“Tra i meriti delle vicende politiche degli ultimi mesi c’è quello della fine del tempo degli equivoci.
All’orizzonte si stagliano due novità: un processo di costruzione di una destra conservatrice, con
tutti i suoi tratti ideologici e, specularmente, un progetto di realizzazione di una sinistra radicale,
libertaria e massimalista, che tenta così di recuperare almeno elettoralmente il grillismo.
Si tratta di due prospettive pure tiepidamente disponibili a raccogliere la partecipazione di
espressioni del centro o del mondo popolare, non più però attorno ad una base di composizione
delle diversità, come è stato al tempo delle coalizioni della seconda repubblica, ma come
adesione ad una prospettiva che per la sua novità, come nel caso della Schlein, implica la rinuncia
alla propria provenienza.
Il popolarismo non ha proprietari. È sempre stato un mondo culturale articolato e plurale. Ma non
ha nemmeno il tratto dell’ubiquità e dell’ambiguità.
E questo per la semplice ragione che una cultura politica che sia tale esige di una autonomia di
iniziativa e di organizzazione, altrimenti diventa un’altra cosa; diventa, cioè, un pretesto.
Le culture politiche che restano aggrappate a piccole patrie sbiadiscono nell’irrilevanza e invece,
e al contario, noi vorremmo che il popolarismo, per la sua forza di impatto sulla realtà, riemerga
con la forza di cambiamento che gli appartiene, ben superiore alla capacità di rappresentazione
degli interpreti di questi ultimi tempi.
Tutti i tentativi sono legittimi nella misura in cui concorrono a perseguire l’interesse generale in
nome di categorie di valori; ma non tutti i tentativi possono avere lo stesso nome e la medesima
cifra culturale.
Semmai, ed è questo l’aspetto positivo ed incoraggiante, è in corso a livello nazionale un
processo di ‘ricomposizione’ politica ed organizzativa di quest’area che era, e resta, importante e
decisiva per la stessa prospettiva democratica e riformista del nostro paese. Una ‘ricomposizione’
che coltiva l’obiettivo di ricostruire un centro dinamico e riformista attraverso la riscoperta di
quella ‘politica di centro’ che ha caratterizzato le migliori stagioni del cattolicesimo popolare italiano”.
Giuseppe De Mita e Giorgio Merlo, dirigenti nazionali Pop- Popolari in rete.
Ho partecipato volentieri all’inaugurazione in via della Consolata del giardino intitolato a Maria Magnani Noya, prima donna sindaco di Torino, parlamentare italiana ed europea del PSI, il partito a cui aderì dopo una militanza nel partito radicale di Pannunzio e di Villabruna, una eredità che Maria riconobbe nel Centro Pannunzio che frequento’ assiduamente. Era una donna inflessibile ed onesta, capace e generosa. Tornando in taxi dalla cerimonia, mi è capitato di imbattermi in un taxista che, intuendo da dove arrivassi, mi ha detto brutalmente che la Magnani Noya era stata una “ladrona”. Avrei voluto scendere dal taxi, ma poi ho scelto di spiegare al giustiziere forse grillino che, se dei ladri ci furono per lo stadio delle Alpi del ‘90, essi furono altri, non certo lei che, tra il resto, era un grande avvocato che non ebbe mai bisogno della politica per vivere agiatamente. Ho apprezzato tutti gli interventi anche di persone estranee, se non avversarie del socialismo riformista. Come sindaco Maria non riuscì a far ripartire la Metropolitana che le giunte rosse avevano bloccato in modo sciagurato. Troppi dissidi e personalismi dividevano la giunta da lei presieduta che pure portò conclusione il piano regolatore ed avviò opere importanti.

