redazione il torinese

Non vogliono che si faccia suora: papà e fratello narcotizzano 25enne per portarla al paese d’origine

DALLA LOMBARDIA

Padre e  figlio sono stati arrestati per sequestro di persona nei confronti di una ragazza di 25 anni, figlia e sorella dei due che volevano impedirle di diventare suora. Gli agenti di polizia sono intervenuti dopo le segnalazioni giunte al 113, in via Pantaleo a Milano . I due uomini, di 59 e di 28 anni, stavano tentando di far salire a bordo di un’auto la giovane per portarla nel paese d’origine, in provincia di Avellino. Il padre e il fratello di lei non volevano che  diventasse suora, e dopo averla stordita in casa con del sonnifero con l’aiuto della madre di 52 anni,  indagata, l’hanno portata fino all’auto. La ragazza è però riuscita a divincolarsi, richiamando  l’attenzione dei passanti e chiedendo aiuto.

Oggi al cinema

LE TRAME DEI FILM NELLE SALE DI TORINO

A cura di Elio Rabbione

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Amori che non sanno stare al mondo – Drammatico. Regia di Francesca Comencini, con Lucia Mascino, Thomas Trabacchi, Iaia Forte e Carlotta Natoli. Una vicenda con tanti bassi (di vita e di cinema) e qualche alto, un amore improvviso, sragionato e possessivo di lei per un uomo che dovrebbe fuggirne sin dal primo istante. Dopo anni di relazione si lasciano, lui finalmente trova un nuovo amore in una ragazza più giovane, lei prova tra le braccia di una sua lodatissima studentessa. Uno sguardo tutto al femminile, un’altalena continua di tempi e di sentimenti, una scrittura che fa tanto letteratura ma che non riesce a coinvolgere mai lo spettatore. Anzi lo irrita, per quell’aria da saputelle intransigenti e battagliere di interprete e di regista. Tratto dal romanzo omonimo della Comencini. Durata 92 minuti. (Eliseo Rosso)

 

Assassinio sull’Oriente Express – Giallo. Regia di Kenneth Branagh, con Judi Dench, Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Penelope Cruz e Branagh nelle vesti di Hercule Poirot. Altra rivisitazione cinematografica del romanzo della Christie dopo l’edizione firmata da Sidney Lumet nel ’74, un grande Albert Finney come investigatore dalle fiammeggiati cellule grigie. Un titolo troppo grande per non conoscerlo: ma – crediamo, non foss’altro per il nuovo elenco di all star – resta intatto il piacere di rivederlo. Per districarci ancora una volta tra gli ospiti dell’elegante treno, tutti possibili assassini, una partenza da Istanbul, una vittima straodiata, una grande nevicata che obbliga ad una fermata fuori programma e Poirot a ragionare e a dedurre, sino a raggiungere un amaro finale, quello in cui la giustizia per una volta non vorrà seguire il proprio corso. Durata 114 minuti. (Ambrosio sala 3, Massaua, Eliseo Blu, Ideal, Lux sala 1, Reposi, The Space, Uci)

 

Bad Moms 2 – Mamme molto più cattive – Commedia. Regia di Jon Lucas e Scott Moore, con Mila Kunis, Susan Sarandon e Kristen Bell. Le tre mamme che nel precedente film hanno incassato inaspettatamente fior di dollari (un incasso mondiale di 183 milioni), tornano per questa seconda avventura con le loro rispettive genitrici, per mostrarci anche la faccia della terza età. Il natale è alle porte, le cattive mamme, quantomai controcorrente, non riescono a far fronte ai troppi impegni, ai figli, ai regali, agli inviti e al pranzo: l’arrivo delle nonne dovrebbe dare man forte alle sprovvedute. Ma con quali risultati. Durata 104 minuti. (Uci)

 

Borg McEnroe – Drammatico/biografico. Regia di Janus Metz Pedersen, con Shia LaBeouf, Sverrir Gudnason e Stellan Skarsgård. Due campioni, due storie e due personalità diversissime, gli stili che catturano opposte folle di fan, i movimenti freddi e calibrati dell’uno contro quelli nervosi e impetuosi dell’altro, la calma contro il nervosismo, la loro rivalità che li vide a confronto per 14 volte tra il ’78 e il 1981, fino alla finale di Wimbledon, che qualcuno ancora oggi considera una delle più belle partite della storia del tennis. Fino alla loro amicizia, fuori dai campi. Durata 100 minuti. (Classico)

 

50 primavere – Commedia. Regia di Blandine Lenoir, con Agnès Jaoui, Pascale Arbillot e Thibault de Montalembert. Raggiunta l’età del titolo, Aurore non vive proprio quel che si potrebbe definire un periodo felice, senza problemi. Si ritrova separata dal marito, a dover fare la cameriera in una piccola città di provincia anche per dare una mano alle due figlie. Come se non bastasse, il lavoro va in fumo e bisogna mettersi alla ricerca di un altro, una figlia aspetta un bebè che la chiamerà nonna e le vampate della menopausa sono sempre più lì ad aggredirla. Ritroverà un amore di gioventù e pensa di poter ricominciare. Ma non è così semplice. Durata 89 minuti. (F.lli Marx sala Chico, Nazionale sala 1)

 

Dickens: l’uomo che inventò il Natale – Commedia. Regia di Bharat Nalluri, con Dan Stevens, Christopher Plummer e Jonathan Pryce. Trentunenne, nel 1843, il giovane scrittore Charles Dickens deve far fronte ad alcuni insuccessi letterari, a cinque figli da mantenere e ad un tenore di vita del padre che è prodigo di operazioni finanziarie al limite del baratro. In sole sei settimane, attingendo alla vita di ogni giorno e riandando allo stesso tempo ai personali ricordi di un tempo, in un perfetto quadro dell’epoca vittoriana, tra ingiustizie sociali e ricchezze, darà vita ad una novella che rappresenta appieno lo spirito del Natale, incentrata sul carattere dispotico e cinico del vecchio Ebeneezer Scrooge come sulla sua piena conversione alla bontà. Era nato “Il racconto – o canto – di Natale”. Durata 114 minuti. (Massaua, Greenwich sala 1, Ideal, Reposi, The Space, Uci)

 

Ferdinand – Animazione. Regia di Carlos Saldahna. Non ha mai avuto vita facile il libro dell’americano Munro Leaf da cui oggi nasce questo cartoon di Saldahna (già premiato autore di “Rio” e dell’”Era glaciale”), libro del ’36 su cui franchisti prima e nazisti poi non poco s’accanirono (era, inevitabilmente, nell’animo di Gandhi). La vicenda del toro decisamente pacifista diverte oggi bambini e anche adulti dal cuore pronto a rilassarsi, pronti a simpatizzare con un animale che è destinato a combattere nell’arena ma che al contrario preferisce circondarsi di fiori, fugge da chi gli impone quelle regole, stringe amicizia con una piccola animalista. Lieto fine che s’impone, al fianco del “pericolosissimo” toro altri simpatici personaggi, tra cui da non lasciarsi sfuggire la capra Lupe. Durata106 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 1, Reposi, The Space, Uci)

 

Finché c’è prosecco c’è speranza – Giallo. Regia di Antonio Padovan, con Giuseppe Battiston, Roberto Citran e Silvia D’Amico. Tra le colline venete e i filari e le cantine, l’ispettore Stucky – radici veneziane e persiane, appena promosso, impacciato ma pieno di talento, deve fare i conti con le proprie paure e con un passato ingombrante – è chiamato a risolvere quello che a tutti pare un caso di suicidio, quello del ricco possidente Desiderio Ancillotto. La terra, la proprietà, la passione e la professione: là si nasconde un assassino. Durata 101 minuti. (Eliseo Rosso)

 

Happy End – Drammatico. Regia di Michael Haneke, con Isabelle Huppert e Jean Louis Trintignant. Una famiglia dell’alta borghesia a Calais. Il padre è il fondatore di un’azienda, ora guidata dalla figlia e dal nipote ribelle. Si devono risolvere i problemi che stanno dentro la fabbrica (qui è successo un incidente che ha provocato la morte di una persona) e la famiglia (qui il fratello della donna si risposa e inizia ad avere problemi con la figlia di primo letto, che gli è stata affidata dopo che la madre è stata ricoverata): tutto questo mentre i migranti stazionano sulle spiagge e creano tendopoli. Durata110 minuti. (Romano sala 3)

 

L’insulto – Drammatico. Regia di Ziad Doueiri, con Adel Karam e Kamel El Basha (Coppa Volpi a Venezia). A Beirut, un incidente tra due uomini, un operaio palestinese che è caposquadra di un cantiere con l’incarico di una ristrutturazione e un meccanico di religione cristiana. Quando costui, Toni, rifiuta di riparare una vecchia grondaia che ha bagnato la testa di Yasser, questi lo insulta, e gli insulti si accompagnano alle percosse, per cui l’incidente finirà in tribunale: situazione aggravata dal fatto che la moglie di Toni ha per lo spavento dato alla luce prematuramente una bambina che lotta tra la vita e la morte. Un caso particolare che adombra un conflitto molto più allargato e mai cessato: come ancora dimostra il processo, dove un padre e una figlia, difensori dell’una e dell’altra parte, esprimono due diverse generazioni e un giudizio diametralmente opposto. Durata 110 minuti. (Nazionale sala 2)

 

Loveless – Drammatico. Regia di Andrei Zvyagintsev, con Alexei Rozin e Maryana Spivak. Premio della giuria a Cannes. Un uomo e una donna, dopo anni di matrimonio, si dividono, hanno già costruito altre relazioni. Una separazione carica di rancori e recriminazioni. Nella loro vita Alyosha, un figlio non amato, vittima dell’indifferenza e dell’egoismo, che dopo l’ennesimo litigio, scompare. Supplendo al lavoro della polizia, un gruppo di volontari si mette alla ricerca del bambino, senza risultati. Durata 127 minuti. (Romano sala 1)

 

Natale da chef – Commedia. Regia di Neri Parenti, con Massimo Boldi, Biagio Izzo, Dario Bandiera, Rocìo Munoz Morales, Paolo Conticini e Milena Vukotic. Immaginate i quattro peggiori cuochi non stellati sulla madre terra coinvolti nel G7. Riusciranno a far passare nelle bocche dei grandi (?) schifezze e intingoli. Per chi vuol ridere alla maniera dei soliti, vecchi, poco digeribili cinepanettoni. Ma tant’è, vengono una volta l’anno e poi non più. Durata 97 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi, The Space, Uci)

 

Paddington 2 – Commedia. Regia di Paul King, con Brendan Gleeson, Hugh Grant, Sally Hawkins e Ben Whishaw. L’orsetto inventato dalla fantasia dello scrittore inglese Michael Bond è in cerca di un regalo per la centenaria zia Lucy. Scova nel negozio di antiquariato del signor Gruber un antico libro, prezioso, che verrà rubato e del cui furto verrà sospettato un fascinoso attore. Durata 95 minuti. (Uci)

 

Poveri ma ricchissimi – Commedia. Regia di Fausto Brizzi, con Christian De Sica, Anna Mazzamauro, Enrico Brignano, Lucia Ocone. Per le risate degli aficionados, ma rimane pur sempre l’Oscar annuale del gossip e della scalogna: quel po’ po’ di tornado che s’è abbattuto sull’innominato regista, da cui la Warner s’è affrettata a prendere le distanze, e le botte sulla povera e antica signorina Silvani di fantozziana memoria, taciute prima e squadernate poi. Per poi, alla fine, forse, tanto rumore per nulla, per ritrovarci tra i piedi, dopo il lauto botteghino del passato Natale, ‘sta banda de burini che a forza di mettere in banca preziosi euri e cucinare supplì si comprano pure un castello. E chi li tiene più. Ma se il non trascurabile malloppo va mantenuto, non resta che fare del borgo nato uno stato indipendente, dopo referendum d’obbligo manco fosse la Catalogna, girare le spalle all’Italia e uscendo dall’euro dare nuova vita alla moneta locale. Nel frattempo, si ritrova l’occasione per inalberare De Sica con una capigliatura bionda grano che manco Donald e lasciare la nuova first lady tra le braccia e le manette e le fruste di Massimo Ciavarro manco tra le stanze del piacere di “Cinquanta sfumature…”. Di qualsiasi colore siano. Durata 96 minuti. (Massaua, Greenwich sala 2, Ideal, Reposi, The Space, Uci)

 

Il premio – Commedia. Regia di Alessandro Gassman, con Gigi Proietti, Anna Foglietta, Rocco Papaleo, Matilda De Angelis e Alessandro Gassman. Un road movie, sguardo tra generazioni, una vena di autobiografia. Un vecchio padre, grande scrittore, si reca a Stoccolma, in un lungo viaggio in macchina, per ricevere il Nobel per la letteratura. Lo accompagnano i figli, due tra i tanti che ha avuto per il mondo, e il fedele segretario. Sarà un viaggio utile, tra incontri e scoperte che potranno cambiare i vecchi rapporti. Durata 96 minuti. (Ambrosio sala 2)

 

La ruota delle meraviglie – Drammatico. Regia di Woody Allen, con Kate Winslet, Justin Timberlake, James Belushi e Juno Temple. Metà anni ’50, pieni di colore nella fotografia di Vittorio Storaro o rivisti in quelli ramati di un tramonto, un affollato parco dei divertimenti a Coney Island, quattro destini che s’incrociano tra grandi sogni, molta noia, paure e piccole speranze senza sbocco. Ginny è una ex attrice che oggi serve ai tavoli, emotivamente instabile, madre di un ragazzino malato di piromania, frequentatore di assurde psicologhe; Humpty è il rozzo marito, giostraio e pescatore con un gruppo di amici, che ha bevuto e che ancora beve troppo, Carolina è la figlia di lui, rampolla di prime nozze, un rapporto interrotto da cinque anni, dopo la fuga di lei con un piccolo ma quantomai sbrigativo gangster che adesso ha mandato due scagnozzi a cercarla per farla stare zitta, ogni mezzo è buono. Rapporto interrotto ma la casa di papà è sempre quella più sicura. E poi c’è il giovane sognatore, Mickey, che arrotonda facendo il bagnino e segue un corso di drammaturgia, mentre stravede per O’Neill e Tennessee Williams, artefice di ogni situazione, pronto a distribuire le carte, facendo innamorare l’ultima Bovary di provincia e poi posando gli occhi sulla ragazza. Forse Allen costruisce ancora una volta e aggroviglia a piacere una storia che è il riverbero di ogni mélo degli autori anche a lui cari, impone una recitazione tutta sopra le righe, enfatizza e finge, pecca come troppe volte nel suo mestiere di regista, non incanta lo spettatore. La (sua) vittima maggiore, che più risente del debole successo è la Winslet di “Titanic”, che pur nella sua nevrotica bravura non riesce (o non può, obbediente alla strada tracciata dall’autore) calarsi appieno nel personaggio, come in anni recenti aveva fatto la Blanchett in “Blue Jasmine”. Durata 101 minuti. (Ambrosio sala 1, Centrale V.O., Due Giardini sala Nirvana, Eliseo Grande, F.lli Marx sala Harpo, Romano sala 2, The Space, Uci)

 

Seven Sisters – Fantascienza. Regia di Tommy Wirkola, con Noomi Rapace, Glenn Close e Willem Dafoe. Un’attrice sola per sette diversi ruoli, un futuro più o meno lontano in cui la sovrapposizione terrestre ha portato all’applicazione di una rigidissima politica del figlio unico su scala globale. Ma da anni, sette sorelle, che hanno il nome dei giorni della settimana, vivono in segreto in un appartamento, uscendone una per ogni giorno della settimana, con la stessa identità. Poi, un lunedì, Monday non torna a casa. Durata 123 minuti. (Uci)

 

Smetto quando voglio – Ad honorem – Commedia. Regia di Sydney Sibilia, con Edoardo Leo, Libero De Rienzo, Pietro Sermonti, Neri Marcorè e Luigi Lo Cascio. Terzo e ultimo capitolo della fortunata saga sulla banda di ricercatori, vittime della crisi e di un precariato che va sempre più stretto a chi può mettere in campo lauree con ottimi voti, che abbiamo conosciuto come inventori di una droga sintetica legale e in seguito come collaboratori in incognito della polizia: oggi sono in procinto di evadere tutti quanti insieme di prigione per ritrovarsi dove tutto è cominciato, alla Sapienza di Roma, per contrastare l’ultimo nemico, il crudele e pericolosissimo Mercurio. Durata 96 minuti. (Greenwich sala 3)

 

Star Wars: Gli ultimi Jedi – Fantascienza. Regia di Rian Johnson, con Mark Hamill, Daisy Ridley, Carrie Fisher, Laura Dern, Benicio del Toro e Adam Driver. Luke Skywalker si è ritirato in un esilio volontario, in un nascondiglio segreto ai limiti del pianeta sperduto. La giovane Rey ha bisogno del suo aiuto, nell’incontrarlo gli donerà la vecchia spada laser appartenuta alla sua famiglia. Vecchi e nuovi personaggi, ultima apparizione della Fisher, indimenticabile principessa Leia, ad un anno esatto dalla scomparsa. Immancabile per il pubblico che da sempre segue la saga. Durata 152 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 2, Reposi, The Space, Uci anche in V.O.)

 

Suburbicon – Drammatico. Regia di George Clooney, con Matt Damon, Julianne Moore e Oscar Isaac. Una storia scritta anni fa dai fratelli Coen. Al centro le case e i viali ordinati du Suburbicon, cittadina americana emersa negli anni Cinquanta. Da un lato, il personaggio di Matt Damon, ineccepibile padre di famiglia, che nasconde sotto le buone maniere e tutto l’affetto il desiderio di far fuori la moglie, con l’aiuto della cognata con cui vuole iniziare una nuova vita (entrambi i personaggi affidati alla Moore). Dall’altro, la comunità tanto perbene che accende le polveri allorché quell’angolo di paradiso vede all’improvviso la presenza di una famiglia di colore. L’intolleranza razziale esplode. Durata 105 minuti. (Massimo sala 2 anche in V.O., Reposi, Uci)

 

Super vacanze di Natale – Quelcherimanedeicinepanettoni. Regia (?) di Paolo Ruffini. Ovvero De Laurentis ha messo in mano a Ruffini trentacinque anni di un fenomeno che forse ha letto l’Italia dagli Ottanta in giù e lui s’è divertito (e il pubblico?) a ritagliare le facce di quanti l’hanno popolato, quelli che ci hanno creduto e quelli che si sono stufati, quelli che ci hanno marciato e si sono fatto un avvenire, quelli che si sono tolti il fastidio delle bollette e molto di più, quelli che non hanno apprezzato l’iniziativa e hanno querelato il vecchio produttore (leggi Boldi): tra i fasti e i nefasti ricompaiono De Sica, Boldi, Ezio Greggio, Stefania Sandrelli, Alessandro Siano, Belen, Claudio Amendola, Jerry Calà, Nino Frassica, Lillo&Greg, Nancy Brilli, Massimo Ghini… Durata 86 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi, Uci)

 

The Place – Drammatico. Regia di Paolo Genovese, con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Giulia Lazzarini, Silvio Muccini, Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi. Un film corale, un’ambientazione unica, una bella carrellata di attori italiani per altrettanti personaggi che Paolo Genovese – l’autore di quel piccolo capolavoro che è “Perfetti sconosciuti” – ha basato su una serie americana, ripensata e adattata, “The Booth at the Edge”, creta dall’autore e produttore Christopher Kubasik nel 2010. Un uomo misterioso, giorno e notte ospite abituale di un bar, con il suo tavolo sul fondo del locale, e personaggi e storie che a lui convogliano, di uomini e donne, lui pronto a esaudire desideri e a risolvere problemi in cambio di alcuni “compiti” da svolgere. Tutti saranno pronti ad accettare quelle richieste? Durata 105 minuti. (Ambrosio sala 2)

 

Wonder – Drammatico. Regia di Stephen Chbosky, con Julia Roberts, Owen Wilson e Jacob Tremblay. Auggie è un bambino di dieci anni, una malformazione cranio facciale ha fatto sì che non abbia mai frequentato la scuola. Quando i genitori prendono la decisione che è venuta davvero l’ora di affrontare il mondo degli altri, per il ragazzino non sarà facile. Al tavolo di Auggie, in refettorio, nessuno prende posto, un gruppetto di compagni continua a divertirsi a prendere in giro il suo aspetto. Poi qualcuno comunicherà ad apprezzarlo e ad avvicinarsi a lui. Durata 113 minuti. (Centrale V.O., Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, F.lli Marx sala Groucho, Lux sala 3, Massimo sala 1, Reposi, The Space, Uci)

 

Seduzione

Dalla raccolta “Raggi di luna” di Chicca Morone (Il Convivio editore)

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Sempre cadendo tra la brace e il fuoco

tu vai cantando – come si potesse –

prender la vita quasi fosse gioco

ed oltre il giorno nulla si vedesse.

 

Dammi la mano, vieni in questo loco:

non ci pensare, giammai non è concesso

di altri volti sognare senza il poco

che d’ogni sogno reca il suo riflesso.

 

Sono sincera, il luogo è casa mia:

ti accolgo tra le mie braccia perché amando

da me allontani questo turbamento;

 

ma se è solo per gioco o per follia

che i miei capelli sfiori accarezzando

lasciami pure sola nel tormento.

 

Allegri: “Come al cenone un po’ in difficoltà alla fine”

Massimiliano Allegri  su Twitter commenta la sofferta vittoria sulla Roma: “Come al cenone di Natale, siamo andati un po’ in difficoltà alla fine…ma abbiamo festeggiato con la nostra famiglia. A proposito: auguri a tutti”.  Il tecnico bianconero alla vigilia della partita aveva chiesto a Babbo Natale di ricevere i regali  un giorno d’anticipo.

Auto si schianta, grave ragazzo di 19 anni

E’ ricoverato in prognosi riservata al San Giovanni Bosco, il ragazzo di 19 anni rimasto ferito gravemente  in un incidente stradale avvenuto nella notte a Torino, dopo aver  perso il controllo della sua auto. Alla guida di una Renault Clio, sul cosiddetto curvone delle 100 Lire ha sbandato e abbattuto la segnaletica stradale schiantandosi contro il guardrail. La strada è rimasta chiusa per più di un’ora in direzione esterno città. La polizia municipale  sta cercando testimoni per stabilire la dinamica dell’incidente.

Le scorze d’arancia e il camion di latta rossa e blu

Ricordi e profumi del Natale di una volta 

Natale 1964 Le scorze di mandarino e d’arancia, scaldandosi sui cerchi della stufa a legna, riempivano l’aria della cucina con il loro aroma. Le metteva mia madre, per “fare Natale”. Sosteneva che quel profumo d’agrumi bruciati portava con sé l’atmosfera delle feste di fine anno

 

 Poco importava se il calendario segnava ancora i giorni della luna di novembre, quella del sogno e del riposo, mancando più o meno quattro settimane al venticinque dicembre. Erano i giorni in cui si avviava l’Avvento. Un mese d’attesa, una lunga preparazione scandita dal conto alla rovescia che ci avrebbe accompagnati verso la festa più bella dell’anno. Nella vecchia casa che un tempo aveva ospitato i magazzini del cotonificio, non ci voleva molto a percepire il cambio di stagione. Lo sentivamo sulla pelle! In cucina la stufa divorava la legna ma nelle stanze fredde il mercurio nel termometro rabbrividiva con noi. Il freddo, oltre che sentirlo, si “vedeva. Bastava un rapido sguardo al colore del volto quando, io e mio fratello, ci svegliavamo al mattino. Metà roseo e metà bianco,metà tiepido e metà infreddolito. Era quella l’unica parte del corpo che non infilavamo sotto le coperte e quale delle due metà fosse l’una o l’altra, dipendeva da come si appoggiava la testa sul cuscino, addormentandoci alla sera. La nostra dimora, essendo un ex-fabbrica, sul piano del riscaldamento lasciava molto a desiderare. Ma i disagi non finivano lì. L’impianto elettrico risaliva alla destinazione industriale dello stabile e la tensione disponibile nelle prese di casa misurava 160 volt. Le lampadine si trovavano ancora in commercio (sempre più rare) ma per il frigorifero occorreva un piccolo e pesantissimo trasformatore per commutarla nei più idonei e “moderni” 220 volt (in seguito comprammo anche la Tv e i trasformatori diventarono due).  Anche il rifornimento d’acqua potabile era un bel problema.

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Quella che usciva dal rubinetto proveniva dalla canalizzazione che captava direttamente dal fiume, trasformandosi – quando pioveva – in un liquido color della terra. Per lo sciacquone del gabinetto poteva andar bene ( tra l’altro non era in casa, comodo: era stato ricavato sotto la scala che portava al locale del lavatoio, all’esterno) e pure anche il bagno, rito che veniva compiuto riempiendo il mastello di zinco dopo aver fatto bollire l’acqua sul fuoco della stufa. Per quella  potabile c’erano i fiaschi da riempire alla fontana pubblica, non troppo lontana ma nemmeno tanto vicina a casa. Come spesso capitava, in barba al calendario, il passaggio dall’autunno all’inverno era repentino. L’aria fredda, cavalcando i venti che scendevano dal Mottarone, dallo Zughero e dal Camoscio, scrollava via le ultime foglie secche dagli alberi, lasciando i tronchi spogli a rabbrividire nei prati e sui viali. Solo il bosco di castagni e querce, le faggete e le macchie di robinie opponevano una testarda resistenza che, con il passare dei giorni, diventata sempre meno convinta. Quell’ostinata riluttanza a liberarsi della propria chioma in breve si esauriva e anche gli alberi del bosco, malvolentieri, erano costretti a cedere il passo all’inverno che bussava alla porta, lasciando a terra un soffice tappeto di foglie che rifletteva tutte le sfumature del giallo e del marrone. A scuola si andava a piedi, imbacuccati. Un paio di chilometri scarsi tra andata e ritorno, attraversando il paese fino al vecchio edificio bianco-verde delle scuole elementari (non ho mai capito per quale ragione estetica il colore dell’intonaco è restato sempre quello nel tempo, mah..)

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Più avanti, duecento metri oltre le scuole, c’era ( e c’è tutt’ora) il Selvaspessa, il nostro “fiume” (anche se il demanio idrico lo cataloga torrente), attraversato dalla vecchia e malmessa passerella di ferro e legno che divideva l’abitato di Baveno dalla sua più popolosa frazione. Quello sì che era un altro mondo. Rappresentava il luogo dell’avventura, della fantasia, dei giochi per tutti e in tutte le stagioni. D’inverno la parte bassa del Selvaspessa si prosciugava e il gelo solidificava l’aria umida in leggerissime e fragili lastre di ghiaccio tra un sasso e l’altro.Bastava lanciare una piccola pietra per incrinarle o frantumarle in mille pezzi. Ma i giochi sul fiume erano un frutto proibito per noi “reclute”. Questione d’età e d’autonomia. Solo i più “vecchi” tra noi ragazzi, quelli che avevano raggiunto il limite del primo ciclo scolastico e che – a dieci anni o giù di lì- erano pronti per “avviarsi” alle medie, avevano accesso alle meraviglie di quel luogo misterioso. Per quelli che come me frequentavano le prime classi, c’era l’obbligo dell’immediato rientro a casa quando, al termine della mattinata, lo squillo della campanella chiudeva le lezioni. Con la cartella di cuoio a tracolla o in spalla – salutata la maestra Pedrelli e i bidelli- uscivano dall’aula, imboccando di corsa il cancello della scuola. Un breve saluto, la promessa di rivedersi l’indomani e via, ognuno per la propria strada. Siamo cresciuti così, in quei primi anni ‘60. Con la giusta attenzione a libri e quaderni e la voglia di giocare che si ha a quell’età. I nostri erano giochi poveri, dove a far la differenza – non costando nulla – la faceva la fantasia, arricchendoli e rinnovandoli al punto d’apparire sempre nuovi e differenti nonostante fossero il più delle volte gli stessi.

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A quell’epoca non c’erano pistole laser, playstation, videogame o altre diavolerie elettroniche. Men che meno i computer. I giochi s’andava raramente a comprarli nei negozi. Un po’ perché di soldi ce n’erano pochi, un po’ perché non c’erano nemmeno i negozi. I giochi ce li costruivamo da soli. Usando legnetti, elastici, un gessetto colorato, un vecchio cerchione arrugginito di bicicletta, un fazzoletto, il cono di cartone di una rocca del filato e un po’ d’abilità comparivano la lippa, una fionda, il campo tracciato per i quattro cantoni o la pista per i tappi, il gioco del cerchio, ruba bandiera o moscacieca, una cerbottana. Era meglio essere in “banda”, in compagnia, ma ci si poteva divertire anche da soli. In questi casi  d’immaginazione ce ne voleva davvero tanta. Ricordo, ad esempio, le lunghe discussioni con la mia immagine riflessa nel vecchio frigorifero Ignis. In testa portavo una bustina militare di mio padre, sulle spalle uno zainetto grigioverde ereditato da chissachì e tra le mani uno “sciopp da legn”, un fucile di legno artigianale. A quell’epoca sottostavo agli ordini del “sergente”, la cui immagine rispondeva immediatamente al mio saluto militare, imitando ogni mio gesto nel mettermi sull’attenti davanti alla porta lucida del frigo. Non avendo il dono della parola toccava a me, improvvisandomi ventriloquo, dare una voce al “sergente” che, come tutti i sergenti che si rispettano, l’aveva un po’ roca e un tantino autoritaria. Solo più tardi l’artigianale sciopp fu sostituito con il fucilino ad aria con il tappo di sughero tenuto dallo spago. Un’arma straordinaria, tecnologicamente avanzata per quell’epoca, che faceva risuonare nell’aria il suo minaccioso e secco “plop!”. 

 

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I più fortunati possedevano i bastoncini di legno dello Shangai, gli aerei di carta dei formaggini Galbani, la mucca Carolina o la Susanna “tutta-panna” gonfiabile che si otteneva con i punti dell’Invernizzi, le palline clic-clac, il gioco dell’Oca o del Monopoli (per i più grandi che cominciavano a capire il senso e il valore del denaro), il traforo, il Meccano o il trenino elettrico della Lima. Alcuni amici possedevano i soldatini prodotti dalla Nardi, belli e colorati, di plastica e con le parti del corpo staccabili: le Giubbe Rosse a cavallo, con le divise fiammanti e quegli strani copricapo, gli antichi romani e i barbari, gli indiani e i cowboy, i nordisti e i sudisti impegnati a combattersi in un’infinita guerra civile con le loro divise blu e grigie. Io, schioppo di legno a parte, non possedevo altro che la mia fantasia. E, a onor del vero, un asino rosso di plastica, ricordo dell’infanzia, comprato da mia madre alla festa del santuario del Boden, che faceva compagnia a un Calimero di celluloide. A esser sinceri c’era stato qualcos’altro: la bambola “Caterina”. Mi era stata donata da una bambina, vicina di casa e compagna di giochi, e io – pur essendo un maschietto, forse per affetto o per curiosità – le detti da mangiare. Nella piccola bocca aperta della bambola, per qualche settimana, infilai qualche chicco di riso, un po’ di minestra, dell’acqua, delle briciole di pane. La povera Caterina non gradì molto le mie cure poiché, di lì a poco, con mio grande stupore e rammarico, iniziò a emanare uno sgradevole odore. Il cibo, fermentandole nel ventre di gomma, la fece marcire. Così, strappandomi qualche lacrima, fusoppressa. Peccato, se quella bimba mi avesse regalato una bambola di quelle magre, quasi anoressiche e dalle labbra strette e chiuse come le Barbie (che proprio in quel 1964, sbarcò in Italia provenendo dall’America), forse l’avrei conservata. Il mondo dei balocchi era racchiuso nella vetrina del negozio della signora Alfonsina. Guardare attraverso quell’esile barriera di vetro equivaleva ad affacciarsi su di una realtà fantastica. In quel piccolo negozio si comprava di tutto: dal sale ai tabacchi, dalle riviste piene di foto ai quotidiani che sfogliandoli annerivano le dita d’inchiostro, dalle mollette colorate per il bucato ai lumini bianchi e rossi per il cimitero. Ma noi, in prossimità del Natale, eravamo attratti da quelle luci colorate e intermittenti, capaci di rendere ancora più straordinaria la piccola parata dei giocattoli esposti al centro della vetrina. Nulla a che vedere con quelle più ricche e ben fornite dei negozi di giocattoli di Intra, Pallanza o Stresa. Già a Baveno, in piazza del municipio, si trovava di meglio. Però, nella vetrina della signora Alfonsina, c’era quel tanto che bastava a farci rimanere con il naso incollato al vetro e la bocca aperta. Spiccavano le racchette da ping-pong dell’Arco Falc, rivestite di sughero, con cui giocare sul tavolo da cucina – quand’era sgombro- immaginando la stessa superficie simile del verde e scolorito tennis da tavolo che c’era nella sala dell’oratorio. C’era l’aquilone Air-Jet della Quercetti (la stessa ditta che produceva i chiodini colorati di gomma per comporre mosaici): bastava gonfiarlo – come ci aveva fatto vedere Luca, fortunato possessore di una copia – e diventava come una grande supposta bianco-rossa con le alette blu, quasi impossibile da governare perché andava di qua e di là in preda a un delirio di traiettorie anarchiche. C’erano i trasferelli, la cera Pongo, gli aerei di balsa con l’elastico che ti dovevi costruire da solo e che stavano in aria quei pochi secondi che separavano il lancio dallo schianto al suolo, pistole e fucili di plastica o metallo brunito, dal calcio di legno. M’incuriosiva la pistola di latta nera (che in seguito mi fu regalata): aveva le munizioni stese su dei rotolini di carta rossa che riproducevano lo stesso rumore delle nocciole schiacciate, lasciando nell’aria un odore acre e sgradevole. E come non citare il caleidoscopio, le trottole di legno e quelle di latta ( “di tolla”) a pressione, i pentolini e le bambole, i pastelli a cera e il missile Mach-X, quello che si lanciava con l’elastico tenendolo fermo con i piedi e una volta giunto in aria apriva il paracadute. Ero terribilmente attratto da quel razzo ma, tempo dopo, avendone ottenuto un esemplare,  restai deluso da quel vettore: per salire, saliva ma il più delle volte precipitava (appunto, come un missile..) a terra, schiantandosi al suolo e solo allora, beffardamente, il paracadute rotolava mollemente fuori.

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Il sogno proibito per noi maschi era l’autopista elettrica della Polistil che si vendeva nelle due versioni a circuito ovale e a forma di otto, con le due o le quattro corsie per le auto in corsa. Si sentiva parlare, a quell’epoca,  delle sfide tra le Lotus e le Ferrari e gli eroi delle quattro ruote erano Stirling Moss  e Graham Hill, Jim Clarck (l’asso della Lotus)  e i ferraristi John Surtees, Wolfgang Von Trips e Giancarlo Baghetti che guidavano le rosse monoposto del Cavallino rampante di Maranello. Quell’autopista, che dalle pagine di Topolino veniva propostada una bellissima Paola Pitagora, rappresentava l’oggetto del desiderio numero uno. Desiderio, con molto rammarico, destinato a rimanere tale. Alfio invece era fortunato. I suoi genitori e gli zii gli compravano le figurine dei calciatori. Un “di più” che la mia famiglia non mi consentiva di avere.  Solo mia nonna materna, che mi voleva un bene dell’anima, risparmiando come e quanto poteva, mi dava qualche soldo di mancia che investivo nei fumetti con le avventure di Topolino e Paperino, Tiramolla, Cucciolo e Beppe, il lupo Pugacioff e Cocco Bill, il cowboy che beveva solo camomilla. E, quando si poteva disporre di qualcosa in più, la scelta cadeva sulle bustine di figurine da dieci lire. Nulla di paragonabile a quanto aveva Alfio ma non mi sono mai lamentato. Nel primo album dei calciatori della Panini ogni squadra di serie A era raffigurata con quattordici giocatori e in molti casi si vedeva che le figurine non erano altro che fotografie in bianco e nero colorate a mano. Nelle ultime pagine dell’album (che in copertina raffigurava Nils Liedholm, il forte attaccante svedese del Milan) c’era un’intera sezione dedicata al grande Torino, la squadra che dominò i campionati dal 1942 al 1949 e che perì il 4 maggio di quell’anno nel disastro aereo di Superga. Il mito, a pochi anni dalla tragedia, era fortissimo. La formazione la sapevamo anche noi piccoli a memoria, quasi fosse uno scioglilingua, a prescindere dal tifo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar,Rigamonti,Castigliano,Menti,Loik,Gabetto,Mazzola,Ossola.Quelle immagini rappresentavano le gesta sportive degli eroi del pallone, alimentando i nostri sogni di carta. Nel primo anno delle elementari il Milan di Nereo Rocco si aggiudicò, nello stadio londinese di Wembley,  la prima coppa dei Campioni per una squadra italiana. I diavoli rossoneri sconfissero il Benefica di Eusebio (che segnò la rete dei lusitani) per 2-1, grazie a una doppietta di José Altafini. Poi vennero gli anni della grande Inter di Helenio Herrera mentre era una realtà di grande spessore la Juventus di Charles e Sivori. Con le figurine si giocava, componendo squadre immaginarie, vincendole o perdendole a sopra, a lungo, a chi le lanciava più lontano. Ricordo quelle di Dennis Law, che giocava nel Torino con Gigi Meroni, la farfalla granata, dei bolognesi Haller, Janich, Fogli e Pascutti (che era un po’ pelato e ci ha lasciati – con l’altro felsineo, Marino Perani – quest’anno), di Enrico Albertosi con la maglia da portiere della Fiorentina, degli juventini Stacchini, Salvadore, Del Sol, Castano e Anzolin, di Amarildo con i colori del Mantova e di Gianni Rivera, prima con i grigi dell’Alessandria e poi con il Milan, per tutta la carriera. Mi ricordo Carlo Dell’Omodarme, ala della Spal e della Juve. Non lo vidi mai giocare. Lo rammento con una faccia seria e sofferente, ritratto a busto interno nella sua figurina con la maglia a righe verticali bianco-celesti della squadra di Ferrara. La Spal, appunto. Mi sembrava un calciatore tosto, affidabile. Trasmetteva, in qualche modo, la certezza che avrebbe fatto fino in fondo il suo dovere. Del resto il cognome lo garantiva.

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Un vecchio zio di madre, Edoardo, tipografo di Milano, mi portava in dono gli album colorati con le fiabe di Esopo e La Fontaine. Era un personaggio, lo zio “Eduard”. Non tanto alto, ben vestito, portava un cappello a tesa larga e una cravatta stretta e nera. Era un vecchio anarchico dai modi gentili e miti. Mi portò anche un libricino, dicendomi “ l’ha scritto uno che non la pensa come me, ma vale la pena leggerlo perché è scritto bene”. Io non ero in grado di capire il significato di quel “ non la pensa come me” e mi lasciai incuriosire dal fatto che era “scritto bene”.  Iniziava così: “ La mattina del 24 dicembre 1914, un piccolo gruppo di persone saliva su per la strada del Gran San Bernardo. Quelle persone erano il signor Michele Rasi, bell’uomo forte e robusto, di una quarantina d’anni, la signora Ebrica sua moglie e suo figlio Giacomino, un ragazzetto di dieci anni, bruno, tozzo, coraggioso camminatore”. Mi piacque molto “Il piccolo alpino” di Salvator Gotta. L’edizione era la prima, già allora vecchia, del 1926. Il libro, pur essendo usato, era ben conservato. Lo zio l’aveva acquistato su una bancarella alla fiera degli “Oh, Bei Oh, Bei” che si svolgeva nei giorni dell’Immacolata nelle vie attorno alla Basilica di Sant’Ambrogio. Era lì, dove risuonava quell’esclamazione (oh bei, oh bei ! che belli, che belli!) che tradizionalmente si compravano i regali di Natale a Milano. Le bancarelle vendevano dolci e delle sleppe di torrone da far paura, che poi venivavo tagliate in tanti pezzi più piccoli. Gli ambulanti offrivano giochi, berrette e sciarpe, cianfrusaglie di ogni tipo.

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Lo zio Edoardo raccontava – non a me, troppo piccino – che i ragazzi erano soliti comprare le mele da regalare alle proprie fidanzate come pegno di perenne amore. Il libro l’aveva trovato da un suo amico che vendeva copie usate di libri in un banchetto d’angolo. Per questa ragione, ho sempre pensato, che quel libricino fosse ancor più prezioso: non solo perché era un regalo ma perché la sua lettura, nel tempo, era stata condivisa con altri. Lo tenevo come un oracolo. Era tra i miei primi libri, in quegli anni senza dubbio il più amato. Le avventure di quel ragazzo capitato tra gli alpini aostani impegnati sul Carso durante la guerra ’15-’18 suscitavano una grande emozione. In seguito arrivarono anche Il giornalino di Giamburrasca di Vamba, Pel di carota, il libro Cuore di De Amicis (mi ero preso in simpatia la piccola vedetta lombarda), quelli fantastici di Giulio Verne e la scoperta di Salgari, nelle edizioni torinesi cartonate di Viglongo. Ma quella de Il piccolo alpino era una storia che si era guadagnata un posto nel cuore e per questo non ringraziai mai abbastanza lo zio Edoardo, soprattutto per lo sforzo che aveva compiuto nel regalarmi il libro più bello di quel signore che, tra le altre opere, aveva composto una canzone come Giovinezza che, non è difficile immaginarlo, allo zio faceva venire i nervi. Si avvicinava intanto il fatidico giorno e cresceva l’attesa. Ricordo uno dei primi regali: un autocarro con rimorchio di legno che mio padre mi costruì con le sue mani. La forma era un po’ grezza, non livellata, piuttosto artigianale ma forse per questo ancora più bella. Ero orgoglioso di quel mio camion. Il cassone del rimorchio era capiente e si riempiva bene con ghiaia e sassolini. Le ruote, pur non essendo perfettamente circolari, giravano che era un piacere. Con i pastelli a cera l’avevo colorato di un bel rosso carico, intenso. Non del tutto perfetto perché le impurità del legno e la mia scarsa manualità non consentirono una colorazione uniforme. Non era però un problema. Sul camion volevo caricare anche il mio cane, Dick. Quando mio padre lo portò a casa, fu una sorpresa. L’aveva nascosto sotto la giacca e mi spaventai non poco nel vedere quella testolina bianconera che faceva capolino. Era un batuffolo di bastardino che campò più di vent’anni, crescendomi accanto. Anche lui guardava il camion, curioso ma diffidente. Gli girava attorno, lo annusava. Io volevo caricarcelo su, lui scappava e guaiva. Non c’era verso di convincerlo. Preferiva muoversi sulle sue zampe piuttosto che salire su quel trabiccolo. A quel tempo le finanze di casa erano decisamente magre. Mio padre faceva anche due turni consecutivi al lavoro. Partiva all’alba con la bicicletta e pedalava da Oltrefiume fino al confine tra Feriolo e Fondotoce, poco oltre la cascina Garlanda, dove faceva il segantino. Non c’erano stagioni o giornate brutte o belle: piovesse, nevicasse, tirasse vento o si soffocasse per l’afa, gli toccava andare. Il suo lavoro consisteva nel tagliare le lastre di marmo e granito. Era piuttosto duro e rischioso per la salute, con tutta quella polvere e la silicosi sempre in agguato. Mia madre, invece, badava alla casa. S’ingegnava a far quadrare i conti del bilancio familiare. Compito tutt’altro che agevole, al quale dedicava il meglio di sé.

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Nonostante ciò, io e mio fratello – nato da poco – eravamo tenuti come due bijoux. Puliti da capo a piedi, vestiti sobriamente ma con dignità. Educati al rispetto dei genitori, dei nonni e dei vicini. Quel Natale del 1964, a dispetto della buona volontà, si annunciava povero di doni. Forse qualche mandarino, un pugno di arachidi, magari un torrone e qualche caramella di zucchero. In fondo, grazie allo zio Edoardo, avevo avuto qualcosa e poteva anche bastare. Mia madre era piuttosto rassegnata quando accadde un piccolo miracolo. Stava andando a far la spesa dal Tabaccaio, dove avrebbe fatto scorta di sale grosso e fine, quando – per terra, poco prima della curva a fianco del prato cintato da un muretto che formava un triangolo geometrico, scorse un biglietto da mille lire. Non credo che la vista del volto di Giuseppe Verdi le avesse mai fatto tanto piacere quanto in quell’occasione. Si guardò in giro. Non c’era anima viva. Si chinò rapidamente e arpionò il biglietto, infilandoselo in tasca. Me la immagino, rossa in volto e tutta agitata. Dopo qualche passo si fermò a guardare quel tesoro e preso coraggio si avvio di buon passo dal signor Martini, il macellaio, per trasformare quell’inaspettata fortuna in un certo numero di fette di lonza di maiale. Dopo il macellaio fu la volta del negozio di alimentari per un etto di formaggio e di prosciutto cotto. Lasciata alle spalle la drogheria, calcolò rapidamente quanto rimaneva delle mille lire e si accorse che erano 280 lire. Quella fu la somma che spese dalla signora Alfonsina per il sale e per un camioncino di latta rossa e blu. Era il mio regalo per Natale. Quando vidi l’inaspettato dono sotto il piccolo abete addobbato con una dozzina scarsa di palline colorate, pensai che Gesù Bambino fosse stato molto generoso. Non credevo ai miei occhi: era un camioncino bello e colorato, con nere e lucenti ruote di gomma. Sull’abitacolo erano disegnate le porte e il rosso del cassone contrastava con il blu cobalto dell’intera struttura. Era il più bel camion di latta che avessi mai visto. Tanto bello e sfolgorante che a un certo momento non lo vidi più. Era sparito! Mi sembrava d’averlo sognato, anche se ero certo di averlo tenuto tra le mani, girandolo e rigirandolo sotto e sopra. Mia madre mi consolò, giocando con me, la nonna e la zia Annetta al gioco dell’Oca. Tiravo il dado, seguivo il percorso dell’oca di legno sulle caselle ma non dimenticai quel camioncino. Era successo qualcosa che non riuscivo ancora a capire. Fuori nevicava che era un piacere e nei giorni successivi mi divertii con i pupazzi e le palle di neve. Venne poi la notte della Befana. Nella calza appesa vicino al camino, che era sempre spento, trovai due mandarini, delle castagne secche, un cioccolato, un paio di rotolini di liquerizia e…un camioncino di latta rossa e blu. Non ricordo un ritorno tanto gradito quanto quello.

 

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di Pier Franco Quaglieni

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La Spagna, le autonomie, l’indipendenza – Umberto II – Il prefetto-questore – Natale a Savona – La pizza napoletana

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La Spagna, le autonomie, l’indipendenza 
Il risultato delle elezioni in Catalogna rivela  una spaccatura profonda, anche se si è registrata una maggioranza di elettori a favore degli indipendentisti. Forse il secolo in cui stiamo vivendo, e’ quello del superamento delle unità nazionali raggiunte in molti paesi d’Europa tra la fine dell’’800 e gli inizi del’ 900.Un segnale di cosa stava accadendo lo si ebbe con la rivoluzione di velluto che decreto ‘ la fine della Cecoslovacchia ,anche si trattava di una nazione artificiale, creata sulle ceneri dell’Impero austro -ungarico. Un altro segnale forte lo si ebbe con i massacri che sancirono nel sangue la fine di un altro stato artificiale ,tenuto insieme dalla dittatura comunista di Tito, la Jugoslavia. Ma la storia  multisecolare e la realtà  presente della Spagna, affrancatasi dalla dittatura di Franco in nome di una democrazia parlamentare vera, voluta e perseguita dal re Juan Carlos, e’ un’altra cosa. Quando l’Italia rimase ferma ai diversi staterelli uno contro l’altro armati, nel 1600 la Spagna era già un stato unitario forte, capace di competere con la Francia per l’egemonia mediterranea, dopo essersi liberata dalla dominazione araba.  Il tentativo fatto in ottobre di proclamare la repubblica di Catalogna fu un’operazione politica sovversiva che uno Stato, qualunque Stato serio, non avrebbe mai potuto tollerare perché andava contro la Costituzione spagnola oltre che contro la storia. Le elezioni hanno riconfermato una maggioranza  agli indipendentisti. Ora e’ necessario che la politica possa intervenire .Quando in Italia si parla di politica, si pensa subito male, ma è la politica che deve agire ,trovando un compromesso alto  che salvi  l’unita’ della Spagna e certe esigenze di autonomia regionale. Il ruolo del re di Spagna,garante della Costituzione e dell’unità nazionale ,sarà decisivo perché  il re e’ arbitro imparziale fuori dai partiti. Gli esempi italiani della Sicilia, della Valle  d’Aosta e del Trentino Alto Adige ,nati in momenti estremamente travagliati e difficili dopo la seconda guerra mondiale,  con alcune forzature che andrebbero corrette, stanno ad indicare che è possibile coniugare insieme unità ed autonomia. Le piccole patrie sono utopie negative, incompatibili con una visione che, semmai, dovrebbe guardare all’integrazione europea . Se i catalani si leggessero le storie dell’idea d’Europa e di Nazione del valdostano Federico Chabod si schiarirebbero le idee, specie se annebbiate dall’ideologismo e dalle scorie vetero-marxiste del secolo scorso. La democrazia e’ un insieme di pesi e di contrappesi che impedisce all’estremismo più o meno populista e demagogico di prevalere.

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Umberto II 
Il ritorno in Italia delle salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena hanno suscitato le più aspre polemiche . Sull’argomento ho già scritto un articolo   che ha raccolto molti consensi  ) 

http://www.iltorinese.it/il-ritorno-in-patria-del-re-soldato-la-storia-non-e-piangere-o-indignarsi-ma-cercare-di-capire/

e che ha steccato nel coro della faziosità in cui ha avuto un suo ruolo anche il nipote di Benedetto Croce che assomiglia al nonno solo nell’aspetto fisico.Un vecchio ex preside di Saluzzo che ha avuto la sua parte  nel ritorno delle salme, ha goduto anche lui  di dieci minuti di notorietà .  Andando oltre all’episodio, credo che le persone libere da pregiudizi dovrebbero pensare alla palese ingiustizia rappresentata dalla sepoltura ad Altacomba ,in Francia, delle salme di Umberto II e della Regina Maria Jose’. Umberto non ebbe le responsabilità di suo padre, la regina fu nettamente antifascista e addirittura con simpatie socialiste. Ho avuto rapporti con l’ultimo re ,fin da quando ebbi modo di conoscerlo a 14 anni a Cascais, il luogo scelto per il lungo,triste esilio durato 36 anni. Umberto ,di fronte allo scatenarsi di una possibile guerra civile nel giugno 1946,preferì partire dall’Italia, per il Portogallo. I suoi motti  furono “L’Italia innanzi tutto “ e “Autogoverno di popolo e giustizia sociale “.Essi indicano quale fosse la sua idea di monarchia. Non sostenne neppure i diversi partiti monarchici,volle sempre restare al di sopra della mischia, persino al referendum del 2 giugno, quando ‘ andò a votare scheda bianca. Scelse come suo ministro Falcone Lucifero, in gioventù ,socialista  matteottiano. A Montelungo ,nella guerra di liberazione contro i tedeschi  del rinato esercito italiano a fianco degli Alleati, nel dicembre 1943, il principe ereditario Umberto si distinse per coraggio e valore. Come Luogotenente Generale del Regno dal giugno 1944 e come re si comportò con uno stile apprezzato anche dai più convinti repubblicani. Era un uomo che aveva uno stile, una dignità ,un’eleganza eccezionali. Le sue parole erano gentili con tutti e sempre all’insegna del massimo equilibrio ,del riserbo e della obiettività .Il suo ricordo resta in me indelebile, malgrado gli anni. Un gran signore che non ostento’ mai nulla e seppe portare con se’il grande dolore dell’esilio e della solitudine anche famigliare. C’ è da augurarsi  che non si debba  di nuovo  attendere la “diplomazia” sotterranea e un po’ massonica  del vecchio ex preside di Saluzzo per dare sepoltura in Italia ad Umberto II e a Maria Jose’ che ,tra l’altro, poté tornarvi  già da viva e venne accolta a Torino  dall’assessore socialista Marziano Marzano. Al re ,irrimediabilmente malato, non fu concesso di tornare in Italia, malgrado il presidente Pertini fosse favorevole  a consentirgli di morire in Italia.  Forse è ora di pensare anche a lui e all’ultima Regina.

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Il prefetto – questore
Il questore Sanna nominato in maggio e inquisito per la tragedia di piazza San Carlo, lascia la questura di Torino e viene nominato prefetto senza una sede di destinazione operativa, il che significa, quasi certamente, in servizio  al ministero degli interni. Lui si lamenta della nuova nomina e dice che così verrà ricordato solo per piazza San Carlo. Il comportamento del governo appare ambiguo. E’ il vecchio promoveatur ut amoveatur. Il questore inquisito non andava promosso .Se considerato non idoneo a Torino andava  rimosso con procedura interna al ministero. Promuoverlo per poter nominare un altro questore appare un escamotage farisaico  poco limpido. Ma ormai anche i vertici della pubblica amministrazione sono troppo legati alla politica per esercitare le proprie funzioni come emanazioni periferiche dello Stato con un minimo di indipendenza.

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Natale a Savona    
Il Prefetto di Savona ha ripristinato la festa degli auguri di Natale ,avvalendosi di contributi esterni e superando così  il divieto di organizzare eventi nelle prefetture- successivo al 2011 con il governo Monti –
persino per il 2 giugno.  Ha brillato l’Istituto Alberghiero di Finale che ha allestito un sontuoso ricevimento in cui si sono dati appuntamento autorità civili, militari ,religiose ,esponenti della cultura. C’è stato anche un evento musicale con i canti del Natale, forse guastati da qualche canzone americana di troppo ,anche se e’ stato cantato “Adeste fideles “. Nell’atrio della prefettura di Savona e’ stato allestito un bellissimo presepe in ceramica di Albisola. La prefettura di Savona, personalmente il Prefetto, si sono distinti nell’accoglienza dei profughi e migranti in una provincia largamente turistica e quindi con difficoltà ad accogliere. Ma il presepe in prefettura e’ un segnale di coraggio che dovrebbe servire a tanti presidi tremebondi che non osano festeggiare il Natale a scuola perché temono di offendere i musulmani. Ci sono occasioni come il Natale ,in cui non possiamo non dirci cristiani. La laicità dello Stat o non è certo compromessa da un bambinello infreddolito posto in una mangiatoia.

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La pizza napoletana

 

La pizza napoletana è stata riconosciuta Patrimonio Culturale dell’Umanità,anche se, in effetti ,  è l’arte del pizzaiuolo napoletano che è Patrimonio Culturale dell’Umanità Unesco. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha premiato, così, il lungo lavoro del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, che nel 2009 aveva iniziato a redigere il dossier di candidatura con il supporto delle Associazioni dei pizzaiuoli e della Regione Campania. Il Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco ha valutato positivamente, e con voto unanime, la candidatura italiana, dichiarando che “il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale”.Ora bisognerebbe anche distinguere i veri pizzaioli dai ristoratori. Un ristorante-pizzeria è un ibrido che molto spesso si rivela cattivo ristorante e pessima pizzeria o viceversa. La tradizione napoletana è fatta di sole pizzerie e a Napoli purtroppo oggi è difficile trovare pizzerie autentiche. Persino il locale dove nacque la pizza Margherita, la celebrata pizzeria Brandi ,è diventato anche ristorante. Forse resiste solo da Michele che è attiva dal 1870. Con solo due pizze sul menu a garanzia della qualità. Perché va anche detto che le pizze condite con gli ingredienti più fantasiosi hanno di fatto perso la loro identità.A Torino è sempre più difficile trovare una buona pizza. Tra i pochi resiste  il mio ex compagno di liceo classico Antonio De Martino “Spiga d’oro” in Borgo San Paolo.Ci andavo da studente, ogni tanto ci torno con mio nipote che studia al Politecnico.La pizza al padellino mi piace e anche la farinata è buona.Nel borgo più rosso di Torino il proprietario tiene sul bancone “Il giornale” fin dai tempi di Montanelli. Un coraggio notevole unito alla bravura e alla semplicità di un locale che è passato di padre in figlio.Una tradizione che vive nel tempo.

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LETTERE   scrivere a quaglieni@gmail.com
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Il biotestamento tra Nosiglia e Saitta
Ho letto quanto ha scritto  sul testamento biologico. Dissento, esso è l’anticamera dell’eutanasia. Ha ragione l’arcivescovo Nosiglia a dissentire.

Buon Natale.                               Bianca Lusi

Sui temi che riguardano la coscienza vanno rispettate tutte le opinioni e tutte le convinzioni.Ha pero’ragione l’assessore alla sanità della Regione Piemonte Antonio Saitta ad esigere il rispetto della nuova legge a tutte le strutture sanitarie .Saitta e’ un cattolico convinto,con una lunga militanza nella Dc,ma si è rivelato un laico rispettoso delle leggi dello Stato con la stessa sensibilità di De Gasperi. Io lo stimavo molto già da presidente della Provincia di Torino ,in questa occasione ha dimostrato le sue qualità di pubblico amministratore.


La cultura torinese in affanno
Cosa pensa dells crisi della cultura torinese e piemontese ? Mi sarei aspettata di leggere una sua opinione in proposito             Gabriella Panelli

Esprimerò un giudizio compiuto quando sarà tutto più chiaro.Le polemiche inutili non mi piacciono.Posso solo dire che la chiusura della biblioteca della Gam si rivela una scelta idiota,senza possibilità di appello.La riduzione del personale nei musei appare un’altra scelta scellerata perché lede la vocazione culturale e turistica di Torino.Poi c’è la chiusura della fondazione per il Salone del libro avvenuta senza la necessaria trasparenza. Se  Leon si rivela inadeguata,l’assessore regionale Parigi appare vincitrice. Voleva che il suo circolo dei lettori organizzasse il Salone e ha raggiunto l’obiettivo.Il dato incontestabile e’ però che con le gestioni de Leon e Parigi la cultura  si trova molto peggio di prima quando c’erano Fassino e Cota.

Torino veg: gusto e salute

Non è solo una tendenza, ma una convinzione che nasce dalla volontà di praticare uno stile di vita sano e consapevole

Lo dice Katie Forster del Guardian: Torino è la città più vegetariana d’Italia e l’Independent, celebre quotidiano britannico, la considera tra 10 migliori città per viaggiatori vegani. La città della Mole, detentrice di antiche e famose ricette a base di carne come il bollito misto e famosa per la sua bagna cauda preparata con le acciughe, ha ottenuto questo importante primato che la vede in compagnia di metropoli moderne e all’avanguardia come Berlino, San Francisco, Londra e Melbourne.

L’attenzione verso una dieta sana unita alla filosofia cruelty-free ha spostato l’interesse sui prodotti alimentari da acquistare e il cibo da consumare sia a casa che al ristorante. Superata la convinzione che mangiare veg è un sacrificio senza gusto, un vezzo salutista che ci toglie le gioie della tavola, ci si sta spingendo sempre di più verso questa direzione, che non ha solo un significato etico legato agli scandali emersi sul trattamento degli animali negli allevamenti intensivi o nei mattatoi, ma è anche il risultato di una maggiore attenzione alla nostra salute e alle abitudini necessarie per uno stile di vita consapevole. “Una dieta ricca in frutta e verdure gioca un ruolo nel ridurre il rischio di maggiori cause delle malattie e la morte,” spiega Walter Willet, Capo del Reparto di Nutrizione al Harvard School for Pubblic Health.

Se vogliamo poi dedicare più attenzione al benessere del nostro pianeta è utile sapere che l’inquinamento dell’acqua e lo smog dipendono moltissimo dai concimi che arrivano dalle fabbriche di bestiame e da circa trenta milioni di tonnellate di metano legati al mercato alimentare animale, inoltre per trasportare animali ci vuole almeno dieci volte più energia che per produrre verdure. Infine se consideriamo il fattore risparmio troviamo un altro motivo di interesse e partecipazione a questa benefica pratica. A Torino sono molti i locali tra ristoranti e bistrot che propongono menu esclusivamente vegetariani e vegani, e tanti altri sono oramai preparati ad accogliere clienti appartenenti alle due categorie con alcune proposte culinarie dedicate.

Ecco alcuni ristoranti vegetariani e vegani da provare:

 

GiardinoVia Barbaroux 25

La cucina tipica piemontese rivista con soluzioni vegetariane e vegane. Prodotti a filiera e stagionali.

 

Verdegusto – Via Bellini 8

La terra delle Langhe e del Monferrato in tavola spaziando dall’Astigiano alle colline Albesi in chiave rivisitata con grande attenzione alla scelta e cura delle materie prime.

 

Soul Kitchen – Via Santa Giulia 2

Atmosfera ricercata, attenzione per il particolare, mood accogliente. Vegano, crudista. Niente carne o pesce, né uova o latte e tutti i suoi derivati. Crema di zucca e carote con nuvola di mandorla al timo e Cheescake di banana sono solo alcuni esempi di una cucina raffinata e sfiziosa.

 

Sale in Zucca – Via Santa Chiara, 45

Il ristorante e la gastronomia propongono ricette rivisitate come Farinata ai semi di papavero, Tiramisù e Pastiera, birre artigianali equosolidali.

 

Natural…mente Veg – Corso Casale, 204

Ambiente familiare, tranquillo. Ricette sempre diverse, un esempio: gnocchi fatti a mano con fonduta vegetale o seitan alla veneziana con cipolle di tropea. L’ingresso è riservato ai soci ACSI. Possibilità di fare la tessera in loco.

 

Maria La Barbera

 

 

 

 

 

Un Salone Internazionale del Libro di Torino tira l’altro?

Sembra incredibile, ma il momento del maggior successo del Salone del Libro di Torino coincide con la sua maggior crisi. Quando uno dei componenti del consiglio di amministrazione ci manifestò le sue preoccupazione a Cheese ne rimanemmo sconcertati e stupefatti. Possiamo però dire che la notizia ci sorprese? In effetti il mio amico disse: “che avrà voluto dire?”.Svelato l’arcano: l’Assemblea dei Soci della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura si è riunita in seduta ordinaria a Torino presso la sede della Giunta Regionale del Piemonte, sotto la presidenza di Sergio Chiamparino per deliberare quello che si farà prima della fine dell’anno – ma per non rovinare il Natale – subito dopo il 28 dicembre. Alla presenza della Sindaca di Torino, Chiara Appendino,Michele Coppola per Intesa San Paolo,le Assessore alla Cultura di Regione Piemonte,Antonella Parigi e della Città di Torino Francesca Leon; il Presidente della Fondazione per il Libro Massimo Bray, non presente fisicamente, ma in video conferenza per dare un tocco di modernità, il Vice-Presidente Mario Montalcini, il Consigliere d’Amministrazione Luciano Conterno, il Segretario Generale Michele Petrelli, il dottor Giuseppe Ferrari e l’avvocato Carlo Merani. Stranamente assenti i rappresentanti di Mibact e Miur tanto a suggellare una loro estraneità alle difficoltà di bilancio.


Il Consiglio d’Amministrazione della Fondazione per il Libro ha esposto, congiuntamente al Collegio dei Revisori dei conti, all’Assemblea dei Soci Fondatori, la penosa ricognizione della situazione economico-finanziaria. Le conseguenze ineludibili sono state che i Soci hanno preso atto del venir meno della ”continuità aziendale e dell’assenza dei presupposti economici e giuridici necessari per un risanamento finanziario dell’Ente“: In conclusione l’avvio della procedura di messa in liquidazione.

Va da sé che resta da stabilire come si arriverà alla prossima edizione del 31° Salone del Libro di Torino che dovrà competere non con l’omologo Salone di Milano, ma anche con una città che proporrà anche la rinnovata “Print4you“. In altre parole: due Saloni in uno.

La procedura formale di liquidazione della Fondazione nell’Assemblea dei Soci in seduta straordinaria, prevista il 28 dicembre alle ore 13.00 presso lo studio torinese del notaio Giulio Biino la nominerà il commissario incaricato di gestire la fase di liquidazione. Il suo compito non sarà dei più semplici, perché i debiti sono molto più ingenti degli incassi dei crediti già deliberati e ancora dovuti da Enti, partner e sponsor: Le entrate previste non saranno sufficienti per far fronte agli impegni pregressi con fornitori e banche che sono veramente tanti. Tanto che , a meno di non pagare i fornitori. Comunque andrà, qualcuno ci perderà, compreso forse anche i dipendenti.

Intanto la pianificazione della 31a edizione del Salone è alle porte e prevedere come andrà a finire senza rallentamenti l’attività organizzativa, sarà impresa ardua. A tal fine, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura ha siglato un Protocollo d’Intesa assieme alla Fondazione Circolo dei lettori e alla Fondazione Cultura Torino, che prevede il distacco funzionale del personale della Fondazione per il Libro presso le altre due fondazioni culturali.

Non c’è da invidiare la nuova ”cabina di regia” cui competeranno gli indirizzi generali, il coordinamento e il monitoraggio delle azioni che dovranno essere concertate tra le tre Fondazioni per la rinascita. Per dirla con termini, in voga adesso, “Smart“.A prescindere dal nome che si vuole utilizzare, il “rinascimento ” del nuovo Salone del Libro ce lo auguriamo tutti. Nella cabina di regia, presieduta da Massimo Bray, i vertici di Fondazione per il Libro Mario Montalcini, Michele Petrelli e Nicola Lagioia; per il Circolo dei lettori Luca Beatrice e Maurizia Rebola; per la Fondazione Cultura Torino Angela La Rotella e per l’ Associazione Editori Amici del Salone Gaspare Bona e Isabella Ferretti).

Visto che siamo in tema di Salone del Libro, ci viene in mente, il titolo di un libro d’antan dello scrittore Marcello dell’Orta: ” Io speriamo che me la cavo”. Se la caverà il Salone del Libro, noi speriamo che sia così e a Natale è un buon augurio!

Tommaso Lo Russo

(foto: il Torinese)