Sono trascorsi ormai circa tre anni dall’incidente ferroviario di Brandizzo che nel 2023 costò la vita a cinque operai. E arrivano nuovi avvisi di garanzia per dirigenti di Rfi. Così il Tg3, secondo cui gli inquirenti ipotizzano da allora procedure di sicurezza invariate e nessun accorgimento per evitare errori umani, come quello che avrebbe, nella notte tra il 30 e il 31 agosto 2023, causato la strage. Eppure fu chiesto di correggere il documento di valutazione del rischi, affinché senza blocco della circolazione dei treni non si possa lavorare sui binari.
Con l’arrivo dell’estate, il Lago Maggiore si veste di colori e suggestioni. Le Isole Borromee accolgono i visitatori in un universo sospeso tra natura, arte e storia. È l’occasione ideale per immergersi in uno dei capitoli più affascinanti del patrimonio piemontese, a partire dall’Isola Madre e, soprattutto, dall’Isola Bella, gioiello assoluto del lago.
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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo
È un fatto oggettivo prima ancora che una valutazione politica e culturale. E cioè, un progetto di
centro, una politica di centro e un programma centrista, riformista e di governo non possono fare
a meno in Italia di due culture fondamentali: la componente liberal-democratica, laico e
repubblicana e quella cattolico popolare e cattolico sociale. Certo, nel nostro paese esistono
molte altre sensibilità culturali, mondi vitali e culture che sono riconducibili alla galassia centrista.
Ma è indubbio che ci sono delle costanti che non possono essere messe banalmente in
discussione. Lo dice anche e soprattutto la storia democratica del nostro paese. Dalla intera
prima repubblica – ovvero l’alleanza tra la Democrazia Cristiana e i partiti di democrazia laica e
socialista – alla stessa fase iniziale della seconda repubblica. Con l’esperienza del Ppi prima e
della Margherita poi. E anche della prima stagione del Pd. Comunque sia, qualunque progetto di
centro è credibile nella misura in cui la componente cattolico popolare e sociale è presente,
visibile e protagonista nella costruzione del progetto politico complessivo.
Ora, e per restare all’attualità, il progetto di un centro autonomo, riformista, democratico e di
governo che si sta lentamente definendo in vista delle elezioni del 2027 necessita della presenza,
della unità e della convergenza di queste due componenti fondamentali. Del resto, la presenza e
l’attivismo dei due principali leader di questo progetto, e cioè Carlo Calenda e Pina Picierno,
conferma questa costante di fondo. E questo anche per una ragione di fondo che poi è la vera
motivazione, oggi, per avere in campo un vero e credibile progetto di centro. Ovvero il sostanziale
dissolvimento – se non addirittura la scomparsa – di ogni sensibilità centrista e riformista
all’interno dei due schieramenti maggioritari. Fuorché ci sia qualcuno che, oggi, ha il coraggio e la
spregiudicatezza di sostenere che nella “gioiosa macchina da guerra” che si sta faticosamente
costruendo a sinistra, o nel polo sovranista e conservatore che si consolida a destra la politica e il
progetto di centro hanno un ruolo, un significato ed una rilevanza politica e progettuale. A sinistra
prevale il cosiddetto “lodo Bettini”. Ovvero l’intramontabile e sempre moderno tic comunista che
prevede la presenza dei cosiddetti “partiti contadini” all’interno della coalizione. Partiti, cioè, che
vengono inventati a tavolino dal partito perno della coalizione e che, sempre per citare Bettini,
possono essere tranquillamente collocati sotto una “tenda”. Insomma, parliamo di soggetti che
non mettono affatto in discussione il progetto della coalizione di sinistra e progressista come
l’esperienza di questi ultimi tempi conferma in modo persin plateale. Come, del resto, capita a
destra. Dove l’autorevolezza, il carisma e il peso politico della Premier Giorgia Meloni sono
talmente forti ed invadenti da cancellare, se non fortemente attenuare, qualsiasi istanza e anelito
centrista, moderato e riformista.
Ecco perche, se si vuole realmente e concretamente costruire un vero, credibile ed autentico polo
centrista, riformista e di governo, ancora una volta il pensiero e la cultura cattolico popolare e
cattolico sociale possono essere decisivi per evitare che si consolidi la deriva degli “opposti
estremismi”, o degli “opposti populismi”, per usare un linguaggio più contemporaneo. Anche
perchè senza un centro riformista, democratico e di governo è a rischio la stessa qualità della
nostra democrazia.
Asti, la città dalla storia millenaria
A cura di piemonteitalia.eu
Adagiata sulla riva del Tanaro e sulle colline del Monferrato, Asti è una cittadina piemontese che, oltre ai suoi eccellenti vini e prodotti enogastronimici, offre ai visitatori tante sorprese, che andrebbero gustate con calma.
La città vanta una storia millenaria, fondata inizialmente dai romani, nel IV secolo divenne ducato longobardo, almeno fino al 1159, quando si trasformò in un Comune libero, diventando, da questo momento in poi, la città più potente del Piemonte…
Continua a leggere:
https://www.piemonteitalia.eu/it/esperienze/asti-la-citta-dalla-storia-millenaria
Presenze sospette in via Fenoglietti
Un lettore ci segnala il gruppo di persone che vedete nella foto, scattata un pomeriggio alle 17 in via Fenoglietti, zona Lingotto. Il lettore ci scrive di avere visto il passaggio di denaro da parte di un passante, in cambio di un involucro non meglio specificato. Ma si può immaginare cosa contenesse. Non è la prima volta che si vede questo bivacco “sospetto” solo a pochi metri dal piccolo parco con i giochi per bimbi davanti a Eataly.
Prima il silenzio, poi un odore acre che ha insospettito i vicini. Una donna di 70 anni è stata trovata morta all’interno della sua abitazione nel quartiere San Paolo, in corso Rosselli 116. Nella mattina di oggi, carabinieri e vigili del fuoco sono intervenuti e hanno trovato il corpo della donna; secondo le prime ricostruzioni, era senza vita da giorni e la porta dell’appartamento era chiusa dall’interno.
Le indagini sono in corso: non sono state rese pubbliche le generalità della vittima e gli inquirenti attendono gli esami medico-legali per chiarire le cause della morte.
VI.G
SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE
Due settimane fa trattai il tema delle ferie citando il compianto Marchionne. Ora mi torna alla mente una frase di Celentano nel film “Il bisbetico domato”; quando Ornella Muti gli chiede “ma tu non vai mai in vacanza?” e lui, serenamente, gli risponde: “Perché dovrei andare in vacanza? La vacanza significa cambiare e se uno sta bene dove sta, perché dovrebbe cambiare?”
Nei paesini di un po’ tutto il Belpaese, fino ad una trentina di anni fa la popolazione non si recava in ferie, in parte perché doveva accudire l’impresa di famiglia (zootecnica o agricola), in parte perché non sentivano la necessità di recarsi altrove, lontano da casa o, comunque, in un ambiente diverso.
Ora, anche queste famiglie si alternano nell’attività e, specie i più giovani, sentono il bisogno fisico e mentale di “staccare” per almeno un paio di settimane ogni anno.
Visto su un singolo caso è sicuramente una cosa “normale”, non desta particolare attenzione il fatto che una persona decida di allontanarsi dal lavoro, dalle responsabilità e dalle rogne per almeno quindici giorni all’anno; visto in ambito macroeconomico il fenomeno diventa preoccupante se denota uno stress sempre maggiore da parte della popolazione in età lavorativa, trasversalmente alla latitudine, alla tipologia di attività e al reddito.
Ed è proprio il reddito uno dei segnali più preoccupanti: quando si contrae un prestito per soddisfare l’esigenza di riposo, specie se non si ha un lavoro blindato, che non ci darà brutte sorprese, significa che il nostro organismo è davvero sottoposto a dura prova.
Se durante un anno non siamo riusciti a risparmiare a sufficienza per garantirci anche solo 10 giorni di vacanza i casi sono due: o guadagniamo davvero poco oppure spendiamo più di quanto potremmo. In entrambi i casi dobbiamo correggere qualcosa. Così come quando la nostra salute manifesta un qualche sintomo, abbiamo due possibilità: curare i sintomi, che si ripresenteranno nuovamente mentre la patologia che li origina si cronicizza, oppure curare la patologia e risolvere una volta per tutte il problema. Se pur di andare in vacanza chiediamo un prestito probabilmente lo faremo anche l’anno dopo e poi ancora, finché saremo così inguaiati che non solo non potremo più concederci periodi di relax ma, anzi, dovremo cercare un’entrata extra, un secondo lavoro e, dunque, finiremo peggio di prima.
Perché non vivere con maggior consapevolezza dei propri limiti, delle proprie esigenze anziché aggiungere problema su problema, solo per non essere da meno degli altri, per uniformarsi alla moda imperante, per non essere additati come quelli che “non possono neppure permettersi di andare in ferie”?
Sergio Motta
Palazzo Madama ospiterà una nuova mostra dal 15 ottobre prossimo al 22 febbraio 2027 che nel titolo “Il corpo della città.
Moda e Arti tra Liberty e Modernità 1884-1961 ” condensa il racconto di un secolo di storia torinese attraverso il corpo rappresentato, vestito, disciplinato, liberato, ma anche trasformato dalle profonde evoluzioni che ha subito nella società moderna. L’esposizione è a cura di Giovanni Carlo Federico Villa, Maria Paola Ruffino e Gregorio Thaon di Revel Mazzonis, con la consulenza scientifica di Clelia Arnaldi di Balme.
Torino, d’altronde, è una città che ha saputo reinventarsi più volte nel corso della sua storia e , dopo la perdita del ruolo di capitale del Regno d’Italia nel 1865, ha saputo costruire nuove identità attraverso l’industria, la cultura, la moda, l’arte e l’innovazione.
Questa esposizione si pone in ideale continuità con la mostra “MonumenTo, la forma della memoria” e propone un punto di vista originale attraverso il quale osservare l’evolversi di una città come Torino attraverso il corpo, inteso non soltanto come soggetto artistico, ma come spazio in cui si riflettono i cambiamenti sociali, economici e culturali, luogo ideale di intersezione tra moda, arte e trasformazioni urbane. Se MonumenTo interrogava il rapporto tra la città e i suoi monumenti, “Il corpo della città” sposta lo sguardo sulle persone, sul tema della relazione che lega le forme della città a quelle dei suoi abitanti, ai loro gesti, al loro abbigliamento, in ognuno dei momenti storici in cui Torino ha costruito e reinventato la propria identità.
Attraverso dipinti, sculture, abiti, fotografie, manifesti e documenti, il percorso espositivo accompagna il visitatore in un tracciato scandito dalle grandi Esposizioni, a partire dall’Esposizione Generale Italiana del 1884 fino alla grande mostra di Italia ’61, proponendo una riflessione sulla città come organismo vivente, in continua trasformazione, e sul corpo come luogo in cui i cambiamenti della modernità diventano visibili.
“Il corpo della città. Moda e arti tra Liberty e modernità 1884-1961” utilizza le forme della moda, un vero e proprio linguaggio, un sistema complesso di segni, per raccontare, sullo scorcio dell’Ottocento, come Torino abbia saputo individuare i suoi punti di forza, per seguire nuove linee di sviluppo, attirare forza lavoro, divenire un centro economico trainante per la nazione.
Oltre quaranta abiti di sartorie torinesi danno corpo a questa narrazione, illustrando l’eccellenza di un settore produttivo prevalentemente femminile, quello dell’abbigliamento e della modisteria, che all’inizio del Novecento copriva circa un quinto della forza lavoro cittadina.
La mostra, suddivisa in quattro sezioni, si apre con la Torino borghese di fine secolo che, perduto il ruolo di capitale del Regno, afferma quello di capitale industriale e manifatturiera anche grazie alle Esposizioni. Nei padiglioni effimeri costruiti al Valentino per l’Esposizione Generale Italiana del 1884 si celebrano i progressi delle scienze e della loro applicazione alle industrie, all’agricoltura e al commercio, con pieno risalto alle industrie cittadine. I dipinti di Enrico Junck ed Enrico Reycend rispecchiano l’immagine di una città attiva, fiduciosa nello sviluppo e nel progresso, dalla vita regolata ancora da codici sociali precisi, ma ormai sull’orlo di importanti trasformazioni.
Nel 1902 Torino accoglie le grandi esperienze europee dell’Art Nouveau, della secessione viennese e delle scuole tedesche alla Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna. Le danzatrici modellate da Edoardo Rubino per la rotonda dell’Esposizione trasmettono un’energia palpabile, che sospinge alla ricerca di nuovi spazi, libertà di vita e possibilità di sviluppo.
Nel 1911 l’Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro dedica un Padiglione autonomo alla moda, ormai riconosciuta tra i settori economici trainanti.
La seconda sezione è dedicata agli anni tra il 1920 e il 1930, alla ripresa dopo la brutale cesura della grande guerra. Si aprono gli anni della modernizzazione industriale, quando il corpo si fa più dinamico e la moda dialoga con le nuove idee di emancipazione e libertà, soprattutto femminile.
Nell’arte entra in scena la dimensione urbana, legata al lavoro e alla modernità. Nella moda le linee si semplificano e scivolano sul corpo, libere da sottostrutture, per seguire sempre il movimento.
Nella Torino ridisegnata dal razionalismo trovano spazio le ricerche di Felice Casorati e dei Sei di Torino che, in aperta opposizione all’arte ufficiale del regime, rivendicano autonomia espressiva, riaprendo il dialogo con le avanguardie europee.
Negli anni Trenta Torino è la capitale della moda in Italia e l’Ente Nazionale Moda ne sostiene lo sviluppo spingendo per la creazione di una moda nazionale , che si vorrebbe affrancata dal modello della couture parigina.
Il corpo delle donne si ricopre di forme avvolgenti caratterizzate da un’esplosione di fantasia e di colore. Le donne sono dedite alla vita all’aria aperta, allo sport, riassorbiti poi dal controllo, da codici e modelli estetici sempre più rigorosi.
La forma diventa essenziale e istituzionale. Si amplia e si rimodella via Roma, asse di collegamento tra piazza Castello e Porta Nuova e che diventerà la via della moda. Sono anni in cui viene sperimentata la fotografia futurista di Italo Bertoglio e Ottorino Gramaglia, che aderisce al futurismo insieme a Fillia e Diulgheroff. La scarsità delle risorse e la necessità di adattamento in tempo di guerra trasformano anche il modo di pensare, di vestire, di vivere e impongono un rigore che fa emergere nuove forme di creatività e resilienza, tanto che la produzione si converte alle necessità belliche e lo stile sostituisce la fantasia e l’abbondanza.
Nella quarta sezione protagonista è la ripresa del secondo dopoguerra, quando la città diventa centro dello sviluppo industriale e della nascente società dei consumi.
Torino si apre all’arte internazionale. Nel 1951 si inaugura la prima edizione della serie di mostre Francia Italia che si protrae fino al 1961. L’arrivo nel 1956 di Michel Tapié de Celeyran, l’apertura dell’International Center of Aesthetic Research e l’arrivo di artisti giapponesi e americani come Arai, Imai, Norman Bluhm, il fiorire delle aperture di gallerie d’arte moderna e contemporanea e, infine, l’apertura della GAM, Galleria Civica d’arte Moderna e Contemporanea, hanno fatto di Torino un polo indiscusso dell’arte in Italia. Qui hanno operato artisti torinesi come Saroni, Ruggeri, Rama, Carena, Galvano. Il motore della moda italiana si sposta prima a Firenze, poi a Roma, quindi a Milano.
Le sartorie d’alta moda torinesi mantengono altissima l’eleganza dell’élite cittadina, mentre la città sposa il progetto della moda prontamente per il grande pubblico, inaugirando nel ’55 il SAMIA, il primo Salone Mercato Internazionale dell’Abbigliamento. Sono gli anni di Italia ’61, la grande esposizione che avrà più di cinque milioni di visitatori e che vede impegnati per il centenario dell’Unità d’Italia i maggiori architetti , Levi Montalcini, Sottsass, Gabetti e Isola, Nervi, Rigotti.
Orari mostra lunedì e da mercoledì a domenica 10-18
Martedì chiuso
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura
Info 0114433501
Mara Martellotta
Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato.
Torino e l’acqua
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce.
Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere l’acqua. L’acqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, l’acqua come elemento essenziale per la sopravvivenza delpianeta e di tutto l’ecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.
1. Torino e i suoi fiumi
2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia
3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia
4. La Fontana dell’Aiuola Balbo e il Risorgimento
5. La Fontana Nereide e l’antichità ritrovata
6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?
7. La Fontana Luminosa di Italia ’61 in ricordo dell’Unità d’Italia
8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma
9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta l’acqua
10. Il Toret piccolo, verde simbolo di Torino

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?
Alla fine della classica “vasca” in centro, dopo essere riemersi dal bagno di folla di via Garibaldi, si arriva in uno dei luoghi piùdiscussi di Torino: Piazza Statuto.
Questa è una delle piazze più conosciute della città, l’ultima delle grandi aree risalenti al periodo risorgimentale della capitale sabauda, ed è caratterizzata da eleganti portici che la percorrono lungo tutto il perimetro.
Ha una forma allungata e da essa si dipartono molte strade: via Luigi Cibrario, via San Donato, corso Francia, (che in epoca romana era il tratto iniziale della strada per le Gallie), e via Garibaldi, antico decumanus maximus della colonia romana “Julia Augusta Taurinorum”, già conosciuta come via Dora Grossa.
Al tempo degli antichi romani tutta la parte occidentale del castrum del quadrilatero romano veniva usata come necropoli e molto probabilmente anche come luogo di esecuzioni.
All’interno della piazza, dedicato all’imponente lavoro del traforo del Cenisio-Frejus, vi è il monumento realizzato da Luigi Bellinel 1879 e solennemente inaugurato il 26 ottobre dello stesso anno. Sull’alta piramide sono poste grosse pietre provenienti dagli scavi del traforo, sulle quali si posano corpi di titani abbattuti in marmo chiaro e, proprio sulla sommità, il genio alato della scienza, con una stella a cinque punte sulla fronte, poi rimossa nel 2013. L’opera è un’allegoria del trionfo della ragione sulla forza bruta, riflesso dello spirito positivista dell’epoca in cui fu realizzato. Tuttavia nella tradizione popolare a questo significato originario se ne sovrappone un altro, quello secondo cui il monumento celebrerebbe le sofferenze patite dai minatori per realizzare l’opera.
Non è solo per la bellezza architettonica però che Piazza Statuto è ricercata, soprattutto dagli appassionati di magia e mistero, infatti, nel contesto delle leggende esoteriche, essa è nota come uno dei vertici del triangolo della magia nera. L’epicentro dell’energia maligna sarebbe individuato proprio là dove si erge il monumento al traforo, alla sommità del quale, per alcuni, non si troverebbe l’angelo della scienza, ma Lucifero in persona. Secondo altre ipotesi, invece, l’epicentro coinciderebbe con l’astrolabio del piccolo obelisco poco distante. In realtà l’obelisco fu eretto nel 1808 su un punto geodetico, in ricordo di un calcolo trigonometrico del 1760 sulla lunghezza di una porzione di meridiano terrestre (il gradus taurinensis), eseguito insieme ad altri punti geografici nei comuni piemontesi di Rivoli, Andrate e Mondovì.
Il Diavolo quindi terrebbe le ali spiegate proprio sul vertice del triangolo nero, collegando Torino con Londra e San Francisco, due città altrettanto ricche di misteri e anche scenari di delitti efferati. La leggenda che vede collegate queste tre città è una delle più conosciute al mondo, eppure tra tutti i luoghi chiamati in causa, Torino rimane quello più interessante, in quanto unica cittàad essere divisa a metà: il capoluogo è infatti anche vertice del così detto triangolo bianco, che si formerebbe con Praga e Lione. Non crea meraviglia tra gli appassionati del settore che proprio qui siano venuti in visita personaggi come Nostradamus, Fulcanelli, e Paracelso e non sorprende un’altra delle numerosissime leggende, secondo cui tutti coloro che hanno poteri occulti e divinatori debbano recarsi a Torino per omaggiare il “Grande Vecchio”, personaggio assai misterioso che risiederebbe tra le colline torinesi.
Al centro della piazza, presso la fontana, vi è l’accesso che conduce al sistema fognario, che qui ha il suo snodo principale. Anche questo preciso elemento favorì il crearsi di leggende e credenze che vogliono la piazza come fulcro della magia nera e come altra ipotesi per quel che riguarda l’ampio discorso sulle tre presunte grotte alchemiche che sarebbero presenti in città.
Impossibile dunque rimanere indifferenti davanti alle infinite suggestioni di una città bellissima, malinconica e romantica, ricca di arte e di cultura, ma anche di misteri.
È così che si passeggia per questa città, sempre sospesi tra luce e ombra, sempre distratti, mentre magari qualcuno ci osserva, tra la folla, da sotto le fognature oppure dall’alto, con le ali spiegate e un sorriso ermetico scolpito sul volto.
Alessia Cagnotto