Rubriche

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Generali e governo  – Tanti graditi auguri di buon compleanno – E’ morto  a 86 anni a Racconigi l’ultimo cappellano reale mons. Gianfranco Troya – Lettere

Generali e governo

Ci sono dei sostenitori  entusiasti del generale che ha rinunciato alla “Folgore“ per dedicarsi alla politica di parte, una scelta che non  gli fa onore. Ci sono gli eterni creduloni che lo esaltano senza sapere che i militari quasi mai hanno saputo fare gli statisti e neppure i politici. Giulio Cesare fu condottiero e politico e persino scrittore, ma è un’eccezione. Nella storia d’Italia spicca il generale Luigi Pelloux, presidente del Consiglio che usò le armi contro i cittadini e tentò la svolta reazionaria di fine ‘800. Nel ‘900 spicca il maresciallo Badoglio (nella foto di copertina) responsabile della rotta di Caporetto e capo del governo dopo Mussolini che dal luglio a settembre 1943 dimostrò tutta la sua incompetenza  politica. Non è solo in Italia che i generali in politica falliscono come Birindelli e prima di lui De Lorenzo. Pensiamo ai colonnelli greci e ai generali argentini, per non parlare del generalissimo Franco che fu un dittatore, non uno stupido. Stiamo attenti alle semplificazioni manichee e alle battute pronunciate come fossero cose serie. La democrazia va tutelata. E’ il primo bene della nostra vita.

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E’ morto  a 86 anni a Racconigi l’ultimo cappellano reale mons. Gianfranco Troya
E‘ morto l’ultimo cappellano reale nominato direttamente dal re Umberto II, nato a sua volta a Racconigi nel 1904. Il suo nome è legato alla storia sabauda in modo indissolubile.  Con orgoglio ricordo che nel 2023 su invito del “Regina Elena“ ricordai il Re nella chiesa di Racconigi. Fu un evento indimenticabile; da allora a volte ci siamo tenuti in contatto in più occasioni  col telefono e una volta, di recente, ci incontrammo di persona. Era interessato ad incontrare il principe Aimone d’Aosta che doveva venire al Lions di Torino nei giardini di Palazzo Reale per una mia conferenza sul Ramo Savoia – Aosta. Mi chiese notizie del prossimo  ricordo della Regina Maria Vittoria, moglie del primo Duca d’Aosta e Re di Spagna. Parlando mi disse “Fa bene a ricordare i Savoia Aosta perché è l’ultima nostra speranza“. Disse anche altro che in questa occasione evito di scrivere. Fu un uomo lineare e intransigente che si interessò anche al ritorno in Italia degli ultimi reali che avrebbe voluto veder sepolti a Racconigi, un’idea non priva di interesse.
Dopo Ferragosto dovevamo vederci, ma venne ricoverato in ospedale a Carmagnola dove è mancato. Dovevamo parlare dell’incontro rinviato con il Duca d’ Aosta : il vecchio sacerdote si sentiva molto legato ad Amedeo di Savoia eroe dell’ Amba Alagi  ed era stato amico del suo medico personale, l’albese  dott. Borra  che conobbi quando uscì il suo bel libro sul principe “africano“, l’esatto opposto del colonialismo rapace di Graziani e di Mussolini.
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Tanti graditi auguri di buon compleanno

Ieri  era il mio compleanno; molte amiche e tanti amici mi hanno fatto gli auguri. Li ringrazio tutti di cuore.  Ieri sera  ho festeggiato alla Casa Rossa sulla collina tra Alassio e Albenga  con una coppia di amici molto affezionati, un’amicizia  profonda nata nel 1985; ieri mattina ho inviato un messaggio a quello che considero ancora e sempre il mio Sindaco, un uomo eccezionale non solo per la sua cultura e la sua  umanità: il prof .Valentino Castellani, schiena diritta per eccellenza.

Gli ho scritto, dicendogli il mio grazie per ciò che ha fatto per dimostrarmi la sua amicizia anche in tempi molto difficili. Il compleanno per me è tempo di esami di coscienza più che di festa.

E mi è venuto naturale pensare al prof. Castellani.

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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Strapaese e Stracittà dopo un secolo

Nel 1926 ci fu una famosa polemica tra due correnti culturali, “Strapaese” e “Stracittà”. Maccari, Longanesi e Malaparte contro Bontempelli. Cent’anni sembrano passati invano perché ci sono posti, anche oggi, che sono strapaesani e altri stracittadini, come se il tempo non fosse passato.

Pensiamo a due luoghi liguri vicini: Alassio e Albenga. Alassio è una città, Albenga un paesone che non sa valorizzare neppure il suo centro storico. Il primo ha alberghi di rango, il secondo ha campeggi quasi senza alberghi. L’eleganza è ad Alassio, i pacchiani con la canottiera alla Bossi si danno appuntamento ad Albenga e giocano con le fionde, non sapendo che sono armi di offesa e anche di morte.

Albenga è una città prima rosso fuoco e oggi antifascista all’estremo della faziosità. Alassio è una città in cui tutti possono dire la loro. Ci sarebbero tanti esempi per dire che ad Albenga sono rimasti fermi: un giullare anziano, ma pur goliardico, raduna centinaia di fan con i suoi libretti insulsi.

Rosina Cagliero

Non estremizzi tutto: il provincialismo sopravvive dappertutto e l’ineleganza lussureggia dove non si penserebbe. I patiti della divisa con i jeans, ad esempio, ci sono anche nei quartieri alti delle grandi città. Le città liguri hanno pregi e difetti. Cerchiamo di essere obiettivi! La Cattedrale e il Battistero di Albenga sono un gioiello artistico e storico importante, anche se non valorizzati. I libri di cui lei parla si vendono per beneficenza. Ne va dato atto. Non hanno pretese letterarie.

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Il Rousseau italiano
Il leader dei 5 Stelle Conte, l’avvocato del popolo (si pronuncia Poppolo) ha scritto una lunga lettera a “Repubblica” in cui alla fine dice che  lui si batterà per l’uguaglianza sociale. Un egualitarismo piatto (uno eguale ad uno) che ripropone  un Grillo ricotto. E’ questo il leader del campo largo ? Se si’, io sono per il  campo ristretto della libertà.
Adolfo Gatti
Conte riprende le elucubrazioni di Rousseau  e dei giacobini. E’ l’ opposto del liberalismo che lascia spazio ai talenti di crescere. C’è una diseguaglianza positiva che poi  è  la molla che attiva il mondo e genera progresso e ricchezza che, alla fine, crea benessere sociale. Ma il Rousseau italiano non ha  mai letto i grandi liberali inglesi e non possiede biblioteche che diano spazio alle idee di tutti.
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Fiammotto  giornalista  liberale
Crediamo  che sia giusto che Pinerolo ricordi il giornalista Massimo Edoardo Fiammotto,  come merita nella toponomastica. E’ stato direttore del quotidiano Corriere Alpino, consigliere ed assessore comunale, dirigente nazionale del PLI, vicedirettore del Centro Pannunzio quando lei ne era direttore. Cosa ne pensa?
Cosimo Gatti  Anna Viglietti
Aderisco e firmerei volentieri un appello al Sindaco  di Pinerolo. Soprattutto Fiammotto è  stato un uomo integro, assolutamente mosso sempre e solo mosso da nobili ideali, come un cavaliere del ‘200 avrebbe detto di lui il comune amico rettore dell’Università Giorgio Cavallo. Ambedue erano liberali veri, ma erano soprattutto dei veri  galantuomini.

 

Centro, adesso servono due culture fondamentali

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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

È un fatto oggettivo prima ancora che una valutazione politica e culturale. E cioè, un progetto di
centro, una politica di centro e un programma centrista, riformista e di governo non possono fare
a meno in Italia di due culture fondamentali: la componente liberal-democratica, laico e
repubblicana e quella cattolico popolare e cattolico sociale. Certo, nel nostro paese esistono
molte altre sensibilità culturali, mondi vitali e culture che sono riconducibili alla galassia centrista.
Ma è indubbio che ci sono delle costanti che non possono essere messe banalmente in
discussione. Lo dice anche e soprattutto la storia democratica del nostro paese. Dalla intera
prima repubblica – ovvero l’alleanza tra la Democrazia Cristiana e i partiti di democrazia laica e
socialista – alla stessa fase iniziale della seconda repubblica. Con l’esperienza del Ppi prima e
della Margherita poi. E anche della prima stagione del Pd. Comunque sia, qualunque progetto di
centro è credibile nella misura in cui la componente cattolico popolare e sociale è presente,
visibile e protagonista nella costruzione del progetto politico complessivo.
Ora, e per restare all’attualità, il progetto di un centro autonomo, riformista, democratico e di
governo che si sta lentamente definendo in vista delle elezioni del 2027 necessita della presenza,
della unità e della convergenza di queste due componenti fondamentali. Del resto, la presenza e
l’attivismo dei due principali leader di questo progetto, e cioè Carlo Calenda e Pina Picierno,
conferma questa costante di fondo. E questo anche per una ragione di fondo che poi è la vera
motivazione, oggi, per avere in campo un vero e credibile progetto di centro. Ovvero il sostanziale
dissolvimento – se non addirittura la scomparsa – di ogni sensibilità centrista e riformista
all’interno dei due schieramenti maggioritari. Fuorché ci sia qualcuno che, oggi, ha il coraggio e la
spregiudicatezza di sostenere che nella “gioiosa macchina da guerra” che si sta faticosamente
costruendo a sinistra, o nel polo sovranista e conservatore che si consolida a destra la politica e il
progetto di centro hanno un ruolo, un significato ed una rilevanza politica e progettuale. A sinistra
prevale il cosiddetto “lodo Bettini”. Ovvero l’intramontabile e sempre moderno tic comunista che
prevede la presenza dei cosiddetti “partiti contadini” all’interno della coalizione. Partiti, cioè, che
vengono inventati a tavolino dal partito perno della coalizione e che, sempre per citare Bettini,
possono essere tranquillamente collocati sotto una “tenda”. Insomma, parliamo di soggetti che
non mettono affatto in discussione il progetto della coalizione di sinistra e progressista come
l’esperienza di questi ultimi tempi conferma in modo persin plateale. Come, del resto, capita a
destra. Dove l’autorevolezza, il carisma e il peso politico della Premier Giorgia Meloni sono
talmente forti ed invadenti da cancellare, se non fortemente attenuare, qualsiasi istanza e anelito
centrista, moderato e riformista.
Ecco perche, se si vuole realmente e concretamente costruire un vero, credibile ed autentico polo
centrista, riformista e di governo, ancora una volta il pensiero e la cultura cattolico popolare e
cattolico sociale possono essere decisivi per evitare che si consolidi la deriva degli “opposti
estremismi”, o degli “opposti populismi”, per usare un linguaggio più contemporaneo. Anche
perchè senza un centro riformista, democratico e di governo è a rischio la stessa qualità della
nostra democrazia.

Ferie d’agosto

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Due settimane fa trattai il tema delle ferie citando il compianto Marchionne. Ora mi torna alla mente una frase di Celentano nel film “Il bisbetico domato”; quando Ornella Muti gli chiede “ma tu non vai mai in vacanza?” e lui, serenamente, gli risponde: “Perché dovrei andare in vacanza? La vacanza significa cambiare e se uno sta bene dove sta, perché dovrebbe cambiare?”

Nei paesini di un po’ tutto il Belpaese, fino ad una trentina di anni fa la popolazione non si recava in ferie, in parte perché doveva accudire l’impresa di famiglia (zootecnica o agricola), in parte perché non sentivano la necessità di recarsi altrove, lontano da casa o, comunque, in un ambiente diverso.

Ora, anche queste famiglie si alternano nell’attività e, specie i più giovani, sentono il bisogno fisico e mentale di “staccare” per almeno un paio di settimane ogni anno.

Visto su un singolo caso è sicuramente una cosa “normale”, non desta particolare attenzione il fatto che una persona decida di allontanarsi dal lavoro, dalle responsabilità e dalle rogne per almeno quindici giorni all’anno; visto in ambito macroeconomico il fenomeno diventa preoccupante se denota uno stress sempre maggiore da parte della popolazione in età lavorativa, trasversalmente alla latitudine, alla tipologia di attività e al reddito.

Ed è proprio il reddito uno dei segnali più preoccupanti: quando si contrae un prestito per soddisfare l’esigenza di riposo, specie se non si ha un lavoro blindato, che non ci darà brutte sorprese, significa che il nostro organismo è davvero sottoposto a dura prova.

Se durante un anno non siamo riusciti a risparmiare a sufficienza per garantirci anche solo 10 giorni di vacanza i casi sono due: o guadagniamo davvero poco oppure spendiamo più di quanto potremmo. In entrambi i casi dobbiamo correggere qualcosa. Così come quando la nostra salute manifesta un qualche sintomo, abbiamo due possibilità: curare i sintomi, che si ripresenteranno nuovamente mentre la patologia che li origina si cronicizza, oppure curare la patologia e risolvere una volta per tutte il problema. Se pur di andare in vacanza chiediamo un prestito probabilmente lo faremo anche l’anno dopo e poi ancora, finché saremo così inguaiati che non solo non potremo più concederci periodi di relax ma, anzi, dovremo cercare un’entrata extra, un secondo lavoro e, dunque, finiremo peggio di prima.

Perché non vivere con maggior consapevolezza dei propri limiti, delle proprie esigenze anziché aggiungere problema su problema, solo per non essere da meno degli altri, per uniformarsi alla moda imperante, per non essere additati come quelli che “non possono neppure permettersi di andare in ferie”?

Sergio Motta

L’ombrello e l’anguilla

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Non tanto alto, uno sguardo furbo e due gote belle rosse,Faustino non possiede “quarti di nobiltà”. Anche di sangue blu, nelle sue vene, non c’era traccia. Ma il suo doppio cognome – Giulini-Nobiletti – con quel trattino nobiliare può trarre in inganno. Quel trattino non era altro che un aggiunta posticcia, frutto di un errore dell’impiegato dell’anagrafe che aveva registrato l’atto di nascita aggiungendo al cognome paterno anche quello materno, separando l’uno dall’altro con un tratto di penna. Così, negli atti ufficiali e col tempo, la svista si affermò come la più reale delle realtà, con buona pace di tutti e di Fausto Giulini-Nobiletti per primo. L’errore non poteva però esser definito tale al cospetto del signor Francazzali, impiegato comunale con trent’anni e più di onorato servizio sulle spalle. Di fronte alla segnalazione del refuso, senz’altro frutto di una svista, s’irrigidì come uno stoccafisso: “Qui di errori non se ne fanno e non se ne sono mai fatti, chiaro?”. Non ammettendo, Eugenio Francazzali, alcuna possibilità di replica, la cosa finì lì. Di tempo,da allora, ne è trascorso tanto, praticamente una vita intera, e a parte l’essere riconosciuto come uno dei più accaniti giocatori di scopa d’assi della zona, il buon Giulini-Nobiletti, da tempo in pensione, è noto anche come il più formidabile pescatore d’anguille che si sia mai visto all’opera sul lago Maggiore. La zona dove “praticava” si estendeva lungo quel tratto di costa della sponda piemontese del Verbano che va tra la foce del Toce e il “molino di Ripa”, a Baveno. Nella pesca all’anguilla era facilitato, per così dire,  da un problema che da oltre vent’anni lo tormentava: l’insonnia. Dato che l’anguilla si pesca di notte, affondando la lenza nell’acqua scura come la pece, Faustino era avvantaggiato da quell’assenza di sonno nelle ore dedicate al riposo. Così, vigile e attento, per far passare le ore, pescava. A volte senza successo,  tornando a casa a mani vuote, lamentandosi con quelli che incontrava. La “solfa” era sempre la stessa. “L’Anguilla è in calo, vacca boia. E’ un po’ di  tempo che le cose vanno in malora. Tutte le anguille sono nate nel Mar dei Sargassi, l’unico posto dove si riproducono. Devono migrare, capito? Và di qui e và di là, l’anguilla. Un viaggio da Marco Polo. E, mondo ladro, adesso ci sono quelle dighe che regolano i livelli dell’acqua lungo il Ticino a rompergli le scatole, in particolare quella di Porto della Torre, tra Somma Lombardo e Varallo Pombia. Ecco, quella lì è diventata la linea del Piave per le anguille: da lì se pasà no! E se non si riproducono, io cosa pesco? Le scarpe vecchie e i barattoli arrugginiti?”.

 

Tra l’altro non è una pesca facile. Essendo l’anguilla un pesce potente e lottatore, occorre attrezzarsi a dovere. La canna? Con il cimino rigido, robusto e un mulinello in grado di ospitare una bobina di nylon di grosso spessore. La montatura dov’essere resistente, da combattimento: lenza dello 0,30 ,  amo del sette a gambo corto o del sei, forgiato storto, e un bel piombo a pera da 20 grammi. La ferrata non può essere incerta, balbettante. Non s’indugia, con l’anguilla: occorrono decisione e rapidità. Anche il recupero dovrà essere fatto nel modo più veloce possibile per evitare che l’anguilla riesca ad afferrarsi con la coda a qualche ostacolo sott’acqua, ancorandosi. A quel punto, ciao bambina: non la tiri fuori più neanche con il crick. Faustino é coscienzioso, attento, quasi uno svizzero. In quanto a precisione e professionalità pare la copia esatta del dottor Rossigni, quando visita con scrupolo i suoi pazienti. Faustino, la sua “visita”, la fa all’attrezzatura, ogni qualvolta – calate le prime ore della sera -parte per il lago. Oltre a canna, cassetta degli attrezzi ( ami,piombi, galleggianti, bave e così via), esche e guadino, non si scordava mai dell’ombrello. Sì, perché l’ombrello, come vedremo, è indispensabile. Quello che il buon Giulini-Nobiletti è solito usare l’ha acquistato da uno degli ultimi ombrellai della zona. Nella bottega di mastro Luciano il tempo si è fermato: vecchi mobili di legno con le vetrine piene di ombrelli artigianali di tutte le fogge. Erano amici e di lui Faustino parlava con entusiasmo. “ E’ lì, in quella bottega, che Luciano ripara ancora gli ombrelli, come faceva suo padre e prima di loro il nonno e lo zio. E’ uno come me, di quelli di una volta. Ormai quel mestiere, in giro per l’Italia,chi volete che lo faccia? Non lo fa quasi più nessuno ma lui resiste, tiene duro, altro che storie. Ho comprato due ombrelli fatti da lui, quello di tela pesante e con asta, manico e stecche in bambù e il puntale di ferro, e un altro di seta grezza. Una meraviglia! Il primo lo uso per ripararmi dalla pioggia, l’altro è il mio porta-anguille”. Il porta-anguille? Quando l’interlocutore sente questa storia per la prima volta, sgrana gli occhi. Ma cos’è? E lui, per tutta risposta, con quel suo sguardo malandrino, sfoderando uno dei suoi sorrisi più larghi, si mette a  parlare della pesca con il “mazzetto” e con l’ombrello. Lo fa pacatamente, con pazienza, senza “mettersi in cattedra”. Dice che si pesca sotto riva, con la canna fissa di bambù. Senz’amo, perché non serve. Stupiti? Tutti, la prima volta che hanno udito il racconto. Eppure si pesca così, sostiene Faustino, usando una lenza speciale: uno di quei normalissimi cordini di canapa per l’imballaggio e un sottilissimo filo di ferro cotto, morbido e pieghevole, della lunghezza di un metro. Quest’ultimo serve a legare “a mazzetto” una manciata di lombrichi. Prima di iniziare la pesca, occorre disporre l’ombrello aperto e capovolto, con la punta fissata per bene nel terreno. L’interno di questa  grande “scodella” va bagnato, così da renderne scivolose le pareti. Appena l’anguilla addenta il “mazzetto” si avvertono dei piccoli strappi che si alternano a tirate più decise e brevi pause. E’ l’anguilla che, con voracità, sta ingoiando l’esca. “ Qui non bisogna aver fretta”,spiega Faustino. “Occorre dar tempo, all’ingorda. I movimenti bruschi la insospettirebbero. La canna va alzata prima con lentezza e poi più in fretta , fino a portare la preda a pelo d’acqua. L’ultima fase, sempre senza strappi, è la prova del nove di abilità: si solleva l’anguilla per calarla nell’ombrello. Colta di sorpresa cercherà di riparare al suo errore e lo farà tentando di sputare l’esca.  Ma ormai è tardi,  per sua sfortuna:  non potendo sputare tutto il groviglio di vermi, si accorgerà che questi istanti saranno fatali. Cadendo nell’ombrello non avrà scampo: dal fondo, viscida com’è, non potrà risalire. Se però  ricade in terra, non resta che salutarla: sveltissima, al buio, riguadagnerà l’acqua”. Ride sornione, Faustino. E, visto che ormai il sole è in procinto di scomparire dietro al monte, con la canna e l’ombrello s’avvia verso il lago.

 

Marco Travaglini

Scaloppine di vitello al limone

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Un secondo piatto di carne amato da tutti, da preparare a pranzo o a cena anche all’ultimo momento. Le scaloppine al limone si preparano con  pochi ingredienti, semplicemente tenere e sottili fettine di vitello avvolte da una fresca e agrumata salsa cremosa e vellutata. Davvero stuzzicanti ed irresistibili.

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Ingredienti

 

6 fettine di carne divitello

1 limone

1 noce di burro

1 rametto di rosmarino

1 spicchio di aglio intero

Poca farina bianca

Mezzo bicchiere di vino bianco secco

Sale, pepe q.b.

Appiattire le fette di carne con il batticarne, incidere i bordi delle fettine per non farle arricciare. Passare le fettine nella farina bianca facendola aderire bene. In una larga padella far spumeggiare il burro con il rosmarino e l’aglio, mettere le fettine e lasciarle rosolare da entrambi i lati, sfumare con il vino bianco, lasciar evaporare, abbassare la fiamma e lasciar cuocere per alcuni minuti. Aromatizzare con il succo di limone e la buccia grattugiata, lasciare insaporire per due minuti poi salare e pepare. Filtrare la salsa per renderla piu’ vellutata e servire subito.

Paperita Patty

“1898. Una spy story nel Piemonte di fine Ottocento”, tra intrighi, anarchici e verità scomode

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono romanzi storici che si limitano a raccontare il passato e altri che riescono a farlo rivivere. 1898.Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento di Nanni Cristino appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Ambientato nella Chieri di fine Ottocento, il romanzo trasporta il lettore in un’epoca attraversata da tensioni sociali, fermenti politici e profonde trasformazioni, restituendo con grande efficacia l’atmosfera di una città che, all’epoca, rappresentava uno dei più importanti centri tessili italiani.
La vicenda prende avvio nell’ottobre del 1898, durante il governo di Luigi Pelloux, in un momento particolarmente delicato della storia italiana. L’imminente visita del viceministro liberale Guido Meyer fa temere un attentato da parte di gruppi anarchici locali. Per questo motivo i servizi segreti del Regio Esercito inviano a Chieri il tenente Orso Falconeri, incaricato di infiltrarsi tra i sovversivi per scoprire la verità e sventare un possibile complotto.
Da questo spunto prende forma una narrazione che intreccia indagine, mistero e ricostruzione storica. Omicidi, evasioni, intrighi politici e incontri inattesi accompagnano il protagonista in un percorso che si sviluppa tra vicoli, osterie e piazze cittadine, fino a coinvolgere questioni che potrebbero cambiare il destino dell’intera nazione.
Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è proprio il legame con il territorio. Cristino riporta in vita una Chieri scomparsa ma ancora riconoscibile nelle sue radici: le antiche carceri di Palazzo Opesso, l’albergo del Cavallo Bianco in piazza delle Erbe, l’Osteria Aiassa e numerosi altri luoghi realmente esistiti diventano scenari vivi e pulsanti. Grazie a un accurato lavoro di ricerca condotto attraverso documenti d’archivio, vecchi giornali, riviste dell’epoca e cartoline storiche, l’autore ricostruisce con precisione una città attraversata dalle contraddizioni della fine del secolo.
Ma 1898. Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento non è soltanto un romanzo storico. È anche una riflessione sul rapporto tra potere, informazione e verità. Sullo sfondo delle proteste popolari e delle tensioni che caratterizzarono gli anni successivi ai moti repressi dal generale Bava Beccaris, emerge un interrogativo sorprendentemente attuale: chi decide quali siano i colpevoli? E quanto può essere manipolata la percezione della realtà quando entrano in gioco interessi politici e strategie di potere?
Al centro della storia troviamo Orso Falconeri, protagonista lontano dagli stereotipi dell’eroe impeccabile. Ruvido, disilluso, spesso in bilico tra dovere e coscienza, Falconeri si muove in una zona grigia dove nulla è davvero come appare. È un personaggio che conquista pagina dopo pagina grazie alla sua umanità e alla capacità di osservare criticamente il mondo che lo circonda.
Ad arricchire ulteriormente la narrazione c’è una figura femminile affascinante e sfuggente, capace di lasciare il segno senza mai rivelarsi completamente. Una presenza che contribuisce a rendere il romanzo non soltanto un’indagine politica, ma anche una storia di passioni, ambiguità e scelte difficili.
Nanni Cristino, nato e residente a Chieri, è laureato in Storia del Risorgimento ed è autore di numerosi testi scolastici per i licei pubblicati da De Agostini. Già apprezzato autore di thriller e romanzi noir, con 1898.Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento. affronta per la prima volta il romanzo storico, mettendo a frutto la propria conoscenza del territorio e delle vicende dell’Italia post-unitaria. Il risultato è un’opera che unisce il ritmo del thriller alla solidità della ricostruzione storica.
Per chi ama le storie che sanno intrattenere e allo stesso tempo far riflettere, 1898 Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento rappresenta una lettura coinvolgente. Un viaggio nella Chieri di oltre un secolo fa che, tra complotti, segreti e tensioni sociali, finisce per parlare anche del nostro presente. Perché la storia cambia protagonisti e scenari, ma alcune domande continuano a tornare, ostinate, attraverso il tempo.
MARZIA ESTINI

Come i colori influenzano Torino

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Passeggiare per Torino significa attraversare una città che comunica continuamente con il cervello, anche quando non ce ne accorgiamo. I colori degli alberi lungo i viali, il blu del Po, le luci rosse dei locali serali, il bianco degli ambienti moderni: ogni tonalità modifica emozioni, battito cardiaco, concentrazione e perfino il modo in cui viviamo gli spazi.

Le neuroscienze spiegano da anni che il cervello umano reagisce ai colori in maniera molto più profonda di quanto si pensi. Torino, forse senza volerlo, è una città che mette continuamente in contatto le persone con stimoli visivi capaci di influenzare umore e comportamento.

Il verde che aiuta la mente

Torino viene spesso associata ai suoi grandi parchi e ai viali alberati. Dal Valentino alla Pellerina, passando per le zone lungo il Po, il verde è una presenza costante nella quotidianità dei torinesi. E proprio il verde rappresenta uno dei colori più legati alla concentrazione e al benessere mentale.

Secondo numerosi studi psicologici, osservare alberi e natura riduce il livello di stress e permette al cervello di mantenere più facilmente il focus. Per questo motivo molte persone lavorano meglio vicino a una finestra da cui si vede l’esterno. Anche una semplice pausa in cui lo sguardo si sposta sugli alberi può aiutare la mente a recuperare attenzione.

Il motivo affonda nelle origini dell’essere umano. Il cervello nasce nella natura e continua a percepirla come un ambiente sicuro. La presenza di piante e colori naturali stimola la produzione di serotonina e contribuisce a creare una sensazione di equilibrio e stabilità emotiva. Anche chi pensa di non amare particolarmente la natura mantiene una risposta inconscia positiva verso tutto ciò che richiama il verde.

Per questa ragione il verde viene spesso consigliato anche negli ambienti interni. Pareti, dettagli d’arredo o spazi con molte piante trasmettono calma mentale e favoriscono la concentrazione, soprattutto negli studi e negli uffici.

Il rosso accelera il cuore

Se il verde rilassa, il rosso produce l’effetto opposto. È il colore che più facilmente aumenta il battito cardiaco e crea una sensazione di attivazione immediata. Torino lo mostra soprattutto nelle insegne luminose dei locali, nelle zone della movida e negli ambienti progettati per trasmettere energia.

Dal punto di vista neurologico, il rosso richiama attenzione e intensità. Il cervello interpreta l’aumento del battito come uno stato di eccitazione o di allerta. Per questo motivo anche i vestiti rossi influenzano le interazioni sociali. Una persona vestita di rosso appare più intensa, più presente, più difficile da ignorare.

Lo stesso meccanismo si riflette negli ambienti domestici. Una stanza da letto con pareti rosse, tende rosse o elementi molto accesi rende più difficile il rilassamento. Il cervello rimane attivo più a lungo e il corpo fatica a rallentare.

Molti locali scelgono il rosso proprio per creare movimento e stimolare energia sociale. È un colore che funziona bene nei luoghi dinamici, nei cocktail bar e negli spazi dedicati alla vita notturna.

Il blu del Po e il bisogno di calma

Tra i colori più presenti a Torino c’è anche il blu. Basta osservare il Po nelle giornate limpide o i riflessi dell’acqua lungo i Murazzi per capire quanto questo colore contribuisca all’atmosfera della città.

A livello psicologico il blu rallenta il battito cardiaco e trasmette un senso di calma e affidabilità. È il colore più utilizzato negli ambienti professionali perché comunica credibilità, sicurezza e leadership. Non a caso molte persone scelgono tonalità blu per colloqui di lavoro, incontri importanti o contesti in cui vogliono apparire autorevoli.

Anche alcuni ristoranti torinesi specializzati in pesce utilizzano arredamenti azzurri e blu per richiamare il mare e creare un’atmosfera rilassata. Eppure proprio l’azzurro ha un effetto curioso sul cervello: tende a diminuire l’appetito. Succede perché in natura il blu compare raramente negli alimenti e il cervello associa questo colore più alla calma che al desiderio di mangiare.

Il bianco e il nero raccontano invece due forme diverse di distanza. Il bianco trasmette pulizia, ordine e precisione. Per questo viene scelto spesso negli ambienti moderni, nelle gallerie e negli spazi minimalisti della città. Il nero comunica eleganza, raffinatezza e una certa freddezza emotiva. È il colore che crea più distacco, ma anche quello che viene associato più facilmente al concetto di stile.

Camminando per Torino si scopre quindi una città che parla continuamente attraverso i colori. Ogni strada, parco, locale o palazzo produce reazioni nel cervello e modifica il modo in cui le persone si sentono. A volte basta cambiare prospettiva per accorgersi che una città non viene vissuta soltanto con gli occhi, ma anche con le emozioni che riesce a generare.

NOEMI GARIANO

Vecchio Piemonte: pesche ripiene all’antica

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Un antico dessert estivo tipico del Piemonte, tutto da gustare. Una preparazione semplice e genuina realizzata con pesche dolci e mature, farcite da un goloso ripieno a base di cioccolato fondente e amaretti, un abbinamento davvero delizioso e irresistibile.

Ingredienti:

6 pesche mature a pasta bianca

80 gr. di amaretti

60 gr.di cioccolato fondente

2 tuorli

30 gr. di zucchero a velo

Poco burro

Lavare ed asciugare le pesche. Tagliarle a meta’ ed eliminare il nocciolo. Scavare un poco la polpa e metterla in una terrina. Preparare il ripieno mescolando la polpa delle pesche tritata con il cioccolato grattugiato e gli amaretti sbriciolati, unire parte dello zucchero a velo e i due tuorli. Disporre le mezze pesche in una pirofila da forno, precedentemente imburrata, riempirle con il ripieno di amaretti ed un fiocchetto di burro. Cuocere in forno a 190 gradi per circa 30 minuti. Servire a piacere tiepide o fredde cosparse di zucchero a velo.

Paperita Patty

Esiste un’alternativa democratica credibile al manuale Cencelli?

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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Da sempre si ironizza sul cosiddetto “manuale Cencelli”. E se ne parla anche dopo la scomparsa dell’esponente democristiano. Ma la domanda centrale a cui si deve dare una risposta credibile, e non ipocrita, è sempre la stessa. E cioè, ma qual’è, realisticamente e al di là delle furbizie e degli escamotage, l’alternativa democratica all’antico manuale Cencelli? Riavvolgiamo il nastro. Il ‘manuale Cencelli’ non era nient’altro che la rigorosa applicazione del metodo democratico nella composizione degli organi di partito e, di conseguenza per quell’epoca, nelle istituzioni. Ovvero, il peso della corrente all’interno del partito, nella Dc, era proporzionale ai voti ottenuti nei congressi locali e nazionali democraticamente organizzati e celebrati. E, di conseguenza, quel peso all’interno del partito veniva trasferito nella distribuzione del potere che spettava alla Dc nei vari organismi istituzionali. Certo, era una stagione dove la classe dirigente era selezionata democraticamente dal basso, dove il sistema proporzionale era la regola e non una eccezione e dove, soprattutto, gli organi di partito e gli incarichi istituzionali non erano riconducibili alla sola “fedeltà” nei confronti del capo partito. Che oggi, invece e al contrario, è semplicemente indiscusso ed indiscutibile. Ora, e senza alcuna polemica, ci dobbiamo porre una sola domanda: ma qual’è, oggi, l’alternativa democratica al ‘manuale Cencelli’ nella selezione della classe dirigente? La risposta, purtroppo, è nei fatti. E cioè, con la sostanziale scomparsa dei grandi partiti popolari, democratici e di massa, l’unico criterio che svetta è quello della rigorosa e quasi scientifica ‘fedeltà’ nei confronti del capo. Non a caso le minoranze negli attuali partiti o non esistono più o, se esistono, sono gentilmente invitate a non disturbare. Viene garantito quello che si definisce “un diritto di tribuna” – cioè una manciata di candidature blindate gentilmente elargite dal capo partito – e tutto finisce lì. Come capita, del resto, nel Partito democratico a guida Schlein. Negli altri partiti, molto più semplicemente, le minoranze non esistono e quindi il potere delle nomine appartiene integralmente al capo indiscusso. E il modello politico ed organizzativo, di conseguenza, non può che essere quello del “partito personale” o “del capo” o del “partito proprietario”. È persino ovvio arrivare alla conclusione che in un contesto del genere, cioè quello contemporaneo, il cosiddetto ‘manuale Cencelli’ è del tutto superato e quasi anti storico perché la democrazia nei partiti non esiste più. Al massimo resta in piedi la democrazia dei partiti. E proprio questa è la differenza di fondo tra il passato – per semplificare, penso alla esperienza della Dc e quindi del ‘manuale Cencelli’ nella prima repubblica – e la fase politica attuale. Perchè ieri esisteva la ‘democrazia dei partiti’ e, soprattutto, svettava la ‘democrazia nei partiti’. Oggi, e mi limito a fotografare la situazione esistente, esiste a malapena la democrazia dei partiti. Almeno di ciò che resta dei grandi partiti democratici, popolari e di massa del passato. Ecco perchè, per ragioni semplici ma oggettive, sul ‘manuale Cencelli’, che appartiene come ovvio e scontato ad un’altra stagione storica e politica del nostro paese, è inutile ironizzare. È inutile almeno sino a quando non si pianifica e non si intravede un modello alternativo autenticamente e realisticamente democratico e costituzionale nella selezione della classe dirigente e anche e soprattutto nelle nomine. Che c’erano ieri, ci sono oggi e ci saranno sempre. Ma l’alternativa non può essere quella del partito personale, del criterio dogmatico e fideistico della fedeltà al capo e, in ultimo ma non per ordine di importanza, della discrezionalità sganciata da qualsiasi pratica democratica. Pubblica e visibile. Questo è, oggi, uno dei principali nodi politici – e non statutari od organizzativi – da sciogliere nella cittadella politica italiana.

Una vacanza bestiale

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Proseguendo nella mia analisi delle vacanze in Italia, mi sono accorto che tra gli italiani che visitano il Belpaese e gli stranieri che vengono in Italia per le vacanze vi è una differenza abissale. Come ho avuto modo di scrivere più volte, non mi riferisco soltanto al modo di mangiare, alla diversa disponibilità economica o al modo di vestire che, sempre meno rispetto ad un tempo, distinguono gli stranieri dagli indigeni. 

Mi riferisco soprattutto alla preparazione con cui vengono in Italia e si apprestano a visitarla, a scattare foto e video che porteranno con sé e mostreranno agli amici, alla razionalità con cui prima di giungere in loco hanno preparato un elenco di cose da visitare, orari, mezzi pubblici, ecc.

Io ho la fortuna di avere amici in molti Paesi stranieri per cui sono avvantaggiato nella preparazione di un itinerario e di un soggiorno ma anche 30 anni fa, nei primi viaggi organizzati senza agenzia, anche in Paesi molto diversi dal nostro come Israele e Albania, studiavo a tavolino ogni dettaglio per poi giungere a destinazione e godermi, per quanto possibile, la vacanza o, se ero lì per lavoro, evitare il più possibile gli imprevisti.

In questi mesi estivi ho osservato molti turisti a Torino, Roma, Puglia, Firenze e sono piacevolmente stupito dalla loro organizzazione: si muovono con i mezzi pubblici, conoscono orari di visita dei principali musei e attrazioni, conoscono la storia di Palazzo Vecchio piuttosto che la nascita del Regno d’Italia, la breccia di Porta Pia o sanno cosa abbia sede al Viminale piuttosto che alla Farnesina, chi sia il capo dello Stato o il Sindaco di Roma. 

Anche il tenore delle domande che i turisti pongono è di livello elevato, di chi vuole conoscere dalla voce degli indigeni curiosità e aneddoti, verificare informazioni o confutare dicerie.

La sostanziale differenza è il livello culturale; anche quanti provengono da Paesi meno sviluppati del nostro dimostrano cultura, interesse per la storia e l’arte e, in generale, pongono domande profonde o, quando banali, più che legittime, non stereotipate.

Proprio il livello culturale è ciò che ostacola ogni nostra possibilità di apprezzamento del Paese in cui viviamo: siamo il Paese con più tracce storiche, artistiche e culturali al mondo, abbiamo testimonianze delle innumerevoli invasioni di cui siamo stati vittime, presenti anche nelle minoranze linguistiche (catalani in Sardegna, arbresh in Calabria, ecc.) tuttora vive eppure passiamo indifferenti attraverso tutto ciò.

C’è un Comune nel subappenino Dauno, Lucera, a 18 km da Foggia, la cui popolazione nel Medioevo era al 99% islamica grazie all’importazione di musulmani dalla Sicilia a opera di Federico II di Svevia che vi costruì anche il Castello tuttora presente. Chiedete ai lucerini qualche notizia in merito: se il 5% saprà fornirvele sarà un successo.

Ho abitato per lustri vicino alla Cavallerizza reale in pieno centro a Torino: persino alcuni anziani torinesi ignoravano cosa fosse in origine. Un giorno, un gruppo di asiatici (più giapponesi che cinesi) mi fermarono per chiedermi notizie sul sito tutelato dall’Unesco lì vicino (la Cavallerizza, appunto); immaginate il mio stupore, misto a gioia, perché finalmente qualcuno non lo considerava solo un luogo dove aprire un bar senza licenza, un asilo per sbandati, ma gli rendeva gli onori che meritava.

Ma, appunto, erano stranieri.

Sergio Motta