Presso il Palazzo Parasi in via Giovanola a Cannobio (Vb) è in corso la mostra di Ubaldo Rodari “Spazio negato-Spazio immaginato”. L’evento è stato presentato all’inaugurazione del 24 marzo da Antonio D’ Avossa. Ubaldo Rodari è un’importante incisore che sviluppa la sua ricerca pittorica e grafica sulle dinamiche legate allo spazio, con all’attivo un lungo elenco di mostre in Italia e all’estero tra Svizzera, Francia e Giappone. Nato a Bergamo nel 1952, dopo aver intrapreso l’attività artistica come autodidatta, Rodari ha frequentato a Venezia la Scuola Internazionale di Grafica. Da sempre impegnato anche nel campo della didattica, da quasi quindici anni è direttore artistico dell’associazione “Il Brunitoio“, Officina di Incisione e Stampa in Ghiffa (VB). Attualmente la sua ricerca indaga sulla percezione dello spazio. Una passione, maturata da Rodari con il trascorrere del tempo, traendo ispirazione dai luoghi della vita, tra i monti e la parte alta del lago Maggiore, interpretando i toni e i mutamenti dell’ambiente, stravolgendo e ribaltando molte delle tecniche apprese. L’esposizione a Cannobio si inscrive nel quadro delle mostre pensate per valorizzare questa storica costruzione risalente al XIII secolo, adibita per tanti anni a luogo di giustizia e di governo: il Palazzo della Ragione, meglio conosciuto come palazzo Parasi. La mostra sarà visitabile fino al 6 maggio con questi orari: dal giovedì alla domenica, tutte le mattine dalle 10.00 alle 12.00; il sabato anche il pomeriggio dalle 16.00 alle 18.00.
Marco Travaglini
l’impegno ad approfondire l’argomento.
Il 27 marzo 2018 a Roma, la prima presentazione del libro “Anateismo Contemporaneo” a cura di Luigi Berzano dell’Università di Torino edito da Pacini.
A Caluso, sulla statale 26 questa mattina una Fiat Punto con un uomo alla guida è finita fuori strada contro un palo della luce
Genova, il secondo dagli acquisti dell’ingegner Giuseppe Canova. Quest’ultimo si recò in Siam come progettista della prima ferrovia da Bangkok a Phetchaburi, seguendo le orme di altri italiani, ed in particolare piemontesi, giunti in Asia tra Otto e Novecento per mettere le proprie competenze al servizio di Paesi che si stavano modernizzando. Interessante in questo senso è scoprire quali nuclei di reperti conservati al MAO o in altri musei torinesi derivino appunto da acquisti effettuati o doni ricevuti da tecnici e funzionari piemontesi, che si recarono in Oriente per ragioni di lavoro, diventando poi collezionisti di manufatti esotici. Tornando alla figura principale coinvolta nella formazione della raccolta di Agliè, il duca Tomaso di Savoia-Genova, questi era figlio di Ferdinando, fratello minore di Vittorio Emanuele II, e della principessa Elisabetta di Sassonia. Rimasto orfano di padre, morto di tubercolosi a soli 33 anni, venne affidato alla tutela del principe di Carignano Eugenio di Savoia, che indirizzò Tomaso alla carriera militare, inviandolo in Inghilterra, scelta non usuale per principi di casa Savoia, a studiare marineria. In veste di ufficiale della Marina compì la circumnavigazione del globo tra 1872 e 1874, ma fu soprattutto il viaggio intrapreso in Asia orientale tra 1879 e 1881, al comando della corvetta Vittor Pisani, a consentirgli di entrare più profondamente in contatto con quelle culture orientali da cui provengono i reperti raccolti ad Agliè, acquistati come souvenir di viaggio o ricevuti come dono diplomatico da personaggi d’alto rango, come l’imperatore del Giappone e il re del Siam Rama V.
coreano Gat (XIX sec) a larga tesa, tradizionalmente adoperato in estate per ripararsi da “mosche e zanzare”, come si legge sulle memorie di viaggio. Di particolare importanza, come occasione per implementare la raccolta, fu l’incontro di Tomaso con Rama V, re del Siam, che a quel tempo, nel 1881, era in lutto per l’improvvisa perdita dell’amata sovrana. Tomaso assistette alle cerimonie in onore della defunta e alcuni oggetti presenti ad Agliè sono riferibili proprio a questo evento, in particolare le riproduzioni di modelli di barche da parata cerimoniale utilizzate per l’occasione. Afferenti alla cultura siamese e visibili in mostra, sono anche la grande testa di Buddha in bronzo con tracce di doratura, risalente a fine XV secolo, e le maschere dei personaggi del poema Ramakien indossate dagli attori del dramma Khon.
petrolio) e oggetti realizzati in Occidente imitando modelli orientali. La visita alla mostra vuole anche essere un invito a scoprire il castello di Agliè, magnifico esempio di residenza sabauda extraurbana, che cominciò a svilupparsi, nelle forme in cui oggi la contempliamo, alla metà del Seicento quando l’allora proprietario, il conte Filippo San Martino d’Agliè, sentimentalmente legato alla prima Madama Reale, Cristina di Francia, volle trasformare la fortezza di famiglia, d’impianto medioevale, in residenza aulica, in grado di rivaleggiare con il palazzo ducale di Torino, chiamandovi a lavorare Amedeo di Castellamonte. Le successive stagioni di rinnovamento si situano nella seconda metà del Settecento, per opera di Ignazio Birago di Borgaro, dopo che nel 1763 re Carlo Emanuele III di Savoia aveva acquistato il castello dai San Martino per darlo in appannaggio al secondogenito, nato dalla terza moglie, Benedetto Maurizio duca del Chiablese, e nel periodo della Restaurazione sabauda, per opera di re Carlo Felice e della consorte, Maria Cristina di Borbone-Napoli, che affidarono i lavori a Michele Borda di Saluzzo. Con la morte di Maria Cristina il castello passò, infine, per eredità ai duchi di Savoia-Genova, che ne fecero la loro dimora, privilegiando la funzionalità degli arredi sulle esigenze di rappresentatività e apportando, quindi, modifiche non sempre in linea con la vocazione originaria degli ambienti.
DALLA PUGLIA 
L’Associazione socio-culturale Cromie-Vivere a colori organizza per i suoi soci un evento straordinario
di Pier Franco Quaglieni
artificiali a San Giovanni è ottima. Non seguirà la tradizione, ma resta comunque ottima.
Farina, il fazioso
avvenuta a Palermo quand’era prefetto, mandato a morire senza poteri e senza protezioni. Una pagina luminosa dela sroria italiana la sua lotta al terrorismo, una pagina nera quella che portò al suo supremo sacrificio in Sicilia. 
un professore di sinistra estrema, suo collega, come Carlo Ottino, lo detestava e ne parlava costantemente molto male. E anche questo mi rendeva simpatico il professore del Liceo Alfieri che invitai anche a parlare al Centro “Pannunzio”.Ciascuno ha i suoi ricordi e quelli di un figlio vanno sempre rispettati. Giovanni Guastavigna è morto molto anziano ed erano ormai molti anni che non gli parlavo. Io rispetto sempre anche gli interlocutori dissenzienti e quindi ricambio a Guastavigna jr. i più cordiali saluti, gli esprimo le mie più sentite condoglianze per la morte del Padre e gli faccio anche gli auguri per la prossima Pasqua. 