I Moti per la libertà nell’Europa di Santorre di Santa Rosa
Chissà se all’imperatore Napoleone, ormai al termine della vita, prigioniero a Sant’Elena, giungono gli echi della rivoluzione liberale iniziata in Spagna il primo gennaio 1820, subito attecchita a Napoli e in Sicilia, e riacutizzata in Piemonte nel marzo del 1821?
In fondo, le istanze di liberazione devono molto alle idee della Rivoluzione
francese, esportate con le armi in tutta Europa venticinque anni prima da
Napoleone, ancora giovane ufficiale. Per l’Italia, si tratta dell’inizio del
Risorgimento. Per il mondo, è il tempo delle rivoluzioni globali. Per la prima
volta sventola la bandiera tricolore e gli insorti chiedono la costituzione, le
libertà fondamentali di associazione, di culto e di stampa. Ma si tratta anche
della prima “rivoluzione tradita”, con Carlo Alberto, l’erede al trono che prima
illude i cospiratori, per poi allinearsi alla fedeltà dinastica. La sconfitta dei
Moti, fa emergere la figura di Santorre di Santa Rosa, nobile sabaudo che,
costretto all’esilio, diverrà “rivoluzionario di professione”, partecipando con
Lord Byron alla guerra per l’indipendenza della Grecia dal dominio ottomano,
e morendo nella difesa dell’isola di Sfacteria. È dunque anche grazie alla
figura risorgimentale di Santorre di Santa Rosa, che nasce il mito romantico
dell’“eroe rivoluzionario” che passerà da Garibaldi a Che Guevara.
La mostra Che mai sarà per noi il 1821? I Moti per la libertà nell’Europa
di Santorre di Santa Rosa, organizzata dalla Città di Savigliano, inaugura
domenica 24 ottobre a Palazzo Muratori Cravetta, città natale di Santorre di
Santa Rosa.
Si realizza grazie alla collaborazione con il Museo Nazionale del
Risorgimento Italiano che ha messo a disposizione numerose opere custodite
nelle sue collezioni: documenti, manifesti, stampe, manoscritti e dipinti.
Si parte da una suggestiva ricostruzione del rientro del Re Vittorio Emanuele
I a Torino nel 1814, dopo oltre 15 anni di esilio. A Vienna risuonano le note
della cantata Der glorreiche Augenblick (il momento glorioso) di Beethoven: è
la restaurazione dell’Ancien Régime. Mentre già serpeggia la voglia di “fare
un quarantotto”, un’espressione proverbiale che ha origine proprio nelle
insurrezioni generalizzate in tutt’Europa che arriveranno nel 1848 e di cui i
Moti del 1821 sono una sorta di “ouverture”
Una sala dell’esposizione è interamente dedicata alla figura di Santorre di
Santa Rosa, ripercorrendone l’iconografia (dalle stampe d’epoca al quadro di
Daniele Fissore) e raccontandone le vicende personali e politiche.
La rivolta del 1821 dura poco più di un mese, ma è destinata a lasciare una
traccia profonda nella storia del movimento democratico e liberale non solo
piemontese. Il percorso espositivo, si chiude con la narrazione della
repressione. 71 sono le condanne a morte, mentre a centinaia, gli insorti
sconfitti prendono la via dell’esilio: tra loro, alcuni figli della più illustre nobiltà
del regno, militari formati nelle guerre napoleoniche, e borghesi che, in molti
casi, tenteranno di raggiungere la Spagna per difendere la libertà contro le
armate della Santa Alleanza. E di nuovo, i Moti del 1821 sembrano
prefigurare uno degli episodi centrali della lotta per la libertà nel secolo
successivo, quel Novecento che vedrà le Brigate internazionali, tra cui molti
italiani, difendere la Spagna libera dall’aggressione fascista e nazista.
Il progetto storico-scientifico dell’esposizione, a cura del prof. Pierangelo
Gentile dell’Università di Torino, prende vita grazie all’articolarsi di una
pluralità di linguaggi, che intrecciano la parola scritta con immagini, grafiche,
stampe, mappe, virtualità multimediale e percorsi sonori, privilegiando la
narrazione rispetto all’esibizione di oggetti e collezioni. L’obiettivo di Punto
Rec Studios, che ha curato e realizzato l’allestimento, è infatti quello di
mettere al centro del percorso espositivo il coinvolgimento, anche emozionale
dei visitatori, portati a rivivere direttamente l’esperienza di un episodio
avvincente di storia del Piemonte e dell’Italia
Che mai sarà per noi il 1821? non soltanto racconta la storia mettendola
in scena, ma va alla ricerca dei riflessi che i fatti storici hanno avuto
sull’immaginario collettivo.
La mostra si sviluppa in sei sale, e comprende due multivisioni. La prima
dedicata al racconto degli anni che precedono i Moti fin dal 1814, seguendo
come filo conduttore le parole di Santorre di Santa Rosa; l’altra, focalizzata
sui 30 giorni dell’insurrezione, ricostruisce gli eventi a partire dalla
testimonianza diretta di uno dei “congiurati”, illustrata da una rara raccolta
delle mitiche Figurine Lavazza, distribuite negli anni 50 – 60 con le confezioni
di caffè e oggi divenute vere e proprie rarità da collezionisti, che consentono
di ritrovare il sapore visivo di vere e proprie “icone pop” della tradizione
iconografica italiana.
CHE MAI SARÀ PER NOI IL 1821?
I Moti per la libertà nell’Europa di Santorre di Santa Rosa
È organizzata dalla
Città di Savigliano
in collaborazione con il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino

Con il contributo di
Provincia di Cuneo
Regione Piemonte
In collaborazione con
Università degli Studi di Torino
Consulta Cultura e Promozione del territorio di Savigliano
Con il sostegno di
Fondazione Compagnia di San Paolo
Fondazione CRC
Fondazione CRS
Banca CRS
Fondazione Ente Manifestazione
Si ringrazia l’Archivio Storico Lavazza
Progetto della mostra, allestimento e multimedia Punto Rec Studios
Curatore Scientifico Pierangelo Gentile
Direttore creativo Marco Barberis
Progetto grafico Leandro Agostini
Contenuti e realizzazione: Cristina Tedesco, Giovanna Raucci, Mattia Boero, Emanuele
Mercadante, Andrea Bo
Coordinamento: Anna Martina
E con tanta fantasia possiamo immaginare anche il poderoso castello che dominava dall’alto l’abitato, come si vede nella fotografia che ricostruisce il maniero, esattamente com’era, tanto tempo fa. Siamo a Revello, piccolo borgo medioevale di 4200 abitanti alle porte della Valle Po, a pochi chilometri da Saluzzo e a circa un’ora di auto da Torino. Nell’Alto Medioevo il castello difendeva il borgo e il territorio ma oggi di quella fortificazione non resta nulla, solo qualche rudere. Possiamo immaginarlo lassù dove indubbiamente abbelliva il paesaggio, forse costruito già nel IX secolo per arginare l’avanzata dei saraceni e poi da essi fortificato per controllare i territori conquistati. Alcuni secoli più tardi sarebbe diventato il perno del sistema difensivo del Marchesato di Saluzzo. Strada facendo, percorrendo le viuzze interne si incontrano diversi edifici sia civili che religiosi che sono la storia di Revello. Visitiamo il Palazzo Marchionale che al piano nobile si apre sulla famosa cappella e poi la Collegiata di Santa Maria, mentre del castello, distrutto dalla batterie sabaude durante l’assedio del 1588, non rimane nulla. Grande successo ha riscosso l’itinerario del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) alla scoperta del borgo di Revello e dei suoi monumenti con banchetti e gazebo affollati di turisti pronti a seguire i volontari e le guide del FAI. Mille anni fa era di proprietà del marchese di Torino e Susa, poi nel 1215 entrò a far parte dei territori del Marchesato di Saluzzo diventando uno dei borghi principali. Ed è proprio in questo periodo che nascono gli edifici più importanti, quelli che vediamo oggi tra cui la Cappella Marchionale, un ambiente tardo-gotico collocato in una torre a lato dell’attuale Municipio fatta affrescare dai marchesi di Saluzzo con i santi protettori del Marchesato tra cui Luigi IX, il re santo di Francia che promosse diverse Crociate nel Duecento. Nel
centro storico si trova la Collegiata del Quattrocento concessa da Papa Sisto IV su richiesta dei revellesi e del Marchese Ludovico II. Sulla facciata un portale rinascimentale in marmo bianco e preziose pale d’altare all’interno. Durante il Marchesato di Ludovico II (1475-1504) e Giovanna del Monferrato il borgo di Revello fu eletto come sede preferita. A metà del Cinquecento fu occupato dai francesi ma nel 1588 Carlo Emanuele I di Savoia li sconfisse e occupò militarmente il Marchesato. Fu in questa occasione che andò distrutto il castello. Si combatté ancora a Revello nel 1693 quando il borgo fu saccheggiato dalle truppe del generale Catinat. Dopo la visita a Revello tappa obbligata (senza il FAI) all’Abbazia di Staffarda, a nove chilometri dal borgo, fondata nel 1135 dai monaci cistercensi giunti dalla Francia. Da vedere la grande chiesa e lo splendido chiostro. I monaci non ci sono più, in compenso sono arrivati i pipistrelli, centinaia di volatili che trascorrono lunghi periodi dell’anno nell’Abbazia, sotto il controllo del WWF. Nei terreni circostanti l’Abbazia nel 1690 si svolse la battaglia di Staffarda in cui l’esercito austro-piemontese di Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, appoggiato dagli spagnoli e dal cugino Eugenio di Savoia fu sconfitto dai francesi di Luigi XIV.
Tra la cancellata dei Dioscuri e la facciata del Castellamonte, si respira a Torino, in Piazzetta Reale – e si respirerà sino al 9 gennaio prossimo -, un’inattesa atmosfera condivisa tra classicismo e contemporaneità. Il mondo antico intriso della provocazione di oggi. Fabio Viale, cuneese di nascita, uno degli artisti più interessanti e acclamati del panorama odierno dell’arte – personale al Glyptothek Museum di Monaco di Baviera, la partecipazione al Padiglione Venezia della Biennale 2019, l’esposizione al Pushkin Museum di Mosca e “Truly”, mostra diffusa nei luoghi simbolo della città di Pietrasanta nell’estate 2020: ad accrescerne il successo, ci penserà l’anno prossimo la città di Arezzo che gli metterà a disposizione strade e piazze perché le riempia delle sue opere -, presenta con “In Between” un suggestivo percorso marmoreo, con la collaborazione della Galleria Poggiali e con la cura di Filippo Masino e Roberto Mastroianni, percorso che si amplia in altri luoghi all’interno del vasto complesso di Palazzo Reale.
immagini, i capolavori come da sempre li abbiamo davanti agli occhi, i canoni della bellezza e della perfezione, “magicamente alterati” (quanti penseranno “sporcati”?) in una immersione di contemporaneo, fatta di ricerca e di tecnologia. “Attraverso le chiavi della meraviglia, del virtuosismo tecnico e della reinterpretazione creativa – dichiara Enrica Pagella, Direttrice dei Musei Reali -, l’arte di Fabio Viale ci spinge a guardare con occhi nuovi ai capolavori di scultura che popolano i nostri musei e il nostro immaginario: un arco teso tra passato e futuro, fra tradizione e sperimentazione presente, un omaggio alle multiformi potenzialità del patrimonio culturale e un invito a conoscerlo e a sfidarlo senza pregiudizi”.
Nella Cappella della Sindone, Fabio Viale, non credente, ha voluto deporre “Souvenir Pietà (Cristo)” del 2006, metterlo al centro dell’architettura del Guarini e di fronte ad una delle più importanti e misteriose icone del Cristianesimo, solo, inerme nella tragedia della morte, privato dell’abbraccio della Madre. Nell’Armeria Reale, tra lance alabarde ed elmi, trova spazio “Lorica”, ovvero la riscrittura di una parte di un’armatura antica, in marmo rosa, a cui Viale ha dato vita attraverso una scansione tridimensionale ad alta risoluzione del corpo di Fedez, sì il rapper: lorica, grazie a piccole cinghie, perfettamente indossabile e Fedez, in un giorno non ancora precisato, entro la fine della mostra scenderà a Torino per la mitica prova. I fan sono avvisati.

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Infine, a Sanremo troviamo la sorella di Henrich Aldenhoven, Margharete che per amore si è trasferita da Colonia nella riviera ligure. La vita con il marito italiano -storico dell’arte, rampollo di una ricca famiglia della buona borghesia sanremese, – potrebbe essere più felice e spensierata se non fosse che purtroppo deve fare i conti –difficili e amari- con le angherie continue della insopportabile e onnipresente suocera Agnese, dispotica matriarca.
Marta era avvocato e militante impegnata in prima linea contro la dittatura militare. Era stata sequestrata nella sua casa il 28 ottobre del 1976, di fronte ai quattro figli ancora piccoli. Da allora di lei non si era saputo più nulla, solo che era stata fucilata insieme ad altri compagni e compagne.
meridionale delle isole giapponesi, Kyushu –che esiste davvero-. Il giovane studioso e appassionato di geografia è lì per svolgere delle ricerche sul campo lasciate incompiute dal suo maestro.
Sparks è uno degli autori più amati dal pubblico, i suoi romanzi pubblicati in oltre 50 paesi sono quasi tutti dei best seller e molti hanno ispirato film di successo. Qui ancora una volta imbastisce una storia che va dritta al cuore, tocca buoni sentimenti, dolori, sconfitte e speranze rinnovate.
Eduardo ‘Mono’ Carrasco è il nome clandestino e provvisorio – ma tutto ormai lo chiamano così – di Hector Carrasco, nato a Santiago del Cile nel 1954, grafico, muralista, promotore culturale della ‘Brigada Ramona Parra’, vive in Italia dal 1974 anno in cui vi giunse come rifugiato politico dopo il golpe militare che rovesciò il governo democraticamente eletto di Salvador Allende per portare al potere Augusto Pinochet.
Lo abbiamo incontrato in quell’occasione e ne è nata una lunga chiacchierata, ricca di spunti su un’arte ed fatti storici che, pur avvenuti ‘alla fine del mondo’ ebbero una notevole eco in Europa e, particolarmente, in Italia.
Nei tre anni di Governo Allende i dipinti non sempre avevano una simbologia politica. Molti servivano a dare un altro volto a quartieri marginali.
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