ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 634

Nuovo Polo di Cardiologia al Regina Margherita

E’ stato inaugurato il nuovo Polo di Cardiologia e Cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Infantile Regina Margherita della Città della Salute di Torino

Il progetto di ristrutturazione, realizzato grazie al finanziamento della Fondazione La Stampa – Specchio dei Tempi, rientra in una generale riqualificazione del 6° piano del Regina Margherita, che accoglierà anche la Terapia Intensiva Cardiochirurgica e dei Trapianti d’Organo pediatrici, che verrà realizzata nei prossimi mesi. L’impegno complessivo di circa 2.350.000 euro da parte della Fondazione al termine dei lavori consentirà di implementare notevolmente il percorso dei piccoli pazienti cardiopatici, fornendo una Terapia Intensiva di 5 posti letto, di cui uno dedicato ai pazienti sottoposti a trapianto di cuore, una Terapia Semintensiva di 5 posti letto ed un reparto di degenza di 10 posti letto. La riorganizzazione degli spazi per “intensità di cure”, una visione più moderna volta all’ottimizzazione delle risorse, vedrà nascere un ipotetico percorso che il piccolo paziente, sottoposto a procedura chirurgica o interventistica, si troverà ad affrontare, con una progressiva riduzione delle risorse necessarie al suo trattamento man mano che le sue condizioni migliorano, fino alla dimissione.L’umanizzazione degli spazi ha rappresentato un aspetto fondamentale, per cui tutto il reparto nasce a misura di bambino. In particolare le decorazioni delle pareti sono state realizzate, con il contributo dell’Associazione Amici dei Bambini Cardiopatici Onlus, da Alessandro Sanna, un artista di riferimento nazionale nell’ambito delle illustrazioni dedicate ai bimbi.

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L’attenzione alle esigenze dei piccoli pazienti passa anche da un sistema di monitoraggio telemetrico, acquistato con il contributo della Fondazione FORMA Onlus, che consentirà di sorvegliare le funzioni vitali anche lontano dal letto, durante il gioco o gli spostamenti in reparto. La Cardiochirurgia pediatrica, diretta dal dottor Carlo Pace Napoleone, rappresenta l’unico Centro accreditato della Regione, un punto di riferimento nazionale non solo per il numero di pazienti trattati, circa 200 l’anno, ma per la completezza della proposta assistenziale, che va dal trattamento dei prematuri di basso peso, fino a 400 grammi, all’impianto dei cuori artificiali, ai trapianti di cuore ed al trattamento dei pazienti cardiopatici congeniti in età adulta. La Cardiologia pediatrica, diretta dalla dottoressa Gabriella Agnoletti, è l’unico Centro in Piemonte che tratta le cardiopatie congenite da 0 giorni a 18 anni. E’ tra le più importanti realtà italiane per numero di pazienti (500 ricoveri all’anno e 350 interventi di emodinamica). Il Centro è noto anche all’estero per l’attività di emodinamica avanzata e l’attività scientifica. La Cardiologia pediatrica tratta inoltre l’adulto con cardiopatia congenita (paziente GUCH) ed è dotata di una Struttura chiamata “Centro GUCH” e segue circa 800 pazienti adulti con cardiopatia congenita. Il Centro è inoltre il fondatore del “Registro Piemontese delle Cardiopatie congenite dell’adulto”, nel quale sono stati inclusi ad oggi circa 1000 pazienti. La ristrutturazione del percorso assistenziale dei piccoli cardiopatici, realizzata grazie alla Fondazione Specchio dei Tempi, migliorerà in maniera importante la qualità della degenza, rendendola decisamente più consona alla tipologia di patologie e di pazienti trattati. Il progetto si inserisce in una più generale riqualificazione degli spazi dell’ospedale Regina Margherita, portata avanti dalla Direzione Aziendale (avvocato Gian Paolo Zanetta) e dal Dipartimento di Pediatria e Specialità Pediatriche, diretto dalla dottoressa Franca Fagioli, e realizzato grazie a numerosi contributi della Fondazione Specchio dei Tempi, grazie ai quali sono stati realizzati i nuovi Poliambulatori ed il reparto di Neuropsichiatria Infantile.

 

 

Gli studenti piemontesi a Trieste

Quarantatre ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni, accompagnati da dieci docenti e dalla prof.ssa Elena Mastretta dell’Istituto storico della Resistenza di Novara, hanno partecipato, da venerdì 5 a domenica 7 maggio, al viaggio studio di tre giorni a Trieste, vistando i luoghi della memoria del confine orientale italiano. Il viaggio – il primo dei tre riservati agli studenti distintisi nella 36° edizione del progetto di Storia Contemporanea, promosso dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico regionale –  ha avuto come mete a Trieste la Risiera di San Sabba, la foiba di Basovizza e , nel Goriziano, il memoriale di Redipuglia, dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale.

 Trieste, dalla “scontrosa grazia”

Trieste, città dalla “scontrosa grazia” – come la definì Umberto Saba -, è capoluogo della provincia più piccola d’Italia, con la sua striscia di terra stretta tra il Carso e il mare e fu – con Trento – una delle “culle”  dell’irredentismo, movimento che aspirava ad un’annessione della città all’Italia. Due dei suoi simboli, visitati dalla delegazione degli studenti piemontesi, sono la Piazza Unità d’Italia, pavimentata con pietre d’Istria, circondata per tre quarti dai palazzi dell’Ottocento mitteleuropeo e aperta sul mare del golfo triestino, e il molo Audace. Esattamente lì (al tempo in cui era ancora chiamato molo San Carlo), nell’estate del 1914 gettò l’ancora la corazzata austriaca Viribus Unitis, sbarcando le salme dell’Arciduca  Francesco Ferdinando e della moglie Sofia, morti in quell’attentato di Sarajevo ( il 28 giugno del ’14) che cambiò la storia del Novecento. Su quello stesso molo, il  3 novembre del 1918, alla fine della Prima guerra mondiale, attraccò la prima nave della Marina Italiana ad entrare nel porto di Trieste: era il cacciatorpediniere Audace, la cui ancora è ora esposta alla base del faro della Vittoria. La Cattedrale di San Giusto, i caffè storici,  il castello di Miramare, il Faro della Vittoria, il porto vecchio e il Canal Grande : terra di confine e di scrittori ( Umberto Saba, Italo Svevo, Claudio Magris, Boris Pahor, James Joyce  che a Trieste – tra il 1905 e il 1917 –  completò la raccolta di racconti Gente di Dublino e scrisse alcuni capitoli della sua opera più famosa, l’Ulisse), Trieste riassume in sé l’intero confine orientale, dove da sempre soffiano i venti della grande storia, con il suo mosaico di mare, rilievi e altopiani , teatro di incontri e di scontri.

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San Sabba, la Risiera che diventò campo di sterminio

La visita alla Risiera di San Sabba suscita emozioni forti. Il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso – costruito nel 1898 nel periferico rione di San Sabba – venne dapprima utilizzato dall’occupatore nazista come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 ( lo Stalag 339). Successivamente, verso la fine di ottobre di quell’anno, venne strutturato come Polizeihaftlager (campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. Di fatto la Risiera è stato l’unico campo di sterminio nazista sul suolo italiano. Le porte e le pareti delle celle erano ricoperte di graffiti e scritte: l’occupazione dello stabilimento da parte delle truppe alleate, la successiva trasformazione in campo di raccolta di profughi, l’umidità e l’incuria le hanno quasi del tutto cancellate. Ne restano a testimonianza i diari dello studioso Diego de Henriquez (conservati nel “Civico Museo di guerra per la pace” a lui intitolato) con la loro accurata trascrizione. Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, sull’area oggi contrassegnata dalla piastra metallica, c’era l’edificio destinato alle eliminazioni – la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale – con il forno crematorio. L’edificio e la connessa ciminiera vennero distrutti dai nazisti in fuga, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, per eliminare le prove dei loro crimini. Quante furono le vittime? Si immagina tra le tre e le cinquemila anche se in numero ben maggiore sono stati i prigionieri e i ”rastrellati” passati dalla Risiera e da lì smistati nei lager di Dachau, Auschwitz, Mauthausen.

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Basovizza, l’orrore delle foibe

La Foiba di Basovizza, dichiarata monumento nazionale nel 1992, è il simbolo delle atrocità commesse sul finire della seconda guerra mondiale e negli anni successivi dalle milizie di Tito. Pozzo minerario in disuso, nel maggio 1945 fu teatro di esecuzioni di civili e militari italiani, arrestati dalle truppe jugoslave d’occupazione.

Migliaia di persone vennero torturate e uccise a Trieste e nell’Istria controllata dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito. In gran parte vennero gettate dentro le foibe: voragini naturali disseminate sull’altipiano del Carso triestino e in Istria. Quella di Basovizza le rappresenta tutte, diventando nel tempo il principale memoriale – simbolo per i familiari degli infoibati e dei deportati deceduti nei campi di concentramento in Jugoslavia e delle associazioni degli italiani esuli dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, che qui ricordano le vittime delle violenze del 1943-1945. Dal 2008 il Sacrario è dotato anche di un Centro di Documentazione gestito dalla Lega Nazionale in collaborazione con il Comune di Trieste.

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Il Sacrario di Redipuglia

Ultima meta, sulla strada del ritorno a Torino, il Sacrario di Redipuglia , il più grande e maestoso “parco della Rimembranza” dedicato ai caduti della Grande Guerra. Redipuglia , il cui toponimo deriva dallo sloveno “sredij polije” (“terra di mezzo”), si trova nella provincia di Gorizia,  sul versante occidentale del monte Sei Busi e sorge nei luoghi dove , durante la Prima Guerra Mondiale, si svolsero le violentissime battaglie dell’Isonzo. Inaugurato il 18 settembre 1938, dopo dieci anni di lavori, l’opera –  conosciuta anche come  Sacrario “dei Centomila” – custodisce i resti di 100.187 soldati caduti nelle zone circostanti, in parte già sepolti inizialmente sull’antistante Colle di Sant’Elia. Fortemente voluto dal regime fascista, il sacrario celebra il sacrificio dei caduti e offre degna sepoltura a coloro che non avevano trovato spazio nel cimitero degli Invitti. Una  struttura imponente,  composta da tre livelli di gradoni , sormontata da tre croci  che richiamano l’immagine del Golgota e la crocifissione di Cristo. Circondato dai cipressi e dai prati  attraversati dai sentieri che passano accanto alle opere militari (camminamenti, caverne, trincee, postazioni per mitragliatrici e mortai) offre una testimonianza della linea difensiva realizzata prima dagli austriaci e poi conquistata dagli italiani.

Marco Travaglini

Lions club, cento anni all’insegna della solidarietà

L’attività umanitaria e la diffusione dei principi ispiratori del movimento mondiale del lionismo

Sono ovunque. Sono uomini e donne che, guidati dal motto “noi serviamo”, lavorano in tutto il mondo per dare una risposta concreta ai bisogni delle comunità locali e promuovere la pace. Hanno fatto del volontariato e della solidarietà la loro vocazione, il loro cuore batte per il bene dell’umanità. L’obiettivo che anima il loro impegno è dare speranza, salute, benessere e opportunità alle persone di ogni angolo della terra. Sono “Lions”, fieri ed orgogliosi di appartenere alla più grande associazione di volontariato nel mondo, il “Lions Club International”, che quest’anno taglia il traguardo del suo primo secolo di vita con un biglietto da visita di tutto rispetto: sono un milione e 400 mila, attivi in 210 Paesi con 46 mila Club. Tutti insieme, in un anno mettono in moto una macchina che vale 175 milioni di euro in servizi alla comunità e in 100 anni ha assistito oltre 148 milioni di persone. Visti da molti come realtà esclusive e associati soprattutto a grandi galà e banchetti sfarzosi, i Lions con i loro i momenti conviviali e cerimoniali di antica tradizione – come l’ascolto degli inni della nazione del presidente internazionale, di quello europeo e di quello italiano seguiti dalla lettura del Codice dell’Etica – mantengono vivo il senso di appartenenza che consente loro di condividere non solo il pane, ma soprattutto idee e azioni al servizio delle comunità.

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E’ la primavera del 1917 quando Melvin Jones, uomo d’affari di Chicago, incoraggia i soci del club che frequenta, il Business Circle di Chicago, a guardare oltre gli interessi personali e dedicarsi al miglioramento della comunità e del mondo: “Non si può andare tanto lontano finché non si inizia a fare qualcosa per il prossimo”.Quelle parole rappresentano il primo tassello di un percorso che il 7 giugno dello stesso anno conduce alla fondazione dell’”Association of Lions Clubs”, termine che diventa acronimo di “Liberty, Intelligence, Our Nation’s Safety”. E’ ancora Melvin Jones a descrivere il logo dell’associazione: “Un leone rivolto con orgoglio al passato, con fiducia in sé stesso verso il futuro e che guarda in tutte le direzioni per rendere un servizio”. Nell’ottobre dello stesso anno, alla convention nazionale di Dallas, vengono approvati lo statuto, il regolamento, gli scopi e il codice etico di un’Associazione che in tre anni diventa internazionale ed entra a pieno titolo nella storia dell’umanità. A distanza di cento anni, i principi e i valori del Lions Club International rimangono immutati. Obiettivo dell’Associazione è, oggi come allora, “Servire la propria comunità, soddisfare i bisogni umanitari”. Medesima la missione: “Promuovere la pace”. Preciso lo scopo: “Partecipare  attivamente al bene civico, culturale, sociale e morale della comunità”. Identico il codice etico: “Essere solidali con il prossimo offrendo aiuto ai deboli e sostegno ai bisognosi. Essere cauti nella critica, generosi nella lode, sempre mirando a costruire e non a distruggere”.

 

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Un’associazione orgogliosa del proprio glorioso passato, concentrata nel presente sull’obiettivo di migliorare le condizioni di vita del più alto numero possibile di persone, attenta a cogliere le sfide del futuro con ambiziosi traguardi da raggiungere per “lasciare il segno” e “fare la differenza”. Passato, presente e futuro all’insegna della continuità. I Lions sono stati, sono e continueranno ad essere “i cavalieri dei non vedenti nella crociata contro le tenebre”, sfida raccolta nel 1925 da Helen Keller, scrittrice e insegnante statunitense sordo-cieca alla quale fu dedicato il romanzo “Anna dei miracoli”. Su sua esortazione i Lions si sono impegnati in iniziative che li hanno portati ad ottenere il pieno riconoscimento a livello mondiale per il miglioramento della vita di non vedenti e ipovedenti. A loro si devono l’invenzione del bastone bianco; l’istituzione di scuole di addestramento che ogni anno donano cani guida a chi ne ha bisogno; la realizzazione di centri oculistici; la creazione di un prezioso centro per la raccolta di occhiali usati, che una volta rimessi a nuovo vengono regalati a chi non se li può permettere; l’ideazione del “libro parlato”, per consentire a chi non vede di “ascoltare” un testo; la promozione di campagne di prevenzione, screening e visite oculistiche per bambini (“Sight for kids” il nome dell’iniziativa dedicata ai più piccoli) e adulti di tutte le età. L’Associazione, che collabora con l’Organizzazione Mondiale della Sanità nella lotta contro la cecità evitabile e le minacce alla vista causate da diabete e altre patologie, ha aiutato milioni di persone fornendo occhiali e cure, sempre a titolo completamente gratuito. E dove lenti e medicina non risolvono il problema, intervengono altri generi di conforto: nel Natale del 1956 un bambino di sei anni non vedente riceve dal Lions Club di Detroit la sua prima batteria; quel bambino si chiama Steve Wonder e diventerà la leggenda del soul americano.

La tutela della salute rappresenta uno dei campi di particolare attivismo dei Lions: sono impegnati nella lotta al morbillo con importanti partnership che consentono di portare i vaccini a chi rischia di contrarre la malattia; sostengono programmi per l’educazione, la prevenzione e la cura del diabete; con il “Progetto Martina” informano e sensibilizzano i giovani sulla lotta ai tumori; affrontano il problema delle patologie rare attraverso un portale dedicato e il tema della medicina di genere con “Il cuore delle donne”.

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Grande l’attenzione dedicata ai giovani, con iniziative che vanno dalla prevenzione delle dipendenze all’informazione sulla sicurezza stradale. Non manca un fitto calendario di “scambi giovanili” e “campi della gioventù”, che offre anche ai disabili l’opportunità di conoscere nuovi luoghi e altre culture. Attraverso “Programma Alert”, i Lions sono in grado di intervenire tempestivamente in occasione di calamità naturali e catastrofi. Hanno portato soccorso alla popolazione e collaborato a imponenti ricostruzioni in Giappone, Stati Uniti, Indonesia, Pakistan e Haiti. Si sono mobilitati all’indomani del violento terremoto che nei mesi scorsi ha colpito il centro Italia e grazie alla “Lions Club International Foundation”, fondata nel 1968 per sostenere i progetti umanitari dei Lions, hanno raccolto in tutto il mondo più di 2 milioni di dollari per aiutare le comunità messe a dura prova dal tragico evento. Non ci sono barriere per i Lions, sempre pronti a tendere la mano al prossimo. Non ci sono confini e non contano la nazionalità e il colore della pelle. “Là dove c’è bisogno, lì c’è un Lions”, amano ripetere, pronti a darsi da fare. Eccoli realizzare pozzi dove la carenza di acqua potabile è un problema vitale; creare orti dove la fame mette a rischio la sopravvivenza; costruire scuole e infrastrutture in Burkina Faso o in altre terre dimenticate; progettare e realizzare un nuovo “service” per prevenire un problema o risolverne un altro nella comunità di appartenenza o in Paesi lontani. In occasione della convention internazionale di Toronto del 2012 i Lions hanno assunto l’impegno, in vista delle celebrazioni del Centenario, di arrivare a servire almeno 100 milioni di persone entro il 30 giugno 2018 in quattro diverse aree: “Coinvolgere i Giovani”, “Aiutare a prevenire i problemi della vista”, “Combattere la Fame”, “Proteggere l’Ambiente”. La progettualità messa in campo in questi settori, senza tralasciare le iniziative già avviate, ha consentito loro di raggiungere l’obiettivo già a metà settembre 2016. Il 2017 rappresenta un anno importante per i Lions. Una presenza antica, ma aperta al futuro, che quest’anno oltre a celebrare cento anni di vita e di attività festeggia anche i cinquant’anni dei Leo, i Lions del futuro, e i trent’anni dall’ingresso delle donne nell’Associazione, che hanno apportato un contributo determinante per trasformare la maggioranza silenziosa in cittadinanza attiva. Tre anniversari, tre punti di arrivo che rappresentano la linea di partenza per affrontare nuove sfide e continuare a contribuire al benessere di milioni di persone in tutto il mondo.

Paola Zanolli

Buone notizie dal Marocco

FOCUS / di Filippo Re

Una buona notizia arriva dal Marocco. I marocchini che vogliono lasciare la religione islamica e convertirsi a un’altra fede non rischieranno più la pena di morte. Il Consiglio superiore degli Ulema, massima autorità religiosa presieduta da re Mohammed VI, sancisce la possibilità di convertirsi ad altre religioni. Nei Paesi islamici l’apostata viene condannato a morte ed è vietato il proselitismo. Il Marocco riconosce da sempre il pluralismo religioso e condanna l’estremismo religioso. Rispetto a una fatwa (sentenza religiosa) del 2012 che aveva suscitato molte critiche, in cui si approvava la condanna a morte per il reato di apostasia, il Consiglio religioso ha annunciato una nuova interpretazione della norma riconoscendo libertà di coscienza al musulmano e la possibilità di cambiare religione. Per il momento la pena capitale resta in vigore per tale reato anche se negli ultimi anni non ci sono state condanne a morte per gli apostati. Il Codice penale dovrà essere modificato e ciò richiederà tempo.

Siamo di fronte a un vero cambiamento del discorso religioso più volte annunciato dal monarca marocchino? Si può parlare di svolta storica sull’apostasia ? Per il professor Paolo Branca, docente di islamistica e di storia dei Paesi arabi all’Università cattolica di Milano, si può parlare di “svolta” “perchè per la prima volta questa cosa viene riconosciuta come principio e in pratica la pena di morte per apostasia non veniva applicata nella maggior parte dei casi. Il Marocco sta facendo tanti passi avanti nel senso che il Codice civile già anni fa aveva introdotto importanti diritti per le donne e poi c’è l’importante documento di Marrakesh di circa un anno fa, dove le minoranze religiose venivano dichiarate da rispettare, in base al principio di cittadinanza, quindi riconoscendo un principio universale”. La decisione degli Ulema marocchini è una notizia positiva anche per Roberto Tottoli, docente di islamistica all’Università di Napoli L’Orientale, “anche se è difficile spiegare perchè certi musulmani non possano essere liberi di scegliere la propria religione. Forse, la prima decisione del Consiglio superiore degli Ulema era dovuta ai timori per la nascita delle prime associazioni di ex musulmani in Marocco. Questa, forse, nasce invece da una condivisibile logica opposta, ovvero che ogni tradizione ha radici storiche che è sempre più difficile imporre ad oltranza in un realtà completamente diversa”. Si calcola che negli ultimi dieci anni circa 25.000 marocchini abbiano lasciato l’Islam per passare al Cristianesimo. L’annuncio degli Ulema ha un carattere quasi rivoluzionario ma ha trovato molta risonanza più sulla stampa estera in lingua inglese e francese che su quella araba. A gennaio era uscita un’altra notizia che aveva destato stupore e malcontento negli ambienti più reazionari e conservatrici: il Ministero dell’Interno aveva proibito la produzione e la vendita del burqa per presunti motivi di sicurezza e i salafiti non avevano perso tempo a condannare tale divieto come una pericolosa “deriva modernizzatrice”. Il passo compiuto dagli ulema marocchini è molto importante, secondo padre Samir, islamologo e professore emerito all’Università St.Joseph di Beirut, “perchè hanno deciso di non applicare in modo letterale ma di “reinterpretare” la sharia, la legge islamica, adattandola al contesto attuale. Il Consiglio degli ulema, la più importante autorità religiosa del Paese, ha proposto una nuova interpretazione che smentisce una fatwa del passato, secondo cui l’apostasia deve essere punita con la pena di morte. Gli esperti islamici propongono una nuova versione emendata della “ridda” (in arabo apostasia dall’Islam, ndr) in base alla quale l’apostasia viene punita con la morte solo se inserita nel contesto di un tradimento “politico”. Ma per padre Samir il caso degli ulema marocchini non è così isolato perchè “ci sono centinaia di migliaia di persone che vogliono cambiare. Il problema è che il potere religioso è in mano ai leader, agli imam. E poi vi sono i responsi delle Università come al-Azhar che sono manipolate e mantenute dall’Arabia Saudita e dall’insegnamento tradizionale e ne influenzano le decisioni. Vi sono milioni di musulmani che non vogliono questo e tanti intellettuali che scrivono e argomentano ma non hanno il deposito della religione per potersi affermare”. Molto rumore per nulla? Quanto sta accadendo è forse il segnale di un dibattito in corso nella società marocchina ma non l’inizio di una vera revisione della questione. Le stesse fonti ufficiali marocchine hanno subito ridimensionato il valore di una decisione che sembrava come storica.

Filippo Re

 

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

Di Pier Franco Quaglieni

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A Torino  continua ad essere difficile avviare un discorso storico con il necessario distacco. Gli odi non si sono mai rimarginati e forse non si rimargineranno mai. La storia, invece, può far ciò che i singoli uomini non possono

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I professori universitari, dopo quelli medi, da oggi al 30 giugno dovranno  seguire un corso obbligatorio sulla sicurezza.

Scrive Gabriella Bosco che insegna Letteratura francese a Torino :il corso insegnerà a non fare gesti azzardati,ad evitare i pericoli, a cosa fare se uno studente ci butta un libro in testa,se c’è corrente in aula o i fili sono scoperti…”. C’è nella Bosco un briciolo di ironica esagerazione,ma non più di tanto. I professori medi sono stati sottoposti a corsi sulla prevenzione degli incendi e sul pronto soccorso,forse anche sull’educazione sessuale degli allievi. E’ mai possibile che nessuno abbia il coraggio di dire  che a questi compiti sono incaricati i bidelli, oggi chiamati operatori scolastici o qualche altra simile diavoleria che li assimila a netturbini diventati operatori ecologici. E’ la scuola, per altro, della bollatrice anche ai professori, quasi la funzione docente si misurasse con i criteri, oggi non idonei ,neppure a valutare un impiegato d’ordine. Il professore deve pensare alla ricerca scientifica, all’insegnamento, agli esami (che spesso  trasformato l’università in un esamificio), a pubblicare lavori che diano un contributo all’avanzamento degli studi nel suo campo di indagine.Non è pensabile e non è accettabile pensare ad attività non di loro competenza ed  considerate anche obbligatorie.In ogni caso chi ha affrontato il ’68 da studente e il ’77 da professore è in grado di fronteggiare ogni situazione,ogni emergenza.Vi immaginate voi un Franco Venturi,storico di fama internazionale che sicuramente non era in grado di cambiare un lampadina a casa sua, allievo di un corso sulla sicurezza? Io ,che l’ho conosciuto bene, non  ci riesco.

 

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Laura Scaramozzino delicata scrittrice 

 

Paolo Coccorese nell’ampia recensione su “La stampa” ha definito l’ultimo successo  di 

Laura Scaramozzino”  “un libro di piccole avventure ispirate ad una storia vera” ed è proprio così.

“L’uomo che salvava le anatre e inseguiva il Big Bang” ,edito  da Sillabe di Sale, è un libro delicato,a metà strada tra la realtà e la fantasia,  ambientato a Torino,in modo particolare nel parco della Pellerina di cui il protagonista , Ludovico Marchisio, classe 1947,è il guardiano. Marchisio attende agli animali ,rivelando  un amore appassionato ,  sia quando salva un’anatra o un aspirante suicida nel laghetto del parco. La Pellerina è stato ed è  un luogo squallido, ritrovo di amori mercenari e di crudele sfruttamento della prostituzione. La Scaramozzino lo redime con la poesia del suo libro. Ho sempre avuto un’attrazione  per le anatre:da bambino, a Pasqua, mia zia mi regalava due piccoli anatroccoli. Li tenevo in campagna e li coccolavo.Da quel momento non ho più mangiato carne di volatili di qualsiasi genere. In campagna avevo un’oca che riconosceva la mia macchina e veniva al cancello a salutarmi. Avevo vent’anni, quell’oca mi colpì per la sua intelligenza e mi rivelò  l’errore  insito nei luoghi comuni.  Nel libro ho ritrovato me stesso e mi sono reso conto del perché non mangio  quelle carni.E’ un libro da leggere che non si può riassumere perché ogni pagina è imprevedibile.In questo sta il valore della giovane scrittrice che ci offrirà sicuramente altre prove convincenti  di sé,  senza rincorrere il successo mediatico che uccide la poesia. Ed è  grande titolo d’onore della scrittrice non essere passata sotto le forche caudine della torinese  Scuola Holden di Baricco.

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Silvio Fasano,un cuore torinese ad Alassio
Silvio Fasano è un torinese trapiantato ad Alassio, uno dei tanti torinesi che vivono nella perla del Ponente ligure.Mario Soldati definì la Città del Muretto,”il mare di Torino”.Silvio Fasano è un torinese doc,vissuto in San Salvario,scuola media  dai Salesiani al “S.Giovanni Evangelista e poi all”Avogadro”. E’ uno dei pochi veri giornalisti fotografi che si siano meritati la tessera dell’ordine dei giornalisti non in base ad una interpretazione estensiva della legge che fece diventare giornalisti anche gli stenografi. Possiede un archivio prezioso che documenta la vita di Alassio,Albenga,del Ponente in generale  che forse nessun altro possiede.E’ il frutto di decine d’anni di professione.

Con il suo inseparabile cane, il suo scooter,la scala su cui lui sale  per fare fotografie panoramiche all’antica maniera. E’ un uomo affabile,sincero,un professionista serio che non ha mai perso un evento importante o con la sue fotografie ha reso importante un banale fatto di ordinaria o straordinaria quotidianità. Fotografò ,ad esempio, un gabbiano mentre aggrediva un uomo sulla spiaggia di Ceriale. I suoi servizi fotografici  vengono pubblicati dai maggiori quotidiani nazionali. E’ lo zio del cantante Franco  Fasano che lo scorso anno ricevette l’”Alassino d’oro” e lo zio lo immortalò con la sua macchina fotografica. Una fotografia storica lo ritrae giovanissimo,già con la macchina fotografica in mano,  dopo la trasmissione “Campanile sera” ad Alba,insieme ad Enzo Tortora. Fasano è un torinese che tiene alto il nome di Torino in Liguria. 

 

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I terribili anni dal ’43 al ’45

 Venerdì scorso è stato ripresentato a Torino,a tre anni dall’uscita nel 2014, il bel libro di Nicola Adduci “Gli altri.Fascismo repubblicano e comunità nel torinese(1943-1945 ) presso la casa della resistenza di corso Umbria. E’ raro che un libro sia oggetto di una ripresentazione a distanza di anni,ma la motivazione addotta,quella di non dimenticare,è sicuramente condivisibile. Il libro ripercorre la storia del fascismo repubblicano  alleato e succubo dei tedeschi in una Torino piena di macerie dovute ai bombardamenti  anglo-americani. Mio padre  perse la casa in un bombardamento notturno e quel ricordo non lo abbandonò mai. Ne parlava come fosse capitato ieri. Al mattino dovette andare in banca e ripartire da capo. Interessarsi degli “altri” ,ovviamente con l’estraneità e l’ostilità dichiarata di Adduci, è un passo avanti nella ricostruzione storica. Lo storico si occupa anche dell’ultimo federale di Torino, Giuseppe Solaro,sul quale uscì un libro “ Giuseppe Solaro . Il fascista che morì due volte” pubblicato anch’esso nel 2014 ,opera di un giornalista lucchese, Fabrizio Vincenti ,che riabilita in parte  una delle figure più odiate di quegli anni terribili. Mi proposero di promuoverne la presentazione a Torino,ma non trovai nessuno disposto a farlo e non mi sentii di proseguire nella ricerca.E fu un atto di viltà. Ritengo infatti si debba scrivere e parlare senza inibizioni e senza steccati preventivi, ma a Torino  continua ad essere difficile avviare un discorso storico con il necessario distacco. Gli odi non si sono mai rimarginati e forse non si rimargineranno mai. La storia, invece, può far ciò che i singoli uomini non possono. Solo Gianni Oliva con i suoi libri sulle foibe, sull’esodo, sulla Resistenza non mitizzata,sui Savoia e su Umberto II , è riuscito ad indicare una strada nuova che gli ha provocato anche forti ostilità . Il cammino è ancora lungo e difficile. Ovviamente senza facili intenti revisionistici,senza capovolgere i giudizi di merito che la storia ha ormai definito e che è impossibile cambiare.Ricordare a Milano la M.O. Carlo Borsani giustiziato dai partigiani ha suscitato aspre polemiche. Certamente Casa Pound  intende capovolgere la storia e strumentalizzarla per i suoi fini,ma Borsani fu uomo che merita il rispetto di tutti.

 

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Morzenti,  una vita “complessa, ma bellissima”

E’ morto Giovanni Morzenti ,ex presidente della Federazione Italiana Sport Invernali, Aveva 66  anni. Quasi nessuno ha parlato di lui; soprattutto i suoi amici che l’avevano  ormai dimenticato,hanno taciuto.Eppure alcuni gli dovevano molto.La sua è stata una vita sempre di corsa, tra successi e cadute. Lo sci a Limone Piemonte si identificava in lui che lanciò la  Riserva Bianca di Limone,facendo del paese un’attrazione sciistica di livello internazionale.In precedenza, era frequentato,  quasi solo d’estate ,soprattutto da molti liguri e cuneesi.C’era davanti alla parrocchia un solo un piccolo  e triste ristorante, con la vasca delle trote in bellavista, e quasi nulla di più.L’ ho conosciuto nel 1998 e trascorsi nella sua casa di Limone un Capodanno in cui avemmo modo di scambiarci gli auguri e anche qualche idea.Fu gentilissimo. Mi resi conto, in breve volgere di  tempo, che alcuni suoi amici non potevano essere i miei.L’unico dei suoi amici che fu anche mio amico finché visse, fu il senatore Giuseppe Fassino, un gentiluomo liberale di antico stampo.Lo rividi  per un premio che per qualche anno fece parlare di Limone. Lo consegnarono anche a Sergio Romano,presente il Generale dei Carabinieri Franco Romano. Fui io a parlare dell’ambasciatore a Mosca , dello storico e del  giornalista che allora era appena passato dalla “Stampa” al “Corriere”.Ha lasciato delle  parole che meritano di essere conosciute  e  che gli fanno molto onore :”Ho avuto una vita complessa ,ma bellissima.Ci sono tante persone che voglio ringraziare ed anche  altre che voglio perdonare.Non porto con me segreti ,ma solo speranze.Se potete,fate quello per cui ho sempre vissuto, fatelo meglio di me “.

 

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LETTERE   scrivere a quaglieni@gmail.com

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Ho visto citato in un suo articolo Carlo Delcroix, ho guardato su Internet e mi è sembrato un personaggio importante dimenticato . Cosa ne pensa?

                                                                                     
Luigi Fino
Ho conosciuto personalmente Carlo Delcroix, grande invalido della Grande Guerra, cieco e senza mani. Meriterebbe di essere approfondita la sua figura. Ricordo di averlo ascoltato quindicenne in piazza San Carlo e un’altra volta a Roma. Era un grandissimo oratore, forse il più grande che io abbia mai ascoltato.Era stato deputato e presidente degli Invalidi e Mutilati di Guerra. Sostenitore di Mussolini,non aderì alla RSI e nel dopoguerra fu eletto deputato tra le fila del PNM. Molti suoi libri  appaiono datati,ma i suoi discorsi restano. Su Internet ce n’è uno sul Duca d’Aosta che può offrire un esempio della sua eloquenza. In tempi in cui la politica si fa in televisione,certo appare distante il discorso in un teatro o in una piazza. Ma in passato esso ha giocato un ruolo importante.

PFQ

I villaggi operai dal Nord Europa a Leumann

Giovedì 11 maggio alle 11.30 a Palazzo Lascaris (via Alfieri 15 a Torino), verrà inaugurata la mostra “Una casa per tutti. I villaggi operai dal Nord Europa al Piemonte”, promossa dal Consiglio regionale del Piemonte e realizzata dall’Associazione Culturale Kòres.


Dalla seconda metà dell’Ottocento, con l’espandersi delle nuove realtà industriali, l’esigenza di fornire una casa (vicino alla fabbrica) ai lavoratori inizia ad assumere un significato importante. I villaggi per gli operai incominciano a sorgere in molte regioni del nord Europa per poi diffondersi anche nell’Italia settentrionale e, in particolare, in Piemonte.

Alla fine del XIX secolo Torino esce dalla sua crisi di identità dopo aver perso il ruolo di capitale d’Italia e si re-inventa come modello di sviluppo industriale. Tra i nuovi imprenditori sono soprattutto quelli che operano nel campo del tessile (Abegg, Du Pont, Gütermann, Leumann, Crumière, per citarne alcuni) a portare in Piemonte una diversa cultura imprenditoriale e un nuovo approccio nei rapporti tra proprietà e lavoratori. Costruire un gruppo di case per gli operai e gli impiegati della fabbrica con i servizi essenziali in comune (la scuola, la chiesa, il lavatoio) diventa un’esigenza che molti imprenditori illuminati realizzano nelle vicinanze dei loro stabilimenti.

Un’intera sezione della mostra è dedicata alla Borgata Leumann di Collegno, realizzata alle porte di Torino tra il 1875 e il 1907 dall’ingegnere-igienista Fenoglio, per gli operai del vicino cotonificio dello svizzero Napoleone Leumann. Oltre alle immagini d’epoca del villaggio saranno esposti anche alcuni oggetti legati alla sua storia.

In Piemonte altri grandi esempi di villaggi operai sono stati realizzati tra ‘800 e inizio ‘900 a Torino (Villaggio Snia), a Ivrea (Borgo Olivetti), a Perosa Argentina (Villaggio Gütermann), a Villar Perosa (Villaggio operaio della RIV SKF), il villaggio operaio della Manifattura di Cuorgnè, il villaggio Wild&Abegg a Borgone di Susa, quello dei Fratelli Bosio a Sant’Ambrogio, e nelle valli di Lanzo il piccolo agglomerato urbano dei tedeschi Remmert. In Italia altri gruppi di case operaie dello stesso genere vennero realizzati a Schio (Vicenza) e a Crespi d’Adda (Bergamo), fino agli ultimi insediamenti che risalgono alla prima metà del ventesimo secolo.

La mostra è stata curata da Alba Zanini (presidente dell’associazione Kores) e Carla F. Gutermann, giornalista, discendente di Napoleone Leumann, in collaborazione con la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana di Settimo Torinese.

La mostra “Una casa per tutti. I villaggi operai dal Nord Europa al Piemonte”, ricca di fotografie originali e di approfondimenti storici, resterà aperta a Palazzo Lascaris da lunedì a venerdì dalle 10 alle 18, fino al 23 giugno 2017. Ingresso gratuito.

Info: info@associazionekores,it –  tel. 348 8830991

FC – www.cr.piemonte.it

Ambiente, “Se mi lasci non vale”

Il concorso “Se mi lasci non vale”, promosso da Cidiu Servizi per sensibilizzare i ragazzi sul problema del littering, è giunto alla fase del voto degli elaborati. Fino al 21 maggio è infatti possibile entrare nella sezione “Guarda e vota” della piattaforma www.semilascinonvale.net per dare le proprie preferenze ai lavori realizzati dai ragazzi delle classi quinte della scuola primaria e a quelli delle classi della scuola secondaria di primo grado che hanno partecipato all’iniziativa. È possibile dare il voto a più elaborati, ma si può esprimere la propria preferenza una volta sola per ognuno. I lavori da votare sono 27; si tratta di disegni, foto, video e fumetti realizzati da classi delle scuole primarie Alessandro Manzoni di Pianezza, Maria Ausiliatrice di Giaveno, Luisa de Marillac di Grugliasco, P. Gobetti di Rivoli e delle scuole secondarie di primo grado Rita Levi-Montalcini di Rosta, A. Tallone di Alpignano, Don Milani di Druento, Jacquerio di Buttigliera Alta. La classifica dei vincitori verrà pubblicata sulla piattaforma www.semilascinonvale.net a partire dal 23 maggio 2017. La premiazione si terrà nella prima settimana di giugno, nell’ambito della Giornata Mondiale dell’Ambiente.

Massimo Iaretti

 

Silvio Spray dipinge emozioni “on the road”

SESTA PUNTATA – Viaggio nel vasto mondo degli hobbysti, tra chi per sopravvivere alla crisi sta cercando di trasformare in mestiere una passione

 

E’ stato un viaggio alle Canarie a dare la svolta alla sua vita. Fino ad allora Silvio Tessarin, classe 1954, era un tranquillo odontotecnico, titolare di un affermato studio professionale. Anticonformista, creativo, stravagante e anche un po’ bizzarro, ha 40 anni quando si appassiona alla pittura, che nel tempo libero diventa il suo hobby. Da lì a poco incomincia a stargli stretta la vita tra protesi dentali, molari, premolari e incisivi. Inquieto e insofferente, il suo pensiero torna spesso a quell’artista incontrato nelle Canarie, che imbrattando di emozioni una tela bianca con vernice spray colorata intratteneva il pubblico realizzando opere che andavano a ruba. “Quando l’ho visto – ricorda – ho pensato: ma guarda un po’, questo è addirittura più stordito di me”. Dieci anni fa la decisione: chiudere l’ambulatorio e diventare un artista di strada. “Una scelta di vita e libertà”, spiega. “Ho messo un annuncio – precisa – per vendere le attrezzature, che poi ho regalato a dei missionari per opere umanitarie nello Zaire. Ho trasformato lo studio in laboratorio d’arte e sono partito all’avventura con le mie tele, per le piazze della città e nelle sagre dei paesi”. L’inizio non è dei più promettenti.

“Per almeno un paio d’anni – spiega – non sono stato preso in considerazione, nessuno guardava le mie opere. Come se fossi un fantasma”. Poi un giorno, per puro caso, un errore gli apre le porte del successo: preparando l’attrezzatura da portare sulla strada prende la cartellina sbagliata. “Arrivato a destinazione – racconta – mi sono ritrovato senza nulla da esporre: solo fogli bianchi, i disegni erano rimasti a casa. Non avevo altra scelta: ho improvvisato, mi sono messo a dipingere e la gente ha incominciato a fermarsi e guardarmi lavorare. Finita la prima tela un signore mi ha chiesto se la vendevo. Immediatamente un altro mi ha detto che ne voleva una anche lui e da quel momento non ho più avuto tregua: non facevo tempo a iniziare un’opera che già era venduta”.

Da allora è stato ospite prima sul palcoscenico del Maurizio Costanzo Show; poi di Cultura Moderna, condotto da Teo Mammucari. Esperienze che gli hanno dato popolarità. Ma il prestigio se lo è guadagnato sul campo: oggi “Silvio Spray” è un esponente di spicco della “Street Art” non solo torinese. Con gestualità rapida e decisa, agita bombolette di vernice spray e spruzza colori trasformando fogli bianchi in opere d’arte. Nastro isolante per delimitare i bordi della sua espressione creativa, una guida telefonica dalla quale staccare le pagine per assorbire il colore in eccesso o sfumarlo quando i movimenti delle mani e delle dita non bastano, sono gli strumenti di una tecnica pittorica frutto del suo estro e della sua fantasia: evocative barche a vela in mezzo al mare, sensazioni ed emozioni della città e del caos urbano, allusive sfumature delle stagioni, deliziosi scorci di paesaggi e tanto altro.

Tutte opere “on the road”, fuori da schemi e costrizioni, in cui cromatismi, incastri, volumi, luci, toni, segni e colature riflettono l’intensa libertà creativa dell’autore.

Paola Zanolli

 

Tutto sulla morosità nel condominio

Si è tenuto nella Sala convegni ATC di corso Dante 14, il convegno dal titolo “Morosità nel condominio: debiti e recupero crediti, aspetti giuridici e fiscali”, promosso da Confedilizia in collaborazione con Confedilizia Regionale Piemonte e Valle d’Aosta e con Ape Torino Confedilizia.

Sono intervenuti professionisti del settore per spiegare gli aspetti giuridici e fiscali della morosità in ambito condominiale.Sempre più spesso la morosità soffoca il condominio e gli amministratori di stabili si trovano in seria difficoltà con la gestione finanziaria e a pagare i debiti verso i fornitori dei servizi condominiali. Un contesto che sfocia in azioni giudiziali di recupero crediti del condominio e si trasforma in un contenzioso pesante e costoso per tutti.

“Un problema – ha sottolineato il presidente Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa – che vediamo sotto due aspetti, quello economico-sociale e tecnico. Economico-sociale perchè è un fenomeno in aumento per via della crisi economica e per le troppe tasse sulla casa. Sotto il punto di vista tecnico, perchè le nuove norme sul condominio andrebbero migliorate e chiarite. Solo due giorni fa siamo stati auditi dal Governo sulla manovra fiscale. Siamo rimasti molto delusi, perchè basterebbero delle misure minime per ridare fiducia alla crisi del settore immobiliare. Tra gli interventi, per esempio, abbiamo proposto di detassare i locali commerciali applicando la cedolare secca e tutelare i cosiddetti affitti brevi (Airbnb), due piccole opportunità che darebbero oltre ad un segnale di fiducia, a far girare l’economia”.

Dello stesso parere è il presidente di Ape Confedilizia Torino, Erasmo Besostri “I problemi che vengono a crearsi nel condominio, sono sintomo della mancanza di risorse economiche e di uno stato che non pensa a salvaguardare il bene primario come la casa. L’economia italiana parte dall’immobile, che serve come capitale di rischio, per la pensione e come impegno sociale”.

Anche il presidente ATC, Marcello Mazzù è intervenuto sul tema della morosità in ambito dell’edilizia residenziale pubblica “Atc, come amministratore, si trova di fronte a due differenti scenari: la realtà delle intere locazioni di edilizia residenziale pubblica e quelle condominiali, che vedono la compresenza di inquilini e proprietari che hanno acquistato l’alloggio a riscatto. Nei condomini la difficoltà è quella di fare fronte ad un patrimonio edilizio che “invecchia” e a interventi manutentivi che concilino la necessità di manutenzione straordinaria con la sostenibilità economica dei proprietari. Ma il grande sforzo della nostra Agenzia riguarda il recupero della morosità sulle bollette degli inquilini: un impegno che attraverso piani di rientro e valutazioni caso per caso ci permette di portare la morosità dal 24 al 9% nel giro di qualche anno”.

Parcometri, Pos anche per la sosta a pagamento

Di Patrizia Polliotto *

Parcheggio a pagamento, proviene da Fondi, paese in provincia di Latina, una sentenza che potrebbe rivoluzionare il rapporto degli automobilisti con il famigerato parchimetro.

Il fatto prende le mosse da un verbale di 41 euro elevato a una praticante di uno studio professionale della cittadina laziale: il motivo? Aveva lasciato l’auto in sosta a pagamento senza esporre il documento di parcheggio comprovante l’avvenuto pagamento. La protagonista del fatto, che ha citato in tribunale il comune luogo del fatto, ha spiegato ai giudici di non aver potuto pagare il ticket perché priva di monete. In più, il parchimetro non accettava nemmeno banconote, né dava possibilità di poter versare l’importo con il bancomat. Lo scorso inverno, il Giudice di Pace di Fondi, Giovanni Pesce, si è pronunciato a suo favore: si legge, nel testo della sentenza, che “in mancanza di dispositivi attrezzati col bancomat gli automobilisti potranno ritenersi autorizzati a parcheggiare gratis e senza il rischio di essere multati”A confermare tale orientamento giurisprudenziale, vi è anche la  Legge di Stabilità del 2016: essa dispone infatti che “dal primo luglio (2016) le macchinette per l’erogazione dei ticket del parcheggio siano predisposte al pagamento tramite POS. ll fine della norma è quello di incentivare i pagamenti elettronici e prevede l’estensione ai dispositivi di controllo di durata della sosta l’obbligo di accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito e carte di credito”. Per una volta tanto, ad avere la meglio sulle amministrazioni comunali, sono stati i cittadini.

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* Avvocato, Fondatore e Presidente del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori

 

UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI
COMITATO REGIONALE DEL PIEMONTE
TEL. 011 5611800, Via Roma 366 – Torino
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