavorativa il compito di garantire la realizzazione dell’individuo. Con il massimo rispetto per tutti gli esseri viventi. E questo piaceva molto a Dantès. Un giorno, mentre l’azienda preparava il lancio di un nuovo prodotto, il piccolo cane si accorse che il suo padrone era particolarmente stressato. E non solo lui. Decise allora di fare qualcosa. Con una mossa astuta rubò un pezzo di carta da un tavolo e, correndo nei corridoi, attirò l’attenzione di tutti. Gli operai, divertiti dalla vista del piccolo terrier che si muoveva velocemente, iniziarono a seguirlo, lasciando per qualche istante le postazioni di lavoro. Dantès guidò il gruppo verso il giardino della fabbrica, inondato dal sole che brillava alto in cielo. Anche Adriano Olivetti li aveva raggiunti e vedendo la gioia che aveva portato, ben consapevole di quanto fosse importante prendersi una pausa e condividere momenti di felicità, decise di lasciare a tutti il pomeriggio libero. Fu così che Dantès diventò anch’esso uno dei simboli viventi di quell’azienda che credeva nel benessere dei suoi dipendenti. Adriano Olivetti, riconoscendo l’importanza di un ambiente di lavoro sereno e stimolante, incoraggiò l’idea di momenti di svago e socializzazione creando i presupposti di una vera e propria comunità. Dantès continuò a correre tra le scrivanie, piccolo eroe a quattro zampe in un’epoca di grandi cambiamenti, portando gioia e ispirazione in un mondo che stava evolvendo. La sua storia divenne parte della leggenda dell’Olivetti, piccolo ma non secondario simbolo di come anche l’entusiasmo di un animaletto potesse avere una grande importanza nella vita delle persone e nei successi di un’impresa così importante.

Marco Travaglini

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

Amori & Incantesimi 2 – Commedia. Regia di Susanne Blier, con Sandra Bullock, Nicole Kidman, Dianne Wiest e Stockard Channing. Il film ci riporta in un mondo ricco di intrighi al chiaro di luna e di potente magia ancestrale, mentre le sorelle Owens devono affrontare l’oscura maledizione che minaccia di distruggere per sempre la loro famiglia, in quello che si rivela un appuntamento cinematografico all’insegna di divertimento, magia e caos. (Massaua, Fratelli Marx, Ideal, Lux sala 3, Reposi, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Borgo – Drammatico. Regia di Stéphane Demoustier. Melissa, 32 anni, agente penitenziaria di grande esperienza, si trasferisce in Corsica con i suoi due figli piccoli e il marito. È l’occasione per un nuovo inizio. Entra a far parte del personale di un istituto penitenziario un po’ diverso dagli altri. Si dice che in questo istituto siano i detenuti a sorvegliare le guardie. L’integrazione di Melissa è facilitata da Saveriu, un giovane detenuto che sembra influente e la prende sotto la sua proiezione. Ma una volta uscito di prigione, Saveriu riprende i contatti con Melissa. Ha un favore da chiederle… Durata 118 minuti. (Greenwich Village)

Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte – Commedia, Horror. Regia di Jane Schoenbrun, con Hannah Einbinder. Kris è una regista queer di 29 anni che si è fatta conoscere con un film che è un omaggio a “Psycho”, visto però sotto la prospettiva della tenda della doccia. Ora le viene affidato il reboot di una lunga saga horror, Camp Miasma, il cui capostipite, realizzato negli anni Ottanta, ha avuto un grandissimo successo. Successivamente però, nei continui rifacimenti, è entrata in crisi. Entusiasta del progetto, cerca di coinvolgere l’attrice che interpretava la ragazza sopravvissuta del primo film, Billy. La donna, da anni, vive reclusa nello stesso luogo dove è stato girato “Camp Miasma”, nel pacifico settentrionale, vicino al Canada. Kris la raggiunge per convincerla ad accettare la parte. Da quel momento la regista s’immergerà totalmente nell’atmosfera terrificante della saga e il suo rapporto con Billy si evolverà in modo sorprendente. Film segnalato dal SNCCI: “Con sfrontatezza e sano piglio iconoclasta Jane Schoenbrun si diverte a canzonare l’industria hollywoodiana ordendo un gioco al massacro che articola un metalinguaggio mai pedante per maneggiare lo slasher movie in direzione di una riflessione sull’io, l’identità e l’orrore/desiderio con cui è difficile scendere a patti”. Durata 112 minuti. (Romano sala 3 anche V.O.)

Il cileno – Drammatico. Regia di Sergio Castro San Martìn, con Camilo Arancibia. 1976. Il minatore Aldo Marìn fugge dal regime cileno e si rifugia a Torino, dove incontra Luciana, una dottoressa che pratica aborti clandestini, ma il suo tentativo di rifarsi una vita è minacciato da un talento che è anche la sua maledizione: costruire bombe. Durata 92 minuti. (Romano sala 1)

Maldoror – Thriller. Regia di Fabrice du Welz, con Anthony Bajon e Alba Gaia Bellugi. Quando due ragazze scompaiono, Paul Chartier, giovane e impulsivo agente di polizia appena reclutato, viene assegnato all’unità “Maldoror”. Si tratta di un’unità segreta che è stata istituita per sorvegliare un pericoloso molestatore sessuale. Quando l’operazione fallisce, stufo dei limiti del sistema giudiziario, Chartier intraprende una caccia solitaria per smascherare i colpevoli. Durata 155 minuti. (Greenwich Village)

Oasis : Don’t Look Back in Anger – Documentario musicale. Regia di Dylan Southern e Will Lovelace, con Liam e Noel Gallagher. Il documentario racconta il trionfale tour di reunion dei fratelli Gallagher, “Oasis Live ’25”, uno dei ritorni rock’n’roll più attesi dei nostri tempi. Durata 90 minuti. (Massaua, Eliseo, Fratelli Marx, Greenwich Village, Reposi V.O., The Space Torino V.O., Uci Lingotto V.O., The Space Beinasco V.O., Uci Moncalieri V.O.)

Odissea – Avventura. Regia di Cristopher Nolan, con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Charlize Theron. Ulisse, il leggendario re di Itaca, intraprende dopo la presa di Troia un lungo e pericoloso viaggio verso casa, raccontando i suoi incontri con esseri mitici come il ciclope Polifemo, le Sirene e la maga Circe: giunto, sterminerà i Proci che da dieci anni l’hanno occupata, insidiando la sua famiglia e i suoi beni. Durata 172 minuti. (Massaua, Due Giardini, Greenwich Village V.O., Ideal, Lux sala 3, Romano sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Serpenti – Drammatico. Regia di Roberto De Paolis, con Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Valeria Golino e Pietro Castellitto. Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna e a se stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L’uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi. Durata 93 minuti. (Due Giardini sala Nirvana, Romano sala 2)

Sheep in the Box – Fantascienza, dramma. Regia di Kore’eda Hirokazu. In un futuro prossimo, a Yokohama, la coppia dei Komoto, che ha tragicamente perso il figlio di sette anni, decide di avvalersi di REbirth, un programma pensato per le famiglie nella loro situazione: riceveranno in prova gratuita un androide guidato dall’intelligenza artificiale, con le fattezze e i ricordi del bambino, destinato a diventare un surrogato in tutto e per tutto del figlio perduto. Il padre è inizialmente scettico, mentre la madre si affeziona immediatamente al “nuovo” figlio, scegliendo di vivere nell’autosuggestione. Finché una visita della madre e della sorella non riportano la madre del bambino alla realtà, mentre il nuovo figlio stringe segretamente amicizia con altri suoi simili. Durata 126 minuti. (Nazionale sala 3 anche V.O.)

Silent Friends – Drammatico. Regia di Ildikò Enyedi. Nel cuore di un giardino botanico, in una città universitaria medievale tedesca, si erge un maestoso gingko biloba. Questo testimone silenzioso ha osservato per oltre un secolo i ritmi tranquilli di trasformazione attraverso tre vite umane: un neuroscienziato di Hong Kong, nel 2020, una giovane studentessa, nel 1972, e la prima donna, studentessa universitaria, nel 1908. Seguiamo i loro goffi e maldestri tentativi di connessione – ognuno profondamente radicato nel proprio presente – mentre vengono trasformati dal potere silenzioso, duraturo e misterioso della natura. L’antico gingko biloba ci avvicina a ciò che significa essere umani: al nostro desiderio di appartenenza. Durata 145 minuti. (Classico)

Spezie e bugie – La piccola cucina di Mehdi – Commedia. Regia di Amine Adjina. Mehdi è un giovane cuoco algerino che sta per rilevare la proprietà di un bistrot a Lione. La sua partner nell’acquisto del locale è Léa, la sua ragazza francese. Ma Mehdi non ha mai parlato dell’esistenza della ragazza alla madre Fatima, che vorrebbe che sposasse un’algerina e ha già anche pronta la candidata ideale. La madre vuole tornare nel suo paese d’origine, e se Léa ha presentato da tempo il fidanzato ai suoi genitori, co-finanziatori del progetto di ristorazione, il ragazzo pensa di cavarsela nel tenere lontane madre e fidanzata. Ma quando Léa insiste per incontrare Fatima, Mahdi ingaggia la proprietaria di un bar affinché finga di essere sua madre. Durata 114 minuti. (Massimo sala Cabiria)

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine – Avventura, drammatico. Regia di Ridley Scott, con Jacob Elordi, Margaret Qualley, Josh Brolin, Gut Pearce. Il mondo è stato falcidiato da una micidiale influenza e la civiltà è collassata. High era un meccanico, con una moglie incinta che il virus gli ha portato via. Rimasto solo con il suo cane, ha trovato modo di fare squadra con il disincantato survivalista Bangley. High sa pilotare un piccolo Cessna, che usa per sorvegliare il loro rifugio, ma dalla radio del veicolo ha ascoltato un messaggio proveniente da Grand Junction, abbastanza vicina da essere raggiunta in volo, però restando senza il carburante di ritorno. Sarà un tragico fatto a spronare High a sfidare la sorte e dirigersi verso una comunità dove spera di trovare la speranza. Durata 118 minuti. (Ideal, Reposi sala 5, The Space Torino, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

The Echo Chamber – Redia di Andrea Pallaoro, con Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. In concorso a Venezia, ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. Una storia d’amore in cui i confini tra presenza e assenza, cura e dipendenza, desiderio e controllo si confondono sino a dissolversi. Lui, Leo, è un produttore musicale tossicodipendente, lei, Anne, la sua fisioterapista chiamata a calmargli i dolori alla schiena che continuano a procurargli dolore: si inseguono, si sfiorano, si perdono, si cercano. Non riescono a lasciarsi né a liberarsi. Tra le stanze risuona la voce di Ava, una cantante e icona che si era ritirata dalle scene ma che Leo ha saputo convincere a tornare per un nuovo album, una cantante che potrebbe ricordare la voce e le parole di Janis Joplin, che attraversa il tempo e lascia affiorare ciò che resiste, o che non può più essere trattenuto. (Eliseo GrAnde anche V.O., Fratelli Marx anche V.O., Nazionale sala 1 anche V.O.)

Tony – Diario di un giovane cuoco – Commedia drammatica. Regia di Matt Johnson, con Dominic Sessa e Antonio Banderas. 1975. Tony è uno studente diciannovenne iscritto al Vassar College che sogna di diventare uno scrittore e concorre per una borsa di studio che finanzi lo sviluppo di un suo primo, ipotertico romanzo. Non vince la borsa di studio e decide di partire per Princetown, dove la sua Nancy si è trasferita per l’estate, convinto di poterla conquistare. Tony troverà lavoro come lavapiatti presso un fast food di pesce capitanato da Ciro, un latinoamericano bizzarro ma generoso. Sarà questa la sua improbabile introduzione al mondo dell’alta cucina che lo renderà celebre nel mondo. durata 106 minuti. (Centrale anche V.O., Greenwich Village anche V.O., Nazionale sala 2)

Ennio Caretto: il ritorno del sogno maoista

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FINESTRA SUL MONDO

Ricorrerà il 9 settembre il cinquantesimo anniversario della morte di Mao Tze Tung, “Il Grande timoniere” che trasformò la giunca Cina in una corazzata e che la avviò nel mare tempestoso delle superpotenze. Il suo erede Xi Jinping, il presidente o meglio il neo imperatore di Pechino, che ha innalzato la Cina quasi al livello dell’America, non celebrerà la ricorrenza solo con il dovuto fasto ma anche con un blitz diplomatico senza precedenti.

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https://www.vitacasalese.it/news/-finestra-sul-mondo–di-ennio-caretto/103031/il-ritorno-del-sogno-maoista.html

Le supposte di glicerina

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Andreino è un tipo piuttosto strano. Non tanto per l’aspetto fisico – mingherlino, calvo, con due gambette corte e secche come manici di scopa – quanto per il carattere, diciamo chiuso, che dimostra di avere. Andreino è un burbero solitario. Uno di quelli  che dormono con il sedere scoperto , sempre di cattivo umore. Vive da solo, lavora da solo ( è un artigiano del ferro che non conta le ore e si tira “piat cumè ‘n dés ghèi”, piatto come una moneta da dieci centesimi, vale a dire stanco morto ), mangia da solo davanti alla tv accesa, va a cercar funghi da solo e non pesca mai dove ci sono altri. Ha le sue idee fisse sulla salute ( “l’infragiùur, se t’al cùrat, al dura sèt dì, se t’al cùrat mìa, al pòl durà anca na ‘smana”, che – tradotto –significa che il raffreddore, se lo curi, dura sette giorni, se non lo curi può durare anche una settimana).

A dimostrazione della scarsa considerazione che ha, in genere, dei dottori. L’unico per cui ha rispetto è il dottor Rossini. Da quella volta che gli curò una fastidiosissima sciatalgia, per Andreino è “un gatto”, il migliore, l’unico vero medico in circolazione. Se lo dice lui che si vanta di aver consumato più scarpe che lenzuola, dichiarando la buona salute e una certa avversione per quei signori che avevano contratto il giuramento di Ippocrate, c’é da credergli. Il problema è che il dottor Mauro Rossini, quelle rare volte che lo ha incontrato nella veste di paziente nel suo studio medico, non è quasi mai riuscito a spiegargli le cure che servivano poiché Andreino lo interrompeva,  annuendo vigorosamente e ripetendo come un mantra: “ho capito…certo…chiaro… grazie, grazie, dottore”. Un comportamento a dir poco imbarazzante, con tutti i rischi che poteva generare, tra i quali l’incomprensione. Tant’è che un giorno, recatosi dal medico perché sofferente da tempo di stitichezza e senza che nessun tipo di cura gli avesse fatto effetto, mentre il dottore stava illustrando diagnosi e rimedio, si alzò di scatto, lo ringraziò con tutto il cuore e si precipitò nella farmacia davanti al municipio. “Si ricorda la posologia?”, chiese il farmacista, consegnandogli le supposte di glicerina. Lui disse di sì e,  a scanso di equivoci, se ne fece dare due scatole. Passati una decina di giorni si presentò dal suo medico che gli domandò come stesse e se le supposte avessero fatto il loro dovere. Andreino, tenendo gli occhi bassi, temendo di fare una critica all’uomo che tanto stimava, rispose: “Caro dottore, per andar di corpo ci sono andato e son più libero ma mi è venuto un gran mal di stomaco. Quelle supposte “in pròpi gram”, sono cattive. Ogni volta che ne mettevo in bocca una e la masticavo mi veniva da vomitare”. Cos’era mai stato, direte voi? Ha poi solo sbagliato la parte, in fondo. Invece di farsele salire, le supposte le fece scendere. Comunque , l’effetto per esserci stato c’è stato. Alla spiegazione del medico, una volta tanto, prestò ascolto e compreso l’errore, si affannò con le scuse e i buoni proponimenti. Da quel giorno Andreino sta ancora da solo come un eremita ma ha imparato, se non ad ascoltare chi gli parla per il suo bene ( è più forte di lui..) almeno a leggere i bugiardini delle medicine. Così, per evitare fastidi e un po’ , come gli disse Giuanin, battendogli una gran pacca sulle spalle, per “tègn da cùunt la candéla che la prucisìon l’è lunga”. Un modo come un altro per dire al burbero ometto di aver cura di sé. Con il dubbio che le parole gli entrino da un orecchio per uscire immediatamente dall’altro.

Marco Travaglini

A Torino l’amore è un mistero. E non è l’unico

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono giornate in cui la vita sembra procedere esattamente secondo i programmi e altre in cui decide di cambiare le carte in tavola senza nemmeno chiedere il permesso. Cristina Garello, trentacinque anni, medico di famiglia torinese, appartiene decisamente alla seconda categoria.
È lei la protagonista di Appuntamenti al buio e omicidi alla luce del sole, il primo romanzo pubblicato da Sara D’Amario con Newton Compton e, come lascia intuire la copertina, la prima indagine di una detective decisamente fuori dagli schemi.
Cristina, in realtà, investigatrice non vorrebbe esserlo affatto. È un medico, abituata a occuparsi dei problemi degli altri, mentre con i propri sembra cavarsela decisamente peggio. Il suo futuro pare già scritto finché Lorenzo, l’uomo che dovrebbe sposare, la lascia all’altare e scompare dalla sua vita senza darle alcuna spiegazione.
A quel punto entrano in scena Monica, amica e collega intenzionata a rimetterla sentimentalmente in circolazione, e una serie di appuntamenti al buio tanto improbabili quanto disastrosi. Ma mentre Cristina cerca di capire perché sia stata abbandonata, la vita le consegna un mistero ben più concreto: una sua paziente lascia nel suo studio la piccola Violetta con la promessa di tornare poco dopo. Non tornerà.
La donna viene infatti accusata dell’omicidio di una giovane ballerina e Cristina, convinta della sua innocenza, decide di fare ciò che probabilmente qualsiasi persona ragionevole eviterebbe accuratamente: indagare per conto proprio.
Ad accompagnarla nell’impresa c’è Ercole Pistini, idraulico in pensione con la passione per il birdwatching, aiutante improbabile quanto irresistibile. Intorno a loro ruotano poliziotti poco entusiasti delle incursioni dei due investigatori improvvisati, pazienti stravaganti, uomini più o meno sbagliati e una neonata capace di mettere Cristina davanti a un desiderio di maternità che fino a quel momento apparteneva soprattutto ai suoi progetti per il futuro.
Il giallo diventa così soltanto uno dei misteri da risolvere. Perché accanto alla domanda inevitabile – chi ha ucciso la giovane ballerina? – ne corre un’altra, molto più privata: perché Lorenzo è fuggito proprio sull’altare? Ed è nell’incontro tra indagine e commedia romantica, tra il bisogno di trovare un colpevole e quello, forse ancora più difficile, di rimettere insieme i pezzi della propria vita, che si muove il romanzo.
A fare da palcoscenico a tutto questo non poteva che esserci Torino. Una città che Sara D’Amario conosce profondamente e che ben si presta a mostrare la sua doppia natura: luminosa e misteriosa, elegante e quotidiana, capace di nascondere qualcosa appena dietro l’angolo. Portici, piazze, vie, colline e il parco della Pellerina accompagnano Cristina nelle sue disavventure, mentre luoghi reali e altri nati dalla fantasia si mescolano fino a costruire una Torino perfettamente credibile.
D’altra parte, il legame dell’autrice con il territorio è profondo. Nata a Moncalieri, Sara D’Amario è cresciuta artisticamente all’ombra della Mole: si è diplomata alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, fondata e diretta da Luca Ronconi, e si è laureata in Lettere Moderne, con specializzazione in drammaturgia, all’Università degli Studi di Torino. Attrice di teatro, cinema e televisione, ha lavorato con numerosi registi e partecipato a film e serie molto conosciuti, da La ragazza del lago a Caos calmo, da Il cosmo sul comò a Cuori. Dal 2023 cura inoltre la direzione artistica del Polo artistico e culturale Le Rosine di Torino.
Torino, dunque, non è semplicemente uno sfondo scelto per ambientare un’indagine, ma un luogo conosciuto e vissuto, che diventa parte della storia e sembra fatto apposta per lasciare convivere una commedia romantica e un omicidio da risolvere.
E forse proprio la lunga esperienza di Sara D’Amario tra copioni, palcoscenici e set cinematografici si riflette nella scelta di affidare molto della storia ai dialoghi, alle situazioni paradossali e a personaggi fortemente caratterizzati. Cristina, soprattutto, non nasce per essere un’investigatrice infallibile: sbaglia, si arrabbia, inciampa, ironizza e continua ad andare avanti. Una protagonista imperfetta, insomma, proprio come lo siamo tutti quando la vita decide di scombinare i nostri programmi.
Appuntamenti al buio e omicidi alla luce del sole usa così il giallo per raccontare anche qualcosa di diverso: le seconde possibilità, la maternità, le aspettative che costruiamo sul nostro futuro e quel momento imprevedibile in cui la vita decide di ignorarle completamente.
Perché forse non tutti ci ritroveremo con una neonata nello studio e un omicidio da risolvere, ma chi non ha mai scoperto che anche i programmi più accurati possono saltare in aria nel giro di un istante?
Quanto a Cristina Garello, non sappiamo ancora se troverà l’uomo giusto. In compenso, Torino sembra aver trovato una nuova detective. E qualcosa mi dice che sentiremo ancora parlare di lei.
MARZIA ESTINI
 

Sfoglia caramellata alla crema, trionfo di dolcezza

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Una croccante sfoglia caramellata che racchiude una deliziosa crema pasticcera aromatizzata al limone.

Un perfetto connubio di morbidezza e friabilita’, semplice e irresistibile.

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Ingredienti

 

1 confezione di pasta sfoglia pronta quadrata

500ml. di latte fresco intero

4tuorli

100gr. di zucchero

40gr. di maizena

1 bustina di vanillina

1 limone

Zucchero a velo

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Preparare la crema pasticcera. Portare ad ebollizione il latte aromatizzato con la buccia di limone grattugiata, lasciar intiepidire e filtrare. Lavorare i tuorli con lo zucchero, unire la vanillina, versare il latte a filo sempre mescolando. Cuocere la crema a bagnomaria per circa 10 minuti. Lasciar raffreddare, aggiungere il succo di  ½ limone senza mai smettere di mescolare. Disporre una base di sfoglia su un piatto da portata, coprire con la crema pasticcera, mettere la seconda sfoglia, ricoprire con la crema. Disporre l’ultima sfoglia, spolverizzare di zucchero a velo, guarnire a piacere. Servire fresca.

 

Paperita Patty

Filetti di pesce ai pinoli

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Note di gusto insolite per questa semplice e leggera ricetta di pesce che, con pochi ingredienti e pochi minuti, vi permetterà di portare in tavola un secondo fresco e gustoso adatto alle calde giornate estive. 
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Ingredienti 

Filetti di pesce (varietà a piacere) 
Poca farina bianca 
1 limone 
20gr. di pinoli 
10 olive verdi denocciolate 
1 cucchiaio di olio 
1 noce di burro 
Poco vino bianco secco 
Sale e pepe q.b. 

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In una larga padella tostare i pinoli con un cucchiaio di olio, tenere da parte. Tagliare le olive a rondelle. 
Infarinare i filetti nella farina bianca e lasciar rosolare in padella con una noce di burro, sfumare con il vino bianco, cospargere con la buccia grattugiata del limone, lasciar cuocere un paio di minuti e aggiustare di sale e pepe.  Aggiungere al pesce le olive ed i pinoli, lasciar insaporire brevemente e servire con una fresca insalata verde. 


Paperita Patty