Ricordi e profumi del Natale di una volta
Natale 1964 Le scorze di mandarino e d’arancia, scaldandosi sui cerchi della stufa a legna, riempivano l’aria della cucina con il loro aroma. Le metteva mia madre, per “fare Natale”. Sosteneva che quel profumo d’agrumi bruciati portava con sé l’atmosfera delle feste di fine anno

Poco importava se il calendario segnava ancora i giorni della luna di novembre, quella del sogno e del riposo, mancando più o meno quattro settimane al venticinque dicembre. Erano i giorni in cui si avviava l’Avvento. Un mese d’attesa, una lunga preparazione scandita dal conto alla rovescia che ci avrebbe accompagnati verso la festa più bella dell’anno. Nella vecchia casa che un tempo aveva ospitato i magazzini del cotonificio, non ci voleva molto a percepire il cambio di stagione. Lo sentivamo sulla pelle! In cucina la stufa divorava la legna ma nelle stanze fredde il mercurio nel termometro rabbrividiva con noi. Il freddo, oltre che sentirlo, si “vedeva. Bastava un rapido sguardo al colore del volto quando, io e mio fratello, ci svegliavamo al mattino. Metà roseo e metà bianco,metà tiepido e metà infreddolito. Era quella l’unica parte del corpo che non infilavamo sotto le coperte e quale delle due metà fosse l’una o l’altra, dipendeva da come si appoggiava la testa sul cuscino,
addormentandoci alla sera. La nostra dimora, essendo un ex-fabbrica, sul piano del riscaldamento lasciava molto a desiderare. Ma i disagi non finivano lì. L’impianto elettrico risaliva alla destinazione industriale dello stabile e la tensione disponibile nelle prese di casa misurava 160 volt. Le lampadine si trovavano ancora in commercio (sempre più rare) ma per il frigorifero occorreva un piccolo e pesantissimo trasformatore per commutarla nei più idonei e “moderni” 220 volt (in seguito comprammo anche la Tv e i trasformatori diventarono due). Anche il rifornimento d’acqua potabile era un bel problema.
***
Quella che usciva dal rubinetto proveniva dalla canalizzazione che captava direttamente dal fiume, trasformandosi – quando pioveva – in un liquido color della terra. Per lo sciacquone del gabinetto poteva andar bene ( tra l’altro non era in casa, comodo: era stato ricavato sotto la scala che portava al locale del lavatoio, all’esterno) e pure anche il bagno, rito che veniva compiuto riempiendo il mastello di zinco dopo aver fatto bollire l’acqua sul fuoco della stufa. Per quella potabile c’erano i fiaschi da riempire alla fontana pubblica, non troppo lontana ma nemmeno tanto vicina a casa. Come spesso capitava, in barba al calendario, il passaggio dall’autunno all’inverno era repentino. L’aria fredda, cavalcando i venti che scendevano dal Mottarone, dallo Zughero e dal Camoscio, scrollava via le ultime foglie secche dagli alberi, lasciando i tronchi spogli a rabbrividire nei prati e sui viali.
Solo il bosco di castagni e querce, le faggete e le macchie di robinie opponevano una testarda resistenza che, con il passare dei giorni, diventata sempre meno convinta. Quell’ostinata riluttanza a liberarsi della propria chioma in breve si esauriva e anche gli alberi del bosco, malvolentieri, erano costretti a cedere il passo all’inverno che bussava alla porta, lasciando a terra un soffice tappeto di foglie che rifletteva tutte le sfumature del giallo e del marrone. A scuola si andava a piedi, imbacuccati. Un paio di chilometri scarsi tra andata e ritorno, attraversando il paese fino al vecchio edificio bianco-verde delle scuole elementari (non ho mai capito per quale ragione estetica il colore dell’intonaco è restato sempre quello nel tempo, mah..).
***
Più avanti, duecento metri oltre le scuole, c’era ( e c’è tutt’ora) il Selvaspessa, il nostro “fiume” (anche se il demanio idrico lo cataloga torrente), attraversato dalla vecchia e malmessa passerella di ferro e legno che divideva l’abitato di Baveno dalla sua più popolosa frazione. Quello sì che era un altro mondo. Rappresentava il luogo dell’avventura, della fantasia, dei giochi per tutti e in tutte le stagioni.
D’inverno la parte bassa del Selvaspessa si prosciugava e il gelo solidificava l’aria umida in leggerissime e fragili lastre di ghiaccio tra un sasso e l’altro.Bastava lanciare una piccola pietra per incrinarle o frantumarle in mille pezzi. Ma i giochi sul fiume erano un frutto proibito per noi “reclute”. Questione d’età e d’autonomia. Solo i più “vecchi” tra noi ragazzi, quelli che avevano raggiunto il limite del primo ciclo scolastico e che – a dieci anni o giù di lì- erano pronti per “avviarsi” alle medie, avevano accesso alle meraviglie di quel luogo misterioso. Per quelli che come me frequentavano le prime classi, c’era l’obbligo dell’immediato rientro a casa quando, al termine della mattinata, lo squillo della campanella chiudeva le lezioni. Con la cartella di cuoio a tracolla o in spalla – salutata la maestra Pedrelli e i bidelli- uscivano dall’aula, imboccando di
corsa il cancello della scuola. Un breve saluto, la promessa di rivedersi l’indomani e via, ognuno per la propria strada. Siamo cresciuti così, in quei primi anni ‘60. Con la giusta attenzione a libri e quaderni e la voglia di giocare che si ha a quell’età. I nostri erano giochi poveri, dove a far la differenza – non costando nulla – la faceva la fantasia, arricchendoli e rinnovandoli al punto d’apparire sempre nuovi e differenti nonostante fossero il più delle volte gli stessi.
***
A quell’epoca non c’erano pistole laser, playstation, videogame o altre diavolerie elettroniche. Men che meno i computer. I giochi s’andava raramente a comprarli nei negozi. Un po’ perché di soldi ce n’erano pochi, un po’ perché non c’erano nemmeno i negozi. I giochi ce li costruivamo da soli. Usando legnetti, elastici, un gessetto colorato, un vecchio cerchione arrugginito di bicicletta, un fazzoletto, il cono di cartone di una rocca del filato e un po’ d’abilità comparivano la lippa, una fionda, il campo tracciato per i quattro cantoni o la pista per i tappi, il gioco del cerchio, ruba bandiera o moscacieca, una cerbottana. Era meglio essere in “banda”, in compagnia, ma ci si poteva divertire anche da soli. In
questi casi d’immaginazione ce ne voleva davvero tanta. Ricordo, ad esempio, le lunghe discussioni con la mia immagine riflessa nel vecchio frigorifero Ignis. In testa portavo una bustina militare di mio padre, sulle spalle uno zainetto grigioverde ereditato da chissachì e tra le mani uno “sciopp da legn”, un fucile di legno artigianale. A quell’epoca sottostavo agli ordini del “sergente”, la cui immagine rispondeva immediatamente al mio saluto militare, imitando ogni mio gesto nel mettermi sull’attenti davanti alla porta lucida del frigo. Non avendo il dono della parola toccava a me, improvvisandomi ventriloquo, dare una voce al “sergente” che, come tutti i
sergenti che si rispettano, l’aveva un po’ roca e un tantino autoritaria. Solo più tardi l’artigianale sciopp fu sostituito con il fucilino ad aria con il tappo di sughero tenuto dallo spago. Un’arma straordinaria, tecnologicamente avanzata per quell’epoca, che faceva risuonare nell’aria il suo minaccioso e secco “plop!”.
***
I più fortunati possedevano i bastoncini di legno dello Shangai, gli aerei di carta dei formaggini Galbani, la mucca Carolina o la Susanna “tutta-panna” gonfiabile che si otteneva con i punti dell’Invernizzi, le palline clic-clac, il gioco dell’Oca o del Monopoli (per i più grandi che cominciavano a capire il senso e il valore del denaro), il traforo, il Meccano o il trenino elettrico della Lima. Alcuni amici possedevano i soldatini prodotti dalla Nardi, belli e colorati, di plastica e con le parti del corpo staccabili: le Giubbe Rosse a cavallo, con le divise fiammanti e quegli strani copricapo, gli antichi romani e i barbari, gli indiani e i cowboy, i nordisti e i sudisti impegnati a combattersi in un’infinita guerra civile con le loro divise blu e grigie. Io, schioppo di legno a parte, non possedevo altro che la mia fantasia. E, a onor del vero, un asino rosso di plastica, ricordo dell’infanzia, comprato da mia madre alla festa del santuario del Boden, che faceva compagnia a un Calimero di celluloide. A esser sinceri c’era stato qualcos’altro: la bambola “Caterina”. Mi era stata donata da una bambina, vicina di casa e compagna di giochi, e io – pur essendo un maschietto, forse per affetto o per curiosità – le detti da mangiare. Nella piccola bocca aperta della bambola, per qualche settimana, infilai qualche chicco di riso, un po’ di minestra, dell’acqua, delle briciole di pane. La povera Caterina non gradì molto le mie cure
poiché, di lì a poco, con mio grande stupore e rammarico, iniziò a emanare uno sgradevole odore. Il cibo, fermentandole nel ventre di gomma, la fece marcire. Così, strappandomi qualche lacrima, fusoppressa. Peccato, se quella bimba mi avesse regalato una bambola di quelle magre, quasi anoressiche e dalle labbra strette e chiuse come le Barbie (che proprio in quel 1964, sbarcò in Italia provenendo dall’America), forse l’avrei conservata. Il mondo dei balocchi era racchiuso nella vetrina del negozio della signora Alfonsina. Guardare attraverso quell’esile barriera di vetro equivaleva ad affacciarsi su di una realtà fantastica. In quel piccolo negozio si comprava di tutto: dal sale ai tabacchi, dalle riviste piene di foto ai quotidiani che sfogliandoli annerivano le dita d’inchiostro, dalle mollette colorate per il bucato ai lumini bianchi e rossi per il cimitero. Ma noi, in prossimità del Natale, eravamo attratti da quelle luci colorate e intermittenti, capaci di
rendere ancora più straordinaria la piccola parata dei giocattoli esposti al centro della vetrina. Nulla a che vedere con quelle più ricche e ben fornite dei negozi di giocattoli di Intra, Pallanza o Stresa. Già a Baveno, in piazza del municipio, si trovava di meglio. Però, nella vetrina della signora Alfonsina, c’era quel tanto che bastava a farci rimanere con il naso incollato al vetro e la bocca aperta. Spiccavano le racchette da ping-pong dell’Arco Falc, rivestite di sughero, con cui giocare sul tavolo da cucina – quand’era sgombro- immaginando la stessa superficie simile del verde e scolorito tennis da tavolo che c’era nella sala dell’oratorio. C’era l’aquilone Air-Jet della Quercetti (la stessa ditta che produceva i chiodini colorati di gomma per comporre mosaici): bastava gonfiarlo – come ci aveva fatto vedere Luca, fortunato possessore di una copia – e diventava come una grande supposta bianco-rossa con le alette blu, quasi impossibile da governare perché andava di qua e di là in preda a un delirio di traiettorie anarchiche. C’erano i trasferelli, la cera Pongo, gli aerei di balsa con l’elastico che ti dovevi costruire da solo e che stavano in aria quei pochi secondi che separavano il lancio dallo schianto al suolo, pistole e fucili di plastica o metallo brunito, dal calcio di legno. M’incuriosiva la pistola di latta nera (che in seguito mi fu regalata): aveva le munizioni stese su dei rotolini di carta rossa che riproducevano lo stesso rumore delle nocciole schiacciate, lasciando nell’aria un odore acre e sgradevole. E come non citare il caleidoscopio, le trottole di legno e quelle di latta ( “di tolla”) a pressione, i pentolini e
le bambole, i pastelli a cera e il missile Mach-X, quello che si lanciava con l’elastico tenendolo fermo con i piedi e una volta giunto in aria apriva il paracadute. Ero terribilmente attratto da quel razzo ma, tempo dopo, avendone ottenuto un esemplare, restai deluso da quel vettore: per salire, saliva ma il più delle volte precipitava (appunto, come un missile..) a terra, schiantandosi al suolo e solo allora, beffardamente, il paracadute rotolava mollemente fuori.
***
Il sogno proibito per noi maschi era l’autopista elettrica della Polistil che si vendeva nelle due versioni a circuito ovale e a forma di otto, con le due o le quattro corsie per le auto in corsa. Si sentiva parlare, a quell’epoca, delle sfide tra le Lotus e le Ferrari e gli eroi delle quattro ruote erano Stirling Moss e Graham Hill, Jim Clarck (l’asso della Lotus) e i ferraristi John Surtees, Wolfgang Von Trips e Giancarlo Baghetti che guidavano le rosse monoposto del Cavallino rampante di Maranello. Quell’autopista, che dalle pagine di Topolino veniva propostada una bellissima Paola Pitagora, rappresentava l’oggetto del desiderio numero uno. Desiderio, con molto rammarico, destinato a rimanere tale. Alfio invece era fortunato. I suoi genitori e gli zii gli compravano le figurine dei calciatori. Un “di più” che la mia famiglia non mi consentiva di avere.
che mi voleva un bene dell’anima, risparmiando come e quanto poteva, mi dava qualche soldo di mancia che investivo nei fumetti con le avventure di Topolino e Paperino, Tiramolla, Cucciolo e Beppe, il lupo Pugacioff e Cocco Bill, il cowboy che beveva solo camomilla. E, quando si poteva disporre di qualcosa in più, la scelta cadeva sulle bustine di figurine da dieci lire. Nulla di paragonabile a quanto aveva Alfio ma non mi sono mai lamentato. Nel primo album dei calciatori della Panini ogni squadra di serie A era raffigurata con quattordici giocatori e in molti casi si vedeva che le figurine non erano altro che fotografie in bianco e nero colorate a mano. Nelle ultime pagine dell’album (che in copertina raffigurava Nils Liedholm, il forte attaccante svedese del Milan) c’era un’intera sezione dedicata al grande Torino, la squadra che dominò i campionati dal 1942 al 1949 e che perì il 4 maggio di quell’anno nel disastro aereo di Superga. Il mito, a pochi anni dalla tragedia, era fortissimo. La formazione la sapevamo anche noi piccoli a memoria, quasi fosse uno scioglilingua, a prescindere dal tifo: 
***
Un vecchio zio di madre, Edoardo, tipografo di Milano, mi portava in dono gli album colorati con le fiabe di Esopo e La Fontaine. Era un personaggio, lo zio “Eduard”. Non tanto alto, ben vestito, portava un cappello a tesa larga e una cravatta stretta e nera. Era un vecchio anarchico dai modi gentili e miti. Mi portò anche un libricino, dicendomi “ l’ha scritto uno che non la pensa come me, ma vale la pena leggerlo perché è scritto bene”. Io non ero in grado di capire il significato di quel “ non la pensa come me” e mi lasciai incuriosire dal fatto che era “scritto bene”. Iniziava così: “ La mattina del 24 dicembre 1914, un piccolo gruppo di persone saliva su per la strada del Gran San Bernardo. Quelle persone
erano il signor Michele Rasi, bell’uomo forte e robusto, di una quarantina d’anni, la signora Ebrica sua moglie e suo figlio Giacomino, un ragazzetto di dieci anni, bruno, tozzo, coraggioso camminatore”. Mi piacque molto “Il piccolo alpino” di Salvator Gotta. L’edizione era la prima, già allora vecchia, del 1926. Il libro, pur essendo usato, era ben conservato. Lo zio l’aveva acquistato su una bancarella alla fiera degli “Oh, Bei Oh, Bei” che si svolgeva nei giorni dell’Immacolata nelle vie attorno alla Basilica di Sant’Ambrogio. Era lì, dove risuonava quell’esclamazione (oh bei, oh bei ! che belli, che belli!) che tradizionalmente si compravano i regali di Natale a Milano. Le bancarelle vendevano dolci e delle sleppe di torrone da far paura, che poi venivavo tagliate in tanti pezzi più piccoli. Gli ambulanti offrivano giochi, berrette e sciarpe, cianfrusaglie di ogni tipo.
***
Lo zio Edoardo raccontava – non a me, troppo piccino – che i ragazzi erano soliti comprare le mele da regalare alle proprie fidanzate come pegno di perenne amore. Il libro l’aveva trovato da un suo amico che vendeva copie usate di libri in un banchetto d’angolo. Per questa ragione, ho sempre pensato, che quel libricino fosse ancor più prezioso: non solo perché era un regalo ma perché la sua lettura, nel tempo, era stata condivisa con altri. Lo tenevo come un oracolo. Era tra i miei primi libri, in quegli anni senza dubbio il più amato. Le avventure di quel ragazzo capitato tra gli alpini aostani impegnati sul Carso durante la guerra ’15-’18 suscitavano una grande emozione. In seguito arrivarono anche Il giornalino di Giamburrasca di Vamba, Pel di carota, il libro Cuore di De Amicis (mi ero preso in simpatia la piccola vedetta lombarda), quelli fantastici di Giulio Verne e la scoperta di Salgari, nelle edizioni torinesi cartonate di Viglongo. Ma quella de Il piccolo alpino era una storia che si era guadagnata un posto nel cuore e per questo non ringraziai mai abbastanza lo zio Edoardo, soprattutto per lo sforzo che aveva compiuto nel regalarmi il libro più bello di quel signore che, tra le altre opere, aveva composto una canzone come Giovinezza che, non è difficile immaginarlo, allo zio faceva venire i nervi. Si avvicinava intanto il fatidico giorno e cresceva l’attesa. Ricordo uno dei primi regali: un autocarro con rimorchio di legno che mio padre mi costruì con le sue mani. La forma era un po’ grezza, non livellata, piuttosto artigianale ma forse per questo ancora più bella. Ero orgoglioso di quel mio camion. Il cassone del rimorchio era capiente e si riempiva bene con ghiaia e sassolini. Le ruote, pur non essendo perfettamente circolari, giravano che era un piacere. Con i
pastelli a cera l’avevo colorato di un bel rosso carico, intenso. Non del tutto perfetto perché le impurità del legno e la mia scarsa manualità non consentirono una colorazione uniforme. Non era però un problema. Sul camion volevo caricare anche il mio cane, Dick. Quando mio padre lo portò a casa, fu una sorpresa. L’aveva nascosto sotto la giacca e mi spaventai non poco nel vedere quella testolina bianconera che faceva capolino. Era un batuffolo di bastardino che campò più di vent’anni, crescendomi accanto. Anche lui guardava il camion, curioso ma diffidente. Gli girava attorno, lo annusava. Io volevo caricarcelo su, lui scappava e guaiva. Non c’era verso di convincerlo. Preferiva muoversi sulle sue zampe piuttosto che salire su quel trabiccolo. A quel tempo le finanze di casa erano decisamente magre. Mio padre faceva anche due turni consecutivi al lavoro. Partiva all’alba con la bicicletta e pedalava da Oltrefiume fino al confine tra Feriolo e Fondotoce, poco oltre la cascina Garlanda, dove faceva il segantino. Non c’erano stagioni o giornate brutte o belle: piovesse, nevicasse, tirasse vento o si soffocasse per l’afa, gli toccava andare. Il suo lavoro consisteva nel tagliare le lastre di marmo e granito. Era piuttosto duro e rischioso per la salute, con tutta quella polvere e la silicosi sempre in agguato. Mia madre, invece, badava alla casa. S’ingegnava a far quadrare i conti del bilancio familiare. Compito tutt’altro che agevole, al quale dedicava il meglio di sé.
***
Nonostante ciò, io e mio fratello – nato da poco – eravamo tenuti come due bijoux. Puliti da capo a piedi, vestiti sobriamente ma con dignità. Educati al rispetto dei genitori, dei nonni e dei vicini. Quel Natale del 1964, a dispetto della buona volontà, si annunciava povero di doni. Forse qualche mandarino, un pugno di arachidi, magari un torrone e qualche caramella di zucchero. In fondo, grazie allo zio Edoardo, avevo avuto qualcosa e poteva anche bastare. Mia madre era piuttosto rassegnata quando accadde un piccolo miracolo. Stava andando a far la spesa dal Tabaccaio, dove avrebbe fatto scorta di sale grosso e fine, quando – per terra, poco prima della curva a fianco del prato cintato da un muretto che formava un triangolo geometrico, scorse un biglietto da mille lire. Non credo che la vista del volto di Giuseppe Verdi le avesse mai fatto tanto piacere quanto in quell’occasione. Si guardò in giro. Non c’era anima viva. Si chinò rapidamente e arpionò il biglietto, infilandoselo in tasca. Me la immagino, rossa in volto e tutta agitata. Dopo qualche passo si fermò a guardare quel tesoro e preso coraggio si avvio di buon passo dal signor Martini, il macellaio, per trasformare quell’inaspettata fortuna in un certo numero di fette di lonza di maiale. Dopo il macellaio fu la volta del negozio di alimentari per un etto di formaggio e di prosciutto cotto. Lasciata alle spalle la drogheria, calcolò rapidamente quanto rimaneva delle mille lire e si accorse che erano 280 lire.
Quella fu la somma che spese dalla signora Alfonsina per il sale e per un camioncino di latta rossa e blu. Era il mio regalo per Natale. Quando vidi l’inaspettato dono sotto il piccolo abete addobbato con una dozzina scarsa di palline colorate, pensai che Gesù Bambino fosse stato molto generoso. Non credevo ai miei occhi: era un camioncino bello e colorato, con nere e lucenti ruote di gomma. Sull’abitacolo erano disegnate le porte e il rosso del cassone contrastava con il blu cobalto dell’intera struttura. Era il più bel camion di latta che avessi mai visto. Tanto bello e sfolgorante che a un certo momento non lo vidi più. Era sparito! Mi sembrava d’averlo sognato, anche se ero certo di averlo tenuto tra le mani, girandolo e rigirandolo sotto e sopra. Mia madre mi consolò, giocando con me, la nonna e la zia Annetta al gioco dell’Oca. Tiravo il dado, seguivo il percorso dell’oca di legno sulle caselle ma non dimenticai quel camioncino. Era successo qualcosa che non riuscivo ancora a capire. Fuori nevicava che era un piacere e nei giorni successivi mi divertii con i pupazzi e le palle di neve. Venne poi la notte della Befana. Nella calza appesa vicino al camino, che era sempre spento, trovai due mandarini, delle castagne secche, un cioccolato, un paio di rotolini di liquerizia e…un camioncino di latta rossa e blu. Non ricordo un ritorno tanto gradito quanto quello.


stato artificiale ,tenuto insieme dalla dittatura comunista di Tito, la Jugoslavia.
Umberto II
furono “L’Italia innanzi tutto “ e “Autogoverno di popolo e giustizia sociale “.Essi indicano quale fosse la sua idea di monarchia. Non sostenne neppure i diversi partiti monarchici,volle sempre restare al di sopra della mischia, persino al referendum del 2 giugno, quando ‘ andò a votare scheda bianca. Scelse come suo ministro Falcone Lucifero, in gioventù ,socialista matteottiano.
resta in me indelebile, malgrado gli anni. Un gran signore che non ostento’ mai nulla e seppe portare con se’il grande dolore dell’esilio e della solitudine anche famigliare.
Torino e viene nominato prefetto senza una sede di destinazione operativa, il che significa, quasi certamente, in servizio al ministero degli interni.
Natale a Savona
stato anche un evento musicale con i canti del Natale, forse guastati da qualche canzone americana di troppo ,anche se e’ stato cantato “Adeste fideles “.
Prefetto, si sono distinti nell’accoglienza dei profughi e migranti in una provincia largamente turistica e quindi con difficoltà ad accogliere. Ma il presepe in prefettura e’ un segnale di coraggio che dovrebbe servire a tanti presidi tremebondi che non osano festeggiare il Natale a scuola perché temono di offendere i musulmani. Ci sono occasioni come il Natale ,in cui non possiamo non dirci cristiani. La laicità dello Stat o non è certo compromessa da un bambinello infreddolito posto in una mangiatoia.
diventato anche ristorante. Forse resiste solo da Michele che è attiva dal 1870. Con solo due pizze sul menu a garanzia della qualità. Perché va anche detto che le pizze condite con gli ingredienti più fantasiosi hanno di fatto perso la loro identità.A Torino è sempre più difficile trovare una buona pizza. Tra i pochi resiste il mio ex compagno di liceo classico Antonio De Martino “Spiga d’oro” in Borgo San Paolo.Ci andavo da studente, ogni tanto ci torno con mio nipote che studia al Politecnico.La pizza al padellino mi piace e anche la farinata è buona.Nel borgo più rosso di Torino il proprietario tiene sul bancone “Il giornale” fin dai tempi di Montanelli. Un coraggio notevole unito alla bravura e alla semplicità di un locale che è passato di padre in figlio.Una tradizione che vive nel tempo.
tutte le convinzioni.Ha pero’ragione l’assessore alla sanità della Regione Piemonte Antonio Saitta ad esigere il rispetto della nuova legge a tutte le strutture sanitarie .Saitta e’ un cattolico convinto,con una lunga militanza nella Dc,ma si è rivelato un laico rispettoso delle leggi dello Stato con la stessa sensibilità di De Gasperi. Io lo stimavo molto già da presidente della Provincia di Torino ,in questa occasione ha dimostrato le sue qualità di pubblico amministratore.
Esprimerò un giudizio compiuto quando sarà tutto più chiaro.Le polemiche inutili non mi piacciono.Posso solo dire che la chiusura della biblioteca della Gam si rivela una scelta idiota,senza possibilità di appello.La riduzione del personale nei musei appare un’altra scelta scellerata perché lede la vocazione culturale e turistica di Torino.Poi c’è la chiusura della fondazione per il Salone del libro avvenuta senza la necessaria trasparenza. Se Leon si rivela inadeguata,l’assessore regionale Parigi appare vincitrice. Voleva che il suo circolo dei lettori organizzasse il Salone e ha raggiunto l’obiettivo.Il dato incontestabile e’ però che con le gestioni de Leon e Parigi la cultura si trova molto peggio di prima quando c’erano Fassino e Cota.
Non è solo una tendenza, ma una convinzione che nasce dalla volontà di praticare uno stile di vita sano e consapevole
embra incredibile, ma il momento del maggior successo del Salone del Libro di Torino coincide con la sua maggior crisi. Quando uno dei componenti del consiglio di amministrazione ci manifestò le sue preoccupazione a Cheese ne rimanemmo sconcertati e stupefatti. Possiamo però dire che la notizia ci sorprese?
Torino che dovrà competere non con l’omologo Salone di Milano, ma anche con una città che proporrà anche la rinnovata “Print4you“. In altre parole: due Saloni in uno.
Intanto la pianificazione della 31a edizione del Salone è alle porte e prevedere come andrà a finire senza rallentamenti l’attività organizzativa, sarà impresa ardua. A tal fine, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura ha siglato un Protocollo d’Intesa assieme alla Fondazione Circolo dei lettori e alla Fondazione Cultura Torino, che prevede il distacco funzionale del personale della Fondazione per il Libro presso le altre due fondazioni culturali.
utilizzare, il “rinascimento ” del nuovo Salone del Libro ce lo auguriamo tutti. Nella cabina di regia, presieduta da Massimo Bray, i vertici di Fondazione per il Libro Mario Montalcini, Michele Petrelli e Nicola Lagioia; per il Circolo dei lettori Luca Beatrice e Maurizia Rebola; per la Fondazione Cultura Torino Angela La Rotella e per l’ Associazione Editori Amici del Salone Gaspare Bona e Isabella Ferretti).
Questo comporta l’insorgere di uno stress emotivo e cognitivo rilevante, che nasce proprio dall’ideale che ci siamo imposti di raggiungere rispetto a quello che, invece, realmente potremmo fare per goderci una ricorrenza. Tutto ciò al punto tale da far vivere l’evento come un processo emotivamente faticoso e affettivamente quasi “scomodo”. Proprio per questo motivo sarebbe molto utile rifiutare qualsiasi schematizzazione del Natale dettata da imposizioni sociali o virtuali, abbassando le aspettative e mantenendosi impegnati e protagonisti in ciò che più ci appassiona, riducendo così di molto la propria influenzabilità individuale. Se siamo attivi in un’intenzione restiamo lucidi ed emotivamente concentrati, cosicché qualsiasi tipo di influenza esterna avrà maggiore difficoltà nell’attecchire dentro di noi. E’ importante, dunque, non farsi sommergere da ritmi imposti, spesso devastanti, che pervadono queste festività. Il Natale è nostro, non dei regali. Dona un abbraccio di almeno mezz’ora.
emozione o effetto speciale. Provare a riportare tutto al “quasi niente” per ridare valore e capacità apprezzante anche al minimo gesto, purché verso l’altro a cui vogliamo bene. E come? Raccontando complimenti sinceri, regalando baci e abbracci duraturi, prese per mano, libri, oggetti fatti a mano donando la nostra creatività di cuore.
facendo il bravo otterrai il regalo da Babbo Natale, la Befana non ti porterà il carbone e, dunque, anche da adulti continuiamo ad essere lì a chiederci se siamo stati bravi veramente e ad interrogarci su come sia stato il bilancio dell’anno passato. Iniziamo la “sagra” del voto ma rispetto a cosa? Dipende sempre dai parametri che ci diamo da rispettare. Dobbiamo provare ad essere meno severi con noi stessi e a non fare paragoni con gli altri e con quello che ci viene raccontato rispetto al “socialmente desiderabile”. Dovremmo essere più liberi. Se siamo capaci di essere più liberi e lontani dagli schemi imposti potremmo aprire una possibilità di riuscire a sentire meno il peso ineluttabile delle feste da calendario. Liberarsi dai voti, dai sensi di colpa, dai bilanci e lanciarsi negli abbracci, prima verso noi stessi, poi verso l’altro lontano dai mi piace, dai “like virtuali” e dalle condivisioni ossessive del miglior “selfie” occasionale. La vita non è un teatro di posa, non è un set fotografico dove cerchi la luce migliore per sembrare più alto o più magro. La vita è una scia di sensazioni che si trasformano in emozioni che, se coltivate, a loro volta sfociano in sentimenti. Per tutto questo serve il contatto, la presenza, non basta un messaggio vocale.
* Dott. Davide Berardi, Psicologo – Psicoterapeuta
“L’accoglienza rappresenta anche oggi uno dei gesti più difficili, perché esige un atteggiamento e una scelta precisa: quella della gratuità. La cultura che persegue anzitutto il proprio interesse ostacola l’apertura del cuore senza riserve verso gli altri
venga ad adorarlo”. Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (cfr. Mt 2,1-5.7-12). La grande gioia del Natale, che nella notte santa ha inondato il cuore di alcuni semplici e poveri pastori di Betlemme, esplode nella Liturgia dell’Epifania e contagia di sé tutta la terra. È la gioia dei Magi, che seguendo la stella giungono alla capanna, dove adorano il Bambin divino e gli offrono oro, incenso e mirra – simboli della sua regalita, della sua divinità e della sua umanità. La stella che li ha guidati è un segno chiaro e presente nel loro cammino fino a Gerusalemme, là dove debbono chiedere al re Erode, ai sacerdoti e agli scribi del Tempio notizie sulla nascita del Messia. Con questa tappa, il Signore ha voluto far conoscere a tutti la notizia della propria nascita e ha posto i capi del suo popolo di fronte alla possibilità di andare anche loro ad adorarlo. Ma essi non si muovono e si limitano ad indicare la città di Betlemme come luogo in cui, secondo le profezie, dovrebbe nascere il Figlio di Davide, destinato a regnare su tutta la terra. Questo basta ai Magi per riprendere il cammino, seguendo quella stella straordinaria che è riapparsa. Il significato di questo racconto dell’Evangelista Matteo è dunque chiaro: anche i pagani – perché tali erano i Magi – sono stati chiamati alla fede in Cristo e addirittura sono i primi ad accorrere a lui, riconoscendolo per ciò che egli è veramente: il Figlio di Dio e Salvatore di tutti gli uomini. L’apostolo Paolo annuncia stupito questo mistero ai suoi cristiani provenienti dal paganesimo: il mistero di grazia che salva tutti gli uomini in Cristo è stato tenuto nascosto alle precedenti generazioni e ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito. I gentili sono cioè chiamati in Cristo Gesù a partecipare – come gli Ebrei discendenti di Abramo – alla stessa eredità e a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo. Oggi vediamo come questa profezia si stia avverando in ogni parte del mondo in cui ci sono discepoli del Signore: la Chiesa riunisce genti e nazioni le più diverse per cultura, lingua e tradizioni e ne fa un solo popolo che proclama le meraviglie di Dio e ne celebra la salvezza. La festa dell’Epifania è dunque un invito a riconoscere in Gesù il Signore e Salvatore, fonte della gioia e della speranza che apre orizzonti di unità e di pace per tutte le genti. La ricerca della unità Al di là infatti delle molte religioni presenti nel mondo e degli usi e costumi propri di ogni popolo, emerge un profondo anelito che spinge l’umanità verso la sua unità. È un cammino che rispecchia quello dei Magi, i quali, senza sapere l’uno degli altri, si mettono in marcia perché è presente nel loro cuore l’attesa della salvezza. In questa ricerca dei Magi vedo rispecchiato anche l’attuale pellegrinaggio dell’umanità, protesa – malgrado tante resistenze e contrasti – a raggiungere una meta comune e condivisa che è suscitata da Dio stesso: l’unità, fonte prima di pace, di giustizia e di solidarietà. Tante sono ancora le resistenze che cercano di ostacolare tale cammino:
gonfio di sofferenza. Lo stesso capita a tanti ragazzi e giovani, che sembrano circondati da amici, attività sportive e divertimenti, beni materiali e grandi affetti in famiglia: nessuno però si occupa delle loro crisi interiori, del vuoto dell’anima che, a poco a poco, li consuma e li rende estranei ai genitori e a tutti. E che dire della relazione tra coniugi, soffocata dal fare e dai servizi necessari per la vita di famiglia, che assorbono la maggior parte del tempo, dalle crescenti preoccupazioni economiche, dalle fatiche derivanti da situazioni di divisioni o di sofferenze fisiche e morali! Non si trova più il tempo per parlare, perché la televisione irrompe con il suo assordante rumore persino durante i pasti e le attività domestiche di chi lavora impegnano sempre fino a tardi, anche la sera. E non dimentichiamo la Rete, che occupa il tempo dei ragazzi e giovani ed esalta il rapporto e il linguaggio virtuali, a scapito delle relazioni anche familiari. Tutti ci lamentiamo di queste situazioni, che generano stress e noia, ma pochi riescono a fare scelte controcorrente e a decidere di impostare la vita di casa con tempi e modalità diverse, dando spazio maggiore al dialogo e all’incontro, anche spirituale, unica via che porterebbe pace e serenità ad un cuore affannato e sovraccarico di preoccupazioni. La bellezza dell’amore in famiglia salverà il mondo Solo ciò che nasce dall’amore guarisce la solitudine e solo chi mette al centro della propria vita il valore delle persone, prima che le cose e i servizi, riesce a gustare la gioia dell’incontro. L’amore lenisce le ferite dell’anima, quando è continuo e mostra che la persona e le sue esigenze contano più di tutto: dei soldi, del doppio lavoro, della casa bella e ricca di cose, delle feste. Solo l’amore penetra dentro ed è il balsamo che guarisce. E l’amore esige tempo, tanto tempo per stare vicino, per parlarsi ed ascoltarsi, per condividere, per guardare negli occhi e sentire il cuore di una persona. Ma non è solo l’amore umano, pure forte e importante, che sta a fondamento di relazioni sincere e feconde di bene: occorre l’amore di Dio, che cementa la comunione di vita nelle case con la sua divina presenza. Fare posto nelle relazioni familiari al Signore ci fa comprendere quanto importante sia trovare il tempo, nella propria casa, per la preghiera, via privilegiata che permette di scoprire ed accogliere ogni giorno la volontà di Dio. Natale può essere il momento propizio per iniziare. Attorno al presepe ci si può trovare insieme, genitori, figli, anziani, per ascoltare i racconti della nascita e dell’infanzia di Gesù, gustarne la semplicità e la ricchezza di fede e di annuncio. La casa dei cristiani è sempre stata considerata come una “piccola Chiesa” dove è, non solo possibile, ma doveroso pregare e dove i genitori e gli anziani esercitano, con la loro guida e testimonianza, il compito di essere sacerdoti e profeti. I tempi e i modi sono diversi e ciascuno deve trovare i propri, ma quello che importa è aprire uno spazio di preghiera nel vortice delle mille “cose da fare”. La più bella ed arricchente preghiera è senza dubbio l’ascolto della Parola di Dio. La Bibbia ed il Vangelo, in particolare, sono gli strumenti più efficaci e alla portata di tutti. Ce lo ha ricordato con forza Papa Francesco con la “Giornata della Bibbia”, in cui le
nostre comunità e famiglie sono state invitate a sostare, per trovare il tempo di aprire il Libro sacro e soffermarsi a nutrirsi del cibo della Parola di Dio, fonte di serenità e di speranza per ogni famiglia. Rispondere a quest’invito, affinché non rimanga questione di un solo giorno e diventi esperienza di vita che porta in famiglia una luce e un calore nuovi, esige qualche rinuncia, per mettere ordine nell’organizzazione del proprio tempo, e comporta soprattutto la necessità di dare spazio al silenzio, spesso soffocato dalle continue parole e dalla voce assordante e continua dei mass-media. Il beato Papa Paolo VI, in un memorabile discorso a Nazareth, parlò della famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe come modello per ogni famiglia e disse tra l’altro: «La famiglia di Nazareth ci insegna anzitutto il silenzio. Oh! se rinascesse in ogni casa la stima del silenzio, atmosfera mirabile e indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita di ogni giorno. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto sia importante la riflessione, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera che Dio solo vede nel segreto» (Discorso tenuto a Nazaret, 5 gennaio 1964). Alzati, rivestiti di luce «La gloria del Signore brilla sopra di te. Le tenebre sono fitte come la nebbia, ma su di te risplende il Signore» (cfr. Is 60,1-2). Questo invito della prima lettura biblica dell’Epifania deve essere preso sul serio, se vogliamo vincere quel senso di impotenza che blocca tante nostre comunità, le chiude dentro una sindrome da assedio e aggrava una visione negativa del loro presente e del loro futuro. La fede in Cristo è speranza certa di luce perché le tenebre non potranno mai soffocarla: come la stella dei Magi, essa ci precede per indicarci il cammino, è lì davanti a noi, è in noi e traccia la strada della nostra vita. Dico di no, cari fratelli e sorelle, ai profeti di sventura, alle previsioni di apocalissi imminenti che tarpano le ali della speranza cristiana. Per volare alto, invece, occorre proporre le vette della santità e le vocazioni più impegnative della vita cristiana senza timore. Più siamo mediocri nelle proposte evangeliche e più saremo assorbiti dal vortice del “fare”, che atrofizza le spinte ideali del cuore. Soprattutto dei giovani. Proprio a loro chiedo di aiutarci a ricuperare, come comunità cristiana e società, la freschezza e l’utopia degli ideali evangelici più alti e impegnativi e domando loro di non lasciarsi addormentare piacevolmente dalle proposte culturali evasive e accomodanti, perdendo la libertà interiore e la bellezza di saper sognare in grande il loro futuro. Mettiamoci tutti in cammino, non stiamo ad aspettare chissà quale segno dal cielo. Come i Magi, alziamo lo sguardo in alto e forse scopriremo che il segno già c’è ed è evidente e chiaro: basta avere la fede per vederlo e la volontà di seguirne il tracciato. Quel segno è la luce di Cristo, è egli stesso luce del mondo e di ogni uomo che cerca la verità e vuole la vita. Per questo si è fatto bambino e uno di noi, perché chiunque lo accoglie abbia la vita e l’abbia in abbondanza. Carissimi, auguri a voi, bambini,
ragazzi e giovani, perché Gesù, che si è fatto uno di voi, ha provato le vostre stesse emozioni, ha vissuto le vostre stesse esperienze di famiglia e di amicizia. Su di lui potete contare come Amico vero, sincero e fedele. Auguri a voi anziani, che nelle feste di Natale attendete un segno di prossimità più intensa e 5 meno frettolosa da parte dei figli. Il Signore vi sostenga con la sua vicinanza e vi renda consapevoli del grande compito di testimonianza a cui siete chiamati verso figli, nipoti e parenti. Auguri a voi, che siete nel dolore per la perdita di una persona cara, o per qualche malattia grave, o per divisioni in famiglia, o per solitudine o abbandono: il Salvatore che nasce è fonte di speranza e di vita nuova per chi crede in lui. Auguri a chi vive la situazione di crisi economica con la preoccupazione per il mantenimento del posto di lavoro, o per trovarne uno nuovo in seguito ad un licenziamento; agli immigrati che senza lavoro rischiano di perdere il permesso di soggiorno. Il Divin Bambino ha dovuto subire fin dalla nascita situazioni difficili: egli condivide perciò la vostra sofferenza e vi offre forza e conforto. Auguri anche per chi non ha con sé una famiglia o non ne ha più una di riferimento e ha scelto di vivere da solo, sulla strada. C’è per tutti una grande famiglia di Dio che è la comunità di coloro che celebrano nel Natale la nascita del Salvatore e si sentono uniti dalla stessa fede e dalla sua costante presenza nella Chiesa. Di questa famiglia tutti possono fare parte e in essa sentirsi accolti, compresi, amati. Buon Natale e che il Figlio di Dio benedica con la sua presenza la vostra casa, mentre vi assicuro il mio ricordo nella preghiera, che esprime la paternità e amicizia del vescovo verso ciascuno di voi.
Via Torino a Carmagnola ha un clima tutto natalizio: questo grazie al comitato Porte di Carmagnola, comitato dei commercianti e cittadini che si propone di curare le manifestazioni e portare avanti dei progetti per il commercio della zona situata alle porte di Salsasio in Carmagnola.
natalizia.” 

Sembra quasi una favola natalizia, ma è la realtà quotidiana del lavoro del Servizio Tutela Fauna e Flora della 
Proponevano online cellulari ultimo modello a prezzi stracciati, poi non consegnavano la merce