PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Ci può essere la curiosità, di derivazione gossipara, di andare a vedere Tutti i soldi del mondo per rendersi conto di quanto Ridley Scott abbia lavorato (9 giorni di riprese aggiuntive per 17 ore a giornata, non tacendo i dieci milioni di dollari sborsati per coronare l’impresa, già impiegati i trenta precedenti) cancellando e rigirando il ruolo del vecchio Paul Getty che era appartenuto a Kevin Spacey prima che i lampi del mondo hollywoodiano non esplodessero e non si tornasse a essere improvvisamente puritani, scacciando lontano da sé il reprobo macchiatosi per anni di abusi sessuali: sacrosanto dubbio finale, facciamo del cattivone tabula rasa perché con l’aria che tira gli incassi potrebbero andare un po’ storti, non per ansiosità morali. Così, come tutti ormai sanno, la palla è passata a Christopher Plummer che ha calzato come un soffice guanto il ruolo granitico, scolpendo tutta l’avidità (con la a minuscola) grigia di un uomo che si crede la reincarnazione dell’imperatore Adriano e si fa costruire la villa di Malibu ad immagine di quella antica diTivoli, che in albergo si lava calzini e mutande per risparmiare sulla lavanderia e in casa ha fatto installare una cabina telefonica semmai gli ospiti dovessero fare un’interurbana. E rendendo viva e vivifica una interpretazione che è un’ancora di salvataggio per l’intero film. Perché non sono soltanto le traversie della produzione a interessare, ma vivaddio pure quei risultati che colano allo stesso tempo buona professionalità e dabbenaggini, disaccordi temporali e narrativi, ridicolaggini, per non parlare di quel procedere lento e ripetitivo che esclude una guida che ben più fermamente, bisturizzando all’interno della vicenda, della società dell’epoca, dei rifiuti e dei compromessi, delle cilecche delle forze dell’ordine, avrebbe

dovuto reggere il gran materiale di cronache, di ricordi e di testimonianze a disposizione. Perché alla base ci sta la biografia Painfully Rich: the Outrageous Fortunes and Misfortunes of the Heirs of J.Paul Getty di John Pearson, inedita in Italia, cui s’aggiunse nel 2013 Uncommon youth scritto da Charles Fox, ovvero il giornalista statunitense che già all’epoca s’era occupato del caso, avendo di prima mano le parole degli inquirenti e dei famigliari, e raccolse poi dal rampollo della dinastia ad alto sapore petrolifero il racconto autentico e monologante del rapimento, sino al 2011, anno in cui – colui che aveva riempito le pagine dei giornali con la sua faccia, con il suo orecchio mozzato, con l’iniziale sospetto di un teatrino personalmente tirato su alla spicciolata per spillare un bel gruzzolo al nonno – era scomparso, cieco paralizzato e disartrico a seguito di un ictus che lo aveva colpito trent’anni prima.Questa la storia, che avrebbe potuto rivestire una incisiva correttezza cinematografica. Invece. Invece Ridley Scott dice di essersi ritrovato tra le mani una “splendida” sceneggiatura, quella di David Scarpa e di aver dato corpo a un soggetto che da anni avrebbe voluto affrontare. E allora disturbano perché davvero riempitive e non necessarie le scene iniziali nel deserto a spiegare come la ricchezza del Grande Vecchio abbia avuto origine; disturbano anche i particolari, se si pensa che il diciassettenne fu prelevato la sera del 10 luglio del ‘73 in piazza Farnese (sarebbe stato rilasciato il 17 dicembre, sulla Salerno-Reggio Calabria, scoperto tutto solo da un camionista di passaggio) e non di fronte a ruderi romani che fanno tanto affresco della capitale e in mezzo a un crocicchio di puttane dispensatrici di consigli morali, a protezione dell’infanzia; disturba, s’è detto, la lentezza e la ripetitività con cui è trascinata la vicenda, le telefonate tra mamma e rapitore (anche dal cuore tenero), gli incontri senza eccessivi scossoni emotivi dei tanti incontri tra mamma (papà, il II° della
serie, è troppo occupato in Marocco a farsi di droga con l’amico Mick Jagger) e vecchio genitore, l’una troppo trattenuta, studiata a tavolino (Michelle Williams), l’altro un incrocio troppe volte tra un racconto natalizio di Dickens e Paperon de’ Paperon di disneyana memoria. Disturbano le scene ad effetto, il taglio dell’orecchio su cui la macchina da presa indugia o il disperdersi nel plumbeo cielo inglese dei fogli di giornale che la mater dolorosa ha mandato in regalo perché la controparte si possa rendere conto dello stato del sangue del suo sangue; sono fuori luogo, da cartolina del sud, i rapitori con aria truce ma anche con tarantella e tamburello neppure in grado di calarsi una calzamaglia sul viso quando accompagnano alla latrina il prigioniero, da debole raccontino come le comparse italiane ingaggiate per l’occasione. Siamo in pieno ridicolo con la scampagnata nel covo delle Brigate Rosse dello svogliato negoziatore Mark Wahlberg, pregasi suonare il campanello per ritrovare foto di Lenin e gagliardetti autoreferenziali, siamo all’imbroglio cinematografico se si pretende di far crepare, immerso tra i propri fantasmi notturni e tra i bagliori horror del camino, Getty I che invece se ne andrà al Creatore due anni dopo, con molte colpe (all’inizio fu la frase “ho 14 nipoti, se comincio a pagare per uno, finirà che me li rapiranno tutti quanti”) e poco ravvedimento: richiedendo indietro al nipote la somma sborsata (si era partiti da 17 milioni di dollari, si arrivò a poco meno di due miliardi di lire) con gli interessi del 4%. Ci si stupisce in ultimo che l’autore di Thelma & Louise, del Gladiatore e di Alien si sia lasciato aggrovigliare in un finale da copione televisivo, con vittime carnefici e soccorritori che si mettono a giocare a guardie e ladri sotto il protettivo suono delle pale degli elicotteri, che più arrivano i nostri! non potrebbe essere. È mancato lo studio di un grande tema come quello dell’Avidità (con la a maiuscola), analizzata con il Denaro che si fa Essere umano e privata di tutto un contorno che continua a saper troppo di facile caricatura, è mancata la profondità del racconto, pubblico e privato. O anche soltanto il buon senso.
Nella serata di ieri una slavina ha colpito una casa di Sestriere, sfondando porte e finestre del condominio Bellenuove.


Il presidente granata, Urbano Cairo, ha spiegato a ‘Radio anch’io sport’, la decisione di esonerare Mihajlovic e sostituirlo con Walter Mazzarri.
di Paolo Pietro Biancone *
aperta nell’ottobre del 1998, registrando oltre 13mila passaggi. Di fronte al crescente numero di donne sole immigrate senza casa e in cerca di un lavoro e italiane in situazioni di precarietà economica, nasce l’esigenza di aprire un’accoglienza notturna femminile che offrisse al maggior numero possibile di donne un’accoglienza in un luogo sicuro, in locali puliti, affinché chi si trova senza casa possa consumare almeno un pasto caldo al giorno, la colazione, usufruire della doccia, della lavanderia e di un posto letto per la notte. “Nel tempo – dicono dal Sermig – il confronto con l’aumento di richieste di accoglienza da parte di donne italiane e immigrate con bisogni complessi, quindi più fragili (incinta, malate, dimesse dai reparti psichiatrici, maltrattate, sfruttate, con bambini) e il desiderio di offrire risposte adeguate e flessibili consone ai reali bisogni delle persone ci ha più volte portato a cambiare i criteri e le modalità di accoglienza. La nostra attenzione si è concentrata in modo particolare su tutte quelle situazioni che, per motivi diversi, non rientrano nei percorsi di tutela dei servizi sociali territoriali”.
posti per donne sole o con bambini nella struttura sita all’interno dell’Arsenale della Pace di Torino.
LA VERSIONE DI GIUSI di Giusi La Ganga
affonda le sue radici nella propaganda comunista dell’altro secolo. Per una nemesi della storia oggi è usato contro coloro che lo usarono a piene mani, contribuendo a distruggere partiti e storie politiche. Oggi quasi mi intenerisco quando ascolto persone perbene (e sono quasi tutte) del PD, sorprendersi per l’uso spregiudicato di intercettazioni telefoniche, di inchieste giudiziarie, di vicende amministrative spesso controverse e di difficile interpretazione.
rispetta compatibilità e non illude nessuno.
All’assessore alla Cultura della Regione Piemonte, Antonella Parigi, e all’ex sindaco di Torino Piero Fassino è stato notificato un avviso di garanzia dalla procura di Torino
propagarsi. Il potere degli ayatollah non è eterno. Come è stato imprevedibile l’avvio delle manifestazioni è difficile dire adesso cosa potrebbe succedere in futuro. Nel 2009 il movimento di opposizione dell’Onda Verde trascinò nelle strade di Teheran milioni di persone per protestare contro la rielezione truffa di Ahmadinejad ma non si diffuse nelle altre grandi città. Fu una sorta di “golpe” contro i brogli elettorali con la speranza di cambiare e migliorare dall’interno il sistema teocratico iraniano. Finì molto male: nella capitale il movimento venne brutalmente cancellato e i capi di quella rivolta sono ancora oggi agli arresti domiciliari che il presidente riformista Rouhani, rieletto nel maggio 2017, non ha mai revocato nonostante le promesse più volte ribadite in campagna elettorale. La rivolta degli iraniani si è scagliata contro il governo responsabile della crisi economica, del caro vita e della corruzione dilagante e contro la teocrazia degli ayatollah, al potere da troppi decenni. L’intenzione era quella di seppellire la Repubblica islamica e guardare altrove, gli slogan dei ribelli non hanno risparmiato nessuno, né i governanti né i vertici della Repubblica. Tutti, ai loro occhi, sono responsabili di un disagio crescente e contagioso in un Paese privato di qualsiasi libertà. Ma anche questa volta non
cambierà nulla. Le proteste si sono diffuse in lungo e in largo nel Paese ma politicamente sono molto più deboli di quelle di nove anni fa. Nelle piazze iraniane manca un leader della ribellione, manca un coordinamento, non ci sono programmi precisi, c’è invece molta spontaneità nelle proteste, molta voglia di cambiare con il rischio di andare allo sbaraglio. Teheran, con i suoi nove milioni di abitanti, è rimasta relativamente ai margini della rivolta e la Guida Suprema Alì Khamenei ha potuto dormire sonni tranquilli. “I nemici dell’Iran hanno provato a minare il nostro sistema islamico con il denaro, le armi e la politica” ma non ci sono riusciti, avverte minaccioso il leader supremo della dittatura religiosa. Le Guardie della Rivoluzione e le milizie paramilitari Basiji, le forze che dominano l’economia e gli apparati di sicurezza del Paese, accusano alcuni Paesi stranieri di essere dietro le manifestazioni antigovernative accolte invece con soddisfazione da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita per i quali l’Iran è un rivale da abbattere o quanto meno da indebolire. I servizi segreti israeliani hanno rivelato in questi giorni che negli ultimi cinque anni Teheran ha investito miliardi di dollari in Siria e in Iraq per estendere la propria influenza nella regione. Trump non ha perso tempo e si è schierato subito dalla parte dei manifestanti e in risposta alla repressione messa in atto dal governo iraniano potrebbe decidere nuove sanzioni contro il Paese. Mancano dichiarazioni ufficiali da parte della monarchia
saudita ma il giovane principe Mohammed bin Salman è impegnato in duro braccio di ferro con l’Iran per ridurne l’influenza strategica in Medio Oriente. La polizia ha sparato sulla folla e ci si chiede se finirà come nel 2009 con la feroce repressione degli oppositori. Il regime minaccia di ricorrere alla pena di morte per i reati più gravi compiuti durante gli scontri mentre i famigerati pasdaran, più forti dopo la vittoria militare in Siria, aspettano il via libera della Guida suprema, da cui dipendono, per andare a caccia dei rivoltosi. Gli studenti universitari gridano la loro rabbia, bruciano i ritratti di Rouhani e Khamenei e inneggiano perfino allo scià di Persia. In piazza contro il regime è scesa una nuova generazione composta da giovani e donne nati dopo la rivoluzione khomeinista del ’79, che odiano il sistema e vogliono reagire, chiedono libertà e un lavoro, guardano i loro coetanei in Occidente, preferiscono navigare sulla rete che obbedire alla sharia e coprirsi con il velo. La giovane, laureata e disoccupata, che si toglie il velo bianco e lo sventola davanti alla folla dei manifestanti, sapeva di finire dietro le sbarre ma l’ha fatto lo stesso ed è diventata il simbolo della protesta. Le manifestazioni sono iniziate lo scorso 28 dicembre nella grande città di Mashad, importante centro sciita nel nord-est
dell’Iran, forse scatenate dalla notizia di un aumento improvviso del 50% dei prezzi delle uova e di altri generi alimentari ma gli slogan hanno subito preso di mira tutti i politici, responsabili dell’aumento della disoccupazione e delle enormi spese sostenute per la guerra in Siria e inYemen, compresi Ali Khamenei e il presidente moderato Hassan Rouhani. Ed è forte anche lo sdegno per un’economia che, malgrado l’accordo sul nucleare e la fine delle sanzioni, stenta a decollare. “Morte a Khamenei” e “Morte a Rouhani” sono gli slogan di un movimento senza leader che attacca l’intero sistema. Il movimento dell’Onda Verde che si oppose alla rielezione del presidente conservatore Mahmoud Ahmadinejad, accusato di brogli elettorali, era guidato dai leader riformisti Mousavi e Karroubi, ancora agli arresti domiciliari. I rivoltosi rimproverano al presidente Rouhani di non aver ancora realizzato le sue promesse sui diritti umani e di non aver ottenuto benefici reali per la gente con l’accordo internazionale del 2015 sul nucleare che ha permesso la revoca di sanzioni internazionali contro la
Repubblica Islamica. Per la gente della strada non è cambiato molto, anzi molti iraniani ultraconservatori rimpiangono la presidenza Ahmadinejad di cui ricordano la pioggia di sussidi elargiti alle fasce più povere della popolazione e festeggiano proprio in questi giorni la sua rielezione a presidente nel 2009. Dietro le proteste si può scorgere quindi la mano della fazione più conservatrice schierata contro l’esecutivo di Rouhani. Ma è difficile rimpiangere la politica economica di Ahmadinejad che fu disastrosa per otto anni. I problemi economici restano gravi nel Paese. Un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà, in cifre circa 30 milioni di persone. La disoccupazione è al 12%, secondo i dati ufficiali, ma in realtà avrebbe superato il 20 per cento, (oltre il 30% per i giovani che sono più della metà degli iraniani), mentre l’inflazione è risalita al 10 per cento. Il futuro politico dell’Iran resta denso di incognite. Tutti i centri di potere del Paese restano saldamente nelle mani dell’anziano leader Ali Khamenei e, in mancanza di un erede, di un vice Khamenei, la transizione verso la nuova Guida Suprema del Paese è ancora tutta da definire.