CRONACA- Pagina 1992

PD: “NESSUN SONDAGGIO SEGRETO E NESSUNA ANGOSCIA ELETTORALE"

“SIAMO SERENI AL FIANCO DI PIERO FASSINO”
chiampa renzi
Il segretario del Pd di Torino, Fabrizio Morri, ci scrive in relazione alla notizia di un sondaggio elettorale pubblicata dalla Stampa
 

“Leggo con stupore su ‘La Stampa’ di oggi di un sondaggio commissionato dal PD nazionale, che avrebbe gettato nello sconcerto il PD torinese, dipinto in affanno, angosciato e alle prese con sedute psicoterapeutiche su sbagli e colpe. Non esistono sondaggi segretamente custoditi in qualche cassetto, né a Torino né a Roma. A raggelarci, piuttosto, è leggere di sondaggi fantasma: se i sondaggi esistono, li si pubblica nel rispetto delle normative in materia, indicando chi li ha realizzati e per conto di chi. Pertanto, con serietà e serenità continuiamo a portare avanti le nostre idee e i nostri programmi, a cominciare dalla manifestazione di domani al Teatro Alfieri, dove saremo a fianco di Piero Fassino senza angoscia alcuna”

 (Foto: il Torinese)

 
 
 

“Balla coi lupi”: il tango degli animalisti

lupo“Balla coi lupi”, o meglio ancora per i lupi: è il motto dei tanti ballerini di tango che sabato sera, 30 aprile 2016, saranno in dieci piazze d’Italia per una “milonga solidale”

organizzata da Wwf Italia e Restiamo Animali con la collaborazione di gruppi e scuole di tango sparse in tutta Italia. Da Roma a Verona, da Lecce a Firenze, i ballerini indosseranno una maschera da lupo, a rappresentare i selvatici, e saranno quindi abbracciati alle ballerine, a loro volta rappresentanti della società degli umani: “Balla coi lupi” vuole trasmettere il messaggio che ogni relazione è come una danza, fatta di collaborazione e rispetto reciproco. Il flash mob è un messaggio diretto al ministro per l’Ambiente e alle Regioni che stanno ipotizzando di cambiare il piano di tutela del lupo, introducendo la possibilità di uccidere ogni anno il 5% della popolazione (stimata) di lupi. Sarebbe una scelta sbagliata, un ritorno al passato, una legalizzazione della caccia al lupo, alimentata nel corso della storia da pregiudizi e ingiustificate paure che sono ancora moneta corrente.Va percorsa la strada opposta, per i lupi come per gli altri animali: il futuro è in una relazione positiva e solidale fra umani e non umani, poiché siamo tutti ospiti temporanei del pianeta Terra e abbiamo il dovere di consegnarlo integro e vivibile alle generazioni future.

TORINO,  Via Roma (altezza Galleria San Federico) dalle 22,00 alle 22,30 con la collaborazione di Tango Intenso

Quattro indagati per il bracciante che morì nel caldo torrido

bracciantiSono quattro gli indagati dalla procura di Asti per la morte di Ioan Puscasu, il bracciante romeno  46enne che venne ritrovato senza vita  il 17 luglio scorso a Carmagnola, nei pressi della serra in cui lavorava, morte forse dovuta al gran caldo estivo.  Il pm Francesca Dentis ha ipotizzato a vario titolo, i reati di omicidio colposo e omissione di soccorso per il datore di lavoro, la madre, il padrone di casa e il cognato. Al momento del ritrovamento del corpo i icarabinieri verificarono che era stato rivestito e spostato:: secondo gli investigatori, era una messinscena per evitare collegamenti tra la morte e il lavoro del bracciante.

Condizioni di detenzione in Italia e in Piemonte

Tra i dati salienti, il fatto che dalla fine dell’anno al 31 marzo le carceri nazionali ospitino 1.331 detenuti in più

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Si è svolto giovedì 28 aprile a Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte, l’incontro “Galere d’Italia (e del Piemonte)” per presentare il XII Rapporto annuale sulle condizioni di detenzione in Italia, realizzato dall’Associazione Antigone, e annunciare la prossima illustrazione in Aula della Relazione 2015-‘16 dell’Ufficio del garante regionale dei detenuti. All’incontro – organizzato e moderato dal garante regionale dei detenuti Bruno Mellano alla presenza dell’assessora regionale alle Pari opportunità e di numerosi consiglieri – sono intervenuti il professor Giovanni Torrente dell’Università di Torino, coordinatore dell’Osservatorio nazionale di Antigone, Benedetta Perego, dottoranda dell’Università di Torino e osservatrice di Antigone per il Piemonte e la Liguria e Luigi Pagano, provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Tra i dati salienti, il fatto che dalla fine dell’anno al 31 marzo le carceri nazionali ospitino 1.331 detenuti in più. Il tasso di affollamento è attualmente al 108% e 3.950 persone sono prive di un posto regolamentare. Il tasso di detenzione è invece nella media europea. L’Italia ha circa 90 detenuti ogni 100mila abitanti. Ancora troppi sono invece gli imputati. I detenuti in attesa di sentenza definitiva sono il 34,6% del totale (la media europea è del 20,4%). I detenuti stranieri sono meno in percentuale rispetto al 2009. Oggi rappresentano il 33,45% della popolazione detenuta. La media europea è del 21% circa. Sono in percentuale ben più alta rispetto agli italiani in custodia cautelare. Cresce l’istituto della messa alla prova. I dati ci dicono che le misure alternative alla detenzione e il braccialetto elettronico portano la recidiva a tassi prossimi allo zero.

 

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Morta bimba di un anno e mezzo investita da auto

Elicottero-118Era stata trasportata in condizioni gravissime in elicottero ed ha subito un delicato intervento chirurgico

E’ morta Arianna Mocci, la piccola di un anno e mezzo che è stata investita da un’auto nel cortile di casa ieri sera nel Cuneese,  a Santa Vittoria d’Alba. E’ spirata all’ospedale Regina Margherita di Torino, dove era stata trasportata in condizioni gravissime ed ha subito un delicato intervento chirurgico.I carabinieri indagano per ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente, per definire se l’auto che ha investito la bambina fosse guidata da un familiare o da un vicino di casa. Arianna è caduta a terra e ha sbattuto con violenza il capo. la bambina era in arresto cardiaco e i medici del 118 intervenuti pochi minuti dopo l’allarme sono riusciti a rianimarla. Con l’elicottero è stata portata a Torino, ma è morta nella notte.

INAUGURATA CASA GRAMSCI, DOVE IL POLITICO ABITÓ DA STUDENTE UNIVERSITARIO

E’ stata introdotta la figura di Gramsci dal trasferimento dal piccolo comune sardo di Ales a Torino, fino agli anni passati a Mosca
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Ieri presso i locali dell’ NH- Collection Carlina è stata inaugurata “Casa Gramsci”, dove il politico, giornalista e letterato vi abitò nei suoi anni universitari a Torino. Il progetto è stato realizzato dalla Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci e dalla CARLINA srl per valorizzare la memoria di uno dei personaggi politici italiani più importanti. Ad aprire la presentazione è stato il duo violoncello e violino dell’ Exenia Ensamble che ha eseguito due brani. Il primo di un compositore cecoslovacco coevo di Gramsci mentre il secondo, eseguito solo dal violoncello, dell’ avanguardista italiano Luciano Berio. A seguire è stata introdotta la figura di Gramsci dal trasferimento dal piccolo comune sardo di Ales a Torino, fino agli anni passati a Mosca insieme alla moglie. Poi si è passati al racconto del quartiere che ospitò il politico e alla storia dello stabile in cui visse dal 1913 al 1922, anni in cui iniziò la sua carriera politica. Il semiologo Massimo Leone ha illustrato le rappresentazioni iconiche, simboliche, indicali, narrative, teatrali, cinematografiche della figura di Gramsci. Il disegnatore Gianluca Costantini, coautore insieme a Elettra Stamboulis del volume “Cena con Gramsci”, ha raccontato il suo intento di dare nuova luce e nuova vita alle foto dei luoghi e di Gramsci nel realizzare la prima biografia illustrata del personaggio. Ha chiuso la presentazione il sindaco Piero Fassino ricordando l’importanza della memoria collettiva da tramandare alle generazioni successive. “Casa Gramsci” sita nell’angolo tra via San Massimo e via Maria Vittoria ospita oggetti, immagini, libri e manifesti legati alla figura del politico. L’intento della Fondazione è quello di dare alla città un nuovo luogo della cultura per promuovere eventi per i torinesi, per le comunità straniere della città, per tutti.

Federica Monello

Miasmi al Regina Margherita, trasferiti i bimbi del secondo piano

regina_margherita Ora si sta accertando la provenienza del cattivo odore, paragonabile a quello del gas

Evacuazione al secondo piano dell’ospedale infantile Regina Margherita. I bimbi ricoverati nel reparto sono stati trasferiti a scopo precauzionale dai vigili del fuoco, a causa dei forti miasmi provenienti dal vicino reparto di Pneumologia e dalle  sale operatorie. I bambini sono stati spostati in altre aree dell’ospedale. Ora si sta accertando la provenienza del cattivo odore, paragonabile a quello del gas,

Brucia casa in legno, ferito vigile del fuoco

incendioMentre stava spegnendo un incendio, un vigile del fuoco è rimasto ferito non gravemente

Le fiamme, divampate nella notte hanno distrutto un’abitazione in legno in frazione Santa Lucia, a Cuorgne’. Le cause sono in corso di accertamento. Gli abitanti i sono riusciti a mettersi in salvo e il vigile del fuoco ferito è stato trasportato in ospedale.

(foto: archivio)

Quattro arresti per il furto milionario in via Giolitti

polizia via poUna svolta nelle indagini sul colpo che fruttò  7 milioni di euro,  nei mesi scorsi, avvenuto  in un appartamento del centro di Torino, in via Giolitti. La polizia ha eseguito quattro arresti nei confronti di due uomini e due donne. I malviventi alla fine di settembre dello scorso anno avevano aspettato che la proprietaria dell’alloggio, una signora di 62 anni, andasse in vacanza. Riuscirono a svaligiare la casa e a rubarle sette milioni di euro tra contanti, gioielli di valore e pezzi di antiquariato. Le indagini, coordinate dal pm Andrea Padalino, hanno portato alla decisione di eseguire le misure cautelari. L’identità dei destinatari non è ancora stata resa nota.

(foto: il Torinese)

Trent’anni dopo il disastro nucleare di Černobyl'

Il trentesimo anniversario rappresenta una data particolarmente significativa per tante ragioni. Per la capacità evocativa che ha in sé e perché rammenta i problemi ancora non risolti che il nucleare si porta appresso

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Il 25 aprile 1986 a Pryp’jat’ , in Ucraina, faceva caldo. E in molti, giunta ormai la sera, si godettero finalmente dalle terrazze il primo tepore primaverile,pensando ai preparativi per la festa del primo maggio e alle gite sul fiume che scorreva lì vicino. Nessuno immaginava  che da lì a poche ore la vita di tutti sarebbe stata sconvolta dal più grave incidente nucleare civile di tutti i tempi. Pryp’jat’, era la città più vicina alla centrale di Černobyl’, ad una quincidina di chilometri a sud del confine con la Bielorussia. All’epoca vi abitavano circa 50 mila persone mentre nell’agglomerato che dava il nome alla centrale i residenti erano più o meno 12 mila. Nel resto della regione c’erano solo boschi e fattorie. I quattro reattori della centrale nucleare “  Vladimir Il’ič Lenin Černobyl’ ,progettati e costruiti tra gli anni ’70 e ’80, erano del tipo  “RBMK-1000”, già allora oggetto di critiche e preoccupazioni, sospettati di essere imperfetti e quindi insicuri. Quel tipo di  reattori usavano combustibile a uranio arricchito U – 235 per riscaldare l’acqua, creando il vapore necessario ad azionare i generatori di energia elettrica. Per l’accumulo dell’acqua, utilizzata come refrigerante e NUCLEARE5regolatore della reattività del nocciolo nucleare, era stato costruito un enorme serbatoio artificiale di circa 22 chilometri quadrati, alimentato dal fiume Pryp’jat’. Proprio quel giorno i gestori degli impianti stavano preparando un arresto per eseguire la manutenzione ordinaria sul reattore numero quattro. Violando le norme di sicurezza, secondo quanto s’apprese in seguito,.  vennero disabilitati anche i meccanismi automatici di spegnimento. Il disastro avvenne all’una e mezza del mattino del 26 aprile, quando un brusco e incontrollato aumento della temperatura del nocciolo innescò una tremenda esplosione fece saltare la piastra di tonnellate che copriva il “cuore” del reattore, rilasciando radiazioni nell’atmosfera e interrompendo il flusso del liquido di raffreddamento dello stesso. Alcuni secondi dopo, una seconda esplosione di maggiore potenza distrusse l’intero edificio del reattore, provocando incendi attorno al reattore danneggiato e a quello numero 3, che era ancora in funzione al momento delle esplosioni. Quelle esplosioni NUCLEARE3generarono un fall-out radioattivo che interessò  oltre 200.000 chilometri quadrati di territorio, coinvolgendo più di sei milioni di persone. La maggior parte di quelle radiazioni erano di iodio -131 , cesio -134 e cesio -137. Questi ultimi, in particolare, sono isotopi con tempi di dimezzamento lunghi (il cesio -137 ha una emivita di trent’ anni) e rappresentano tutt’oggi una fonte di  preoccupazione e di inquinamento ambientale. Tornando a quei giorni, gli abitanti di Pryp’jat’ vennero evacuati circa 36 ore dopo l’incidente. Sulla bacheca di classe di un asilo della città, una mano anonima scrisse: “ Non ritorneremo.Addio, Pryp’jat’, 28 aprile 1986”. Molti già lamentavano vomito, mal di testa e altri sintomi da esposizione a radiazioni.Venne isolata una zona di trenta chilometri intorno alla centrale, assicurando i residenti che sarebbero tornati dopo qualche giorno, tanto che la maggior parte delle persone lasciò la maggior parte degli effetti personali e degli oggetti di valore nelle case. Al momento dell’incidente i venti soffiavano da sud e da est, così che la maggior parte delle nubi radioattive viaggiò in direzione nord-ovest, verso la Bielorussia. le autorità sovietiche, lentissime e riottose a rilasciare informazioni sulla gravità del disastro al resto del mondo, furono costrette a rivelare la reale portata della crisi quando l’allarme radiazioni raggiunse una centrale nucleare in Svezia. Ormai, mezza Europa era stata lambita e contaminata dalla nube tossica. Più di trenta lavoratori di Černobyl’ morirono nei primi mesi successivi l’incidente, secondo la US Nuclear Regulatory Commission (NRC), tra i quali alcuni di quegli eroici operai che si esposero consapevolmente a livelli mortali pur di evitare ulteriori perdite di radiazioni. Migliaia di casi di cancro alla tiroide sono stati collegati all’esposizione alle radiazioni in Ucraina, Bielorussia e Russia, anche se il numero preciso di casi direttamente causati dall’incidente è difficile (se non impossibile) da accertare. BastiNUCLEARE2 pensare che  gli alberi dei boschi circostanti l’impianto morirono a causa degli alti livelli di radiazioni, tant’è che quella regione è nota oggi come la “foresta rossa”, per il loro colore bruno-rossastro. Il reattore danneggiato venne frettolosamente sigillato in un sarcofago di cemento destinato a contenere la radiazione residua. Quanto sia stata efficace questa soluzione e quanto continuerà ad esserlo nel futuro è un argomento di intenso dibattito scientifico. Nonostante la contaminazione del sito e dei rischi inerenti il ​​funzionamento di un reattore con gravi difetti di progettazione, la centrale nucleare di Černobyl’ è restata in funzione per molti anni, fino a quando , nel dicembre del 2000, il suo ultimo reattore è stato spento. L’impianto, le città fantasma di Pryp’jat’ e Černobyl’, oltre ad una vasta area che circonda la centrale conosciuta come “zona di alienazione”, sono in gran parte off-limits per gli esseri umani. Vi sono, tuttavia, delle eccezioni. A poche centinaia di ex-residenti della zona è stato concesso di tornare alle loro case, nonostante i rischi di esposizione alle radiazioni. Gli scienziati, i funzionari governativi e altro personale sono ammessi sul sito per le ispezioni. Da qualche anno,incredibile ma vero, l’Ucraina ha aperto l’area ai turisti che vogliono vedere in prima persona le conseguenze del disastro. Così , con circa 150 dollari, è possibile visitare la centrale nucleare, arrivare fino a poche centinaia di  metri dal reattore numero quattro, quello dell’incidente, e vagare per qualche ora fra rovine di cittadine abbandonate. L’esplosione ha rilasciato una ricaduta 400 volte più radioattiva della bomba di Hiroshima, contaminando quei 200.000 km quadrati d’Europa. Circa 600.000 persone sono state esposte a dosi elevate di radiazioni, e più di 350.000 persone hanno dovuto essere evacuate dalle zone contaminate. Anche dopo molti anni di ricerca scientifica e di indagine del governo, ci sono ancora molte domande senza risposta sull’incidente di Černobyl’: a distanza di anni restano ancora alcuni misteri legati al peggior disastro nucleare della storia dell’umanità. A trent’anni dal più grave incidente tecnologico del XX° secolo, la prova drammatica che la sicurezza, quando si parla di nucleare, è una mera illusione e che può essere sufficiente anche un solo, banale errore tecnico per innescare conseguenze tragiche come quelle verificatesi quel 26 aprile 1986. Trecentosessanta mesi ci separano da quei giorni  ma gli effetti di quel disastro continuano a pesare sull’esistenza di milioni di persone che vivono, loro malgrado, nei  territori più colpiti dal fall-out radioattivo, contaminati da livelli di radiazioni a volte difficilmente compatibili con la stessa sopravvivenza.

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Questa è la condizione quotidiana di donne,uomini e bambini delle regioni di Gomel e di Brest in Bielorussia, e di coloro che sono tornati ad abitare nelle loro case in mezzo al deserto radioattivo di Černobyl’. In Italia, sull’onda di quel distrastro, venne indetto un referendum nel 1987 che chiuse definitivamente la pagina del nucleare nel nostro Paese. Il trentesimo anniversario rappresenta una data particolarmente significativa per tante ragioni. Per la capacità evocativa che ha in sé e perché rammenta i problemi ancora non risolti che il nucleare si porta appresso ( l’insicurezza intrinseca delle centrali, il problema dello smaltimento delle scorie e dello stoccaggio delle barre esauste , ecc). “Ricordare” Černobyl’, o meglio non dimenticare mai ciò che lì accadde, è tanto più importante in questo caso perché le “tracce” lasciate da quel giorno maledetto rimarranno per molte centinaia di anni.  Non dobbiamo permettere che si dimentichi, perché il nocciolo del quarto reattore della centrale ucraina, esploso quella lontana notte di trent’anni fa,  arde ancora sotto quel sarcofago di cemento armato.

Marco Travaglini