Un dessert perfetto per un fine pasto estivo, invitante, fresco e raffinato che non necessita di cottura. Si prepara con un certo anticipo, è di semplice realizzazione. Gli ingredienti si possono sostituire secondo i propri gusti, con cioccolato, frutta fresca o secca, agrumi o altro. Di sicuro successo.
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Ingredienti
300gr. di mascarpone
100gr. di zucchero a velo
3 grosse uova
3 cucchiai di cacao in polvere
3 cucchiai di liquore (amaretto)
Amaretti secchi
Poco latte
1 cucchiaio di miele
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Montare molto bene i tuorli con lo zucchero, montare a neve ferma gli albumi. In una ciotola mescolare il mascarpone con il liquore, unire il composto di tuorli e successivamente, con delicatezza, gli albumi. Riporre in frigo per due ore. Tritare gli amaretti, unire un cucchiaio di cacao amaro, poco latte ed il miele, mescolare. Rivestire gli stampini con pellicola trasparente, sul fondo fare uno strato di amaretti premendo bene e riempire con cucchiaiate di crema al mascarpone. Riporre in frigo per tre ore. Sformare e cospargere con il cacao rimasto. Servire freddo a piacere.
Paperita Patty

















Trieste, molo Audace. Quello che al tempo dell’Impero si chiamava “San Carlo” e che prese il nome della prima nave italiana che attraccò lì, nel porto della città dalla “scontrosa grazia”, il 3 novembre del 1918.
Lei era incinta, lui malato terminale, sofferente: quasi per un incredibile disegno della sorte, s’incrociarono le strade di una vita che iniziava e di una che andava verso la fine. Il sottotitolo del libro ( “favola di un viaggio alla riconquista del tempo”) descrive bene l’andare con lentezza di Paolo Vittone alla riconquista del tempo. Una straordinaria lezione che ci dice come non sia mai troppo tardi incamminarsi nella ricerca delle proprie emozioni, dei luoghi e delle storie che si sono amate come quelle della “terra degli slavi del sud”, etnicamente purificate o ancora meticcie, lungo il crinale che separa la cultura del mare e quella della terra. Gli ultimi mesi di vita, Paolo li trascorse a Trieste. Una scelta che motivò così, in una lettera all’amico Paolo Rumiz, giornalista come lui: “Sai bene che vengo a Trieste a vivere, ma con ogni probabilità a morire… Vengo a Trieste perché è al confine delle terre della mia e nostra anima ed essere più vicino mi fa pensare che tornerò almeno una volta a sentire la Neretva, ad ascoltare il muezzin dalla moschea del Beg e annusare i cevapi e la pita in Baščaršija, che forse vedrò persino ancora una volta il vecchio amico Hilmo. Vengo a Trieste perché per le sue strade i vocaboli si mescolano, perché solo a Trieste le scintille si chiamano falischee i gabbiani imperiali cocài”. 
sfuggirle, ma semplicemente farsi trovare al posto giusto”. Ad ogni tappa del viaggio raccontato ne “La lumaca e il tamburo” s’incontrano persone, volti segnati dalla fatica e cotti dal sole, scoppi di gioia e incredibili malinconie, boschi, montagne e fiumi, delicati tramonti balcanici e musiche d’ottoni, suoni di campane e canti dei muezzin nell’ora della preghiera. Paolo Vittone appuntava tutto su un block notes ma non si limitava a questo: da buon giornalista radiofonico, portava sempre con sé il registratore. Imprimeva sul nastro le voci, i suoni e il fiato profondo delle terre che dal Carso e dall’Istria scendono fino alla foce della Neretva. Per non dimenticare nulla, portando tutto dentro di se e lasciando a noi un testamento prezioso, denso di emozioni e significati.