Il conto giudiziale è un nuovo strumento di controllo e indirizzo della spesa pubblica. Per approfondire questo istituto, il Consiglio regionale del Piemonte organizza per la prima volta in Italia una tre giorni di studio, alla quale parteciperanno il presidente Mauro Lause alcuni dei più importanti esperti a livello nazionale.
Mai come nell’attuale momento storico è avvertita l’esigenza da parte dei cittadini contribuenti a che sia garantita la correttezza delle gestioni finanziarie e patrimoniali degli enti pubblici. La centralità del tema sta conducendo ad un rinnovato interesse per gli istituti di “contabilità pubblica” e più in generale per l’ordinamento contabile le cui regole sono state profondamente trasformate a seguito delle riforme costituzionali e dei vincoli sovranazionali ed internazionali. Ne deriva la crescente attualità del giudizio sui conti che, pur rappresentando il nucleo storico della giurisdizione contabile, non sempre ha ricevuto adeguata attenzione da parte della comunità scientifica. Oggi, l’entrata in vigore del d.lgs. n.174 del 2016 (codice della giustizia contabile) e l’indubbia complessità applicativa delle nuove norme rendono ineludibili la ripresa del dialogo e del confronto tra la giurisprudenza e l’accademia. Ciò non solo nell’interesse degli operatori, ma soprattutto nell’interesse della collettività che esige un rafforzamento di tutti gli strumenti a presidio della corretta gestione delle risorse pubbliche. Il convegno intende dare a questo obiettivo una prima risposta.
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L’appuntamento, realizzato in collaborazione con l’Ordine degli Avvocati di Torino, l’Ordine dei Dottori commercialisti ed Esperti contabili di Torino e il Dipartimento di Giurisprudenza è il 19, 20 e 21 ottobre a Palazzo Lascaris, via Alfieri 15 – Torino. Prenotazione obbligatoria entro il 17 ottobre fino ad esaurimento posti tel. 011 5757.211 – 357, mail: rel.esterne@cr.piemonte. La partecipazione al convegno assicura 2 crediti formativi a sessione per gli Avvocati e 1 credito l’ora per i Commercialisti e Revisori.
gm – www.cr.piemonte.it

Venerdì 13 ottobre, alle ore 19, “Il sangue non si lava”, il libro verità sulla quarta organizzazione criminale più pericolosa al mondo, sarà presentato a Torino, presso l’Arsenale della Pace (Piazza Borgo Dora, 61)
Il corso intende fornire nozioni basilari delle diverse culture arabo-islamiche, stabilendo talora il confronto con le istituzioni giuridiche e culturali della società italiana d’inserimento degli immigrati,
ammassato truppe ai confini minacciando un intervento armato. Il Kurdistan è isolato dal mondo o quasi. I curdi sono abituati a essere imbrogliati e raggirati. Cent’anni fa, il sogno di far rivivere il “Grande Kurdistan” storico sulle ceneri dell’Impero ottomano fu cancellato con un tratto di penna a Losanna nel 1923. Forse non accadrà nulla di grave ma ben sappiamo che ogni scintilla in Medio Oriente rischia di incendiare interi territori. Un referendum fa sempre paura per i contraccolpi che potrebbe provocare. Nella pacifica Europa il voto catalano ha provocato un piccolo incendio tra Madrid e Barcellona, in Medio Oriente divamperebbe subito una guerra. E c’è l’annuncio sinistro del “fantasma” Al Baghdadi, morto e risorto più volte nei deserti mediorientali, che in un recente e misterioso audio parla di guerra inevitabile tra i turchi e i curdi proprio mentre la tensione tra Ankara ed Erbil sale alle stelle. Massoud Barzani, presidente del Kurdistan autonomo, ha ottenuto facilmente ciò che voleva, un plebiscito a favore dell’indipendenza del Kurdistan che in realtà non significa separazione dal governo centrale di Baghdad ma piuttosto un passo avanti verso un’autonomia sempre più ampia della regione curda.
trattativa con Barzani ritenendo “incostituzionale” il referendum e ribadisce che le leggi irachene saranno applicate in tutto il Kurdistan, gli sciiti iracheni accompagnano le loro feste religiose con canti e slogan contro i “cospiratori separatisti” del nord. Ma l’entusiasmo per l’indipendenza si è esteso a tutte le regioni curde del Medio Oriente. In diverse città iraniane molta gente è scesa nelle strade per festeggiare il voto e il governo di Damasco ha fatto sapere che discuterà per la prima volta di autonomia con i curdi siriani (circa il 10% della popolazione) che dall’inizio della guerra amministrano i territori che controllano ma nessun referendum stile Erbil sarà consentito dal regime di Bashar al Assad. Le manovre dei curdi siriani (almeno 2 milioni) verso la conquista di una larga autonomia sono fonte di preccupazione anche per gli stessi turchi che stanno ultimando la costruzione di un muro al confine con la Siria. Si tratta di una barriera di blocchi di cemento lunga 700 chilometri e già realizzata per seicento chilometri.
non scoppierà un altro conflitto in un’area già segnata da troppe tragedie ma il futuro politico ed economico del Kurdistan resta incerto. Passata l’euforia, per Barzani arriva il momento più difficile, quello di gestire il dopo referendum e fare i conti anche con le altre formazioni curde che non lo amano. Per sopravvivere il Kurdistan dovrà continuare a vendere il suo petrolio e dovrà trattare proprio con i Paesi che oggi lo minacciano. Timori e sospetti crescono anche nelle comunità cristiane. Sono decine di migliaia i cristiani rifugiati nel Kurdistan dopo l’arrivo dell’Isis in Iraq. In questa fase delicata la Chiesa caldea esprime preoccupazione per il futuro e invita tutte le parti interessate a un “dialogo coraggioso”. Per ottenere l’appoggio delle minoranze le autorità curde hanno presentato, alla vigilia del referendum, un documento politico in cui si assicura la tutela dei diritti di tutte le minoranze etniche e religiose e si garantisce democrazia e decentramento amministrativo nelle zone in cui abitano cristiani caldei, assiri, siri, armeni, turkmeni e yazidi. Tuttavia la partita intorno alla Piana di Ninive, l’area dove da secoli vivono le comunità cristiane, è ancora tutta da giocare e c’è chi non vede l’ora di mettere le mani sopra villaggi e città dell’area in cui stanno tornando i primi gruppi di cristiani cacciati dall’Isis alcuni anni fa.
di Pier Franco Quaglieni
Marconi e Vaudagna che furono, ammesso che fosse possibile , l’anima liberale di una contestazione violenta e quindi illiberale. Il Pli non mi sostenne, neppure i miei amici democristiani e socialisti ebbero il sostegno del loro partito e RDU non riuscì ad incidere, malgrado il discreto consenso tra gli studenti moderati. Solo Fabrizio Chieli capi’ che i liberali non potevano sostenere i contestatori. Forse non cogliemmo che i contestatori condannavano insieme al Pci anche le mistificazioni ideologiche .Il loro guardare alla Cina e a Cuba ci impediva di cogliere aspetti positivi nelle loro posizioni.
settimana.
Nella ricorrenza del centenario della Rivoluzione Russa, alcune tra le più note realtà culturali torinesi hanno deciso insieme di compiere una piccola grande rivoluzione: si sono riunite per elaborare un programma di eventi su quell’evento storico
l’originale sguardo sul quotidiano e realizzati tra gli anni ’20 e ’30. Presso il Polo del ‘900, l’UC organizza anche un incontro sull’impossibilità della memoria del ’17 nella Russia di oggi con gli studiosi Maria Ferretti (Università della Tuscia) e Alexis Berelowitch (EHESS). Il ciclo di proiezioni è a cura di Eugenia Gaglianone e Daniela Steila con la collaborazione di Elisa Baglioni. Da non perdere, oltre alle iniziative dedicate all’arte figurativa, il reading “Aleksandr Blok, I dodici” a cura dell’Associazione Culturale Russkij Mir, così come Ottobre musicato live dal gruppo Atem al circolo ARCI Sud. L’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, presso il Polo del ‘900, propone due importanti capolavori accostando animazione (Jurij Norshtejn) e documentario (Dziga Vertov), mentre grazie al cinema Romano il pubblico potrà riscoprire Noi vivi. Addio Kira di Goffredo Alessandrini. Dal 7 all’11 novembre il Convegno internazionale, organizzato dal Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, “Dopo la Rivoluzione. Strategie di sopravvivenza nella Russia dopo il ‘17” costituirà un momento scientifico di maggiore approfondimento.

l’avamposto più a nord-est, sul crinale del confine orientale. Oltre e più in là l’Istria e le isole del Quarnaro, la Dalmazia e, all’interno, la Bosnia. Abbastanza lontani per non sentire il rombo dei cannoni ma vicinissimi a una terra dove la guerra infuriava cruenta, senza risparmiare ospedali, donne, vecchi e bambini. Una guerra dove, si disse, “non esisteva una prima linea, con la morte che arrivava ovunque, anche in una giornata di sole”. Proprio dei bambini volevano parlare. Delle loro condizioni di dolore e privazioni che si leggevano negli occhi grandi e tristi. Delle sofferenze che pativano, dell’incertezza del presente e dell’angoscia del futuro che appariva loro provvisorio, impalpabile. A volte nemmeno immaginabile per chi è orfano o non trovava più i genitori. Dovevano girare un servizio per il telegiornale della prima rete sui “bambini senza nome”, nati dagli stupri etnici o figli di genitori dispersi in guerra. Nel loro ultimo giorno di vita erano a Mostar, la città divisa dalle acque verdi e tumultuose della Neretva. Nella sua parte orientale dove viveva la maggioranza musulmana, nel cuore della città vecchia sotto bombardamento, scoprirono l’esistenza di uno scantinato in una palazzina dove da mesi dormivano decine di persone, tra cui molti bambini. Marco, Saša e Dario decisero di fare qualcosa per loro, documentando e mostrando al resto del mondo la loro condizione. La telecamera e il microfono per denunciare la violenza e il terrore che ammorbavano l’aria, rendendola irrespirabile. E’ lì che incontrarono gli occhi azzurri e tristi di Zlatko, bambino di Mostar. Chi ricorda bene cosa accadde quegli attimi è un giornalista che era con loro, Alija Behram, all’epoca reporter di radio Mostar. Oggi è direttore di RTM, la radio televisione di Mostar, ma a quel tempo aveva la redazione proprio in quella palazzina. Raccontò a Giovanni
Longhi, inviato de “Il Piccolo” : “Eravamo usciti perché nel sotterraneo dove si trovavano circa ottanta persone di cui decine di bambini, la luce del faretto della telecamera di Ota si stava esaurendo e il cortile protetto dal condominio di sei piani sembrava un posto sicuro”. Era pomeriggio, attorno alle 15, quando la troupe con gli interpreti Vesna e Efendich e il piccolo Zlatko si appiattì per quanto possibile al riparo del muro. Mai fidarsi quando si è sotto tiro. Nell’istante in cui Marco Lucchetta porse il microfono al piccolo Zlatko una granata , sparata verso l’alto dalla zona ovest della città o dalle alture che circondano Mostar, valicò il tetto della casa sibilando e ricadde esplodendo nel cortile a un metro dal gruppo. “Marco è morto all’istante”, disse Alija. Anche Saša e Dario morirono. Tutto si consumò nello spazio di pochi secondi. La loro vita e il ronzio della telecamera che riprendeva quel visino triste ed emaciato. Il sibilo del razzo che anticipava la deflagrazione e la morte. Poi il silenzio del dopo-bomba, rotto dalle urla di Zlatko che ebbe salva la vita grazie ai corpi dei tre inviati “italijanski” che, cadendogli addosso,gli fecero da scudo . “Fu come se le lacrime di quel bimbo riassumessero le lacrime di tutti i bambini vittime di quella guerra. Durarono pochi minuti. Poi, il silenzio degli innocenti calò su Mostar”. Quel bimbo, Zlatko Omanovic, aveva cinque anni. Raggiunse in un primo momento Trieste dove, con la madre Sanela, venne ospitato dal Comitato per le vittime di guerra. Poi, ricongiuntosi alla famiglia anche il padre Adìs, emigrarono in Svezia. Sul luogo dove sono morti i tre giornalisti venne posta una lapide. Trovarla è un impresa perché quasi nessuno
ricorda, o vuole ricordare, quei fatti. Ho provato, a Mostar, a domandare in giro per farmi indicare il punto esatto dell’esplosione. Ero curioso di vedere la lapide rettangolare a fianco della scala che porta all’atrio del caseggiato. Niente da fare. Mi sono rassegnato a guardare le foto che la ritraggono , ricordo pietrificato di quel giorno e delle tre vittime che “con coraggio e amore”( “sa hrabrošcu i ljubavlju”) cercavano di testimoniare il dramma della guerra. Mani ignote hanno cancellato la parola “fratricida” in lingua bosniaca, riferimento diretto alla guerra che Luchetta, Ota e D’Angelo volevano capire e documentare. Hanno imbrattato con della vernice nera anche la traduzione in italiano , ma non sono riusciti a renderla del tutto illeggibile. Segno che le tracce del conflitto non si vedono solo nei fori sui muri delle case, provocati dalle sventagliate dei mitra e dalle schegge delle granate. Il fuoco dell’odio interetnico e dell’intolleranza religiosa cova sotto la cenere e avvelena gli animi. Non si vede ad occhio nudo ma si sente nelle parole, s’intravede nei gesti, negli sguardi obliqui e sfuggenti. Persino i silenzi parlano. E non s’avverte il segno delle buone intenzioni in questa rimozione della memoria. Ciò che Mostar si vuol accantonare, a Trieste invece non hanno dimenticato. La fondazione intitolata a Marco, Dario e Saša (a cui va aggiunto il nome di un quarto triestino, l’operatore della Rai Miran Hrovatin. assassinato il 20 marzo del 1994 in Somalia, insieme a Ilaria Alpi ) continua a occuparsi di bambini che hanno vissuto gli orrori delle guerre. Insieme al premio giornalistico dedicato ai tre inviati e al ricordo personale di parenti, colleghi e amici, rappresenta un modo concreto per rendere indelebile una memoria che nel tempo non si offusca ma ,al contrario, si consolida.
Il volontariato di protezione civile, le istituzioni e il mondo della ricerca scientifica si impegnano insieme per comunicare sui rischi naturali che interessano il nostro Paese. Il 14 ottobre volontari e volontarie di protezione civile allestiranno punti informativi “Io non rischio